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giovedì 29 gennaio 2015

Interludio afgano


Riflessioni a margine di 14 anni vissuti pericolosamente. Cosa si chiude con la fine del 2014, cosa si apre con l'avvento del 2015

Lunedi 12 gennaio, il neo presidente Ashraf Ghani ha finalmente annunciato la lista dei ministri del suo governo. Le nomine hanno ricevuto una reazione comprensibilmente tiepida visto che, l'impasse politico generato dalla condivisione dei poteri tra Ghani e Abdullah Abdullah (l'altro sfidante per la presidenza che, avendola persa, ha preteso una condivisione dei poteri e un ruolo da premier) aveva ormai superato i “cento giorni” del nuovo corso entro i quali il presidente avrebbe dovuto sia nominare la squadra, sia mostrare i primi risultati del suo programma. In base al nuovo “Cencelli” di Kabul, dei 25 ministri in carica, 13 li ha scelti Ghani (tra cui Difesa e Finanze) e 12 li ha scelti Abdullah. Sono questi ultimi, dicasteri di peso (Esteri, Interno, Economia, Sanità, Istruzione), a dimostrazione che il braccio di ferro tra i due ha finito per premiare quasi più il premier che il presidente. Va detto però che i portafogli più importanti (compresa la nomina del governatore della banca centrale) sono saldamente nelle mani di Ghani e chi controlla la cassa controlla tutto, specialmente in un periodo in cui il sostegno estero andrà scemando. I primi problemi comunque sono già arrivati: il parlamento ha contestato la previsione di budget, ossia la finanziaria del governo (alla fine approvata a fine gennaio) e ha bocciato alcuni ministri o chiesto la verifica sul rispetto delle condizioni poste dai regolamenti parlamentari per adire agli scranni: potrebbe trattarsi solod i questioni di potere ma essere anche la dimostrazione di una certa vitalità del parlamento afgano.

domenica 13 luglio 2014

Che pessima notizia: c'è l'accordo sulle elezioni afgane

Amici nemici. Nella foto dell'agenzia Pajhwok
 i due contendenti si stringono la mano
Se è tutto bene quel che finisce bene, il processo elettorale afgano per scegliere il nuovo presidente si starebbe avviando a buon fine. Una riconteggio delle schede sotto supervisione Onu vaglierà ogni singolo voto del ballottaggio del 14 giugno alla presenza dei rappresentanti dei due candidati che si impegnano a rispettarne il verdetto. Tutto bene? Si certo ma a che prezzo.

Tanto per cominciare, per trovare l'accordo le parti hanno avuto bisogno che il segretario di Stato americano Kerry intervenisse di persona. Poi, di comune accordo, hanno chiesto aiuto ad Isaf che si occuperà (con l'esercito afgano) di portare tutte le schede dalle province a Kabul. In terzo luogo c'è anche un accordo perché nasca un governo di unità nazionale benché sotto l'egida del vincitore. Non ultimo, il passaggio di poteri che doveva avvenire il 2 agosto viene rimandato (il male minore).

domenica 9 febbraio 2014

Vittime di guerra: la posizione di Isaf e talebani (e le mie considerazioni)

I numeri in sé difficilmente sono opinabili, ma i numeri li scrivono gli uomini e quindi somme e differenze si prestano a critiche e distinguo. E' il caso del Rapporto delle Nazioni Unite sulle vittime civili in Afghanistan che è stato commentato da due autorevoli fonti e, soprattutto, parte in causa nel conflitto: Isaf e talebani. Aggiungerò ance qualche considerazione personale

