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mercoledì 25 ottobre 2017

Luce verde ai raid segreti della Cia in Afghanistan

Mike Pompeo: muscolare come Trump
Il viaggio lampo del segretario di Stato americano Rex Tillerson, che dopo Irak e Afghanistan è arrivato ieri in Pakistan per visitare poi Nuova Delhi, è la prima vera offensiva diplomatica in casa dell’amico-nemico. L’amico nemico è il Pakistan verso cui Tillerson - assai più morbido a Islamabad - ha avuto parole durissime durante i suoi colloqui afgani. Accusati di essere la sentina della guerra, i pachistani - colpevoli di dare rifugio ai talebani afgani - non la prendono molto bene questa offensiva diplomatica preceduta dalle parole di fuoco di Trump e della sua ambasciatrice all’Onu che sul Paese dei puri han sparato duro. I pachistani – messi in imbarazzo anche da un’intervista di Caitlan Coleman (un’americana liberata col marito canadese Joshua Boyle che ha appena detto al Toronto Star, smentendo Islamabad, che il rapimento afgano si è trasformato in una cattività in Pakistan per più di un anno) sono allarmati soprattutto da due cose: una diplomatica e l’altra militare. Quella diplomatica riguarda l’India, il fratello-coltello oltre confine, la cui espansione in Afghanistan preoccupa molto Islamabad. E da che gli americani hanno addirittura chiesto a Delhi di “tenere d’occhio” il Pakistan, il furore è difficile da nascondere. La seconda è che il viaggio di Tillerson inaugura anche un nuovo stadio della guerra afgana e della sua scia pachistana.

sabato 17 settembre 2016

Un milione di lacrime. Il prezzo del drone che uccise Giovanni

Gli Stati Uniti “donano” ai Lo Porto un milione di euro per chiudere il caso del cooperante ucciso in Pakistan. E avvertono:“Non è un risarcimento” . Una pratica sempre più diffusa sugli omicidi segreti dal cielo. Ma la famiglia non ci sta

Giovanni Lo Porto. Alla famiglia
il denaro ma non la verità sulla morte
Con una “donazione” di 1 milione e 185mila euro alla famiglia Lo Porto per compensare la morte del figlio Giovanni, gli Stati Uniti considerano chiuso il caso del cooperante ucciso da un drone americano in Pakistan nel gennaio del 2015. Una donazione “in memoria”, formula ribadita ieri dall’ambasciata americana dopo che il quotidiano La Repubblica aveva rivelato l’accordo siglato l’8 luglio da un diplomatico incaricato di mettere una pietra tombale sulla vicenda. Che resta invece aperta in tutta la sua drammaticità anche se Washington si è tutelata con una formuletta che esclude che la donazione - non dunque un risarcimento ma al massimo un asettico riconoscimento del fatto - possa collegarsi a qualsivoglia futura azione legale: «Ciò non implica il consenso degli Stati Uniti d'America all'esercizio della giurisdizione italiana in eventuali controversie direttamente o indirettamente connesse al presente atto...». Punto e basta.

mercoledì 13 luglio 2016

Un drone ha ucciso l'ideatore delle ultime stragi in Pakistan (aggiornato)

Secondo la stampa pachistana un drone americano avrebbe freddato in Afghanistan, nella provincia orientale di Nangarhar, Umar Mansur e Qari Saifullah, due militanti chiave dei talebani pachistani (Tehreek-i-Taliban Pakistan/Ttp). In particolare Umar Mansur, alias Khalifa Mansur, alias Umar Naray – a capo della fazione Tariq Geedar del Ttp - sarebbe l’ideatore di almeno tre recenti stragi avvenute nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, al confine con l’Afghanistan: la prima è il massacro di oltre 140 persone (in maggioranza studenti) alla Army Public School di Peshawar avvenuto nel 2014. La seconda si deve a un attacco contro una base militare dell’aviazione nel 2015 sempre nella zona di Peshawar (29 vittime). L’ultima, nel 2016, riguarda sempre un’università, la Bacha Khan di Charsadda, dove i morti sono stati 18.

Per ora non ci sono conferme ufficiali e il Ttp smentisce. Ma fonti militari hanno detto al quotidiano Dawn, uno dei più autorevoli del Paese, che la notizia è credibile. Umar era stato catalogato in maggio dal Dipartimento di stato americano “terrorista globale”. L’obiettivo sarebbero ora Abdul Wali, alias Omar Khalid Khurasani, and Maulvi Fazlullah, leader del Ttp.

