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martedì 26 novembre 2019

Il nuovo Grande Gioco allargato attorno all’Afghanistan

Il 19 ottobre la Commissione elettorale indipendente (Iec) avrebbe dovuto annunciare i risultati preliminari del voto presidenziale del 28 settembre scorso ma, come molti pensavano, ha posposto la data a un futuro indeterminato. Tutto è labile e fragile in questo Paese, e le elezioni non fanno eccezione. Come fa notare Afghanistan Analysts Network, il più accreditato centro di ricerca indipendente locale, la Commissione ha resi noti diversi aggiornamenti sull’affluenza alle urne, due dei quali sulla pagina Facebook di uno dei commissari (l’ultimo dà quasi 2,7 milioni su 9,6 aventi diritto).

Un modo per rendere noto che i dati ufficiali sul flusso elettorale ancora non sono completi ma anche un modo piuttosto inusuale per far sapere e non sapere com’è andato il voto, a parte la bassa affluenza. La confusione non ha fatto che aumentare sospetti e accuse di brogli che, come da copione, abbondano. E comunque, attestando un’affluenza parziale inferiore al 30%, il bilancio è davvero scadente: oltre il 10% in meno rispetto alle politiche del 2018 che già avevano registrato una partecipazione bassa ma comunque vicina al 40% con punte del 75% (Bamyan, ora al 49) o anche dell’80% (Daykundi, ora al 68)... (continua su AspeniaOnline)

sabato 22 aprile 2017

Trump vs Putin via Kabul

La bomba americana GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast (Moab), sganciata giovedì 13 aprile, ha colpito sì il distretto di Achin della provincia orientale afgana del Nangarhar, ma lo sguardo degli osservatori vi ha colto un messaggio rivolto ad altri. In particolare, alla Corea del Nord, uno dei punti di tensione più elevati del continente asiatico.

Una serie di apparenti coincidenze invita però a una riflessione d’altro tipo che forse può essere utile considerare. E che fa dell’Afghanistan, ancora una volta, non solo uno dei maggiori terreni di scontro col terrorismo di matrice islamica – obiettivo dell’azione – ma anche il teatro di un confronto tra due potenze in contrapposizione su varie caselle dello scacchiere geopolitico internazionale: gli Stati Uniti e la Russia.

Il 13 aprile non era infatti un giorno come un altro, ma la vigilia della terza Conferenza sul futuro dell’Afghanistan organizzata dal Cremlino nella capitale russa. Nelle due tornate precedenti la diplomazia di Vladimir Putin aveva convocato solo alcuni attori regionali ed era assente il protagonista principale – l’Afghanistan. Il 14 aprile doveva invece segnare il vero e proprio rientro sulla scena afgana della Russia - dopo l'uscita dell’URSS da quel Paese nel 1989, dieci anni dopo l’invasione e nel momento in cui l’impero sovietico si avviava alla disintegrazione.

Per diversi anni i russi hanno tenuto un profilo molto basso sull’Afghanistan, limitandosi a criticare in qualche intervista l’intervento della Nato e, soprattutto, a mettere in guardia l’Occidente sui rischi insiti nella “tomba degli imperi”, come l’Afghanistan è stato più volte soprannominato per la capacità di infliggere sconfitte militari agli eserciti più forti. Ma negli ultimi tre-quattro anni Mosca ha tentato, con qualche successo, di riaffaccciarsi sulla scena: promesse d’aiuto e regali di armamenti hanno accompagnato una morbida e sottile offensiva diplomatica con le autorità di Kabul....(segue)


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mercoledì 20 maggio 2015

La guerra di Daesh per il Khorasan

Esiste un pericolo Daesh in Afghanistan e Pakistan? A sentire il presidente afgano Ashraf Ghani, non solo esiste ma sottovalutarlo sarebbe molto rischioso. Quanto al Pakistan, il ministero degli Esteri di Islamabad il 25 febbraio scorso ne ha ammesso l'esistenza ma solo venti giorni dopo, a metà marzo, il capo della diplomazia pachistana Nisar sosteneva che non c'è traccia di Stato islamico nel Paese dei puri. Se esercita un fascino sui talebani pachistani (secondo un rapporto del governo provinciale del Belucistan dell'ottobre 2014 il califfato aveva tentato il reclutamento di 3mila guerriglieri) i cugini afgani, nemici giurati del califfato per questioni ideologiche, teologiche, strategiche e di concorrenza, ne hanno una pessima opinione ma non lo hanno mai censurato apertamente sino a qualche giorno fa quando – in una riunione congiunta a Doha con inviati del governo afgano – ne hanno preso ufficialmente le distanze. Cerchiamo di mettere un po' d'ordine partendo proprio dalla riunione, organizzata da Pugwash (organismo non governativo canadese) in una località balenare vicino alla capitale del Qatar, cui ha partecipato, agli inizi di maggio, una delegazione di venti inviati di Kabul (tra cui tre donne), otto inviati della shura di Quetta, il Gran consiglio talebano che fa capo a mullah Omar, rappresentanti dell'Hezb-e-islami (dell'ex signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar)...

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martedì 10 maggio 2011

LA FINE DI OSAMA VISTA DA KABUL


Secondo un rapporto del Pentagono dei primi di maggio, la sicurezza in Afghanistan è minacciata dalla presenza di vari gruppi armati, le cui tattiche continuano a evolversi sulla base delle esperienze derivate dagli ultimi sviluppi delle azioni sul terreno. Al Qaeda è il meno importante tra loro.

Quello che, in questo eterogeneo universo guerrigliero, si rifà direttamente alla rete di bin Laden conterebbe ormai, da circa un anno, non più di un centinaio di uomini (la CIA parlò di un numero tra 50 e 100 nel giugno 2010, e il comando delle truppe NATO-ISAF di circa 100 nel marzo 2011).

I rapporti della NATO sostengono che alcune cellule sono attive nelle aree del Kunar e del Nuristan, dove la presenza militare occidentale o dell'esercito nazionale è minore o assente; ma anche qui sono sottoposte a continua mobilità forzata. Informazioni di stampa hanno supposto anche qualche campo di addestramento in Afghanistan direttamente riconducibile ad al Qaeda. In sostanza, poca cosa in termini quantitativi, e probabilmente con un discreto grado di confusione organizzativa: vi è infatti una varietà di gruppi, tra qaedisti “puri e duri”, gruppi “salafiti” o legati ad altre formule ideologiche dell'islam radicale, bande di “stranieri” autorganizzate in transito dal Pakistan. Alcuni sono simpatizzanti in alcune frange del movimento talebano (la rete Haqqani) che sembrano però avere un rapporto teso e difficile con la shura di Quetta, il Gran consiglio di mullah Omar e la fazione guerrigliera maggioritaria. Non c’è dubbio ormai che le simpatie per il qaedismo sono molto scemate, sia in relazione alla sua strategia politica (la jihad globale) che alle sue tattiche militari (le azioni kamikaze).

Alla domanda dunque “cosa cambia in Afghanistan” dopo il raid di Abbottabad e la morte di Osama bin Laden, la risposta deve essere necessariamente articolata....(segue) Leggi tutto su AspeniaOnline