Cosa dice il rapporto: posto che il report è preceduto da una decina di pagine sul metodo, l'identificazione, le fonti della ricerca (con la consulenza tecnica dell'Alto commissariato per i diritti umani), il dossier stima le vittime civili nel 2013 a 2.959 morti e 5.656 feriti, con un aumento medio del 14% rispetto all'anno prima (rispettivamente più 7% e 17%). Unama attribuisce il 74% delle vittime ad azioni di forze antigovernative (in acronimo Age), una dizione ampia che comprende talebani, banditi, altri gruppi e fazioni armate. L'11% è invece imputabile alle Pgf o Forze pro governative con una divisione dell'8% attribuita alle forze di sicurezza nazionale (esercito e polizia) e del 3% alle forze internazionali (Isaf/Nato e ciò che resta della missione Usa Enduring Freedom). Il 10% delle vittime, si dice ancora, è imputabile genericamente a combattimenti di terra tra Age e Pgf ma non è imputabile a una o all'altra parte (pallottole vaganti, potremmo dire, più o meno intenzionali). Infine c'è un 5% di vittime non è attribuile affatto se non in parte ai lasciti di guerre vecchie e nuove (mine, Uxo, Axo etc). Ci sono altre considerazioni (che il killer maggiore sono gli Ied, l'aumento dello scontro di terreno, il prezzo pagato da donne e bambini etc) cui vi rimandiamo in dettaglio alla lettura del rapporto.

martedì 31 dicembre 2013

BUON ANNO AFGHANISTAN

La Nato ricatta gli afgani: niente patto militare niente soldi per lo sviluppo. Governo e parlamento come si schierano? Cosa bolle in pentola per l'inizio dell'anno. A Roma e a Kabul
  
Il 9 dicembre la Gazzetta ufficiale ha sancito la conversione in legge del “decreto missioni” che regola la proroga della partecipazione a queste ultime delle nostre Forze armate. Il capitolo che riguarda l'Afghanistan vale 124 milioni di euro per un periodo di copertura di pochi mesi poiché sistema la legge precedente che non arrivava a coprire l'intero 2013. In poche parole, da gennaio il parlamento dovrà ridiscutere e approvare un nuovo decreto e definire, cosa al momento ancora opaca, l'esatto impegno numerico di soldati e carabinieri per la nuova missione Nato “Resolute support”, che dal 2014 dovrebbe sostituire “Isaf”. Il condizionale è d'obbligo perché la missione dell'Alleanza – missione “non combattente” ma di solo sostegno alla formazione di esercito e polizia afgani – è in forse.

Tutta la vicenda è legata alla firma del presidente Karzai sull'accordo di partenariato strategico con gli Stati uniti (Bsa), negoziato tra Washington e Kabul e approvato in via preliminare dalla Loya Jirga, l'assemblea tradizionale riunita dallo stesso Karzai il mese scorso. Il presidente però si è impuntato su alcuni capitoli molto controversi che riguardano l'immunità delle truppe americane sul suolo afgano e, soprattutto, la libertà d'azione di queste ultime che, legittimamente, Karzai vuole sia sempre sottoposta a veto afgano se si tratta di compiere raid a danni di privati cittadini. Detto in altre parole, gli Stati Uniti non potrebbero entrare, perquisire, arrestare afgani (tanto meno bombardarli) senza la luce verde dell'autorità militare o di polizia nazionale. Obama ha concesso quest'ultimo punto ma lo ha vincolato alla possibilità che in “casi eccezionali” le forze armate americane possano comunque agire.

martedì 11 giugno 2013

LA NATO, I TALEBANI E IL "COLPACCIO" DELL'AEROPORTO

Ogni cosa si può rivendere come vogliono le regole della propaganda. Isaf e governo afgano possono legittimamente affermare di aver vinto ieri la battaglia dell'aeroporto ma anche la guerriglia in turbante può altrettanto legittimamente rivendicare il “colpaccio”: aver colpito il luogo più protetto della capitale, simbolo per eccellenza dell'occupazione militare, impegnando per almeno cinque ore le forze di Isaf (dall'aria) ed esercito e polizia nazionali (da terra). La battaglia militare l'hanno vinta governo e Nato ma lo smacco politico, l'effetto mediatico, l'eco internazionali valgono per la guerriglia molto di più della perdita di sette combattenti (qualche fonte ha azzardato che fossero invece una dozzina) comunque votati al martirio in operazioni dove la morte del commando è certa.

