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mercoledì 9 gennaio 2019

Violenze nel Rakhine*

L'Ufficio di presidenza del Myanmar ha accusato lunedi l'esercito dell'Arakan ( Arakan Army/AA) - un gruppo armato dello Stato occidentale del Rakhine responsabile degli attacchi della scorsa settimana a quattro avamposti della polizia birmana - di legami con l'Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), il gruppo armato rohingya che il governo birmano ritiene un’organizzazione terroristica. La notizia è apparsa lunedi anche sul quotidiano birmano Irrawaddy e non proviene dall’establishment militare ma dall’ufficio di presidenza dove la stessa Aung San Suu Kyi ha molta influenza. Una dichiarazione che, nel legare due episodi e due gruppi del tutto diversi, tende a mettere sotto la stessa luce – di fatto quella del terrorismo – episodi che non sembrano in realtà avere legame. La denuncia birmana appare per ora soprattutto una supposizione che sarebbe però basata su fonti di intelligence.

La lotta dell’Arakan Army, nato nel 2009 e fazione armata della United League of Arakan (Ula), il cui scopo dichiarato è la protezione della minoranza arakanese (e buddista) del Rakhine, non è una novità nello Stato al confine col Bangladesh ma non ha mai avuto nulla a che vedere con la questione rohingya. AA ha invece una solida alleanza con l'Esercito per l'indipendenza Kachin (Kia) e avrebbe tra 1.500 e 2.500 soldati in gran parte formati proprio dagli uomini del Kia. Recentemente ha ripreso i combattimenti nell’area settentrionale dello Stato federato e il 4 gennaio si è avuta la notizia della morte di 13 poliziotti e del ferimento di altri nove in attacchi contro posti di polizia nell'area di Buthidaung, nel Nord Rakhine. Quattro postazioni sarebbero state attaccate e, secondo le autorità, l’attacco avrebbero coinvolto centinaia di combattenti AA all’alba dello scorso venerdi.

I combattimenti hanno già avuto un effetto devastante sulle comunità locali della zona costringendo,
secondo fonti Onu, almeno 2.500 civili a lasciare le proprie case. Negli incidenti di venerdi, il gruppo ribelle aveva sequestrato anche 14 membri delle forze di sicurezza, 12 dei quali sarebbero poi stati però liberati. Secondo il portavoce dell’AA, gli attacchi non sarebbero che una risposta a un'offensiva militare di Tatmadaw – l’esercito birmano - che avrebbe preso di mira anche i civili.

Secondo un portavoce della presidenza, responsabili di AA e di Arsa si sono incontrati a Ramu, in Bangladesh, nel luglio dello scorso anno saldando dunque un’alleanza tra autonomisti buddisti e autonomisti rohingya e distribuendosi le aree di controllo: quelle a Ovest della catena montuosa Mayu (vicina al Bangladesh) sarebbero sotto il controllo dell'Arsa, mentre le aree a Est ricadrebbero sotto la giurisdizione dell’AA. Secondo i birmani, che lo hanno ufficialmente comunicato a Dacca, entrambi i gruppi avrebbero basi in Bangladesh e sarebbero legati al narcotraffico nella regione (in particolare delle pillole “yaba” un mix di metanfetamina e caffeina). Secondo il Myanmar i recenti attacchi non sarebbero dunque che l’effetto di questa saldatura dei due fronti ribelli che combattono il governo di Naypyidaw. AA ha respinto al mittente le accuse, sia per quanto riguarda il narcotraffico sia per quanto riguarda l’alleanza con Arsa.

La situazione nel Rakhine torna dunque a essere incandescente al di là della questione della minoranza musulmana rohingya espulsa un anno e mezzo fa con numeri importanti: oltre 700mila persone infatti sono scappate dal Myanmar attraversando la frontiera col Bangladesh dove adesso si trovano senza che vi siano le condizione di un loro rimpatrio sicuro.

