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giovedì 13 ottobre 2016

Strage di sciiti in Afghanistan firmata Daesh

Sono due nel giro di 24 ore gli attacchi alla minoranza sciita dell’Afghanistan che hanno ucciso oltre una trentina di persone e ne hanno ferite a decine durante la vigilia e la festa dell’Ashura, che segna l’inizio del primo mese del calendario islamico (Muharram) e commemora la morte di Husain ibn Ali, il nipote del profeta Maometto. L’ultima strage in ordine di tempo avviene ieri con una bomba che esplode fuori da un tempio sciita a venti chilometri da Mazar-i-Sharif, la capitale della provincia settentrionale di Balkh. I morti erano già saliti a 15 nel pomeriggio di ieri, mentre i feriti sono oltre una ventina. La sera prima invece è la volta di Kabul dove un cecchino uccide almeno 18 persone e ne ferisce una cinquantina tra i fedeli che si stanno recando ala moschea Cart-i-Sakhi (nell'immagine un particolare del tempio) in un distretto della capitale. Tra loro c’è anche Sumaia Mohammadi, un membro del Coniglio provinciale della provincia di Daikundi, ma non è lei l’obiettivo. La strategia, già testata dallo Stato Islamico, è colpire nel mucchio come ha già fatto in luglio, sempre a Kabul, uccidendo oltre 80 hazara (sciiti) che protestavano per un progetto governativo che li penalizzava. Daesh infatti ha rivendicato la strage di martedì notte ed è molto probabile, se non certo, che sia da attribuire ai sodali di Raqqa in Afghanistan anche il massacro di Mazar.

L’effetto degli attentati è quello di dare al presidente Ashraf Ghani, che con altri membri del governo ha partecipato ieri a una manifestazione di pubblica celebrazione dell’Ashura, la possibilità di ribadire l'unita degli afgani al di là del tipo di appartenenza religiosa e di chiedere agli ulema di entrambe le correnti – sciiti e sunniti – di unirsi contro il terrorismo. Ma è anche quello di far capire che una nuova stagione di violenza è cominciata anche se Daesh appare isolato ma comunque in grado di sparare nel mucchio e far crescere la tensione in un Paese quotidianamente vittima di un conflitto che dura ormai da oltre 35 anni.

sabato 3 settembre 2016

Duplice attentato in Pakistan: con Al Qaeda o Daesh?

Un duplice attacco suicida in Pakistan nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, al confine con l’Afghanistan, ha segnato ieri l'ennesima giornata di violenza nel Paese dei puri. Entrambi gli attacchi, il cui bilancio è sinora di 13 morti tra poliziotti e civili oltre a diverse decine di feriti, ha preso di mira una corte di giustizia a Mardan, distretto a una cinquantina di chilometri da Peshawar. E nei sobborghi della capitale provinciale, poco prima, era stata presa di mira una Christian Colony, una comunità di cristiani. Tutti e due gli attentati – condotti da kamikaze armati - portano la stessa firma: Jamaat ul-Ahrar, un gruppo jihadista a geometria variabile che si è staccato nel 2014 dal cartello madre dei talebani pachistani (Tehrek-e-Taliban Pakistan o Ttp) per poi farvi ritorno nel 2015. Aveva espresso il suo sostegno a Daesh e al progetto del Grande Khorasan che dovrebbe segnare l’espansione a Est del califfato di Raqqa.

domenica 28 agosto 2016

Uccisa la mente dell'attacco al bar di Dacca. Ma i dubbi sopravvivono

La polizia del Bangladesh ne è certa. Anzi, certissima: quel corpo riversato a terra accanto ad altri due distesi in un lago di sangue nella palazzina a due piani della cittadina di Narayanganj, 25 chilometri a Sud della capitale Dacca, è quello di Tamim Chowdhury. Con la sua morte, e quella di due suoi sodali, il Bangladesh chiude almeno in parte lo spinoso capitolo della strage che agli inizi di luglio ha visto uccidere un gruppo di 22 ostaggi – tra cui nove italiani – in un bar esclusivo della capitale frequentato da “expat”. L’azione era stata rivendicata da Daesh e Tamin ne sarebbe stato l’ideatore. Tamin è però anche leader di una fazione del gruppo Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (Jmb), gruppo jihadista del Paese asiatico, che il governo aveva indicato subito come l’autore dell’attentato negando fosse opera di Daesh. La morte di Tamin non potrà smentirlo o confermarlo.

Daesh o no? Non possiamo saperlo per ora
Stando alle fonti di polizia, l’azione è iniziata al mattino presto, all’alba, quando la palazzina coi tre sospetti è stata circondata. Per un quarto d’ora (!), dice sempre la polizia, si intima la resa ma non arrivano risposte: i militanti invece avrebbero dato fuoco a una stanza con l’intento forse di distruggere prove, documenti, laptop. Alle 8 e 45 scatta l’operativo e benché ora la polizia dica che avrebbe voluto Tamin vivo, i tre vengono falciati. Del resto sono armati di mitra e machete e forse non si vogliono arrendere ma la resistenza comunque dev’essere durata poco. Passa qualche ora e giornali e rete vengono inondati di fotografie dei tre cadaveri il cui capo sarebbe stato l’uomo che progettò la strage del 1 luglio al Holey Artisan Bakery a Gulshan, quartiere residenziale di alto bordo a Dacca. Su Tamin, un bangla canadese tornato a Dacca nel 2013 e presto indicato tra i sospetti, vien messa una taglia di 22mila euro e per gli inquirenti il colpevole è lui. Non sono chiari i rapporti tra Daesh e Jmb ma Tamin sarebbe stato a capo di una fazione pro califfato.

lunedì 25 luglio 2016

Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

La strage dell'altro ieri a Kabul con un'ottantina di morti tra gli hazara (ma non c'erano solo loro) che protestavano per essere stati tagliati fuori da un progetto energetico che bypassa la loro provincia, racconta molte cose. La prima è che Daesh ci sta provando sempre più seriamente con l'unica strategia che ormai gli resta. L'altra è che non colpisce solo nel mucchio: seleziona e, per la prima volta, si intromette in una manifestazione politica. L'altra cosa ancora è che - come a Parigi o a Dacca - bisogna difendersi in tanti modi e la sola repressione non basterà. Bisogna saldare alleanze e in Afghanistan l'unica alleanza possibile per sgominare Daesh... sono i talebani.