Aggiornamento: la notizia è stata confermata dal capo delle forze armate pachistane

martedì 24 maggio 2016

In morte di mullah Mansur*

Mullah Mansur è morto. Almeno così si crede.  L'uomo che dal luglio 2015 ha sostituito
l'evanescente mullah Omar alla guida dei Talebani è stato ucciso sabato pomeriggio da un drone americano, mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. I Talebani non hanno confermato ufficialmente la notizia, ma i più alti membri dell'amministrazione Usa e i funzionari dell'intelligence afghana si dicono certi: Mansur è stato ucciso. «Perché era l'ostacolo maggiore al processo di pace», ha dichiarato dal Myanmar il segretario di Stato Usa John Kerry, convinto che con l'uscita di scena del loro leader i Talebani siano disposti a sedersi al tavolo negoziale.

Ashraf Ghani. La svolta
dopo l'ennesimo attentato
Mullah Mansur ha faticato molto, in questi mesi, a tenere le redini del movimento. Nato nel 1960 nella provincia meridionale di Kandahar, roccaforte dei Talebani, già governatore-ombra della sua provincia di nascita e ministro dell’Aviazione civile e dei trasporti all’epoca dell’Emirato islamico d’Afghanistan, dal 2013 Mansur è il leader de facto del movimento. Da allora, ha ristabilito il primato della shura di Quetta, uno dei tre principali centri di potere talebano, sulla shura di Peshawar e su quella di Miran Shah (la rete Haqqani), marginalizzando i principali antagonisti, cooptando gli indecisi e ottenendo il controllo di buona parte dei fondi – in diminuzione – provenienti dai tradizionali sponsor regionali. La sua nomina a leader assoluto, nel luglio 2015, è stata fortemente contestata da alcuni turbanti neri, tra cui il figlio del mullah Omar, Yacub, che poi gli ha concesso l'appoggio; Qayyum Zakir, già a capo della Commissione militare; Tayyeb Aghha, che in polemica con la nomina ha lasciato l'Ufficio di rappresentanza politica di Doha, di cui era responsabile. Tutti e tre, ora, vantano le credenziali giuste per potergli succedere.

sabato 19 marzo 2016

Chi si ricorda di Giovanni Lo Porto?

Presi come siamo dalla vicenda di Giulio Regeni, tra depistaggi e bugie, abbiamo forse dimenticato – in un Paese che tende a dimenticare alla svelta – la morte di un altro italiano: Giovanni Lo Porto, rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso da un drone americano nel gennaio del 2015. A non dimenticare è la famiglia che, quattro giorni fa, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio (andata deserta!) con gli avvocati che la assistono, i radicali (grazie a loro si può riascoltare nei podcast di Radio radicale) e il senatore Luigi Manconi. Quest'ultimo lunedi prossimo depositerà un'interrogazione al governo e al ministero degli Esteri per sapere sia il risultato delle promesse che il presidente Obama fece nella dichiarazione pubblica con la quale, nell'aprile 2015, rese nota la morte di Giovanni e si scusò con la famiglia, sia se gli Usa intendano procedere a un risarcimento. E sì, perché Obama fece delle promesse poi ribadite in un comunicato ufficiale della casa Bianca. Undici mesi fa.

domenica 26 aprile 2015

La scia del dolore tra droni e ostaggi

«Abbiamo identificato 41 uomini che hanno vissuto solo una volta ma che sono morti molte volte. Ognuno di loro è stato un obiettivo dato per morto almeno tre volte prima che lo fosse veramente. In alcuni casi c'è chi è stato preso di mira sette volte... i raid uccidono in media 28 altre persone prima di colpire il proprio obiettivo. In totale, fino a 1.147 persone potrebbero essere state uccise durante i tentativi di ucciderne 41... e nonostante più tentativi, almeno sette di questi 41 ricercati sono probabilmente ancora in vita». La riassume così la “legge del drone” un rapporto di Reprieve, associazione che si occupa di violazioni estreme dei diritti umani. Nel suo rapporto You never die twiceil bilancio che traccia si aggiunge ai tentativi di far luce sull'odiosa guerra moderna che si gioca come un videogame. La stessa che ha ucciso Giovanni Lo Porto e il suo compagno di prigionia. la stessa su cui Obama ha taciuto a Renzi. La stessa per cui da anni il Rapporteur speciale dell'Onu Ben Emmerson chiede maggior trasparenza. La stessa infine che ha appena registrato un ennesimo appello da parte di Amnesty International e American Civil Liberties Union, due organizzazioni di tutela dei diritti umani che hanno chiesto a Obama di «chiedere scusa» a tutte le vittime della dirty war combattuta in Afghanistan, Pakistan, Yemen ma anche a Gaza, in Siria o in Irak. Non solo dagli Usa dunque.

venerdì 24 aprile 2015

L'errore "normale" che ha ucciso Giovanni Lo Porto

Giovanni Lo Porto. Sotto a sinistra
Warren Weinstein
E' un'operazione di trasparenza quella che il presidente Obama deve aver deciso di fare per rispetto nei confronti dei famigliari di Giovanni Lo Porto e Warren Weinstein, i due ostaggi uccisi a gennaio da un raid aereo americano che aveva l'obiettivo di colpire – come è stato - i due qaedisti americani Ahmed Farouq e Adam Gadahn. Ma è una trasparenza opaca.