* Questo articolo è uscito ieri su il manifesto

giovedì 14 settembre 2017

Catastrofe sui rohingya

Si aggiungono sempre nuovi campi profughi
come spiega l'infografica di Al Jazeera. Sianmo a quota 380mila
E' forse stata anche la decisione di Aung San Suu Kyi di non partecipare alla prossima Assemblea dell'Onu a New York a scuotere nuovamente il Palazzo di Vetro sulla questione rohingya. Il segretario generale Antonio Guterres, che già aveva preso posizione nei giorni scorsi ma non si era spinto così avanti, ha usato ieri parole forti: la situazione di questa minoranza si avvia ad essere “catastrofica” e sono “completamente inaccettabili” le azioni dei militari birmani che devono essere sospese. Le parole di Guterres – e nel linguaggio della diplomazia a volte anche un solo termine o un rafforzativo fanno la differenza - segnano un livello sempre più alto nell'asticella che registra gli umori della comunità internazionale e la sensibilità delle agenzie umanitarie – dell'Onu e non – che non riescono a fare il proprio lavoro per dare sollievo alla minoranza rohingya – circa 380mila persone – che nel giro di due settimane sono scappate dal Myanmar. Fuggite per la “spropositata reazione” (sono ancora parole dell'Onu) delle forze dell'ordine birmane all'attacco di un gruppo armato rohingya il 25 agosto scorso a diversi posti di polizia. Il crescendo è iniziato con le dichiarazioni dell'inviato speciale per il Myanmar, la docente coreana Yanghee Lee, che di fatto non ha potuto fare la sua inchiesta. Poi, Zeid Ra'ad Al Hussein – Alto commissario per i diritti umani – ha usato senza girarci troppo intorno la locuzione “pulizia etnica”. Anzi, una pulizia etnica – ha detto – “da manuale”.

domenica 3 settembre 2017

Rohingya/Rakhine. Chi ha appiccato il fuoco? (aggiornato)*

La bandiera dei secessionisti. Per il governo
sono loro ad aver distrutto migliaia di case
Mentre il Programma alimentare dell’Onu ha deciso di sospendere gli aiuti nello Stato birmano del Rakhine dove, dal 25 agosto, infuria l’ennesimo pogrom contro la minoranza rohingya, i militari del Myanmar hanno innescato anche una guerra di numeri. Fonti governative hanno tracciato un bilancio di 2.625 case date alle fiamme nei villaggi di Kotankauk, Myinlut e Kyikanpyin e in due distretti. Ma sarebbero case incendiate dall’Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army), il gruppo armato definito “terrorista” responsabile degli attacchi di agosto. Un conteggio che non risponde a quanto affermano le testimonianze degli sfollati e le ricerche di Human Rights Watch che accusano i militari della responsabilità degli incendi: «Nuove immagini mostrano la totale distruzione di un villaggio musulmano e fanno crescere seriamente la preoccupazione che tale stato di devastazione nel Nord del Rakhine possa essere ben più vasto di quanto credevamo», ha detto alla Reuters Phil Robertson il vicedirettore Asia dell’organizzazione. In quel villaggio il 99% degli edifici è andato in fumo.

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati il bilancio di chi è in fuga verso il Bangladesh ha ormai sfondato quota 58mila sabato e quota 75mila domenica e fa pensare che il pogrom sia di proporzioni ancora più vaste di quello dell’ottobre scorso, quando in migliaia scapparono verso il Paese vicino. Ma oggi le condizioni sono cambiate e il Bangladesh oppone resistenza per evitare un’altra invasione di profughi in un Paese dove povertà e sovrappopolazione sono due costanti. La gente resta dunque intrappolata nella no man’s land tra i due Paesi mentre il flusso alla frontiera non si arresta.

martedì 29 agosto 2017

Rohingya, fuga senza fine

 Sembra che si chiami Francesco Bergoglio l’ultima speranza dei Rohingya, minoranza musulmana in fuga dal suo Paese e ora respinta sia dal Bangladesh che ha chiuso le frontiere sia dall’India che ne minaccia l’espulsione. Ma il pontefice, che dopo aver ricordato all’Angelus la tragedia birmana e fatto sapere a sorpresa ieri mattina che andrà in Myanmar e in Bangladesh, inizierà il suo viaggio solo il 27 novembre: mancano tre mesi, un tempo sufficiente a ridurre al minimo questa minoranza ormai così vessata e strangolata dalla violenza che ormai i suoi numeri in Myanmar sono ridotti al lumicino.