Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta ghani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ghani. Mostra tutti i post

giovedì 29 novembre 2018

Ghani ci riprova

A 4 mani con Giuliano Battiston per "il manifesto"

“L'obiettivo della conferenza è mostrare la solidarietà della comunità internazionale con il popolo afgano e il governo nei loro sforzi per la pace e la prosperità”, recita il comunicato con cui l’Onu ha presentato la Conferenza di Ginevra sull'Afghanistan tenutasi ieri nella città svizzera: un’ “occasione per sottolineare l'importanza dell'agenda per lo sviluppo e le riforme… cruciale nel misurare i risultati rispetto ai 15,2 miliardi di dollari impegnati dalla comunità internazionale nel 2016”. Il summit di Ginevra sarebbe stato l’ennesimo show di parole più o meno significative – tanto che quasi nessun leader internazionale si è fatto vedere e persino il segretario dell’Onu Guterres si è fatto rappresentare da un video messaggio – se non avesse offerto la scena al presidente Ashraf Ghani per un’ennesima apertura ai Talebani. Che sembra però, come tutte le precedenti, molto simile al refrain di una vecchia canzone di Mina degli anni Settanta: parole, parole, parole.

Ghani ha detto che il suo esecutivo ha formato un team di 12 membri per negoziare con la guerriglia: "Dopo diversi mesi di intense consultazioni in tutto il Paese, abbiamo formulato una road map per i negoziati di pace", ha detto il presidente inserendo le parole che piacciono alla comunità internazionale: "Diritti e obblighi costituzionali di tutti i cittadini, in particolare delle donne, devono essere garantiti". Ma il suo piano in 5 fasi è però più legato alla speranza che non a fatti concreti. Il capo della diplomazia Ue Federica Mogherini lo ha definito una "coraggiosa offerta di pace” ma il suo appoggio e quello assai distratto dei Paesi europei, che sull'Afghanistan hanno come unica strategia quella di rimpatriare i richiedenti asilo, non basteranno.

Khalilzad. Sopra: Ghani
Ghani sa bene che la sua è la rincorsa di americani e russi che l’hanno ormai largamente bypassato: con colloqui diretti tra turbanti e il rappresentante Usa Zalmay Khalilzad in Qatar e la partecipazione dei talebani a un summit a Mosca giorni fa. Quale sia la reazione talebana alle aperture di Ginevra ancora non si sa ma quel che si legge sul sito della guerriglia parla chiaro su come sia considerato Ghani, a capo di un esecutivo che “non ha diritto di essere chiamato governo”. Negziati? “Il capo del presunto Consiglio di "Pace" Karim Khalili – scrivono - dice che i nostri leader hanno tenuto videoconferenze e sono in contatto via lettera. Rifiutiamo categoricamente questa propaganda. Nessuno di loro ha contattato alcuna istituzione, né ci sono state videoconferenze o lettere”.

L’attentato che ieri pomeriggio, mentre a Ginevra si firmavano le dichiarazioni congiunte, ha colpito a Kabul la struttura che ospita l’agenzia di sicurezza privata G4S è sembrato a molti una risposta indiretta. Sede a Londra, contractor e impiegati in 90 paesi del mondo, un esercito privato più corposo di quello di molti Stati-nazione, l’agenzia di “sicurezza globale” G4S fa il lavoro sporco che i governi non riescono o non vogliono fare. In Afghanistan, le attività dei contractor sfuggono ai radar dell’opinione pubblica, non a quelli dei Talebani: sono forze di occupazione straniere. E fino a quando ci saranno soldati stranieri nel Paese, ripetono, la pace non arriverà. Anche se poi ci tengono a precisare che sì, è vero, il 14, 15 e 16 novembre a Doha, Qatar, una delegazione Usa ha incontrato alti rappresentati dell’Emirato islamico “per trovare una soluzione pacifica” al conflitto. A dispetto del cauto ottimismo di Zalmay Khalilzad la strada, però, è in salita.

Se i barbuti negano qualunque contatto con i rappresentanti del governo di Kabul, considerato illegittimo, la comunità, minoritaria e discriminata, degli hazara si sente sempre più minacciata dalla legittimazione crescente dei Talebani, che a partire da fine ottobre hanno condotto incursioni militari senza precedenti in alcuni distretti hazara nelle province di Uruzgan e Ghazni. Attacchi a cui il governo ha risposto male e in ritardo, facendo crescere il risentimento e la preoccupazione. Si muore anche in altre aree del paese, per responsabilità di altri: nella provincia di Helmand, nel distretto di Garmsir, ieri 30 civili, tra cui donne e bambini, sarebbero rimasti vittime di un bombardamento degli Stati Uniti.



giovedì 28 dicembre 2017

Talebani a Kabul

L'immagine è tratta da Tolonews
La guerra in Afghanistan continua ogni giorno con azioni sia dei talebani - ieri nell’Helmand 14 militari feriti da un’autobomba – sia dello Stato islamico – che a Natale ha colpito a Kabul un ufficio dell’intelligence afgana (Nsd) – eppur qualcosa si muove. Proprio ieri infatti si è conclusa la due giorni convocata dall’Alto consiglio di pace, una struttura del governo che dovrebbe gestire il processo di pace, e quel che ne è uscito è una novità: la richiesta che a Kabul si apra un ufficio politico dei talebani. Una rappresentanza della guerriglia non più a Doha, in Pakistan o altrove, ma nella capitale afgana. Una sorta di riconoscimento politico de facto e un’apertura sinora senza precedenti.