Non dice Obama esattamente dove i suoi droni hanno colpito e non dice chi ne aveva la responsabilità diretta, chi comandò l'operazione ed è dunque responsabile dei suoi effetti collaterali. Il segreto di Pulcinella – il luogo è il Pakistan e il mandante è la Cia – si deve alle regole ferree della guerra al terrorismo che, proprio con Obama, ha avuto come caratteristica l'espansione dell'uso dei velivoli senza pilota. E' stata con tutta probabilità una delle tante operazioni segrete nelle aree tribali del Pakistan, probabilmente lungo il confine con l'Afghanistan, in uno dei tanti raid - notturni, all'alba, in pieno giorno - che in questi anni hanno ucciso militanti qaedisti o filo qaedisti e, con loro, migliaia di civili. Per errore. E' una guerra che impiega personale americano distante chilometri dalla zona dell'attacco e che utilizza i droni che stazionano nei depositi delle basi Usa in Afghanistan. Una guerra “tollerata” da Islamabad ma al contempo una piaga nei rapporti Usa-Pakistan per via di quella reiterata violazione della sovranità nazionale che i droni compiono indisturbati e comandati a distanza. A dirigere le operazioni ci sono i servizi segreti che, con l'esercito, fanno prima sorvolare le zone da colpire e poi pianificano le uccisioni mirate: una guerra pulita che non impegna truppe sul terreno e che si gioca come un video game. Quanto costa? Poco in termini di spesa militare. Molto in termini di vite umane.

giovedì 27 febbraio 2014

Pakistan, pronto l'attacco di terra contro i talebani

Raheel Sharif, a capo
dell'esercito pachistano
«Il governo pachistano è in procinto di lanciare una grande offensiva militare nella regione tribale del Nord Waziristan dopo gli attacchi brutali dei talebani nelle ultime settimane e l'apparente fallimento dei colloqui di pace con i militanti , secondo un funzionario pachistano di alto livello. "Potrebbe accadere in uno dei prossimi giorni ", ha detto il funzionario, aggiungendo che i piani militari sono stati condivisi con alti funzionari degli Stati Uniti , che hanno a lungo sollecitato un'offensiva». Così il  Washington Post in un articolo che cita fonti anonime pachistane ripreso oggi con evidenza dalla stampa pachistana. L'attacco in forze potrebbe svolgersi utilizzando i 150mila soldati già presenti nell'area, prosegue il quotidiano americano che spiega come l'operativo avverrebbe nella pausa che da tre mesi ha visto un alt degli attacchi con i droni americani. L'ipotesi del giornale conferma le supposizioni sul fatto che un'operazione su larga scala non solo aerea contro i talebani pachistani sarebbe stata preparata da mesi.

venerdì 14 febbraio 2014

Karim, i talebani e la fatica del negoziato

Karim Khan, sequestrato e torturato, dopo il rilascio
in un fotogramma della tv qatariota
"Ho detto loro: se siete dei servizi, dalla polizia o del governo, ditelo chiaramente, non ho problemi. Io non sono un assassino, né un pregiudicato né una persona che lavora contro lo Stato. Perché mi avete preso? Ma hanno continuato a dire che dovevo solo stare zitto". E' il drammatico racconto, oggi diffuso anche in un'intervista video su Al Jazeera, reso da Karim Khan, un pashtun delle aree tribali pachistane, sequestrato il 5 febbraio e appena rilasciato dopo essere stato – mentre era bendato - picchiato e torturato per diversi giorni.

Non è una storia di ordinario abuso ed è una notizia che va accoppiata a un'altra, sempre di oggi e sempre in Pakistan: un comunicato congiunto firmato dai due capi negoziatori (Irfan Siddiqui per il governo e Sami ul-Haq per la parte talebana) dei due team che hanno avviato un negoziato tra Islamabad e il Teheerek-e-Taleban (Ttp, talebani del Pakistan) per por fine alla guerra iniziata nel 2007 tra islamisti delle aree tribali e governo centrale. Il comunicato chiede uno stop alle azioni di killeraggio e violenza che, nonostante il negoziato, continuano a infiammare e insanguinare il Paese.

mercoledì 11 dicembre 2013

USA-PAKISTAN. DRONI, LOGISTICA E IL BORSELLINO DI CHUCK HAGEL

Era dal gennaio del 2010 che un ministro della Difesa americano non si recava in Pakistan.  Lo ha fatto lunedi scorso Chuck Hagel che, dopo aver incontrato il premier Nawaz Sharif, è stato ricevuto dal neo capo delle forze armate pachistane generale Raheel Sharif (con lui nella foto a Rawalpindi), un uomo che vale ben più di un ministro della Difesa. Singolare che gli Usa abbiano aspettato tanto per questa visita che Hagel ha fatto provenendo in gran segreto da Kabul per poi andare, si dice, dagli alleati nel Golfo a rassicurarli sugli effetti dell'accordo con l'Iran che a nessuno (nel Golfo soprattutto ma forse nemmeno in Pakistan) è piaciuto molto.