Non è la prima volta che la guerriglia in turbante attacca l'aeroporto: è anzi stato per anni uno degli obiettivi più ricercati e ricorrenti. Ma tradizionalmente lo si colpiva sparando razzi da uno dei tanti picchi che circondano Kabul e tra i quali è facile mimetizzarsi specie se il cannoncino viene telecomandato. Privilegiavano le ore della notte o le prime luci dell'alba, sparavano a pioggia, con diversi colpi a vuoto o meglio sulle case di Macrorayon, quartiere residenziale di epoca sovietica. Poi è diventato sempre più difficile colpire dalla montagna e gli attacchi si sono ridotti. Sino a ieri. Paradosso vuole che la zona di Qasaba sia anch'essa di epoca sovietica, case popolari per gli impiegati dello scalo. Ora, come ogni luogo a Kabul, è in preda alla febbre edilizia che riempie la città di scheletri in cemento armato nei quali è facile arrampicarsi e, dai piani alti, dominare e colpire l'obiettivo.



Le decisioni di Bruxelles sul nuovo mandato della missione Isaf, dal 2015 Resolute support, ha dato impulso alla cosiddetta “offensiva di primavera” inaugurata con la bella stagione dai talebani, orientando presumibilmente nuovi obiettivi e colpi di scena nel tentativo di rafforzare l'idea nella popolazione che chi accetta di rimanere dopo il ritiro fissato a dicembre 2014 la pagherà cara. Italiani e tedeschi, responsabili delle aree Nord e Ovest del Paese, si aspettano attacchi mirati che finora hanno sempre preferito americani e britannici (responsabili dell'Est e del Sud). La possibilità di una svolta decisa, Bruxelles non l'ha colta. E con lei le cancellerie dei paesi Nato.

Nessuno ha avuto il coraggio di avanzare una nuova proposta politica che superasse lo stallo inevitabile in cui la Nato, alleanza eminentemente occidentale e marcatamente americana, si è cacciata sin dall'inizio di Isaf, senza far il minimo sforzo per coinvolgere altri attori che rendessero più digeribile la presenza straniera. Una presenza, che in altra forma, non sarebbe disprezzata specie nelle città, dove nessuno ha voglia di veder ritornare il comando dei mullah.

giovedì 2 maggio 2013

AFGHANISTAN: MI RITIRO MA INTANTO SPARO, ANZI BOMBARDO

“Herat, 02 maggio 2013 – Con un’unica vasta operazione congiunta che ha visto sul campo uomini e mezzi di diverse unità dell’Esercito e dell’Aeronautica Militare in forza al Regional Command West (RC-W), i militari del contingente italiano di stanza a Herat hanno inferto nei giorni scorsi un duro colpo all’attività degli insorti distruggendo tre distinti ripetitori radio nella provincia di Farah, nella parte sud della regione sotto responsabilità italiana”. Comincia così il bollettino inviato oggi ai giornalisti dall'ufficio stampa difesa di Herat. Dunque ancora bombardamenti aerei, come si vede nella foto allegata.




A detta dei militari italiani questa apparecchiature erano nascoste “in una vasta area tra i picchi di alcune montagne rocciose”. Due ripetitori sono stati distrutti “attraverso il fuoco diretto dei cannoni a canne rotanti da 20mm di quattro elicotteri A-129 ‘Mangusta’” e dopo che “due elicotteri NH-90, prima di autorizzare l’apertura del fuoco, hanno confermato la posizione degli apparati e verificato che non vi fosse la possibilità di danni collaterali (zero civilian casualties: nessuna vittima civile)”. Rassicurante.

C'è anche un terzo ripetitore radio distrutto “mediante l’impiego di armamento a guida GPS impiegato da una coppia di velivoli AMX in forza al Task Group ‘Black Cats’ della Joint Air Task Force (JATF) dell’Aeronautica Militare”. Per dirla in due parole, gli Amx sono i nostri caccia (che hanno sostituito i Tornado) spediti in Afghanistan allo scopo di operazioni ricognitive. Poi sono stati armati e da questa estate sparano. Rassicurante?