La richiesta non arriva direttamente dal Consiglio capeggiato da Karim Khalili, un alim già vicepresidente con Karzai, ma da circa settecento ulema convocati dall’Acp per discutere di una possibile via negoziale in stallo ormai da almeno un anno e dopo qualche maldestro tentativo di aprire una trattativa. Il Consiglio non gode di per sé di ottima fama e i talebani lo hanno sempre ignorato ma, questa volta, la richiesta proviene da religiosi giovani e anziani di diverse parti del Paese che – per quanto favorevoli alla fine della guerra – si differenziano sostanzialmente dall’Acp o del governo diretto da Ashraf Ghani. Lo stesso Ghani ha subito accettato di buon grado la suggestione augurandosi che i talebani facciano altrettanto, il che fa pensare che la proposta sia stata sicuramente o concordata prima o durante la Conferenza consultiva di Kabul ma resta di fatto una novità che indirettamente riconosce alla guerriglia di mullah Akhundzada un ruolo politico e che finalmente fornirebbe un “indirizzo”, come hanno detto i religiosi, al quale rivolgersi per parlare con i talebani: uno spiraglio da cui iniziare.

Il passo successivo resta il più complicato: proprio quattro giorni fa un comunicato ufficiale dei talebani ha reiterato la richiesta di un’uscita dal Paese delle truppe straniere, richiesta “legittima” e precondizione per iniziare il negoziato. Non di meno la nota si concludeva con un’apertura a un dialogo inter-afgano, le stesse parole usate da Ghani.

Gli americani e la Nato però non hanno nessuna intenzione di lasciare il Paese dove hanno anzi aumentato il contingente e triplicato i bombardamenti aerei. Infine la presenza dello Stato islamico (che secondo l’intelligence russa conterebbe 10mila uomini in Afghanistan) complica il quadro anche se, paradossalmente, l’”invasore” islamista è un nemico comune sia per il governo filoamericano sia per i talebani. La sua presenza rischia dunque persino di essere un elemento a favore del dialogo.

domenica 19 aprile 2015

Afghanistan, Pakistan e il ruolo di Daesh

Ci sono parecchi dubbi sulla paternità dell'attentato che ieri ha ucciso oltre una trentina di civili in coda davanti a una banca di Jalalabad nell'Afghanistan orientale (in realtà pare si sia trattato di una serie di attentati  coordinati di cui uno veramente grave). A rivendicarlo con una telefonata sarebbero stati gli uomini di Daesh, l'autoproclanato califfato che avrebbe anche in Afghanistan i suoi accoliti. Ma i dubbi ci sono tutti nonostante Ashraf Ghani abbia preso subito per buona la rivendicazione. I dubbi vengono dall'intelligence afgana e dai ricercatori e analisti locali: presto per dire se Daesh esiste davvero nel Paese. Intanto i talebani avrebbero, sempre via telefono, deprecato l'accaduto e così pure Jamat ul-Harar - fazione che si è da poco scissa dal Thereek  Taleban Pakistan (ttp) - in compagnia di un altro gruppo pachistano minore (Lashkar e-Islam). La domanda da farsi è su chi semmai utilizza la sigla di Daesh e qual è la forza di un gruppo che non pare interessato a conquiste territoriali in Afghanistan ma assai più concentrato su Siria e Iraq.

mercoledì 25 marzo 2015

L'accordo con gli Usa che non piace ai talebani (che condannano l'omicidio di Farkhunda)

Per ora è difficile dire se l'attentato di oggi a Kabul (sette morti e quasi quaranta feriti)  sia la risposta a quel che Ashraf Ghani è riuscito a ottenere a Washington dove ieri ha incontrato il presidente Obama. Quel che è certo è che gli americani rimarranno in forze più del previsto - anziché dimezzarsi entro fine 2015, i quasi 10mila soldati di stanza in Afghanistan ci resteranno fino a fine anno per diminuire poi nei due successivi - come è anche certo che un accordo simile, per quanto abbastanza scontato e ampiamente annunciato fra le righe, sicuramente non può piacere alla guerriglia che fa dell'estromissione degli stranieri il suo paletto più importante. Ma ci sono talebani e talebani e, almeno finora, l'attacco di Kabul non ha rivendicazione né diretta motivazione. Chi lo ha fatto non si sa. Si sa invece che Zabihullah Mujahed, il "portavoce" ufficiale, ha condannato l'orribile omicidio di Farkhunda, la donna accusata falsamente  di aver bruciato il sacro Corano. E se i talebani prendono posizione, video e foto  - dove chiaramente si vedono furia e volti degli assassini - permetteranno  probabilmente almeno di fare giustizia. Ma torniamo a Ghani il cui viaggio americano è stato accompagnato da questa orribile vicenda e da notizie di vari attentati di routine.

All'arrivo al Congresso, dove ha tenuto un discorso  ai parlamentari, è stato accolto da una standing ovation di cinque minuti. Poi ha fatto l'afgano buono e amico degli americani: riconoscente e fiducioso, tutto il contrario di Hamid Karzai che ha fatto ballare l'Amministrazione per mesi senza firmare l'accordo sulla sicurezza (Bsa) che ha di fatto spianato la strada - una volta siglato da Ghani -  a un nuovo rapporto con gli Stati uniti. Tutto ciò ha permesso di ottenere al duo afgano (c'era infatti anche Abdullah)  la promessa  dal segretario di Stato John Kerry a da quello alla Difesa Ashton Carter che ci saranno i soldi per mantenere esercito e polizia nazionali (350mila uomini) e che ci saranno anche 800 milioni di dollari per l'agenda di riforme del  governo. Quanto ai soldati che restano, non era probabilmente questo il vero obiettivo di Kabul, benché il risultato principale sia stato sbandierato come tale: con oltre 100mila soldati Nato già tornati a casa, l'Afghanistan è non peggiorato tanto dal punto di vista militare (aumentano attentati e vittime ma le bocce sono sostanzialmente ferme) ma soprattutto da quello economico. