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venerdì 15 febbraio 2013
UN NUOVO CONTENZIOSO AL MENSILE DEI VERDI
A riferirlo e' Emanuele Giordana, direttore della testata che ha rilanciato e firmato fino al numero di dicembre, e che non e' mai stato mai ufficialmente dimissionato. Il secondo e' stato nominato oggi dai due soci, la piemontese Worksys e la romana Olisistem, subentrati nel 2012 nella societa' Undicidue srl che editava 'Terra quotidiano' in seguito 'Terra mensile'".
Giordana, che figura ancora oggi come responsabile della testata sul sito internet Terra.it, ha inviato una lettera al segretario della Fnsi Franco Siddi e al presidente dei Verdi Angelo Bonelli, per informarli che l'editore del magazine ha assunto un nuovo responsabile gia' al lavoro sulla testata.
Il giornalista ha chiesto al sindacato dei giornalisti e ai Verdi un intervento censorio a tutela della sua figura professionale, giacche' l'azione dell'editore costituisce una grave violazione delle norme che regolano il rapporto di lavoro
giornalistico tra proprieta' e direttore. E ha diffidato l'editore. La nuova proprieta', che ha ereditato i debiti della Undicidue, "ha gia' incassato parte del contributo pubblico, ma io da un anno e mezzo non ricevo comunque lo stipendio", ha riferito Giordana.
Dopo i dieci numeri del 2012, il magazine green non e' piu' uscito. La testata, fin dai tempi del quotidiano, ha un contenzioso con giornalisti e poligrafici, che minacciano una richiesta di fallimento. "E' soltanto per senso di responsabilita' verso i Verdi e i giornalisti di Terra che ho diretto il mensile per dieci numeri", ha detto Giordana, "mi sarei aspettato dall'editore un atteggiamento altrettanto responsabile e non una rottamazione nemmeno comunicata per via formale". (AGI)
mercoledì 26 dicembre 2012
TERRA DI DICEMBRE
Molti di voi, guardando la copertina di questo numero di Terra, che chiude il primo anno del mensile che porta la mia firma, si saranno chiesti che senso abbia parlare di una notizia “vecchia”. Forse l’avete già letta su qualche quotidiano, in taglio basso all’inizio di dicembre, appena la notte dei lunghi coltelli si è conclusa. Ma per noi è roba che non passa, che non si dimentica una settimana o due dopo.
Insistiamo.
Come spiega da Doha il nostro inviato Emanuele Bompan, il documento finale dell’ultimo vertice sul clima – Doha Climate Gateway – conferma il Protocollo di Kyoto e inaugura un nuovo regime di negoziati per un trattato globale legalmente vincolante sul cambiamento climatico che richiederà tagli alle emissioni a tutti gli Stati membri e dovrà essere firmato entro il 2015 per diventare operativo cinque anni dopo. Diversamente dal 2009, nel nuovo regime tutti gli Stati dovranno prendere impegni concreti per la riduzione delle emissioni, e questa è la notizia buona. Quella cattiva è che il Doha Gateway è un involucro vuoto perché, per dirla con il Climate Action Network, una rete di oltre settecento organizzazioni
non-governative, il «framework Onu per il clima ha fallito nel trovare soluzioni concrete per tagliare le crescenti emissioni di CO2, né ha individuato una strategia per movimentare 100 miliardi all’anno entro il 2020 per aiutare i Paesi più poveri ad affrontare il cambiamento climatico» e non c’è nemmeno una roadmap da qui al 2015.
Possiamo far finta di nulla sino ad allora? L’abitudine ai fallimenti in fatto di clima è la notizia peggiore del 2012, che si conclude con due vertici internazionali e una manciata di fragili promesse. Non è un augurio di buon anno. Non è un anno buono nemmeno per l’Ilva e neppure per chi ha la memoria corta. Come nel caso di Bruno Ferrante, per fare un esempio, che fu candidato alle primarie a Milano con un programma green, le vinse pure ma poi fu stracciato da Letizia Moratti. Verrebbe voglia di dire “meglio così”.... Segue su TerraMensile
venerdì 30 novembre 2012
TERRA IN EDICOLA DEDICATO AL RAPPORTO SENTIERI
IL 18 Settembre scorso i giornalisti italiani hanno l’occasione di avere
tra le mani un estratto del rapporto sentieri, studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio inquinamento.