Nate nell'humus della guerra, le cellule di Daesh sono più esposte sul fronte islamista che non su quello della pura repressione governativa: com'è noto, in certe zone del Paese la polizia o l'esercito non ci vanno proprio. E se un villaggio da solo non ce la fa a estromettere queste cellule del cancro califfale, i talebani possono farlo. L'hanno già fatto. Sono i loro peggior nemici. Il movimento talebano non è mai stato jihadsita nel senso che comunemente attribuiamo alla parola "jihad", meccanicamente tradotta (e ridotta) alla locuzione "guerra santa". I talebani sono un movimento di liberazione nazionale che anche da Al Qaeda, e dal suo progetto di jihad globale, si sono sempre dissociati fin da tempi non sospetti. Ospitare bin Laden non significava aderire al suo progetto. Così vero, che i talebani furono disposti a negoziare direttamente con gli americani, nemico numero uno di Al Qaeda. Può non piacere ma la guerra talebana è una lotta per la liberazione dell'Afghanistan dall'invasore straniero. E', a tutti gli effetti, una lotta partigiana, benché possa non piacerci né la radice ideologica (la lettura religiosa della scuola Deobandi) né tantomeno i mezzi con cui viene condotta che, va detto, non sono troppo dissimili da quelli che anche noi e l'esercito afgano utilizziamo o abbiamo utilizzato (voglio dire che, se per colpire un obiettivo militare, si fa poi una strage di civili, non c'è molta differenza tra una bomba sporca sulla strada messa dai talebani e un drone che spara un missile su un matrimonio perché le informazioni erano sbagliate). Ora, per i talebani Daesh non è solo un "concorrente" sulla piazza dell'islam politico: è un invasore i cui obiettivi sono del tutto diversi da quelli del movimento.

martedì 5 luglio 2016

Se il terrorista è di buona famiglia

Se qualcuno è rimasto spiazzato dall’appartenenza “castale” del giovane commando di Dacca, e sostiene dunque che l’equazione povertà, ingiustizia, terrorismo non funziona, si potrebbe rispondere che la cosa non fa differenza. I motivi per cui si aderisce a Daesh sono diversi e vanno dall’ideologia più radicale alla necessità di avere uno stipendio a fors’anche un malriposto desiderio di avventura eroica che ha qualcosa di perversamente romantico. Ma in un caso, nell’altro o nell’altro ancora, l’equazione povertà, ingiustizia continua a esistere anche se si è studiato a Oxford. Se l’equazione è chiara per chi è in stato di necessità (gli stipendiati di Daesh o Al Qaeda, i martiri a pagamento della cui morte beneficia la famiglia), nel caso del giovane rampollo benestante c’è comunque un’adesione ideologica che affonda le sue radici nella constatazione della povertà o dell’ingiustizia. Non la sua certo. Ma quella appresa anche solo osservando i servi di casa che per due rupie servono il pasto nei quartiri residenziali. Di Dacca o della Mecca. Il terrorismo e, soprattutto la sua brutalità, sono fenomeni complessi, difficili da analizzare ma, benché ingiustificabili, con radici che affondano prepotentemente in un mondo ineguale e dove la violenza è un modello quotidiano: un modello che, nel caso dei terroristi, viene declinato nel modo più brutale. Povertà e ineguaglianza c‘entrano sempre. Cominciare a eradicarle, come si fa con la malaria, sarebbe un passo avanti.

domenica 3 luglio 2016

Dietro la strage al bar di Dacca

Scrivi Bangladesh e dici povertà, ingiustizia, sovrappopolazione (150 milioni su un territorio grande
la metà dell’Italia), alluvioni e inondazioni marine devastanti. Dici Bangladesh e racconti una storia di risentimento sedimentato che diventa spesso violenza politica. Dici Bangladesh e pensi che la politica di quel Paese è iperpolarizzata da quasi trent’anni e modellata su due partiti e, soprattutto, da due leader ormai ottuagenarie ma saldamente al potere. A turno: Sheikh Hasina dell’Awami League, un partito laico e nazionalista, e Khaleda Zia del Bangladesh Nationalist Party, organizzazzione nazionalista e conservatrice. Dici Bangladesh e vedi nella forza delle organizzazioni islamiste, a cominciare dalla Jamaat-e-Islami – formazione con status parlamentare – la capacità di raccogliere un consenso che nasce dalla frustrazione legata a un cambiamento che non si avvera e dove l’islam rappresenta una promessa di purezza e riscatto in una nazione che ha a lungo detenuto la palma del Paese più corrotto al mondo. C’è tutto quel che ci vuole per preparare il terreno e il brodo di coltura dove far crescere la trasformazione del risentimento in odio e violenza. Dove è facile insomma reclutare e, per un pugno di rupie, armare mani assassine. La strage del bar è un salto di qualità ma purtroppo non stupisce. La violenza politica è stata una costante in questo Paese e negli ultimi anni, benché il governo di Hasina si ostini a negarlo, il brand di Daesh ha fatto parlare di sé molte volte con assassini mirati individuali e addirittura una lista di proscrizione di blogger, attivisti, intellettuali e insegnanti laici da far fuori.

Balle di iuta: ricchezza nazionale
Raccontata così però sarebbe una storia a metà, di quelle che si liquidano in fretta perché il Paese è povero, sovrappopolato e per di più ingiusto e musulmano: abbastanza per derubricare il caso a vicenda di ordinaria povertà. Ma il Bangladesh è anche il luogo delle responsabilità nascoste che ancora una volta rimandano le radici dell’ingiustizia sociale a scelte prima coloniali e poi industriali. Quel Paese inizia la sua Storia “indipendente” nel 1947 quando la follia britannica, sostenuta da quella della Muslim League del subcontinente indiano, divide il nascente Pakistan in due Stati che distano tra loro... 10 ore di volo. Il Pakistan orientale, abitato da bengalesi musulmani, con l’aiuto dell’India, si stacca dal Pakistan nel 1971 con una guerra sanguinosa le cui ferite non si sono ancora cicatrizzate (sono stati giustiziati di recente molti capi della resistenza pro pachistana accusati di crimini contro l’umanità). Il Paese ha una solo vera ricchezza, la iuta, il cotone e una rinomata tradizione manufatturiera, che fanno di questo Paese un enorme cantiere tessile. Ed è in Bangladesh che in tempi recenti sbarcano le multinazionali del tessile che hanno scelto la delocalizzazione in Paesi che lavorano in conto terzi: salari minimi, materia prima di buona qualità a prezzi bassi, scarsa capacità sindacale, governi col pugno duro quando si rivendica un diritto.