Nell'agenda pachistana ci sono un paio di problemi: i droni, tanto per cominciare, la cui guerra segreta crea problemi al governo e ai militari pachistani. E le ritorsioni sul valico del Khyber Pass, praticamente bloccato per giorni dalle ultime proteste proprio per via dei droni (ora la via verso la porta di Torkham è stata però riaperta). Della visita, oltre alle frasi di rito, si sa poco a parte il fatto che Hagel avrebbe fatto pesare sul piatto il borsellino. Dopo mesi di tensioni, le cose si erano poi aggiustata e dal luglio 2012 era ripreso il programma di assistenza al Pakistan per cui l'amministrazione avrebbe tirato fuori già 1,5 miliardi (1,2 secondo altre fonti) che vanno in gran parte a sussidiare le forze armate. Hagel ha fatto capire che, anche in previsione del ritiro delle trippe dall'Afghanistan previsto a fine 2014 (almeno in parte), gli Usa non vogliono problemi su quella che è la principale rotta logistica per importanza specie se si devono evacuare mezzi pesanti. Insomma o ci sono garanzie o si taglia di nuovo la borsa della spesa. Messaggio ricevuto. Presumibilmente anche sui droni, la cui campagna continua ad apparire in buona salute.

In basso in giallo una mappa con le due strade che dal porto di Karachi portano in Pakistan: via Chaman/Spin Boldak a Sud e via Khyber Pass a Nord, la più importante sia per gli Usa sia per la Nato


venerdì 22 novembre 2013

DRONI SUL PAKISTAN E SULLA LOYA JIRGA

I missili che ieri mattina hanno centrato le stanze di una madrasa nel distretto pachistano di Hangu, non hanno solo colpito un target in Pakistan e per di più fuori dalle cosiddette agenzie tribali. Quei missili sono caduti anche, seppur indirettamente, sulla Loya Jirga convenuta a Kabul su richiesta di Karzai e che deve dire la sua sul controverso accordo politico militare tra Usa e Afghanistan. La simmetria non è solo politica (il rischio che ciò che si fa in Pakistan si possa fare domani anche in Afghanistan). E' anche temporale poiché, mentre i droni colpivano Hangu, una delegazione afgana di alto profilo aveva già fatto le valige per Islamabad con l'incarico di concordare con le autorità pachistane futuri incontri con i capi talebani da poco usciti dalle prigioni del Pakistan (tra cui c'è l'ex numero 2 della shura di Quetta mullah Baradar). Obiettivo: negoziare la tortuosa strada del processo di pace. Tra l'altro, tra le vittime dei droni c'erano proprio dei capi talebani afgani. Ma andiamo con ordine.

giovedì 21 novembre 2013

IL DOPPIO COLPO DEL DRONE AMERICANO

Gli Stati Uniti avevano promesso che in futuro non avrebbero più effettuato   attacchi di droni in Pakistan durante i colloqui di pace con i talebani. Ma non hanno mantenuto la promessa, forse facendo la distinzione tra talebani pachistani e afgani. La promessa era arrivata dopo l'uccisione dell'ex capo talebano del Tehrek-e-Taleban Pakistan  Hakimullah Mehsud agli inizi di novembre.

Ma proprio mentre una delegazione afgana di alto profilo si stava recando in Pakistan per concordare colloqui coi talebani afgani da poco rilasciati da Islamabad (tra cui l'ex numero 2 di mullah Omar, mullah Baradar),  gli americani hanno ridato luce verde ai droni che hanno colpito giovedi  prima dell'alba la stanza di una madrasa nell'area di Tal, distretto di Hangu. I primi resoconti dicono che tra gli uccisi (sei o nove a seconda delle fonti) ci sarebbero due figure chiave del clan Haqqani, Abdul Rehman e soprattutto Maulvi Ahmed Jan quest'ultimo ritenuto una figura chiave del movimento noto come Haqqani network.

Ma il raid, che come tutti gli altri viene malamente digerito a Islamabad, questa volta ha colpito fuori dalle tradizionali aree della tribal belt (l'area delle sette agenzie autonome a prevalenza pathan), colpendo un distretto che fa parte - come loro - della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, ma si trova a ridosso della cintura tribale. Una sorta di doppia violazione della sovranità nazionale pachistana perché i missili ha centrato il loro obiettivo fuori dalla tradizionale area di combattimento (che è soprattutto l'agenzia del Waziristan).

