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mercoledì 5 ottobre 2016

Un po’ meno poveri ma sempre in guerra

La Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan promette nuovi aiuti alla ricostruzione. Ma il Paese è a ferro e fuoco e i veri nodi per pacificarlo restano un tabù


Mentre i talebani hanno lanciato una nuova massiccia offensiva proprio alla vigilia della Conferenza sull’Afghanistan che si è aperta ieri a Bruxelles, nella capitale belga arriva il momento delle promesse per un Paese dove – sono dati Ue – il 40% della popolazione vive sotto la linea di povertà e un terzo degli afgani ancora non sa leggere né scrivere. Mentre scriviamo si combatte a Kunduz, nell’Helmand e in altre aree a Nord e a Sud. E si litiga: in parlamento e nel governo, scaricandosi le responsabilità per l’ennesima battaglia in una città - Kunduz – tenuta un anno fa dalla guerriglia per quasi una settimana. C’è chi dice che l’offensiva finirà per favorire l’apertura della borsa dei Paesi amici. E c’è chi invece pensa che sia l’ennesimo colpo basso a un governo in perenne crisi e a una presenza della Nato che, pur ridotta nel numero dei soldati, è rimasta nel Paese a presidiare soltanto le caserme che proteggono i suoi militari.


Sempre in guerra: combattenti anti inglesi
in una stampa del 1800. Sotto la bandiera Nato
Ieri l’Unione Europea ha promesso, in aggiunta al suo programma 2014-2020 (circa 1,4 miliardi di euro) oltre 200 milioni annui per due anni dal 2017 per sostenere l’agenda del governo di Ashraf Ghani, il presidente “dimezzato” insediato due anni fa dopo faticose elezioni presidenziali (ora dovremmo essere alla viglia di una nuova corsa elettorale per il parlamento) che alla fine hanno sancito un governo a due teste: quella di Ghani e quella di Abdullah Abdullah, ex mujaheddin cui, in barba alla Costituzione, gli americani, veri artefici della nascita del nuovo governo, hanno ritagliato – per raffreddare le sue accuse di brogli - un ruolo di primo piano che lo apparenta al presidente. Col risultato che il governo a due teste – si sa ma non si dice – non funziona. Oggi, se tutto va secondo i piani, gli americani dovrebbero annunciare altri 3 miliardi di dollari l’anno cui dovrebbero aggiungersi – oltre ai 200 milioni figli dell’accordo Ue per favorire lo “State building” - il miliardo che l’insieme dei Paesi membri* verserà annualmente a Kabul almeno sino al 2020. Poi ci sono altri attori (a Bruxelles siedono settanta Paesi e venti tra organizzazioni e agenzie internazionali) e quindi il piatto si arricchirà. Ma con molti però e legando l’aiuto futuro a quanto gli afgani sapranno e soprattutto vorranno fare. Non è un assegno in bianco né per gli europei né per gli americani.

venerdì 21 giugno 2013

LA FIGURACCIA DI WASHINGTON E L'UFFICIO DEI TALEBANI

Washington fa marcia indietro: “Nessun incontro in agenda coi talebani”. Italia e Germania confermano: resteramo anche dopo il 2014

Il giorno dopo l'affaire dell'ufficio politico dei talebani a Doha e dell'imminente negoziato tra turbanti e americani è il giorno delle smentite e delle marce indietro. Ma, sul fronte della permanenza delle truppe della Nato, è anche il giorno della marcia avanti. Per Italia e Germania.

I due ministri della Difesa, Mario Mauro e Thomas de Maizière, spiegano in una conferenza stampa congiunta a Herat che entrambi i Paesi resteranno anche dopo il 2014. A fianco c'è il generale Bismillah Mohammadi, loro omologo afgano. I due ministri chiariscono quanto già sappiamo (non forze “combat” ma solo di sostegno e training), numeri però non ne fanno e restano sul vago anche sulla permanenza. Mauro fa sapere che la visita a Herat ha l'intento di assumere informazioni per il necessario vaglio del Parlamento italiano e nel suo discorso rivendica i successi della presenza occidentale citando otto milioni di bambini a scuola. Entrambi sottolineano i paletti di una Costituzione che salvaguarda diritti umani e di genere e in tal modo sembrano voler, unica voce europea, entrare nel merito della disputa con relativo polverone alzato dagli Stati uniti nei giorni scorsi a proposito dell'ufficio talebano a Doha. Ma sul punto evitano polemiche, nella scia consolidata che gli alleati non si criticano nemmeno quando fanno sbagli colossali.

Lo sbaglio colossale è degli Stati uniti ed è quello di aver pompato – forse per un calcolo tattico propagandistico - l'indiscrezione secondo cui già da ieri americani e talebani avrebbero inaugurato il nuovo ufficio di mullah Omar a Doha con negoziati bilaterali, in barba a Kabul. La pronta reazione di Karzai - sdegnato dall'ennesima scelta che lo mette all'angolo e indignato perché quell'“ufficio” improvvisamente è diventato un'ambasciata dell'Emirato islamico d'Afghanistan con tanto di bandiera coranica - provoca la marcia indietro. La prima è telefonica. Nel cuore della notte e poi ancora ieri mattina: Kerry da una parte, dall'altra Karzai. Nella telefonata il capo della diplomazia statunitense fa mille scuse al presidente mentre a Doha la bandiera talebana viene ammainata e gli sceriffi dell'emiro del Qatar fanno sparire la pomposa placca che annuncia la sede dell'Emirato, foriera di tanto disastro politico-diplomatico. Di più. Lo stesso Obama chiarisce che «vogliamo vedere parlare afgani con afgani» mentre i i famosi colloqui bilaterali imminenti diventano una variabile nebulosa e per ora senza alcuna data in agenda. Si vedrà.


