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domenica 20 maggio 2012

TERRA IN EDICOLA

SPECIALE ENERGIA sul terzo numero del mensile Terra

Dall’Italia a Bruxelles, fino alle piccole Canarie: fonti fossili alla riscossa. INCHIESTA L’impatto ambientale delle cialde di caffè non riciclabili. INNOVAZIONE Nasce a Trento la nostra Silicon Valley. FOTOGRAFIA World Press Photo 2012, scatti da un pianeta che soffre. REPORTAGE Viaggio nel Pakistan afflitto dalle alluvioni. ECOTURISMO Dalle vigne nostrane al Messico, le vacanze che fanno bene.

sabato 10 marzo 2012

LA MIA VITA CON FANNY

Come una levriera ha cambiato la mia esistenza
(articolo scritto per il 1 numero di Terra mensile da ieri in edicola)

Una volta, per dire che uno se la passava male, si usava l'espressione: “vita da cani”. Adesso guardo la mia levriera sdraiata sul tappeto dopo aver appena cenato che sonnecchia tranquilla e penso: “Guarda che vita beata! Pranzo e cena assicurati, cure mediche, passeggiatina e nessuna necessità di lavorare. Vita da cani, vita beata....”. Sarà vero? O è solo che me la la cavo con le scatolette, un giretto dell'isolato e metto a posto la coscienza?

Da quando Fanny, levriera saluki di sette anni, vive con me non ne sono più così certo. La guardo mentre dorme con l'occhio chiuso ma vigile e penso: ma quanto sarà noiosa la sua vita sul tappetino di casa? Quanto le darà noia il fumo del mio dannato toscano? Quanto le sembrerà pallosa questa esistenza tra ciotola e strapuntino, giretto del vicolo e qualche carezza? La mia vita col cane ha cambiato la mia esistenza.
Da quando ho intercettato la sua coscienza di essere vivente, da quando alle sole coccole ho sostituito i discorsi, da quando io e il cane ci confidiamo i guai o le gioie della nostra esistenza, Fanny mi è apparsa sotto un'altra luce: quella della sua anima.

Ho avuto cani per tutto il corso della mia vita senza mai averli scelti, comprati, salvati da un canile. Ho sempre cercato di tenerli a distanza perché, sotto sotto, capivo che avrebbero limitato la mia libertà di movimento e, soprattutto, che avrei corso il rischio di amarli. Ho avuto un gatto di provenienza stradale, quand'ero adolescente, che è morto in battaglia e avevo giurato che non avrei più voluto animali. Il fatto è che gli animali sono attratti da me. Mi cercano e mi seducono. Così è avvenuto con Fanny.

Un levriero saluki è un cane nobile di origine beduina. Un cane dei deserti, dice quel poco che si riesce a trovare su di loro, che è in realtà il capostitpite di tutti i corridori a quattro zampe. Dal saluki deriva il pastore afgano, il grande borzoi russo e le decine di incroci con cui, soprattutto gli inglesi – colonizzatori per eccellenza di territori e comunità - hanno popolato il mondo con razze selezionate. Non ho scelto Fanny perché è un cane di razza. Me lo hanno regalato e ha anzi saputo farsi perdonare il pedigree. I nobili, specie quando esibiscono una sfilza di cognomi (“che, sai, non mi stanno nemmeno tutti sulla carta d'identità...”) o quando vi mostrano l'albero genealogico dove scorre il loro sangue blu, possono diventare stucchevoli e noiosi. Ma Fanny è diversa. Non esibisce il suo nome per intero (Kanyamakan saluki) né i magnanimi lombi da cui è stata partorita. Adora i meticci di colore nero o i cani da cascina (che per intendersi assomigliano ai jack russel) che le piace provocare inchinandosi davanti e mimando la corsa di gioco. E' un cane nobile nell'animo. Che mi ha insegnato anche a stare attento alle parole che uso (bastardi? No, meticci. Bastardo sarai tu!).

Il saluki è un cane da guardia e da caccia. Un avvocato che frequenta il mio quartiere mi ha spiegato che stanno sulle case a tetto piatto del deserto, e forse davanti alle tende dei nomadi, e scrutano l''orizzonte. Il loro compito è avvisare dell'arrivo di uno straniero. Sta poi al beduino scegliere se aprire la porta o aprire il fuoco. Fa lo stesso in casa mia (ma non sono armato). Appena sente un rumore abbia e mi mette in guardia. Se accolgo l'ospite con un abbraccio, si acquieta. Se è qualcuno che vuole convincermi a cambiare gestore di luce, acqua, gas, telefono, ringhia sommessamente finché la porta non si richiude. Dicono che il beduino ortodosso faccia bere il saluki all'oasi prima di sua moglie. Ma questa è un'altra storia.