Nell'immagine in alto , una mappa delle aree tribali (blu) e della provincia del Pakhtunkhwa (verde). Hangu (rosso) si trova fuori dalla tribal belt

Nell'immagine in basso, una riedizione tristemente ironica del dollaro

domenica 3 novembre 2013

CRISI PAKISTAN-USA DOPO LA MORTE DEL CAPO TALEBANO


L'uccisione venerdi scorso del capo dei talebani pachistani Jamshed Zulfikar Mehsud, meglio noto col nome di battaglia di Hakimullah Mehsud, ha innescato una vera e propria guerra diplomatica tra Islamabad e Washington.

Sotto accusa C'è il solito attacco di droni – che gli americani non hanno né ammesso né smentito – e la conseguente violazione della sovranità nazionale, ma questa volta c'è di più. Il ministro degli Interni Chaudrhry Nisar Ali Khan ha bollato l'azione come «un attacco degli americani alla pace nella regione» e ha detto chiaramente che le relazioni bilaterali saranno adesso oggetto di attenta revisione al ritorno del premier Nawaz Sharif da Londra quando si riunirà il comitato ristretto sulla sicurezza nazionale (Ccns). Infine che della vicenda sarà investito il Consiglio di sicurezza dell'Onu. Imran Khan, il capo del Pakistan Tehrek-e-Insaf, partito che alle ultime elezioni si è guadagnato la guida della provincia del Khyber Pakhtunkhwa (dove il Mehsud è stato ucciso) ne ha minacciato il blocco. Non è poco visto che da lì passa buona parte della logistica Nato per l'Afghanistan. Inutile infine riferire della posizione del Jamiat Ulema-e-Islam, partito islamista in declino ma pur sempre di qualche peso nell'area.

In effetti, appena due giorni fa, il 31 ottobre, il neo premier Nawaz Sharif - che ha fatto una scommessa sulla pacificazione del Paese - aveva annunciato pubblicamente, senza fornire molti dettagli, che il negoziato tra Islamabad e il Tehrek-e-Taleban Pakistan (Ttp) era iniziato e che presto sarebbero cominciati colloqui diretti «nel quadro della Costituzione pachistana». Ora si sa che sabato una delegazione governativa avrebbe dovuto incontrare la cupola talebana. Chissà se lo stesso Hakimullah. Missione che è fallita per via della sua uccisione e che ora è a totale rischio con probabile seguito di ritorsioni, attacchi terroristici e nuovo sangue.

Hakimullah, cinque milioni di dollari di taglia sulla testa, avrebbe comunque già un sostituto, il comandante Khan Said Mehsud anche noto come “Sajna”, eletto ieri in gran fretta dal gran consiglio del Ttp con 43 voti su 60. Ma i contorni della vicenda restano oscuri. Alcune fonti danno Sajna come luogotenente e gran compare di Hakimullah, altre per nemico col quale gli uomini dell'ormai defunto capo talebano si sarebbero scontrati per il controllo di attività criminali a Karachi. C'è infine chi ricorda che proprio Sajna aveva tentato una scalata ai vertici del Ttp fermata da Hakimullah. In questa situazione interna poco chiara si muovono anche altri elementi: l'estremo frazionamento della guerriglia pachistana, i non facili legami con una parte dei confratelli afgani, il contrasto con il segmento che controlla il Punjab. Radicato nella cintura tribale al confine con l'Afghanistan, il movimento non a caso è controllato dai Mehsud, la tribù più popolosa e potente del Sud Waziristan dove Hakimullah è stato ucciso dopo una riunione venerdi in una moschea dell'area di Dande Darpakhel, non lontano da Miranshah, la capitale del Nord Waziristan. Ma nella fertile pianura del Punjab bisogna fare i conti con i Punjabi Taleban, teoricamente un segmento del Ttp ma in realtà molto autonomi, ombrello di diversi gruppi dalla composizione etnica assai più mista che nelle aree del Nordovest a maggioranza pashtun. Il suo capo, Asmatullah Muawiya, sarebbe stato cacciato proprio dopo le sue aperture in agosto alle proposta di pace di Nawaz Sharif.

A tutto ciò va aggiunta l'agenda politica del nuovo governo di Islamabad in cerca di consenso interno e un contenzioso con gli americani al calor bianco da anni. Una corda che rischia di spezzarsi.

martedì 23 luglio 2013

DRONI, SVELATA LA GUERRA SEGRETA (pensierino della sera)

E poi dicono la stampa. Quella seria ha una funzione fondamentale. Da oggi sappiamo con una certa certezza che la guerra senza volto dei droni in Pakistan uccide almeno un civile ogni cinque guerriglieri. Per la prima volta un documento classificato pubblicato sul web getta luce su un modo di combattere la guerra ai jihadisti tenuto sempre rigidamente segreto.
A rivelare le cifre – 746 persone uccise da 75 azioni tra il 2006 e il 2009 – è un documento intitolato Details of Attacks by Nato Forces/Predators in FATA, preparato dall'ufficio del Political Agent di stanza a Wana, la capitale del Waziristan del Sud, area ritenuta uno dei santuari per eccellenza dei combattenti islamisti. Il documento, pubblicato oggi dal Bureau of investigative Journalism sul suo sito web, rivela anche che tra quei 147 innocenti ci sono 94 bambini: la maggior parte delle vittime civili dei raid sono dunque solo minorenni.