La marcia indietro è tanto evidente quanto imbarazzante. Lo è per Washington e lo è per Bruxelles. La vince Karzai un'altra volta tanto che nessuno prende in seria considerazione quanto il portavoce talebano Mohammad Naeem dice all'emittente russa Rfe/Rl: «Vogliamo un governo che comprenda tutti gli afgani. Dovrà essere un governo a cui possano partecipare tutti i rappresentanti del nostro popolo, che dia la speranza agli afgani di essere un governo di tutti». Apertura (condizionata comunque al ritiro delle truppe) altrimenti degna di nota ma che finisce per passare quasi inosservata.

Non passa invece inosservata, specie sui media afgani, la posizione di Cina e India, veri supporter del presidente afgano, tre giorni fa delegittimato, seppur indirettamente, dall'improvvida accelerazione di Washington. I due colossi asiatici esprimono solidarietà a Karzai e Pechino chiarisce: «La comunità internazionale deve garantire assistenza al processo di pace sulla base del rispetto dell'indipendenza del Paese». Il colmo: prendere lezioni di democrazia rappresentativa e di galateo diplomatico proprio dalla Cina.

domenica 9 giugno 2013

COSA CAMBIA PER L'ITALIA DOPO IL SUMMIT NATO DI BRUXELLES

Non c'è bisogno di fare una telefonata all'Aise, i servizi di sicurezza che si occupano dell'estero, per capire che, da qualche giorno a questa parte, gli italiani sono nel mirino più del solito. Precisamente da quando il vertice della Nato del 5 giugno a Bruxelles ha dato luce verde alla “nuova” missione dell'Alleanza Resolute Support. Che di nuovo, salvo la riduzione numerica dei militari di stanza in Afghanistan e la vocazione non combattente della truppa, non ha nulla. Tutto è infatti rimasto come prima e il comando italiano nell'Ovest è già un dato di fatto come lo è quello tedesco nel Nord. Il fatto è che il vertice assegna a Italia e Germania (e forse Turchia) un ruolo “mediaticamente” più esposto pur se dal punto di vista operativo e politico non cambia di fatto quanto già oggi esiste sul terreno. Così come è altrettanto vero che un ruolo di nazione “leader” significa avere più truppa di altri nel teatro.

Bombardamento italiano nel Gulistan

I tedeschi hanno già dato i loro numeri in aprile (600-800 unità) e i talebani hanno risposto che ciò avrebbe esposto Berlino a maggiori ritorsioni. Ora tocca all'Italia (in cui la Difesa concorda una cosa e il premier ne pensa un'altra...) che numeri non ne fa. Ma è difficile mettere in relazione l'attentato di ieri con una nuova direttiva strategica talebana contro gli italiani. Basta però fare due più due per capire che siamo più esposti e già da l'altroieri circolava un'allerta sulla possibilità di attacchi mirati contro chi rappresenta il tricolore.

Discorso diverso per Ankara: basta leggere quanto il sito dell'Emirato talebano Voce della Jihad (VoJ) scriveva il 13 maggio in occasione della liberazione di quattro prigionieri turchi grazie «alla buona volontà, umanità e islamica simpatia» nei confronti «della nazione musulmana turca». Del resto a un Paese che è orgoglioso di non aver ucciso un solo afgano e che si trova defilato in una regione del Nord, finora è andata bene: ebbe due morti nel 2009 ma per un incidente stradale. Altri 12 soldati morirono nello schianto di un elicottero ma i talebani non c'entravano. Se ora riprenderanno la responsabilità della capitale (come già in passato) le cose cambieranno?
Il quadro si complica per il fatto che i talebani sono una compagine disomogenea, come dimostra l'attacco alla Croce rossa (Icrc) di fine maggio. In un comunicato apparso sempre su VoJ i talebani hanno reso nota la loro estraneità a un attentato che hanno condannato ribadendo che non è un target «chi aiuta la popolazione senza avere legami con l'intelligence». A riprova di questa visione confermavano la loro apertura ai programmi di vaccinazione antipolio, fortemente osteggiati invece dai loro cugini in Pakistan. Le diverse fazioni, che rispondono a logiche o finanziatori diversi, rendono complessa la lettura di una strategia che ha comunque cambiato la sua tattica comunicativa senza che ciò possa però rappresentare tutte le fazioni della galassia in turbante, più o meno jihadista, qaedista o semplicemente legate a traffici politici o criminali.

Se dunque le azioni talebane non rappresentano mai tutte le anime del movimento (così come le rivendicazioni non si sa mai bene a quale fazione corrispondano), la delegazione che nei giorni scorsi si è recata a Teheran indica però come si sta muovendo il segmento più numeroso, nazionalista e diplomaticamente attivo e che è riconducibile alla cerchia di adepti di mullah Omar, definita più o meno impropriamente “Shura di Quetta”.

Non è la prima volta che un esponente talebano viene invitato in Iran, ma in questa occasione è stata una missione ufficiale dell'ufficio politico dell'Emirato, qualcosa in più rispetto ad altre “visite”, in Giappone e in Francia l'anno scorso. Sarebbe avvenuta su «invito formale» iraniano. La lettura corrente è che – dice a Killid magazine l'analista politico Wahid Muzhda - questo incontro serviva a Teheran per mostrare i muscoli a Washington, indicando che gli ex nemici (i talebani) sono ora possibili collaboratori in caso di attacco alla repubblica islamica. Ma la lettura può anche essere ambivalente: i talebani mostrano a Karzai la loro capacità di “governo ombra” e forse anche al Pakistan che l'Emirato non è poi così dipendente da Islamabad.