L’intero rapporto però rimane nel cassetto e soltanto in ottobre il dossier viene
reso noto. Ma l’attenzione si focalizza solo sui dati che riguardano Taranto.
L’esitazione nel tirare fuori il rapporto dal cassetto, dipendeva proprio da
quell’argomento molto sensibile in un momento in cui il caso Taranto era sotto i riflettori (sotto i quali è continuato a restare).
L’effetto fu però che l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media, degli analisti si concentrò solo sull’area territoriale pugliese. Ma Sentieri dice ben altro: ad esempio che tra il 1995 e il 2002 la crisi ambientale del nostro territorio ha ucciso 10mila persone e che altrettanti potremmo rischiare di contarne a breve se non si interviene rapidamente. I dati raccapriccianti di una ricerca che analizza «la mortalità delle popolazioni residenti in prossimità di una serie di grandi centri industriali attivi o dismessi, delle aree oggetto di smaltimento di rifiuti industriali o pericolosi,che presentano un quadro di contaminazione ambientale e di rischio», ci dicono che in Italia ci sono molte altre Taranto. Dove vivono ben cinque milioni di persone. Quando inizieremo a metterci mano?
L'editoriale del numero di Novembre segue su Terra, mensile ecologistalunedì 17 settembre 2012
TERRA E LA FERRIERA DI SERVOLA
Durante il dibattito la proposta di Terra (che sarà in edicola il 20 settembre) davanti al Sindaco sindacati, associazioni ambientaliste e semplici cittadini, si è articolata in due punti:
il primo è che la questione Ferriera deve essere ricondotta a un tavolo nazionale che coinvolga il governo e dunque lo Stato per risolvere sia il problema dell'inquinamento ambientale, che tocca la salute dei cittadini triestini, sia il problema dell'occupazione degli oltre 500 operai impiegati dalla Ferriera. Se la vicenda Ferriera resta un “caso Servola” e non diventa, come a Taranto, un “caso Italia”, il rischio di uscirne male esiste per tutti: cittadini, operai enti locali
il secondo è che a questo tavolo dovranno sedere le associazioni della società civile (Nosmog in primis) che in questi anni si sono battute per sfondare il muro di gomma che circonda il caso della Ferriera. Non semplici “uditori” ma attori con diritto di parola e di interventoIl sindaco, Roberto Cosolini, che non ha escluso un'ordinanza che limiti la produzione della Ferriera e che non si è sottratto a un incontro dove, per forza di cose, era l'indiscusso protagonista (in un ruolo oggettivamente difficile), si è detto d'accordo con le due proposte fatte dal nostro giornale e ha preso l'impegno, dopo aver già chiesto un incontro al governo, di sollecitarne uno nuovo. Non ha dato però scadenze sulla possibile ordinanza che il Comune sta valutando.
Alla partecipatissima riunione pubblica erano presenti esponenti di Legambiente, Wwf e Verdi oltre alla Cisl, al sindacato autonomo, a Sel e a diversi assessori o ex assessori di Tireste e dell'intera regione
domenica 20 maggio 2012
TERRA IN EDICOLA
SPECIALE ENERGIA sul terzo numero del mensile TerraDall’Italia a Bruxelles, fino alle piccole Canarie: fonti fossili alla riscossa. INCHIESTA L’impatto ambientale delle cialde di caffè non riciclabili. INNOVAZIONE Nasce a Trento la nostra Silicon Valley. FOTOGRAFIA World Press Photo 2012, scatti da un pianeta che soffre. REPORTAGE Viaggio nel Pakistan afflitto dalle alluvioni. ECOTURISMO Dalle vigne nostrane al Messico, le vacanze che fanno bene.
giovedì 10 maggio 2012
NON DIMENTICARE IL CASO BIANZINO
Per quelli che non l'avessero ancora letto, posto la parte finale del mio articolo sulla vicenda del povero Aldo Bianzino, uscito sul numero 2 di Terra (il n.3 sarà in 3 edicola a giorni). E' una storia pazzesca che si è appena arricchiata di alcune terribili novità. Per la procura di Perugia il falegname di Pietralunga morì per cause naturali nella prigione di Capanne una notte del 2007. Ma i conti non tornano. Una fotografia e molti altri particolari dicono che quell’ipotesi non reggeIl caso è chiuso? Il padre di Aldo, Giuseppe Bianzino, non la pensa così e vuole fare di tutto perché il ricordo di suo figlio non si chiuda sotto un muro di silenzio rotto solo da amici o dai Radicali. Con la stessa carica di dubbio dell'ottobre di cinque anni fa ma con almeno tre elementi in più. Quasi tutti emersi nella penultima udienza, in gennaio, e che hanno messo a nudo, clamorosamente, la fragilità della decisione di archiviare. Facciamo un passo indietro.