Domani su Lettera22 l'articolo scritto per ilmanifesto

sabato 9 marzo 2013

BRENNAN, PETRAEUS E LE OMBRE DELLA CIA

La vittoria di Obama nel far passare al Senato la nomina alla Cia di John Brennan, il successore a Langley del generale David Petraeus, è accompagnata da ombre pesanti. E non tanto per il boicottaggio repubblicano che, come nel caso del titolare della Difesa Chuck Hagel, è stato in realtà una battaglia più contro Obama che contro le due nomine (anche se Hagel è indigesto al Grand Old Party che lo considera un traditore). Il fatto è che lo scambio Petraeus-Brennan somma le polemiche sui droni, fiore all'occhiello del pupillo di Obama, all'inchiesta che The Guardian e la Bbc hanno appena pubblicato sui lati più oscuri della guerra in Irak: torture e illegalità con la certezza che Petraeus sapeva.

Quanto a Brennan, i repubblicani hanno fatto ostruzionismo per ore dibattendo se sia possibile che un drone uccida un cittadino statunitense nella stessa America. La risposta è stata logicamente no ma in realtà, oltre alle polemiche che non solo negli Stati uniti accompagnano la politica degli omicidi mirati coi velivoli senza pilota, sono in tanti a interrogarsi sul sistema di sorveglianza anti terroristica che la Cia tiene in piedi e che, oltre a spiare il resto del mondo, classifica e archivia due miliardi di mail al giorno. Ma questo non preoccupa i repubblicani anche se su questa vecchia storia, trama di film, memoriali e thriller, adesso si torna a parlare: l'economista americana di origini olandesi Saskia Sassen ha scritto che l'apparato di sorveglianza è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni e comprende almeno diecimila edifici, un milione di funzionari addetti e circa due miliardi di mail tracciate ogni giorno.

Brennan comunque
ha superato l'impasse al Senato (63 a 34) dopo rassicurazioni ufficiali che i droni non si useranno mai in territorio Usa se non in casi “eccezionali”. E per altro ai repubblicani, il programma non dispiace affatto, specie se ci va di mezzo un “traditore”, come quel Anwar al-Awlaki, leader islamico yemenita nato negli Usa e ucciso nel settembre del 2011 nello Yemen. Da due droni.

Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, già consigliere del presidente per l'antiterrorismo che in quel posto lo voleva dal 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi dal Pakistan alla Libia. Il programma piace al presidente anche se le stime sui civili uccisi sono elevate: secondo un'inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, le operazioni dei droni sono migliaia. Solo in Pakistan, nel periodo 2004-2013, i dati raccolti danno un bilancio totale di 362 azioni (310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431. Nello Yemen? Tra 43 e 53 attacchi, tra 228 e 325 civili uccisi tra cui oltre una dozzina sono bambini. L'incertezza sui numeri denuncia la difficoltà di valutare esattamente gli effetti del programma.
Quanto alle ombre sull'ex direttore della Cia (dal settembre 2011 al novembre 2012, quando fu travolto dallo scandalo delle mail rosa), David Petraeus era solo un generale quando andò in Irak ma lì aveva il compito di dirigere tutto, appena un passo dietro al titolare della Difesa Donald Rumsfeld. Come ha rivelato la stampa britannica, Rumsfeld aveva scelto un tal colonnello James Steele, che era stato nelle forze speciali ed era uno “specialista” nelle guerre sporche centramericane, per stroncare con ogni mezzo, e cominciando dai campi di detenzione, soprattutto i miliziani sunniti. Gli fu affiancato un altro specialista: il colonnello in pensione James Coffman. Ebbero soldi e carta bianca e fecero i supervisori di quello spicchio di guerra che fu il più oscuro di tutta l'occupazione. Petraeus era lì. Un'altra macchia sulla sua divisa. E su quella della Cia.

venerdì 8 marzo 2013

BRENNAN ALLA CIA, LA SPUNTA OBAMA

John Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, è il nuovo capo della Central Intelligence Agency. L'ha spuntata dopo un lungo braccio di ferro al Senato, che ha l'ultima parola sulle nomine del presidente degli Stati uniti. Già consigliere di Obama per l'antiterrorismo e che alla Cia lo voleva già nel 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi in Pakistan, Yemen, Somalia, Libia e Afghanistan. Del resto è noto che il programma piace al presidente anche se le stime dei civili uccisi sono elevate.