Ci sono un nome, un luogo e una data che raccontano bene questa storia: Rana Plaza a Dacca, il 24 aprile del 2013. Un edificio commerciale di otto piani, figlio di abusi speculativi locali, crolla a Savar, un sub-distretto della capitale. Il bilancio è gravissimo e le operazioni di soccorso richiedono quasi un mese e si concludono il 13 maggio con un bilancio di oltre mille vittime e oltre duemila feriti, molti dei quali ormai menomati e inabili al lavoro. Quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile e anche il più letale cedimento strutturale accidentale della Storia contemporanea, scoperchia anche le responsabilità di marchi europei, americani, italiani. Scoperchia il tema della sicurezza, dei diritti, dei risarcimenti che non arrivano. Farà aumentare il salario base ma lascerà anche intere famiglie sul lastrico. Eccolo un altro humus pieno di risentimento. Nel Rana Plaza avevano i loro laboratori fabbrichette locali che lavoravano per grandi marchi internazionali. Loro a fare il lavoro sporco, gli altri a esibire t-shirt a basso prezzo con la griffe. Se non ci fossero state campagne internazionali di attenzione (in Italia la Ong “Abiti puliti”), se non si fosse mosso l’Ufficio internazionale del lavoro dell’Onu, la storia si sarebbe dimenticata in fretta. E, in queste ore, pochi la mettono in relazione alla strage di due giorni fa nella capitale. Eppure…

martedì 26 aprile 2016

Blogger nel mirino

A pochi giorni dalla morte di Rezaul Karim Siddique, un docente di inglese della Rajshahi University nel Nordest del Bangladesh, ucciso da affiliati di Daesh che lo accusavano di “ateismo”, ieri è stata la volta di Xulhaz Mannan e di un suo compagno, massacrati in un appartamento di Dacca nella zona metropolitana di Kalabagan. Mannan era noto per aver fondato il primo magazine Lgbt del Paese e per essersi forse anche macchiato del delitto di lavorare per Usaid, l'agenzia di cooperazione statunitense. Del suo compagno non si sa per ora molto altro se non il solo nome: Tonmoy. Xulhaz e Tonmoy sarebbero stati aggrediti – secondo le prime ricostruzioni - da almeno cinque persone, spacciatesi per uomini dello staff di Usaid che, con questa scusa, forse la consegna di materiale, si sono introdotti verso le cinque e un quarto del pomeriggio nel suo appartamento armati di machete, riservando ai due uomini la stessa morte riservata ad altri attivisti, blogger o, come nel caso di Siddique (anche lui ucciso a colpi di machete), a gente che lavora nell'ambito culturale o dello spettacolo.

sabato 9 aprile 2016

Libri consigliati: Battiston su Daesh


Venerdì 1 aprile è uscito per l'Espresso un ebook di Giuliano Battiston: "Stato islamico. La vera storia". 

La genesi, i protagonisti, l'ideologia, la strategia militare, la governance dei territori, la propaganda, le finanze, i foreign fighters. Un viaggio dall'Iraq all'Afghanistan, dall'Egitto alla Siria, dal Pakistan alla valle del Pankisi, passando per il cuore dell'Europa. Il racconto dall'interno delle ragioni che hanno portato alla nascita e all'affermazione del gruppo guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, dentro la storia più ampia del jihadismo contemporaneo.

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mercoledì 3 febbraio 2016

L'altro fronte

La “Voce del califfato”, neonata emittente di Daesh nel Paese dell'Hindukush, sarebbe stata distrutta da un raid aereo americano. La notizia, che cita fonti militari statunitensi e locali, la rilancia la Bbc ma il condizionale resta d'obbligo. E' ormai da settimane che infuria la polemica sulla radio clandestina che trasmetteva dalla provincia di Nagharar (alla frontiera col Pakistan) da metà dicembre. La stampa afgana non sembra considerarla una notizia degna della prima pagina e per ora non ci sono prove definitive che Daesh sia stato almeno zittito. Quel che merita un posto importante nella gerarchia delle notizie è invece la decisione di Kabul di aderire alla Global Coalition against Daesh che ha già messo insieme una sessantina di Paesi. La preoccupazione di un'espansione delle mire califfali su quel che Daesh chiama già Vilayet Khorasan, “provincia” dai contorni incerti ma che comprende certamente Afghanistan e Pakistan, è forte nonostante i problemi che la leadership di Raqqa incontra fra talebani afgani e pachistani. Non di meno, alcune frange dei due disomogenei movimenti (le varie fazioni afgane e il Therek Taleban Pakistan o Ttp) hanno aderito al progetto insinuando nella guerra infinita un nuovo elemento di disturbo. Altri elementi confondono un quadro sempre più violento e dove si muovono ormai una miriade di protagonisti con agende diverse: un altro fronte oltre a quello mediorientale e libico.

giovedì 14 gennaio 2016

Giacarta come Parigi? Si fa presto a dire Daesh

Con i brand, le attribuzioni, le sigle la prudenza è una buona consigliera – anche in presenza di una rivendicazione – quando il gioco si fa duro. Si fa duro nel quartiere dello shopping e degli affari di Giacarta dove, al centro commerciale Sarinah, van le coppiette a bere frullati e le mamme a far spesa per i figlioli. Si fa duro e non è la prima volta se è vero che, sotto Natale, la polizia indonesiana ha arrestato un gruppo di probabili attivisti di Daesh, probabili responsabili di una bomba davanti alla casa di un sindaco e di un piano per colpire la capitale e altre città. Piano che sarebbe stato, e il condizionale resta d’obbligo, finanziato direttamente con risorse siriane: cash proveniente da Raqqa per accendere la miccia jihadista nel Paese musulmano più popoloso del pianeta. Può bastare per dire che sì, Giacarta è come Parigi e Istanbul e il califfo è sbarcato a Oriente del profeta?

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lunedì 11 gennaio 2016

A Oriente del Califfo: Daesh e il Paese dei Thai /2

Benvenuti in Thailandia: un'immagine
di serenità offerta dalla compagnia di bandiera
Agli inizi del dicembre scorso i giornali tailandesi hanno reso pubblico un memo che risaliva al 27 novembre con cui l'anti terrorismo avvisava i comandi di polizia che, secondo l'intelligence di Mosca (Fsb), tra la metà e la fine di ottobre alcuni militanti siriani erano entrati in Thailandia allo scopo di attaccare turisti russi. La polizia non deve aver preso molto alla lettera le informazioni del Fsb o perlomeno, come ha poi spiegato pubblicamente, non era in grado di confermare la minaccia. Eppure il Fsb era stato molto preciso: si trattava di una decina di uomini che viaggiavano separatamente. Due si erano diretti a Bangkok, due a Phuket, altri due verso una destinazione sconosciuta e altri quattro a Pattaya, con Puket una delle più note località turistiche del Paese. Le presenze russe in Thailandia superano largamente il milione di turisti l'anno. Nel 2013 ne son venuti un milione e mezzo.

