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giovedì 28 dicembre 2017

Talebani a Kabul

L'immagine è tratta da Tolonews
La guerra in Afghanistan continua ogni giorno con azioni sia dei talebani - ieri nell’Helmand 14 militari feriti da un’autobomba – sia dello Stato islamico – che a Natale ha colpito a Kabul un ufficio dell’intelligence afgana (Nsd) – eppur qualcosa si muove. Proprio ieri infatti si è conclusa la due giorni convocata dall’Alto consiglio di pace, una struttura del governo che dovrebbe gestire il processo di pace, e quel che ne è uscito è una novità: la richiesta che a Kabul si apra un ufficio politico dei talebani. Una rappresentanza della guerriglia non più a Doha, in Pakistan o altrove, ma nella capitale afgana. Una sorta di riconoscimento politico de facto e un’apertura sinora senza precedenti.

La richiesta non arriva direttamente dal Consiglio capeggiato da Karim Khalili, un alim già vicepresidente con Karzai, ma da circa settecento ulema convocati dall’Acp per discutere di una possibile via negoziale in stallo ormai da almeno un anno e dopo qualche maldestro tentativo di aprire una trattativa. Il Consiglio non gode di per sé di ottima fama e i talebani lo hanno sempre ignorato ma, questa volta, la richiesta proviene da religiosi giovani e anziani di diverse parti del Paese che – per quanto favorevoli alla fine della guerra – si differenziano sostanzialmente dall’Acp o del governo diretto da Ashraf Ghani. Lo stesso Ghani ha subito accettato di buon grado la suggestione augurandosi che i talebani facciano altrettanto, il che fa pensare che la proposta sia stata sicuramente o concordata prima o durante la Conferenza consultiva di Kabul ma resta di fatto una novità che indirettamente riconosce alla guerriglia di mullah Akhundzada un ruolo politico e che finalmente fornirebbe un “indirizzo”, come hanno detto i religiosi, al quale rivolgersi per parlare con i talebani: uno spiraglio da cui iniziare.

Il passo successivo resta il più complicato: proprio quattro giorni fa un comunicato ufficiale dei talebani ha reiterato la richiesta di un’uscita dal Paese delle truppe straniere, richiesta “legittima” e precondizione per iniziare il negoziato. Non di meno la nota si concludeva con un’apertura a un dialogo inter-afgano, le stesse parole usate da Ghani.

Gli americani e la Nato però non hanno nessuna intenzione di lasciare il Paese dove hanno anzi aumentato il contingente e triplicato i bombardamenti aerei. Infine la presenza dello Stato islamico (che secondo l’intelligence russa conterebbe 10mila uomini in Afghanistan) complica il quadro anche se, paradossalmente, l’”invasore” islamista è un nemico comune sia per il governo filoamericano sia per i talebani. La sua presenza rischia dunque persino di essere un elemento a favore del dialogo.

mercoledì 26 giugno 2013

IL CHI E' DEI TALEBANI A DOHA

Estratto dal documentato articolo di ROD NORDLAND e ALISSA J. RUBIN uscito ieri sul Nyt col titolo Taliban’s Divided Tactics Raise Doubts Over Talks. Nomi e funzioni dei delegati della guerriglia in turbante

Among the delegation are six former diplomats, five ex-ministers or deputy ministers, and four preachers...They are all seen as close adherents of Mullah Omar. One, Tayeb Agha, the apparent leader of the delegation, was his secretary and chief of staff. Another, Hafiz Aziz Rahman Ahadi, is the son of Mullah Omar’s teacher at his madrassa in Quetta, Pakistan...
While there are some two dozen Taliban officials here — along with their families, they number a couple of hundred people in all — most are administrative and support staff. The emissaries are by Taliban leadership standards relatively young, mostly in their 40s. Tayeb Agha is apparently the youngest, at age 37 or 38.
Although Mr. Agha is reportedly a fluent English speaker, he was not speaking out for the group last week. That role was filled by Sohail Shaheen, a former second secretary in the Taliban’s embassy in Islamabad, Pakistan...The group’s other spokesman, Mohammad Naim Wardak, in his 40s, is also fluent in English, and speaks Arabic and German as well. When the Taliban were in power, he was posted to embassies and consulates in Pakistan and the United Arab Emirates.
Of the nine known delegates here, at least three are on the United Nations blacklist that authorizes the seizing of assets — and prevents international travel. However, it appears that special arrangements were made to allow them to come to Doha. The listed men are Shahbuddin Delawar, described by the United Nations as either 56 or 60, a veteran diplomat and deputy supreme court justice for the Taliban government; Sher Mohammad Abbas Stanekzai, described as about 50, a former public health minister; and Qari Din Mohammad Hanif, who is about 58, an ethnic Tajik from Badakhshan and the only non-Pashtun member of the delegation. Mr. Shaheen had previously been listed, but was delisted in anticipation of his role in Doha, a Western official said. The other confirmed delegates include Mualavi Nik Mohammad, age unknown, from Panjwai District in Kandahar, a former minister of agriculture and commerce, and Khalifa Sayid Rasul Nangarhari, a former low-level diplomat about whom little is known.
Qatar and other countries are providing extensive monetary aid to support the Taliban office, allocating a total of $100 million for it, according to Mualavi Shahzada Shahid, the spokesman for the Afghan government’s High Peace Council. There was no independent confirmation of that figure, although at one point the United States, Japan and other allies had allocated a quarter-billion dollars for peace and reconciliation efforts in Afghanistan....

L'articolo fa riferimento anche alla "duplice tattica" (parlare di pace a Doha, combattere in Afghanistan) di cui abbiamo appena avuto prova con l'attacco ad Arg, il palazzo presidenziale, e alla sede della Cia di Kabul. Si veda l'articolo di G. Battiston su Lettera22

domenica 23 giugno 2013

BATTAGLIE MINORI

Eccola qui la famosa bandiera dei talebani.



Com'è noto il suo sventolio sull'ufficio del Qatar e la dizione "Ufficio dell'Emirato islamico d'Afghanistan" su una targa all'ingresso dell'edificio a Doha hanno cerato un caso politico. Poi targa e bandiera sono state rimosse. Ecco come la guerriglia in turbante commenta la vicenda sul suo sito, sostenendo che non vi fu mai accordo con gli americani per non farla sventolare e come invece i qatarioti avessero dato il loro assenso a targa e sventolio. Battaglie minori di una tragedia: il negoziato di pace fantasma.