Bianzino entra in prigione venerdi 12 ottobre in condizioni fisiche normali. Ma la mattina di domenica 14 viene rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta e, sebbene sia ottobre inoltrato, Aldo indossa solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. La notte si è lamentato ma solo al mattino viene trasportato fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti non vedano. Un medico dirà di non riuscire a spiegarsi per quale motivo sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell’infermeria ancora chiusa poiché, in altri casi, l'intervento del soccorritore – com'è logico - avviene direttamente in cella. Si tenta dunque la rianimazione effettuando il massaggio cardiaco: uno dei punti – l'abbiamo già rilevato - più oscuri dell'intera vicenda. Le indagini dopo la sua morte riveleranno subito che si riscontrano “…lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica…”. L'inchiesta però esclude proprio quell'emorragia traumatica e sposa la tesi dell'aneurisma. Viene aperto un procedimento nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. Del resto, se Aldo è morto per lo scoppio di un aneurisma cerebrale, si esclude automaticamente l'omicidio. Resta quel fegato “strappato” dalla sede naturale sul quale la letteratura medica è avarissima di casi in cui ciò possa essere avvenuto a seguito di un massaggio cardiaco. Si archivia. Ma ecco che nel recente processo alla guardia, nell'udienza del 16 gennaio scorso, emergono elementi nuovi.I tre punti oscuri
L'aneurisma che non c'è. Tutta l'ipotesi dell'archiviazione si basa sull'esistenza di un aneurisma che viene ampiamente documentato dai consulenti del pm Anna Aprile e Luca Lalli in una minuta documentazione del 2008, nella quale si vedono (figura1) le parti smembrate del cervello di Bianzino. A pag 20 del loro dossier mostrano un'altra immagine (figura2) dove viene fotografata una sezione del cervello con, cerchiata in rosso, la <<“malformazione” vascolare aneurismatica origine del sanguinamento>>, come riportato nella didascalia. Ovvio che le due figure vengano messe in relazione. Ma non è così. Il fotogramma 2, con tanto di cerchio rosso, non è del cervello di Bianzino. E' materiale d'archivio! Tanto che, interrogata dal giudice, la professoressa Aprile spiega che: Noi non abbiamo riscontrato l'aneurisma, ma abbiamo riscontrato dei vasi con delle caratteristiche alterate, che ben si correlano con l'ipotesi di una rottura, diciamo, spontanea. Insomma quella immagine era nulla più che letteratura medica per, diciamo, mettere in relazione vasi con delle caratteristiche alterate, che ben si correlano con l'ipotesi di una rottura, diciamo, spontanea...Insomma l'aneurisma per cui Bianzino morì, nel suo cervello non ci sarebbe o almeno non è così visibile da poterne fare un fotogramma che non lasci ombra di dubbio (i corsivi sono nostri).Il fegato che sanguina. I medici rilevano che attorno al fegato di Aldo ci sono 280 cl di sangue, in una parola un terzo di litro. Quella fuoriuscita di sangue sarebbe dovuta dalla pressione esercitata durante la rianimazione. Ma allora Bianzino era già morto. Oltre ai dubbi già sollevati, anche le spiegazioni tecniche lasciano aperte molte porte. Ancora Aprile davanti al giudice: Arresto cardiaco o non arresto cardiaco, lesione in vita o lesione in morte, l'immagine che si deve avere rispetto a questa azione di compressione a livello locale è quella di una spugna. Il fegato è pieno di sangue.... Anche il magistrato ha un momento di apparente perplessità: <<...si ecco, riguardo a questo punto, però, la manovra rianimatoria ha come punto di riferimento il cuore, ecco, più che il fegato....>>, commenta in aula. La perplessità rimane tutta. Possibile che due esperti rianimatori, pur eccitati dal desiderio di salvare un uomo (già morto), gli facciano a pezzi il fegato tanto da far uscire poco meno di mezzo litro di sangue? La rianimazione (sul cuore) durò almeno venti minuti. E qui sta l'altro punto debole. Non ve n'è traccia.