E' pensando al deserto che ho scoperto che un cane ha anche dei diritti. Uno dei suoi diritti è che dovrebbe correre. Che i confini del mio salotto sono assai più ristretti di quelli di un'anima libera che nel suo dna possiede il ricordo di spazi infiniti. Oggi il luogo della sua origine si trova forse tra Irak Siria e faceva parte della Grande Persia. Gli iraniani lo considerano il loro cane nazionale, scippato, come il petrolio e altri diritti, dall'Union Jack. Suo cugino primo, il levriero afgano, è invece un cane pastore. Ormai in Afghanistan non ne esistono più: spazzati via da trent'anni di guerra e dallo scippo di tesori - dai monili ai cani - che, in sei lustri di razzie, hanno spazzolato il Paese dell'Hindukush. Cane nobile per diritto di sangue e di cittadinanza, il levriero afgano era esclusiva proprietà del re. Potevi tenerlo per accudire il gregge, ma non potevi venderlo. Fartelo razziare si.

Ho scoperto dei diritti di un cane avendo a che fare con altri umani nei luoghi pubblici. In alcuni ristoranti non la fanno entrare, al cinema non si può, alla Rai – dove conduco un programma radiofonico – è vietato l'ingresso a cani e bambini. La lasci a casa, no?, dice chiunque. Ma la mia saluki piange se resta a casa da sola (come tutti i cani). E non è solo che mi commuovo. Poiché per il programma alla radio esco alle 5 del mattino, un coinquilino che l'ha sentita guaire - dei lunghi ululati strazianti - mi ha accusato di far le ore piccole abbandonando il cane a casa. Con minaccia di denuncia al telefono azzurro.

L'alternativa è lasciarla in macchina. Per il cane è un luogo sicuro e conosciuto ma adesso che sto pensando a comprarmi un riksciò, per non dover rinunciare alla bici e nemmeno al cane, la radio, certi ristoranti e il cinema restano un tabù. Che viola i diritti di Fanny e miei perché ci vieta di stare assieme. Per Fanny separarsi da me è un dolore vero e profondo. Come fare?

Per la radio uso la macchina. Sto via un'oretta e lei si rassegna. La cosa è ciclica dunque sa che tornerò. Al cinema ho rinunciato. Ho letto che a Roma ne esiste uno anche per cani. Ma che film daranno? Sul ristorante però mi impunto. E la legge potrebbe darmi ragione.

Si chiama “Accesso libero degli animali in tutti i luoghi pubblici, aperti al pubblico e nei pubblici esercizi istituzione di aree verdi e spazi pedonali animal friendly” l'ordinanza dell'allora ministro Michela Brambilla che, concordata con l'Anci, l'Associazione di Comuni italiani, tutela il diritto di esistere di Fanny. Ovviamente un'ordinanza non è una legge ed è necessario che il singolo Comune la adotti. Ma in molti casi il proprietario non lo sa o finge di ignorarlo. Bisogna insomma sapere se la vostra città, il vostro Comune, ha adottato l'ordinanza che è molto chiara come potete vedere nel box a fianco. E leggete bene: “Il titolare di un esercizio può presentare all’ufficio competente …… motivata istanza di autorizzazione per limitare l’accesso degli animali, sulla base di concrete esigenze di tutela igienico sanitaria sussistenti nel caso di specie; in caso di accoglimento dell’istanza l’esercente deve apporre specifico avviso”. E' lui che deve motivare, non voi. Non sarà il caso di aprire un contenzioso in tribunale ma se l'esercente fa il duro e l'ordinanza c'è, fatelo anche voi. Se siete di buon animo esibite la legge. Se siete perfidi chiamate la guardia. E se la guardia non è al corrente, bene, chiamate il sindaco.

L'ordinanza recepisce tra l'altro la legge 189/2004 sul divieto di maltrattamento degli animali e sull'abbandono di animali domestici, (per saperne di più si veda ad esempio sul sito della Lav ndr) e riconosce che gli animali non sono “cose”, ma esseri senzienti. Anche il governo Berlusconi ha fatto qualcosa di buono.

Quando devo partire è un dramma. Ma ho capito che posso spiegarglielo ricorrendo, possibilmente, più o meno alle stesse rassicuranti parole: “Starai un po' con Malvina e Giovanni, tornerò presto, devo andare via e non posso portarti con me”. Mi osserva con l'aria triste e, in quel caso, non mi segue nemmeno fin sulla porta. La mia vita con il cane è un'esistenza a due che non avrei sospettato. Non serve una gran scienza e una laurea in veterinaria. A saperla ascoltare Fanny – e il vostro cane - sanno benissimo spiegare cosa vogliono.