Ha ha superato l'impasse (63 voti a 34) dopo una filippica di lunga durata (un “filibustering” di 13 ore) condotta dal senatore repubblicano Rand Paul sulla possibilità che i droni siano usati in territorio americano cosa possibile, secondo l'Amministrazione, solo in casi “eccezionali”. Non che ai repubblicani il programma, prediletto da Obama e perfezionato da Brennan, non piaccia, ma qui si trattava di mettere in difficoltà Obama più che Brennan, che è del resto già stato nell'occhio del ciclone diverse volte proprio per i posti che ha occupato, sia alla Cia, sia alla Casa bianca. Più che Brennan, l'ha spuntata Obama

sabato 26 gennaio 2013

LE GUERRA SEGRETA DEI DRONI

E' di un paio di giorni fa la notizia che l'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani ha aperto un'inchiesta – su domanda di diversi Paesi – per capire i danni dei droni tra la popolazione civili e se la loro azione non si possa configurare come un crimine di guerra. Gli aerei senza pilota sono un'arma “moderna” ritenuta efficacissima dal Pentagono ma a cui tutti guardano, da Israele alla Germania passando per l'Italia, come alla forma bellica del futuro. Tu stai a casa, non rischi una ghirba, guardi e spingi un bottone. C'è ovviamente un problema etico su come si fa la guerra ma non è questo il punto. Il punto è, sembra di capire dall'inchiesta, se questa arma efficacissima nel colpire criminali e terroristi non sia altrettanto efficace nel colpire i comuni mortali che si trovano nell'area. Gli errori commessi dai droni sono già tantissimi benché le loro scorribande siano coperte da segreto militare. Chissà se ne sapessimo di più.

L'emittente qatariotaAl Jazeera spiega che l'Onu intende studiare 25 casi (vedi la lista del team investigativo) in cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.

Le operazioni dei droni sono materia controversa come controversi sono per altro i numeri: quante ne sono state fatte, quanta gente hanno ucciso, quanti civili (utile dare un'occhiata a questo ottimo lavoro del Bureau of Investigative Journalism)? Ma la decisione dell'ufficio della serissima e determinata signora Pillay non è solo senza precedenti: segna un nuovo punto a favore del diritto in una materia, la guerra, nella quale la tecnologia fa passi da gigante (meno, il diritto).

Le operazioni dei droni sono migliaia ma la maggior parte sono di carattere ricognitivo. Per quel che se ne sa, per fare un esempio che riguarda il Pakistan nel periodo 2004-2013, i dati raccolti (mettendo insieme più fonti) dicono che: il totale dei bombardamenti con droni è stato di 362 azioni (di cui 310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431.

Qui sotto avete una tabella dell'andamento anno per anno per quel che riguarda i morti civili


Si comprende bene che era proprio ora di darsi da fare.

sabato 5 gennaio 2013

I DUBBI SULLE VITTIME CIVILI


Il 3 gennaio la Reuters ha dato notizia dell'uccisione in Waziristan del Sud (a Wana, la capitale dell'agenzia tribale pachistana) di Maulvi Nazir Wazir, comandante talebano di un certo livello. Sarebbe stato un “drone” a farlo fuori. Di questa attività sappiamo tutto e niente e cioè solo quanto segnalano gli americani o i pachistani. In Pakistan i droni sono molto attivi. Ma in Afghanistan? Secondo fonti militari americane, riportate sul sito World socialist website, il bilancio a novembre era di 333 azioni condotte da droni nel Paese nei primi dieci mesi dell'anno: circa 33 azioni/mese, il livello più alto mai raggiunto). Ma per fare cosa?

I droni vengono usati anche dagli italiani a scopi perlustrativi o per segnalare ai caccia bombardieri le zone da colpire. Gli americani li usano come aerei spia ma anche come bombardieri di “precisione”. Quante persone hanno ucciso? Le statistiche non aiutano.

Nell'ultima relazione di Ban Ki-moon al Consiglio di sicurezza si è fatto un bilancio di 2557 incidenti che, solo tra tra il 1 agosto e il 31 ottobre 2012 (tre mesi), hanno coinvolto civili (967 morti e 1.590 feriti) con un aumento percentuale del 28% (in controtendenza su un aumento del 4% nei primi sei mesi dell'anno rispetto al 2011). Ma stando all'Onu, le vittime sarebbero da attribuire in gran maggioranza (84% e con un aumento rispetto all'anno prima del 14%) alle forze non governative (dunque ai talebani ma forse anche ad altre forze meno omologabili, il rapporto non lo dice). Le forze governative (dunque Nato ed esercito afgano) sarebbero responsabili solo del 6% (era il 10%) delle vittime civili mentre un altro 10% non è attribuibile. In buona sostanza, secondo le Nazioni Unite le morti imputabili ai talebani, o supposti tali, sarebbero – nei tre mesi presi in esame - oltre 800 mentre a Nato ed Ana sarebbero imputabili “solo” una cinquantina divittime (una decina restano non attribuibili). Dati che, con 33 azioni di droni al mese, lasciano perplessi. Per non parlare dei bombardamenti italiani di cui non sappiamo nulla, a cominciare dal numero delle missioni (ammesso che ci si possa fidare di quanto dichiarato dai militari americani).