Il video che non c'è. Il carcere ha ovviamente un sistema di telesorveglianza. Non riprende in maniera continuativa; lo fa a spezzoni. Ma sicuramente non a intervalli di venti minuti, altrimenti il carcere di Capanne sarebbe un colabrodo di evasioni o atti illegali consumati al riparo di occhi indiscreti. Eppure, tra tutte le immagini acquisite di quella maledetta notte, non vi è un solo fotogramma in cui appaia Bianzino nel corridoio dove si cercò di rianimarlo. Può darsi che Giuseppe Bianzino sia un uomo ottenebrato dal dolore, che veda nero dov'è bianco o ingrandisca e diminuisca a suo piacere. Ma i fatti sono fatti. Sia quando ci sono, come il sangue fuoriuscito, sia quando non ci sono (l'aneurisma o i fotogrammi del carcere). Quello che c'è in abbondanza sono gli elementi per cui quel caso dovrebbe uscire dalla casella “archiviato” dove è stato, forse troppo rapidamente, riposto.
giovedì 12 aprile 2012
ANCORA SUL CASO DI ALDO BIANZINO
Leggi l'anticipazione su Lettera22
Vai al sito del mensile Terra
sabato 10 marzo 2012
LA MIA VITA CON FANNY
(articolo scritto per il 1 numero di Terra mensile da ieri in edicola)
Una volta, per dire che uno se la passava male, si usava l'espressione: “vita da cani”. Adesso guardo la mia levriera sdraiata sul tappeto dopo aver appena cenato che sonnecchia tranquilla e penso: “Guarda che vita beata! Pranzo e cena assicurati, cure mediche, passeggiatina e nessuna necessità di lavorare. Vita da cani, vita beata....”. Sarà vero? O è solo che me la la cavo con le scatolette, un giretto dell'isolato e metto a posto la coscienza?
Da quando Fanny, levriera saluki di sette anni, vive con me non ne sono più così certo. La guardo mentre dorme con l'occhio chiuso ma vigile e penso: ma quanto sarà noiosa la sua vita sul tappetino di casa? Quanto le darà noia il fumo del mio dannato toscano? Quanto le sembrerà pallosa questa esistenza tra ciotola e strapuntino, giretto del vicolo e qualche carezza? La mia vita col cane ha cambiato la mia esistenza.Da quando ho intercettato la sua coscienza di essere vivente, da quando alle sole coccole ho sostituito i discorsi, da quando io e il cane ci confidiamo i guai o le gioie della nostra esistenza, Fanny mi è apparsa sotto un'altra luce: quella della sua anima.
Ho avuto cani per tutto il corso della mia vita senza mai averli scelti, comprati, salvati da un canile. Ho sempre cercato di tenerli a distanza perché, sotto sotto, capivo che avrebbero limitato la mia libertà di movimento e, soprattutto, che avrei corso il rischio di amarli. Ho avuto un gatto di provenienza stradale, quand'ero adolescente, che è morto in battaglia e avevo giurato che non avrei più voluto animali. Il fatto è che gli animali sono attratti da me. Mi cercano e mi seducono. Così è avvenuto con Fanny.
Un levriero saluki è un cane nobile di origine beduina. Un cane dei deserti, dice quel poco che si riesce a trovare su di loro, che è in realtà il capostitpite di tutti i corridori a quattro zampe. Dal saluki deriva il pastore afgano, il grande borzoi russo e le decine di incroci con cui, soprattutto gli inglesi – colonizzatori per eccellenza di territori e comunità - hanno popolato il mondo con razze selezionate. Non ho scelto Fanny perché è un cane di razza. Me lo hanno regalato e ha anzi saputo farsi perdonare il pedigree. I nobili, specie quando esibiscono una sfilza di cognomi (“che, sai, non mi stanno nemmeno tutti sulla carta d'identità...”) o quando vi mostrano l'albero genealogico dove scorre il loro sangue blu, possono diventare stucchevoli e noiosi. Ma Fanny è diversa. Non esibisce il suo nome per intero (Kanyamakan saluki) né i magnanimi lombi da cui è stata partorita. Adora i meticci di colore nero o i cani da cascina (che per intendersi assomigliano ai jack russel) che le piace provocare inchinandosi davanti e mimando la corsa di gioco. E' un cane nobile nell'animo. Che mi ha insegnato anche a stare attento alle parole che uso (bastardi? No, meticci. Bastardo sarai tu!).