Le foto: dal basso, Enzo Mangini 2011, durante una manifestazione per la Siria
Monika Bulaj: Fanny corre nel parco di Piazza Vittorio a Roma


Qui trovate Fanny sul sito agraria.org

venerdì 9 marzo 2012

TERRA TORNA IN EDICOLA

Dopo la lunga sospensione il giornale ecologista Terra torna in edicola in tutta Italia, e si fa mensile; da oggi, nelle principali edicole in Italia, con 68 pagine, carta ecologica, al prezzo di 4 euro. Nel primo numero intervista a Gunter Pauli, il guru della Blue economy; inchiesta sulla Costa Concordia e il business infernale delle crociere, a colloquio con Mario Tozzi; il ruolo del nucleare nelle elezioni presidenziali in Francia, l'analisi di Daniel Cohn Bendit; reportage dal Tibet che “si scioglie”; guerra e interessi economici: il caso dell'acqua minerale in Afghanistan; e poi: diritti animali, rimedi naturali per i mali di stagione.

mercoledì 21 settembre 2011

UCCISO RABBANI, L'ENNESIMO OMICIDIO ECCELLENTE

La morte, scampata in trent’anni
di battaglie, lo ha colto di sorpresa
nella sua casa nell’elitario
quartiere di Wazir Akbar Khan
dove stava incontrando due “talebani”.

Burhanuddin Rabbani
è stato ucciso - con molti altri -
da un’esplosione deflagrata nella
sua abitazione dove si era introdotto
un kamikaze.
Un colpaccio che uccide, con
lui, non solo l’uomo a capo
dell’Alto consiglio di pace, voluto
da Karzai per mettere in
piedi il processo di pacificazione
nazionale, ma uno dei grandi
vecchi della politica e della
guerra afgana. Un vero
“signore della guerra”:
a capo dell’opposizione
a Karzai tanto
abile da condizionarne
le scelte; già presidente
dell’Afghanistan
all’epoca dei mujaheddin
dopo l’occupazione
sovietica;
fondatore della Jamiat-e-islami,
la più antica e forte organizzazione
islamista; mente e compagno
di Ahmad Shah Massud,
l’uomo che Al Qaeda - o i talebani
- uccisero alla vigilia dell’11
settembre.

Chiedersi chi l’ha ucciso
non avrà una risposta semplice. Il vecchio aveva molti nemici.
Non solo tra i talebani coi
quali cercava – difficile dire come
poiché era da sempre uno
dei loro più acerrimi oppositori
– un difficile dialogo a capo
di un’istituzione bollata come
un cartello di warlord fedeli
a Karzai: uomini più di guerra
che di pace. Esiliato nel Nordest
dall’arrivo dei talebani nel 1996,
conserverà formalmente il titolo
di presidente dell’Afghanistan,
almeno per la Comunità internazionale,
sino al 2001 quando,
tornato a Kabul dopo i talebani,
rimodella il suo personaggio.
Islamista della prima ora, barba
ben curata sull’elegante chapan,
si era riciclato con facilità. Non
solo per le sue conoscenze e alleanze
ma anche grazie all’amicizia
con Massud.

Difficile dire chi lo sostituirà

sabato 3 settembre 2011

IL SILENZIO DI MONIKA E IL CHIASSO DI BABUR

“L’assenza di didascalie alle immagini di questa mostra non è una dimenticanza ma una scelta. Sono appunti muti, imbavagliati. E' la protesta contro la censura sul popolo afghano...una guerra di cui parliamo solo ai funerali dei militari o come sfondo ai gossip ministeriali”. Rimbalza dall'Italia a Kabul la presentazione, ieri a Venezia, della mostra di Monika Bulaj (Nur/Luce, appunti afghani, Palazzo Ducale) in cui la fotogiornalista, le cui cronache sconfinano nell'arte, ha scelto l'unica maniera possibile per un fotografo di polemizzare col nostro modo di (non) raccontare questo paese: didascalie mute che, sotto le immagini che svelano come l'“Afghanistan non sia solo guerra anche se la guerra la facciamo da dieci anni distruggendo equilibri e nutrendo mostri”, dicono anche, appunto senza dire, di quante lacune si.ciba il racconto di un conflitto che ormai ha stancato o che, se dev'essere ricordato, espone retorica e buoni sentimenti senza far le pulci a buoni propositi poco rispettati.