Per ora non è successo nulla ai visitatori russi e anche l'attentato che in agosto ha ucciso a Bangkok una ventina di persone – in un tempietto nel centro della capitale frequentato dai turisti - non sarebbe stato organizzato da islamisti ma da musulmani uiguri (della regione occidentale cinese dove è forte un movimento separatista) che però non sarebbero legati a movimenti politici ma al traffico di persone. Già dalle prime ore la polizia aveva escluso la pista islamica ma non è chiaro se ciò non risponda più al desiderio di tenere bassa l'attenzione che non alla realtà dei fatti. Sono troppo vicine le ferite di una guerra con la minoranza musulmana che abita le province del Sud, anche se ormai è passato qualche anno da una stagione violentissima di attentati, assalti e durissima repressione, pur se la tensione resta elevata. Per Bangkok il movimento islamico autonomista del Sud rimane un pericolo ed è abbastanza chiaro il timore che quella regione possa essere un possibile bacino di reclutamenti e nuovi problemi.

Satun, Songkhla Yala, Pattani e Narathiwat, le cinque province dove
 vive una minoranza musulmana per lo più
 di origine malese: circa il 5 % dei 68 milioni di tailandesi 
La storia è vecchia, anzi antica. Nel Sud della Thailandia ci sono cinque province (Satun, Songkhla Yala, Pattani e Narathiwat) dove vive una minoranza musulmana per lo più di origine malese, circa il 5 % dei 68 milioni di tailandesi per l'80% thai e per il 95% buddisti. Yala, Pattani e Narathiwat – aree, che con altre oggi sotto la Malaysia, formavano il sultanato semi indipendente di Pattani dal 1909 definitivamente tailandese – sono le più turbolente: lì sono nati i primi movimenti indipendentisti nella seconda metà del Novecento anche se si deve arrivare al 2001 per vedere un risveglio recente del separatismo. Con azioni cui il governo nel 2005 (e dopo una durissima repressione) ha risposto con la legge marziale e i pieni poteri nel 2006 all'esercito. Alternando bastone a carota, Bangkok ha ricompensato nel 2012 i familiari delle vittime di un'ondata di violenze che, benché non abbia più visto azioni eclatanti, non è affatto diminuita. Il Bangkok Post, nel 2012, ha reso note le stime delle vittime di quasi dieci anni di guerra: otre 5.200 morti e quasi 9mila feriti. Tra i decessi: 4.215 civili, 351 soldati, 280 poliziotti, sette monaci e 242 “sospetti insorgenti”. Una guerra che potrebbe piacere a Daesh.

La prima puntata è  uscita ieri

domenica 10 gennaio 2016

A Oriente del Califfo: l'Asia nella strategia di Daesh/1

«Amirul-Mu'minin ha detto: "O musulmani...alzate la testa che oggi - per grazia di Allah – disponete di un Califfato che restituirà la vostra dignità, i vostri diritti e che vi dà una leadership. E' uno Stato in cui sono fratelli l'arabo e il non arabo, il bianco e il nero, l'orientale e l'occidentale. Un Califfato per il caucasico, l'indiano, il cinese, il siriano, l'iracheno, lo yemenita, l'egiziano, il magrebino, l'americano, il francese, il tedesco e l'australiano».

Il messaggio è chiaro e affidato a Dabiq, il magazine mensile di Daesh che non è solo un foglio di propaganda patinata ma anche la summa teoretica dello Stato islamico. Uno Stato i cui confini non sono chiari ma che, stando a queste parole, coinvolge tutti i bravi musulmani ovunque abitino, da Tunisi a Dacca, da Parigi a Giacarta. Non di meno il suo progetto di espansione territoriale non è molto chiaro. Il cuore del califfato sta a Raqqa, nello “Sham”, e i territori amministrati sono per ora solo tra Irak e Siria. Spiega però ancora Dabiq: «Lo Stato islamico è qui per restare. In Sham e in Iraq. Nel Khorasan e in Al Qawqaz (parti dell'Asia centrale e del Caucaso)... dalla Tunisia fino al Bengala, anche se i murtaddin (eretici) lo disprezzano. Il Khilafah (Califfato) continuerà ad espandersi ulteriormente fino a quando la sua ombra si estenderà... su tutte le terre raggiunte dal giorno e dalla notte»*. Il riferimento è appena un po' più chiaro e comprende aree già conquistate e altre più lontane: il Magreb, il Bengala (quindi il Bangladesh?) e il Khorasan, i cui confini non sono granché delineati.

Espansione a Est
La rivista teorica di Daesh: non solo
propaganda. Sopra Al Bagdadi

Quel che è certo è che c'è un piano di espansione a Est e a Ovest di Raqqa. E' facile immaginare che i luoghi dove già è in corso un conflitto e dove la tensione è molto alta (il confine afgano pachistano, la Libia, il Sinai o le regioni dominate da Boko Haram in Africa) siano i luoghi prescelti dove accendere la miccia di un nuovo jihad, spodestando quel che resta di Al Qaeda e infiltrando i vari movimenti jihadisti. Ma la scintilla deve accendersi anche altrove: dove esistono conflitti più o meno dormienti, come nel Caucaso, e dove sono attivi gruppi jihadsiti storici, come nelle Filippine. Ed forse proprio in quest'area – a Oriente del califfo – che vale la pena di guardare: lì dove ci sono le tre aree musulmane più popolose del pianeta (l'Indonesia, l'India e il Pakistan), dove può esser facile reclutare e dove i foreign fighter, una volta tornati a casa, possono diffondere il verbo di Al Bagdadi. Del resto, scrive Katy Oh Hassig nell'introduzione all'Asian Conflict Report 2015 dedicato all'Isis dal Centro per le politiche della sicurezza di Ginevra (Gcsp): «... la minaccia dell'estremismo violento è ovunque. I confini politici e regionali, che una volta fornivano la barriera naturale e istituzionale alla diffusione di ideologie estremiste, sono ormai storia. E' la globalizzazione del crimine e del terrorismo». Del terrore senza frontiere.