E' pensando al deserto che ho scoperto che un cane ha anche dei diritti. Uno dei suoi diritti è che dovrebbe correre. Che i confini del mio salotto sono assai più ristretti di quelli di un'anima libera che nel suo dna possiede il ricordo di spazi infiniti. Oggi il luogo della sua origine si trova forse tra Irak Siria e faceva parte della Grande Persia. Gli iraniani lo considerano il loro cane nazionale, scippato, come il petrolio e altri diritti, dall'Union Jack. Suo cugino primo, il levriero afgano, è invece un cane pastore. Ormai in Afghanistan non ne esistono più: spazzati via da trent'anni di guerra e dallo scippo di tesori - dai monili ai cani - che, in sei lustri di razzie, hanno spazzolato il Paese dell'Hindukush. Cane nobile per diritto di sangue e di cittadinanza, il levriero afgano era esclusiva proprietà del re. Potevi tenerlo per accudire il gregge, ma non potevi venderlo. Fartelo razziare si.
Ho scoperto dei diritti di un cane avendo a che fare con altri umani nei luoghi pubblici. In alcuni ristoranti non la fanno entrare, al cinema non si può, alla Rai – dove conduco un programma radiofonico – è vietato l'ingresso a cani e bambini. La lasci a casa, no?, dice chiunque. Ma la mia saluki piange se resta a casa da sola (come tutti i cani). E non è solo che mi commuovo. Poiché per il programma alla radio esco alle 5 del mattino, un coinquilino che l'ha sentita guaire - dei lunghi ululati strazianti - mi ha accusato di far le ore piccole abbandonando il cane a casa. Con minaccia di denuncia al telefono azzurro.L'alternativa è lasciarla in macchina. Per il cane è un luogo sicuro e conosciuto ma adesso che sto pensando a comprarmi un riksciò, per non dover rinunciare alla bici e nemmeno al cane, la radio, certi ristoranti e il cinema restano un tabù. Che viola i diritti di Fanny e miei perché ci vieta di stare assieme. Per Fanny separarsi da me è un dolore vero e profondo. Come fare?
Per la radio uso la macchina. Sto via un'oretta e lei si rassegna. La cosa è ciclica dunque sa che tornerò. Al cinema ho rinunciato. Ho letto che a Roma ne esiste uno anche per cani. Ma che film daranno? Sul ristorante però mi impunto. E la legge potrebbe darmi ragione.
Si chiama “Accesso libero degli animali in tutti i luoghi pubblici, aperti al pubblico e nei pubblici esercizi istituzione di aree verdi e spazi pedonali animal friendly” l'ordinanza dell'allora ministro Michela Brambilla che, concordata con l'Anci, l'Associazione di Comuni italiani, tutela il diritto di esistere di Fanny. Ovviamente un'ordinanza non è una legge ed è necessario che il singolo Comune la adotti. Ma in molti casi il proprietario non lo sa o finge di ignorarlo. Bisogna insomma sapere se la vostra città, il vostro Comune, ha adottato l'ordinanza che è molto chiara come potete vedere nel box a fianco. E leggete bene: “Il titolare di un esercizio può presentare all’ufficio competente …… motivata istanza di autorizzazione per limitare l’accesso degli animali, sulla base di concrete esigenze di tutela igienico sanitaria sussistenti nel caso di specie; in caso di accoglimento dell’istanza l’esercente deve apporre specifico avviso”. E' lui che deve motivare, non voi. Non sarà il caso di aprire un contenzioso in tribunale ma se l'esercente fa il duro e l'ordinanza c'è, fatelo anche voi. Se siete di buon animo esibite la legge. Se siete perfidi chiamate la guardia. E se la guardia non è al corrente, bene, chiamate il sindaco.L'ordinanza recepisce tra l'altro la legge 189/2004 sul divieto di maltrattamento degli animali e sull'abbandono di animali domestici, (per saperne di più si veda ad esempio sul sito della Lav ndr) e riconosce che gli animali non sono “cose”, ma esseri senzienti. Anche il governo Berlusconi ha fatto qualcosa di buono.
Le foto: dal basso, Enzo Mangini 2011, durante una manifestazione per la Siria
Monika Bulaj: Fanny corre nel parco di Piazza Vittorio a Roma
Qui trovate Fanny sul sito agraria.org