La polemica di Bulaj fa pensare che esiste dunque un altro Afghanistan. Popolato di gente comune: non eroi ma fantasmi che pure mangiano, lavorano, ridono, piangono o fanno l'amore. Tutta questa gente, assente dai nostri racconti, dunque esiste. E cosa c'è di meglio allora che andare a osservarla nel venerdi che chiude definitivamente la lunga pausa di Eid, che sembra aver fatto dimenticare un po' a tutti che qui la guerra è una maledetta quotidianità da oltre trent'anni e che in questo Paese, oltreché di proiettili, si continua a morire anche perché l'acqua è contaminata, la gente non sa come mettere d'accordo il pranzo con la cena o si salta su una mina.

Nei giardini di Babur, antica proprietà del re ora parco pubblico restaurato dalla Fondazione Aga Khan, tutto questo, almeno per un'oretta, si può dimenticare. Frotte di famiglie sciamano nella grande area verde con gli abiti della festa e qualche anguria da spolpare. Le donne non sono tante, in quest'universo perlopiù maschile che è l'Afghanistan, ma ci son bambinetti che corrono sui prati, giovinastri che giocano su qualche scacchiera, anziani dal nobile portamento che schiacciano un pisolino. Una pausa dalla guerra. La finzione che un mondo migliore è possibile. Un po' di sano chiasso invece di plumbeo silenzio. In quest'angolo di pausa dalla realtà – che pure è realtà anch'essa – scorre la vita di quei fantasmi di cui non ci occupiamo mai e che raramente vengono interrogati su quel che pensano. Didascalie mute come alle foto di Monika Bulaj.

>Anche su Terra quotidano ecologista

lunedì 29 agosto 2011

OPPIO, TERRA E GUERRA IN AFGHANISTAN


Nel giugno dell'anno scorso Viktor Ivanov, a capo del Servizio narcotici della Federazione russa, spiegò in un forum internazionale sul narcotraffico che Mosca intendeva sostenere la creazione di un archivio della proprietà terriera in Afghanistan. In altre parole la costruzione di un catasto. Che non esiste o esiste solo in forma ridotta.

Ivanov diceva dunque quel sarebbe stato opportuno spiegare diversi anni fa: come si può mettere mano al problema della produzione di oppio se non si conosce chi possiede e protegge i campi coltivati a papavero? Apparentemente una banalità ma così a lungo ignorata che il catasto afgano è ancora quello – monco – cui mise mano con un riforma, una quarantina d'anni fa, re Zaher Shah. L'ultimo monarca afgano.

In Afghanistan infatti, oltre ai “ignori della guerra” ci sono anche dei “signori della terra”, proprietari terrieri che spesso sono anche “signori della guerra”. Oppure ci sono dei signori della guerra a vario titolo (commander più o meno importanti) che, col tempo, sono diventati signori anche della terra.
Il rapporto tra terra e guerra, proprietà fondiaria e conflitto, potere (militare) sul territorio e relazioni sociali, costituiscono alcuni degli aspetti meno indagati della storia recente del Paese: lacuna che finisce per far ignorare, e/o considerare come secondario, il problema del possesso della terra, delle relazioni economiche tra possidenti, affittuari o contadini poveri e la catena di relazioni sociali connesse (non ultimo il ruolo delle donne nei matrimoni combinati e il loro valore come merce di scambio nel mondo rurale). Elementi che in un Paese eminentemente agricolo contano in maniera preponderante: la proprietà della terra e il suo controllo, sembrano invece fattori tanto importanti quanto sotto stimati e studiati, salvo rarissime eccezioni. Eppure proprio il “nuovo ordine” economico e sociale, importato in Afghanistan con la cacciata dei talebani nel 2001, ha innestato o favorito liberalizzazioni e alienazioni di beni pubblici, utilizzo del suolo (un aspetto strettamente connesso alla produzione di oppio e al narcotraffico), speculazione edilizia e occupazione di terreni demaniali in assenza quasi totale di regole e di archivi di riferimento e in un quadro di scarsa attenzione al problema della legislazione in materia di diritti di proprietà. Temi che hanno ottenuto scarsa considerazione nel processo di state-building (o rebuilding) da parte della comunità internazionale e dello stesso governo afgano.

Quanto all'oppio in sé, il problema della sua produzione ci sembra solo in parte risolvibile con strategie di eradicazione, sostituzione o monopolio di Stato delle coltivazioni, che sono i temi su cui si incentra il dibattito: affrontato in sostanza come un problema di contadini poveri che, per sfamarsi, preferiscono l'oppio alle patate. In gran parte ci sembra invece che si tratti di un nodo che ha a che vedere più con il possesso della terra che co di ruolo di agricoltori bisognosi che, il più delle volte, sono solo mezzadri, braccianti e landless. E' ai loro “padroni” che bisognerebbe guardare. E dunque al catasto - se ci fosse - che certifica proprietà e gestione della terra...(segue su Lettera22*

*Dossier pubblicato sul quotidiano "Terra"