Il Grande Khorasan: Afghanistan, Pakistan, Asia centrale

Una veccia mappa della Durand Line tra Afghanistan
e  Pakistan: luogo di  elezione
In realtà il califfato dell'antichità non è mai arrivato tanto lontano quanto vorrebbe Al Bagdadi: non c'erano bengalesi o indonesiani nelle mappe delle regioni orientali che la Storia identifica col “Grande Khorasan”, una regione storica (quella geografica sta oggi nell'odierno Iran) che si sarebbe spinta sin nella valle dell'Indo e nel Sind, oggi provincia pachistana. Dal Khorasan partirebbe la conquista asiatica del califfo di Raqqa che vorrebbe però andar oltre quella vasta area che si estendeva dall'odierno Iran alle terre dei Pashtun e, a Nord, in alcune ex repubbliche sovietiche oggi indipendenti e alla riscoperta dell'islam delle origini. Da lì a unire la lotta di liberazione nel Caucaso dall'ateismo del regime di Putin il passo sarebbe breve. E' una zona sotto osservazione ovviamente e dove Daesh comincia a essere presente sopratutto in Pakistan e Afghanistan. Ma nonostante una presenza che ha già rivendicato attentati e piccole azioni dimostrative, Daesh ha anche molti nemici. Innanzi tutto i talebani afgani, decisamente contrari ai piani espansivi di Daesh che recluta soprattutto tra i guerriglieri che il movimento ha cacciato per devianza criminale più che ideologica. Bacino di reclutamento sono anche i combattenti centroasiatici, caucasici e cinesi rifugiatisi in Pakistan ma adesso sotto schiaffo da un operativo militare di Islamabad il cui obiettivo è, da un anno e mezzo, quello di smantellare gli insediamenti della guerriglia straniera. Quanto ai gruppi jihadisti pachistani, Daesh è riuscito a spaccare i talebani del Tehrek e Taleban Pakistan (Ttp) ma per ora i consensi sono pochi. Secondo il ricercatore asiatico Abdul Basit, in Pakistan ci sono tre categorie di militanti: chi apertamente è contrario a Daesh (Al Qaeda nel subcontinente indiano e la leadership del Ttp); chi lo abbraccia (come i fuoriusciti dal Ttp Jamaatul Ahrar e Jundullah Pakistan); e quelli che per ora stanno a guardare, come alcuni gruppi attivi anche in Kashmir: Lashkar e Taiba e Jaish e Muhammad. Più, aggiungiamo noi, i gruppi settari anti sciiti, molto ricettivi al messaggio di Daesh.

India e Bangladesh

Il grande colosso asiatico, patria di 180 milioni di musulmani, si è svegliato quando nell'agosto del
2014 si è saputo che quattro abitanti del Maharashtra, lo Stato di Mumbay, avevano raggiunto la Siria. Ma visto che nemmeno Al Qaeda aveva fatto molti proseliti, il califfato non è sembrata una preoccupazione. Semmai, dice qualche analista, un altro modo per accusare il Pakistan che ne sarebbe il vero incubatore. Stando ai giornali indiani, non sarebbero infatti che un paio di dozzine i foreign fighter dell'Unione che combattono in Siria anche se, nonostante il numero esiguo, avrebbero già contabilizzato molte vittime: una notizia che caldeggia l'ipotesi che gli arabi di Raqqa si servano dei non arabi per le operazioni più rischiose, considerandoli – alla fine – dei musulmani di serie B. Qualche simpatia per Daesh comunque potrebbe serpeggiare tra i membri di organizzazioni filo pachistane come gli Indian Mujahedin o tra gli attivisti dello Students Islamic Movement of India. Ma Daesh più che una minaccia – anche se documenti del califfato dimostrerebbero l'intenzione di investire molto in India – sembra solo una remota possibilità. Diverse le cose in Bangladesh, dove Daesh ha rivendicato l'assassinio dell'italiano Cesare Tavella e del giapponese Kunio Hoshi, anche se non è chiaro quanto il califfato, che si è attribuito anche l'attentato al sacerdote italiano Piero Parolari, abbia un legame reale tra i movimenti jihadisti o se qualcuno fra loro si sia soltanto appropriato del brand. Dabiq ha dedicato un luno articolo al Bengala in cui sottolinea la distanza tra i veri mujahedin e la Jamaat e islami, partito islamista istituzionale. Alcuni gruppi al bando (Ansarullah Bangla Team e Jamaat ul Mujahidden Bangladesh) potrebbero esserne i referenti. Ma Dabiq non li menziona.

Malaysia e Singapore

Da un anno e mezzo Daesh avrebbe istituito in Siria un'unità malese-indonesiana chiamata Khatibah Nusantara e una scuola di formazione per ragazzi che parlano malese. I materiali in questa lingua sul web si sprecano e i governi han preso contro misure. In Malaysia (i foreign fighter malesi sarebbero un centinaio e secondo l'intelligence nel Paese ci sarebbero 50mila simpatizzanti di Daesh) il governo è corso ai ripari col pugno duro: decine di arresti per supposti legami con Daesh, la denuncia di un attentato sventato a Kuala Lumpur ma soprattutto una nuova legge mirata che permette arresti indiscriminati, la Prevention of Terrorism Act (Pota), criticata perché fotocopia di una vecchia altrettanto severa e appena abolita nel 2012. Un'altra legge consente la revoca del passaporto. La tensione è salita dopo il sequestro e l'uccisione di un uomo d'affari malaysiano giustiziato dal gruppo filippino Abu Sayyaf. La preoccupazione è forte.
Quanto alla piccola città Stato di Singapore, i numeri sono piccolissimi: due famiglie soltanto sarebbero state “coinvolte” da Daesh.

Isole nella corrente: Filippine, Indonesia, Maldive

Il Califfato omayyde nel 750 dc. Ispirazione, ma il progetto
di Daesh va ben oltre, a Ovest e a Est
Dei 30mila non arabi che pare combattano per Daesh, quelli del Sudest asiatico non sono tanti e in molti casi i Paesi di provenienza ritenevano che le stagioni qaediste (vedi la bomba a Bali nel 2002) fossero acqua passata. Il Council for Asian Terrorism Research (Catr), fondato nel 2005 con aiuto americano e contributi da diversi Paesi asiatici, non è stato più rifinanziato; il caso tailandese (vedi articolo a fianco) sembrava rientrato e nelle Filippine si era finalmente avviato un processo di pace. Ma i 5 o 600 combattenti indonesiani che avrebbero raggiunto Raqqa, lo stallo del processo negoziale a Manila e la ripresa dei sequestri nel Sud delle Filippine, i numeri della violenza in Thailandia e gli attentati sventati in Malaysia, hanno fatto riemergere la paura di un contagio. Da alcuni sfruttato politicamente (è il caso dei nazionalisti birmani), da altri temuto come le scintilla di una nuova minaccia che potrebbe tornare col rientro dei foreign fighter dal campo di battaglia. Gli indonesiani ad esempio han scelto la linea dura: chi va in Siria non potrà più tornare a casa e i maldiviani si apprestano a fare altrettanto. Per ora però nel Paese delle 13mila isole non si è andati più in là di manifestazioni pubbliche di sostegno a Daesh - come quella organizzata a Giacarta dal gruppo Islamic Sharia Activists Forum (Faksi) - o dell'adesione di vecchi maestri di jihadismo che hanno sposato ufficialmente Daesh: è il caso di Abu Bakar Bashir, l'ex leader – in prigione - della Jemaah Islamiyah. Una scelta che non è piaciuta a tutti i membri del vecchio gruppo qaedista. Ad occuparsi di questi problemi c'è comunque Densus 88, un gruppo d'élite anti terrorismo con la mano pesante e che in passato è stato accusato di gravi violazioni. Ma non c'è solo repressione. L'Indonesia ha una tradizione di islam moderato che vede i gruppi più importanti del Paese condannare Daesh e venir coinvolti dal governo per evitare che il contagio degeneri.