La Difesa chiosa: “L’operazione rappresenta un felice esempio di coordinamento delle diverse capacità che il contingente italiano è in grado di esprimere sul territorio, al fine di rendere più sicura l’area e accrescere la fiducia della popolazione locale nell’abilità delle forze di sicurezza di contrastare la criminalità e gli insorti nell’attuale delicato periodo di transizione”. In una parola, i locali sono felici di questi bombardamenti, come si evince dalle manifestazioni di piazza o dalle rimostranze del governo afgano quando aihmé ci va di mezzo qualche civile. Ma qui pare che non sia il caso. Felice esempio di coordinamento. Assai rassicurante.

LA TABELLA DI MARCIA DEL POST 2014


Se per tentare di definire il futuro dell'Afghanistan si può prendere per certo il fatto che per la fine del 2014 si completerà il ritiro delle truppe ISAF/NATO, tutto il resto appare come una nebulosa. Elezioni presidenziali (previste sempre per il prossimo anno), futuri assetti di potere interno e processo di pace, economia, rapporti con i paesi confinanti: sono tutti elementi di incertezza.

In realtà
, anche l'uscita di scena della NATO pone non pochi problemi. Il ritiro delle truppe ISAF/NATO è in corso da tempo, ma ogni paese della coalizione lo sta declinando a suo modo con un coordinamento solo apparente di Bruxelles: la “exit strategy” è definita secondo esigenze nazionali. Di per sé la cosa non sembra preoccupare particolarmente il governo afgano: che nel tal paese si acceleri e nell'altro si prolunghi la ferma, la scadenza è il dato cui, più o meno obtorto collo, tocca conformarsi. Ma tutta una serie di questioni restano aperte sul piano militare: le più importanti riguardano gli americani, con cui il presidente Karzai ha aperto un vero e proprio contenzioso negli ultimi mesi.

La tattica adottata dal presidente afgano è abbastanza evidente: in cerca di consensi per ritagliarsi una posizione importante nel futuro del paese, ha criticato duramente gli USA sul punto più sensibile, cioè lo status delle truppe (10-12.000 unità) che resteranno dopo il 2014....segue su Lettera22

sabato 16 febbraio 2013

MAI PIU' BOMBE "CONGIUNTE"

Ieri, mentre era in visita all'Accademia militare nazionale a Kabul, il presidente afgano Hamid Karzai ha annunciato che «nessuna istituzione militare afgana e per nessun motivo potrà più chiamare in aiuto forze dell'aria straniere a sostegno di operazioni nel Paese». Un vero e proprio veto cui il presidente vuole dare ancora più forza, questa volta, con un decreto che intende emanare nei prossimi giorni. La dichiarazione senza precedenti, arriva a pochi giorni dalla strage di civili a Kunar del 12 febbraio scorso.

Leggi tutto su Lettera22

mercoledì 13 febbraio 2013

ENNESIMA STRAGE DI CIVILI IN AFGHANISTAN

Una decina di civili, in gran parte donne e bambini, sono stati uccisi ieri notte in un raid nel distretto di Shigal, nella piccola provincia di Kunar. Colpite due famiglie del villaggio di Chawgam. La Nato conferma ma non le vittime civili: il portavoce dell'Alleanza, il maggiore Adam Wojack, spiega ad Al Jazeera: «Sappiamo dell'incidente e prendiamo tutte le informazioni sulle vittime civili con scrupolo ma in questo momento stiamo ancora raccogliendo informazioni».

