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venerdì 12 febbraio 2016

Afghanistan: la Ue batte un colpo

Il segretario generale
della Nato Stoltenberg
Se i militari scaldano i muscoli e da Bruxelles, al  meeting Nato dei ministri della Difesa, il segretario generale dell'Alleanza Stoltenberg reitera il sostegno a Kabul sino al 2020 (ma il vero focus dell'incontro erano i rifugiati), anche la diplomazia europea si muove. Organizzerà una conferenza sull'Afghanistan per il 4-5 ottobre a Bruxelles.  La vice segretario generale degli Esteri dell'Unione (Eeas)  Helga Maria Schmid (il numero 2 alla direzione generale che risponde a  Federica Mogherini) ha fatto sapere che si sta pensando a invitare l'Iran, per ora l'unica novità rilevante oltre alla notizia in sé (qualche analista suggerisce che dovrebbe partecipare anche Mosca).

 E' l'unica notizia di rilievo che riguarda l'Europa in questi mesi che sostituisce al brusio militare anche la voce dei civili. Purché il meeting non si risolva a parlare della sola questione sicurezza, la parola chiave ormai protagonista del dibattito anche politico sull'Afghanistan. Interno ed esterno.

domenica 24 febbraio 2013

KABUL LA CITTA' PIU' INSICURA DEL MONDO?

Secondo Asraf Ghani, ex candidato alla presidenza e a capo della Transition Coordination Commission "Kabul is the most insecure capital in the world". Ghani ha spiegato ieri che nella capitale va anche bene ma sono i dintorni a rendere preoccupante la situazione: Logar, Wardak, Parwan, Kapisa, Laghman sono tutte province con strade per nulla sicure. Anzi, a mettere carne al fuoco, ci sono anche i capi della polizia locale a confermare: tra talebani, affiliati di Al-Qaeda, Haqqani Network e Hizb-e-Islam, in queste province si registrerebbero decine di gruppi attivi. A Logar e Wardak addirittura cento per provincia. Manipoli che infestano le strade. Ammissione grave, forse anche per alzare la posta in vista del ritiro Nato del 2014.

giovedì 31 marzo 2011

GLI INSEGNAMENTI DELL'AEROPORTO

L'aeroporto militare di Kabul è lo specchio della nostra arroganza e persino della nostra stupidità. Il manifesto di una distanza che sembra sempre più incolmabile tra l'occupazione militare e i destini di un popolo che abita e vive poveramente al di là dei muraglioni di questo perimetro fortificato che corre per chilometri. Come ha detto un fotoreporter quando lo visitammo un paio di anni fa dopo che era stato completamente ricostruito: “...questo non sembra proprio l'aeroporto messo in piedi da una presenza che vorrebbe andarsene”.

Il manufatto, in mattoncini rossi, è una struttura dove il via vai di carri armati e soldati è abbastanza impressionante. Il suo perimetro, lungo per chilometri a perdita d'occhio, racchiude una porzione impressionante della città ed è, rispetto allo smilzo aeroporto civile al suo confine, una specie di mostro onnivoro e in divisa. Ma, certo, per un afgano di Kabul deve voler dire poco: da che c'è la guerra l'aeroporto militare è sempre stato un corpo estraneo come molti altri in città, non ultimo un'immensa struttura di metallo che, di giorno in giorno, cresce a dismisura nell'area comperata dall'ambasciata americana dove sta sorgendo lo scheletro gigantesco di un ecomostro in cemento, non si a cosa destinato se è vero che a luglio gli Stati uniti inizieranno a ritirarsi.

Ma se l'aeroporto è il manifesto della nostra presenza lo è anche in termini di tragica stupidità. Supponiamo che dobbiate andare a prendere qualche civile che è arrivato con un aereo militare. Entrare nell'aerea aeroportuale è vietato se non siete autorizzati e non avete un'auto diplomatica. Dunque il tipo deve fare circa cinque chilometri a piedi per venire sino all'ingresso. Spesso qualche soldato gentile si presta a dargli un passaggio (mi è capitato) ma la struttura non prevede che voi possiate entrare con la vostra macchina nemmeno per cinque metri in modo da potere fare il trasbordo di valige e passeggero con tutta calma dal mezzo militare alla vostra auto civile. Tutto ciò deve avvenire rigorosamente fuori.

Così all'ingresso dell'aeroporto, davanti al luogo più protetto della città, siete esposti a qualsiasi attacco e costituite l'obiettivo perfetto se qualcuno vuole fare un bel massacro senza far troppa fatica. Quanto accade fuori dal muraglione dell'aeroporto non interessa al militare che vi guarda torvo dalla torretta. Se crepate in faccia all'aeroporto non lo riguarda. Dentro è tutto pulito, fuori si può sporcare tranquillamente di sangue il marciapiedi.

Nel fare questa riflessione ho pensato che davvero all'apparto della nostra presenza in Afghanistan interessa solo la forma e non la sostanza: la sicurezza prima di tutto per noi, a casa nostra, nelle strutture ben protette che, dall'aeroporto alla Zona verde, dicono agli afgani: siamo qui a proteggervi ma, ovviamente, prima di tutto pensiamo a noi stessi. Mi è venuto uno sfinimento profondo mentre assaporavo il tiepido sole di questa primavera afgana, al solito piena di polvere e tristezza. Come se da queste parti nemmeno il sole riuscisse a scaldare la pelle che ricopre i pensieri nefasti che accompagnano questa guerra come un viandante miserabile e ineludibile. Coperto di stracci e rigorosamente tenuto fuori dalla porta di casa.