Nelle Filippine le cose son più complicate: nelle isole meridionali, dove è forte il sentimento indipendentista, lo stallo nel negoziato tra governo e separatisti islamici finisce per lasciar spazio ai gruppi islamisti più marginali e agguerriti che spesso sconfinano nel banditismo, come Abu Sayyaf o il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters, che in un video hanno dichiarato l'adesione a Daesh. Quanto i legami siano forti e reali resta da dimostrare, ma certo l'area dove sono attivi si presta a nascondigli e campi di addestramento, Un centinaio gli “expat” verso il Medio oriente.

Australia

L'Australia infine, per niente musulmana ma terra d'immigrazione. Oltre un centinaio i reclutati da Daesh, alcune decine dei quali rimasti sul terreno. Oggi, se si è legati a gruppi terroristici, si perde la doppia nazionalità e l'eccesso di zelo non manca. Quando il governo ha messo nel mirino il gruppo islamista non violento Hizb ut Tahir, c'è chi l'ha tacciato di paranoia ingiustificata. Mettere tutti nello stesso sacco non serve. Specie se gruppi come Hizb ut Tahir, sotto accusa anche in Asia centrale dov'è molto attiva, possono essere uno degli antidoti a Daesh, perlomeno sul piano della dottrina.
(segue:  domani Daesh e il Paese dei Thai)

* Le parentesi sono nel testo originale

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domenica 20 dicembre 2015

Ttp vs Al Bagdadi: non sei il califfo. I talebani pachistani si smarcano da Daesh

Baghdadi is not Khalifa (caliph) because in Islam, Khalifa means that he has command over all the Muslim world, while Baghdadi has no such command; he has command over a specific people and territory. 

Dice così senza trope perifrasi il comunicato del Tehreek-e-Taleban Pakistan (talebani pachistani) che ieri ha preso ufficialmente le distanza da Daesh e dal suo "califfo" Al Bagdadi. Il comunicato del gruppo, che appare oggi sulla stampa pachistana, cerca così di porre tardivamente rimedio alle secessioni verso il califfato di cui la più nota è quella di Shahidullah Shahid, il  portavoce del gruppo espulso con altri secessionisti nell'ottobre del 2014 proprio per l'adesione al cosiddetto Stato islamico. I talebani afgani hanno preso le distanze da tempo. Entrambi condannano la "barbarie" dei mezzi usati dall'Is. I talebani afgani avevano chiarito ad Al Bagdad, con una lettera indirizzata al capo di Daesh, che nel Paese c'è posto "per una sola bandiera". Bagdadi si tenesse la sua.

mercoledì 2 dicembre 2015

Daesh alla conquista del Khorasan

La guerra in Afghanistan gli equilibri regionali e il congelamento del processo di pace: protagonisti e comprimari. Movimenti jihadisti e l'ombra di Daesh. Repressione e confusione*
In Afghanistan l'unica cosa che non è in fase di stallo è la guerra. L'economia langue, è in difficoltà e in calo costante di consensi il nuovo esecutivo – frutto di un accordo perverso che accanto al presidente ha istituito una specie di pari grado con ampi poteri –, la diplomazia nazionale è gravemente ammalata di una sindrome anti pachistana che sfiora l'isteria collettiva. La guerra è invece in piena forma. E su più fronti. Il fronte classico che oppone la disomogenea galassia talebana al governo di Ashraf Ghani (si veda la presa di Kunduz tra novembre e ottobre) e un campo di battaglia interno alla guerriglia: che oppone i talebani – divisi dopo l'annuncio della morte di mullah Omar in luglio – a Daesh, per ora forse rappresentato solo da un manipolo di uomini ma in grado già di controllare, seppur a macchia di leopardo, alcune realtà del territorio.

 Gli attori internazionali – Pakistan e Iran prima di tutto, ma anche Stati uniti, India, Cina e Paesi della Nato, non sembrano avere per ora né una posizione univoca né forse una vera e propria posizione. La Nato e gli americani sono indecisi sulla qualità e quantità dell'impegno futuro e non sembrano aver deciso con esattezza se appoggiare con forza l'ipotesi pachistana (quella cioè di un negoziato interafgano purché in qualche modo si tenga sotto l'egida di Islamabad) o ritentare un'ipotesi di colloqui diretti con la guerriglia, bypassando – come già in passato – gli emissari di Kabul. Teheran è forse meno preoccupata, dopo gli accordi di Vienna, del suo fronte orientale, impegnata com'è a guerreggiare sul fronte occidentale e a difendersi da una politica aggressiva dei sauditi che in Afghanistan però non sembra passare dai talebani ma semmai da Daesh e che per ora si è limitata solo ad alcune esecuzioni eclatanti1. Quanto a Islamabad, i suoi sforzi per avviare il negoziato sono in stallo totale (una prima riunione si è tenuta nell'estate in Pakistan ma poi il processo si è fermato). Dopo le bombe seguite al primo round negoziale2 anche la faticosa costruzione di una fiducia bilaterale con Kabul – messa in opera con l'appoggio di Ghani - è completamente crollata dopo l'ondata di stragi estive e l'Afghanistan è per ora completamente schierato contro il Pakistan, un'opzione alimentata soprattutto dal capo dell'esecutivo Abdullah e dai circoli vicini all'ex presidente Karzai. Gli unici Paesi in cui si nota una certa vitalità diplomatico militare sono a Nord di Kabul, lungo il confine con l'ex Urss dove proprio in questi giorni – avverte un reportage dell'emittente afgana Tolo3 - i russi stanno rafforzando il loro sistema di sorveglianza sui suoi ex confini meridionali e avrebbero sostenuto i tajiki nella decisione di chiudere i passaggi transfrontalieri con l'Afghanistan. In fin dei conti la Russia non ha mai perso la speranza di tornare ad avere un controllo seppur indiretto su questo crocevia interasiatico, sul traffico di droga e sui travasi jihadisti che da lì provengono, con un controllo dunque sulle frontiere delle tre ex repubbliche sovietiche (Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan) che confinano con l'Afghanistan e che non sono meno preoccupate di Mosca dalla continua ebollizione di un Paese che, col Pakistan, ospita cellule terroristiche e combattenti che provengono dai loro territori e a cui i due Paesi garantiscono, oltre confine, santuari e protezione nonché la possibilità di organizzarsi per progettare azioni di disturbo nelle patrie di origine. Putin si è mosso con prudenza in questi anni ma si è mosso. Probabilmente resta preoccupato dalla permanenza dei soldati americani e della Nato (che a fine anno avrebbero dovuto sensibilmente diminuire e che invece resteranno) e la vicenda di Kunduz (dista 250 km da Dushambe e 200 dalla frontiera uzbeka) non ha che rafforzato le preoccupazioni e fornito il destro per offrire collaborazione alle ex repubbliche sorelle.