Secondo l'agenzia afgana Tolonews si sarebbe trattato di un attacco aereo congiunto ma, spiega il governatore di Kunar Fazlullah Wahidi, «le forze straniere hanno fatto tutto da sole, senza informarci». Sarebbe stata una caccia al talebano e avrebbe ucciso, secondo l'Isaf/Nato, quattro guerriglieri tra cui un comandante importante di nome Shahpoor. I conti sono confusi: secondo le autorità locali, ci sono cinque bambini uccisi e quattro donne, oltre ad altri due uomini. Appartengono a due famiglie del villaggio che conta adesso anche alcuni feriti: almeno quattro tra cui tre ragazze.

domenica 10 febbraio 2013

sabato 9 febbraio 2013

RAID SOTTO ACCUSA: TROPPI MORTI TRA I BAMBINI AFGANI

Proprio mentre il Congresso lo metteva sulla graticola per l'utilizzo dei droni e per le “tecniche” in uso dalla Cia, Jhon Brennan– il consigliere di Obama in tema di anti terrorismo e l'aspirante alla poltrona più importante di Langley - si è visto arrivare addosso l'ennesima tegola che mette sotto accusa la strategia militare americana in Afghanistan e i suoi effetti sulle vittime civili. Tornano sotto i riflettori i bombardamenti e soprattutto i loro “danni collaterali”: che in molti casi riguardano bambini.

La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.

Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.

Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».

mercoledì 29 aprile 2009

IL COLORE DELL'UMANITARIO

Qualche giorno fa, per andare a visitare il Provincial Reconstruction Team di Herat (i Prt sono strutture di ricostruzione civile-militari), ho dovuto vestire giubbotto antiproiettile ed elmetto. Cosi vogliono le regole ed, essendo io ospite del contingente italiano di Herat, ho accettato seppur malvolentieri la mascherata.Ma mi sarei aspettato di andare con un mezzo militare. Invece no: vedo che i militari, bardati e armati di tutto punto, utilizzano auto bianche e senza insegna. Le stesse che di solito utilizzano nazioni unite e in genere gli umanitari. Sapevo di questo spiacevole ennesimo caso di confusione tra ruoli ma quando ci si trova in mezzo è diverso. Salite su un'auto militare truccata da civile con tutti i rischi che ciò comporta. E vi bardano come un soldato. A qualcuno forse diverte, io (e con me Romano) ero profondamente a disagio. Cosa penseranno quei vecchi che mi vedono scendere con elmetto e giubbotto da quest'auto bianca? Non certo che sono un giornalista in servizio permanente effettivo...La visita al Prt è stata istruttiva, ma questa è un'altra storia. Mi soffermo invece sulle auto bianche perché c'è una novità importante.

Entro il primo di giugno tutti i veicoli bianchi della Nato, i mezzi civili e senza insegne usati dai militari e identici a quelli tradizionalmente utilizzati dagli operatori umanitari, dovranno cambiare colore. A dirlo questa volta, dopo le reiterate richieste delle Organizzazioni non governative e degli ambienti umanitari, è la Nato, nella persona di un alto ufficiale, per pura casualità, italiano: il generale Marco Bertolini che, oltre ad essere a capo dello staff del quartier generale di Isaf (la forza multinazionale della Nato in Afghanistan) è anche il “National Senior Representative” italiano all'interno della coalizione, ossia il “decano” di riferimento per gli alti gradi italiani nel paese.

L'intera notizia, che ho scritto ieri per il manifesto la trovate per esteso su Lettera22. Ma ci tengo a riferire la riflessione finale dell'articolo: il documento dice che la responsabilità della Nato può solo riguardare i “suoi” veicoli, e cioè una ristrettissima minoranza. Trattandosi però di un documento ufficiale è lecito ritenere che al massimo si farà un po' di “melina” ma che poi tutti i paesi si dovranno adeguare. A iniziare dall'Italia che di questi mezzi fa largo utilizzo.

Forse sarebbe un'occasione per le nostre forze armate impegnate nel paese, un contingente di 3mila uomini che presto diverranno 3400 per seguire le elezioni, di dare il buon esempio, ritinteggiando tutti i veicoli civili entro il primo giugno, seguendo alla lettera le indicazioni del Quartier generale. Per una volta sarebbe davvero facile fare i primi della classe. Senza grande fatica e dimostrando veramente sensibilità ai temi dell'umanitario e ai suoi principi fondativi: primo fra tutti quello della neutralità.

Nelle due foto, veicoli bianchi fotografati a Kabul da Romano Martinis