Con le fibrillazioni elettorali in corso, difficile che qualche parlamentare si preoccupi di chiedere conto al ministro della Difesa uscente.

Nelle immagini, mappe di Nord, Sud Waziristan e Afghanistan recuperate su google

mercoledì 22 dicembre 2010

SE LA GUERRA INNESTA LA QUARTA

Proprio mentre il governo di Hamid Karzai rende noti i dati sull'aumento – del 76% nella sola settimana passata – delle vittime civili in Afghanistan, il governo americano si appresta a spingere ancora di più sulla cosiddetta strategia dei droni, l'utilizzo cioè di omicidi mirati con gli aerei senza pilota, e con operazioni delle forze speciali in territorio pachistano. La scelta riguarda il Pakistan ma coinvolge ovviamente l'Afghanistan, sia perché è il luogo di partenza degli aerei e dei commando di terra, sia perché anche in Afghanistan la politica dei bombardamenti, ribadita della revisione strategica resa nota dalla Casa bianca il 16 dicembre, resta un punto altamente critico.

La notizia di una volontà di incrementare la pressione sul Pakistan l'ha data ieri mattina il New Yor Times citando fonti anonime dell'Amministrazione che si fanno interpreti di un forte desiderio di reazione alla frustrazione diffusa dovuta alla scarsa collaborazione dei pachistani nel colpire i santuari della guerriglia. L'articolo menziona anche voci contrarie e non nasconde i rischi di un inevitabile aumento della tensione tra Washington e Islamabad. Il piano non ha ancora luce verde ma, avverte il giornale, c'è chi sta facendo forti pressioni per un'escalation delle operazioni clandestine che violano platealmente la sovranità territoriale pachistana e che sono all'origine delle maggiori frizioni tra Pakistane Stati uniti. Il giornale fa anche menzione di operazioni clandestine messe a segno dai Counterterrorism Pursuit Teams, in sostanza gruppi di miliziani afgani istruiti dall'antiterrorismo americano e dalla Cia (sarebbero almeno sei, di cui il Nyt menziona la Paktika Defense Force, attivi in Afghanistan e addestrati a operazioni speciali oltre confine). Tra i loro compiti, quello di mettere a segno incursioni nelle aree tribali pachistane, al confine con l'Afghanistan.
Questa “pachistanizzazione” del conflitto combattuto nei due Paesi aprirebbe dunque un nuovo fronte della guerra o, quantomeno, rafforzerebbe l'opzione che chiede una maggior pressione su Islamabad, cosa di cui la nota della Casa bianca di dicembre non aveva fatto menzione anche se si sottolineava l'importanza della strategia degli attacchi mirati. Da settembre, per altro, e cioè in tre mesi e mezzo,i droni hanno condotto almeno una cinquantina di attacchi nel Nord Waziristan (sede di talebani, qaedisti e di affiliati alla rete Haqqani) contro i 60 dei precedenti otto mesi.

Se un aumento della pressione sul Pakistan piace al governo afgano, l'esecutivo di Karzai non è però troppo convinto della nuova strategia americana. Il portavoce del presidente, Wahid Omar, ha detto ai giornalisti che se anche ci sono parti del dossier presentato dalla Casa bianca alcuni giorni fa che raccolgono il favore del governo, la Revisione della strategia in Afghanistan non è sufficientemente attenta ad alcuni problemi, il primo tra i quali riguarda le vittime civili. Il governo lamenta anche scarsa attenzione allo sviluppo economico e alla messa al bando delle organizzazioni “parallele” di contractor e, infine, che i successi sbandierati dall'Amministrazione restano “fragili e reversibili”. Tra l'altro è bene sottolineare che tra Kabul e Islamabad è in corso in qualche modo una trattativa sul futuro del negoziato di pace afgano e che un inasprimento della tensione tra Washington e Islamabad rischia di avere contraccolpi anche in Afghanistan.

Quanto all'aumento delle vittime civili in Afghanistan, il ministero dell'Interno afgano ha reso noto che settimana scorsa si è assistito a un incremento del 76% dei morti in gran parte dovuto agli ordigni che la guerriglia piazza lungo le strade per colpire i mezzi militari Nato. Anche gli attacchi talebani sono cresciuti del del 16%. Ma l'argomento dei raid aerei resta sensibile. Una nota diffusa ieri da Oxfam International (in Afghanistan è una delle maggiori Ong presenti) l'organizzazione umanitaria di origine britannica, faceva rilevare come nella Revisione della Casa bianca non avesse trovato posto adeguato la protezione dei civili: uno dei “punti critici” su cui la comunità internazionale dovrebbe appuntare la sua attenzione.