sabato 28 novembre 2015

Razzisti in nome di Allah: come Daesh tradisce il profeta

Uno degli elementi di forza dell'espansione islamica in Asia è sempre stata la percezione, per i nuovi adepti alla parola del profeta, di poter godere di pari diritti davanti a Dio e davanti ai tribunali. Uno status che non era garantito in territori come l'India o l'Indonesia, dominati dalla regola delle caste. L'uguaglianza era invece una garanzia del Corano al convertito al di là della comunità di provenienza, della lingua, del colore della pelle. E' dunque abbastanza bizzarro che i puristi di Daesh applichino al contrario questa regola su cui si fonda uno dei capisaldi della diffusione dell'islam. Stando a un rapporto d'intelligence cui avrebbero contribuito ricercatori di diversi Paesi e citato in questi giorni diffusamente dalla stampa indiana, Daesh agirebbe proprio in direzione opposta: considerando la non provenienza da un Paese arabo – o di antica assimilazione araba – lo spartiacque per dividere i combattenti del califfato in musulmani di serie A e B.

Rientrerebbero nella categoria B soprattutto indiani e pachistani ma anche cinesi, indonesiani e africani. Chissà, ma il rapporto non sembra dirlo, se ciò vale anche per il Caucaso e i combattenti che provengono dall'Asia centrale e che di solito sono ritenuti ottimi guerriglieri. I "soldati" dell'Asia meridionale e orientale sarebbero comunque i meno affidabili: a loro non solo non sarebbero riservato il rango di “ufficiali” o la possibilità di entrare nella “military police” di Daesh (riservata a tunisini, palestinesi, sauditi, iracheni e siriani), ma vivrebbero in baracche meno accoglienti, non sarebbero ben armati, godrebbero di un salario inferiore e verrebbero addirittura utilizzati come carne da macello: spediti sulla linea del fronte, davanti ai guerriglieri etnicamente puri, a far da kamikaze senza saperlo, su jeep imbottite di esplosivo che saltano dopo che l'inconsapevole autista ha ottemperato al comando di comporre un certo numero al cellulare...

Sebbene sia sempre meglio essere diffidenti anche su questi rapporti di intelligence più o meno segreti, la cosa sarebbe suffragata da almeno tre elementi. Uno quantitativo, uno culturale e uno ideologico religioso. Per quel che riguarda gli indiani, ad esempio, il loro numero tra i foreign fighter sarebbe abbastanza ridotto: solo ventitré. Ma di questi ne sarebbero già morti sei, ossia uno ogni quattro, che è molto. L'altro elemento – come molti altri mediati dalla terra dei Saud, vedi alla voce decapitazione – riguarda il trattamento che in Arabia saudita o nel Golfo viene riservato a indiani, pachistani, bangladesi o indonesiani: camerieri e muratori senza diritti, relegati nelle periferie delle città e pagati una miseria. Decapitati o frustati se incorrono in qualche supposta malefatta. Questi musulmani di serie B, evidentemente ritenuti oltre che meno abili guerrieri anche meno affidabili sul piano della fedeltà, sarebbero sotto stretta sorveglianza da parte della polizia di Daesh.

venerdì 20 novembre 2015

Bangla-daesh: la rivendicazione per Parolari

La rivendicazione (Site)
La rivendicazione di Daesh è arrivata ieri, in arabo e con un lungo messaggio. Forse da prendere con le molle ma comunque da registrare. Padre Piero Parolari, salvo ma ferito gravemente l'altro ieri in una sparatoria nella cittadina bangladese di Dinajpur quando tre uomini in moto gli hanno sparato, sarebbe stato colpito da militanti di Daesh che ha anche rivendicato un attentato a un membro della comunità Bahai e l'assassinio di un uomo politico locale. La stampa del Bangladesh dà risalto al messaggio che, secondo il Daily Star di Dacca, è arrivato via twitter. Ma secondo il sito di analisi “Site” esiste un testo ben più lungo di 140 caratteri e rilanciato dall'agenzia Amaq News in cui si ricostruisce l'attentato a Parolari, definito un “crociato” nel gergo classico di Daesh. Nelle stesse ore per altro, il video “Paris before Rome”, diffuso sempre dai jihadisti di Al Bagdadi, rilanciava proprio l'Italia tra gli obiettivi del califfato benché poi il video si concentri su Stati uniti e nuovamente la Francia.

Per il caso Parolari la polizia ha intanto operato una serie di arresti tra cui quello di Mahbubur
La rivista di Daesh: un articolo
 sulla  "rinascita" in Bangladesh
Rahman Bhutto, segretario generale della sezione di Dinajpur della Jamaat-e-islami (partito islamista ma che Daesh considera deviazionista e traditore della causa jihadista), il cui ramo giovanile studentesco potrebbe avere legami con organizzazioni fuori legge e affiliati a Daesh.

Nell'ultimo numero di Dabiq, la pubblicazione mensile di Daesh, un articolo sul Bengala (che rilancia l'esecuzione di Cesare Tavella) chiarisce proprio le differenze ideologiche tra i vari gruppi del Paese anche se i redattori non menzionano nessuna organizzazione amica - nemmeno il famigerato Ansarullah Bangla Team, ritenuto l'erede di Daesh in Bangladesh, o il gruppo anch'esso al bando Jamaat ul Mujahidden Bangladesh - ma la presenza, genericamente, di mujahedin fedeli al califfato.

giovedì 19 novembre 2015

Il Bangladesh e l'ombra di Daesh

Parolari al'ospedale in un'immagine di ieri del Daily Star
E' andato a vuoto il tentativo di omicidio in Bangladesh ai danni del missionario italiano Piero Parolari, ferito mentre era in bicicletta a Dinajpur, 350 chilometri a Nord di Dacca dove svolge, oltre al servizio pastorale, anche l'attività di medico nell'ospedale della missione locale e come volontario al Dinajpur Medical College Hospital. Tre uomini in moto gli avrebbero sparato ma nessun proiettile è andato a segno anche se Parolari ha ferite alla testa. Ora è ricoverato a Dacca e se la caverà. E' andata molto peggio ad altri due stranieri uccisi meno di due mesi fa e la cui morte è stata rivendicata da Daesh: il cooperante Cesare Tavella, ucciso nella capitale il 29 settembre, e Kunio Hoshi, giapponese, ammazzato a Rangpur il 3 ottobre Il 5 invece, un prete battista bengalese, Luke Sarkar, era riuscito a fuggire dopo essere stato accoltellato da uomini entrati nella sua chiesa a Pabna.

Un frame dalla tv bangladese
Per ora una rivendicazione non c'è e il governo del Bangladesh ha sempre negato che Daesh esista nel Paese anche se è nota l'attività di un'organizzazione in particolare (di sei messe al bando): Ansarullah Bangla Team, un gruppo di ispirazione qaedista nato diversi anni fa, poi sparito ma ora riaffacciatosi sulla scena. Le sue rivendicazioni per ora sono tre: l'uccisione dei due stranieri e un attacco simultaneo contro templi sciiti a Dacca. Inoltre, poco prima dell'attentato a Tavella, Abt aveva pubblicato una lista di blogger e attivisti minacciandoli di morte (bangladesi espatriati e non e altri nel mondo). Abt potrebbe essere responsabile delle uccisioni di diversi blogger per le quali sono stati eseguiti molti arresti e processi. Ma spesso i legami sono confusi: Al-Qaeda nel subcontinente indiano (Aqis) ne ha rivendicati e la polizia ha arrestato, sempre per la vicenda blogger o editori laici, persone legate al Jamaat-e-Islami, la maggior organizzazione islamista del Paese la cui costola giovanile studentesca, Chatra Shibir, non sarebbe estranea alle attività dell'Abt.

Blogger, editori, attivisti sono nel mirino degli islamisti anche per le vicende che riguardano le condanne a morte di islamisti che si macchiarono di crimini durante la guerra per la separazione dal Pakistan negli anni Settanta. Un capitolo difficile del Bangladesh con continue condanne a morte per i fatti dell'epoca che hanno provocato reazioni e su cui gli islamisti pensano di far leva.

domenica 15 novembre 2015

Il progetto globale di Daesh



La nascita ufficiale del Califfato lanciata da Al Bagdadi è del 29 giugno 2014. Ma già da diverso tempo prima  circolava su internet una mappa delle ambizioni territoriali di Daesh. Non è chiaro chi l'abbia compilata e, secondo alcuni studiosi, si tratta dell'opera di qualche simpatizzante, oltretutto a digiuno di Storia visto che vi includeva il Nord della Spagna, la Slovacchia o l'Austria (mai state sotto dominazione islamica) e vi escludeva ad esempio la Sicilia. La mappa riproduce però a grandi linee le ambizioni espansive di un “impero” islamico che dall'Occidente europeo si spinge sino al Khorasan (geograficamente l'altipiano iranico e zone limitrofe) che però nell'ipotesi di Daesh include anche il subcontinente indiano. Una mappa che invece esclude il meridione del Sudest asiatico dove Indonesia, Malaysia, Brunei e Sud della Thailandia contano oltre 250 milioni di musulmani (si veda la mappa più sensata del gruppo Hizb ut-Tahrir riprodotta qui sotto a sinistra).

Ma al di là delle mappe e delle ambizioni, dov'è la forza reale dell'auto proclamato Stato islamico? Il suo cuore pulsante sta, com'è noto, tra la Siria e l'Irak dove oltre a combattere Daesh ha anche un vero e proprio controllo territoriale. Nel resto del mondo si va da piccole zone a macchia di leopardo a cellule più o meno attive e mobili. In questo momento, la minaccia più reale si potrebbe collocare a cavallo di Pakistan e Afghanistan, dove Daesh guadagna terreno anche grazie ai reclutamenti tra movimenti islamisti attivi nel Nord del Caucaso o nelle repubbliche centroasiatiche ex sovietiche che, quando non hanno cellule attive nei propri Paesi, forniscono combattenti.

A Ovest di Raqqa (Siria) – la capitale ufficiale per il momento – il califfato proietta la sua ombra su una vasta area che comprende l'Egitto, dove Daesh può contare soprattutto sulla regione del Sinai (Ansar Bayt al-Maqdis e Jund al Khilafah Kinana), il Nord della Libia (Ansar al Sharia), l'Algeria (Jund al Khilafah). Più a Sud la mira è su una vasta area africana che si estende dalla Somalia alla Nigeria dove Daesh può far leva soprattutto su Boko Haram (Wilayat Gharb Afriqiyah) vicino alle sue posizioni dal luglio 2014. Nella penisola arabica c'è invece Al Qaeda in the Arabian Peninsula che ha aderito a Daesh nell'agosto 2014.

L'espansione di Daesh secondo qualche simpatizzante
. In alto la traduzione dall'arabo
A Est del cuore del Califfato le cose si fanno più confuse: in Afghanistan si va dall'Hezb islami del vecchio signore della guerra Hekmatyar, la cui simpatia verso Daesh sembra in realtà solo un modo per distanziarsi dai Talebani di mullah Mansur, a varie formazioni minori che attraggono talebani insoddisfatti e che sono attive nell'area orientale del Paese a cavallo col Pakistan dove parte dei talebani locali del Therek Taleban Pakistan appoggiano – ma al prezzo di forti divisioni interne - lo Stato islamico. Fan da corollario piccole nuove formazioni o vecchie organizzazioni settarie anti sciite molto ben viste da Desh. Infine c'è la galassia jihadista centroasiatica – attiva sia nei propri Paesi di origine sia in Afghanistan, Pakistan, Siria, Irak – tra cui l'organizzazione più nota è il  Movimento islamico dell'Uzbekistan, alleato dal 2015.

In India Daesh non fa molta strada se si esclude la cellula di Ansar-ut Tawhid fi Bilad al-Hind, attiva dal 2013 ma solo sul piano di propaganda e reclutamento mentre in Bangladesh (va menzionato il caso dell'uccisione dell'italiano Cesare Tavella) sono fuori legge almeno sei gruppi islamisti tra cui Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh o Ansarullah Bangla, di cui non sono chiari i collegamenti con Daesh: il Paese rimane comunque una possibile area di reclutamento. Più ci si sposta a Est e a Sud meno l'influenza di Al Bagdadi si fa sentire anche se Filippine e Indonesia sono due Paesi a rischio: nel primo l'area turbolenta di Mindanao è piena di gruppuscoli contrari a far pace col governo e dunque sensibili ai richiami di Daesh. mentre nell'arcipelago indonesiano alcune centinaia di islamisti avrebbero ascoltato il richiamo jihadista per andare a combattere in Iraq e Siria.

Il quadro è dunque in via di definizione ma il contagio è tutt'altro che contenuto: secondo il centro studi Jane's, solo negli ultimi mesi di quest'anno gli attacchi di Daesh sono aumentati a dismisura: 1.086 tra luglio e settembre e cioè circa 12 al giorno contro gli 8 registrati tra aprile e giugno. 2.978 vittime con un salto di oltre l'80% rispetto a un anno prima.

lunedì 2 novembre 2015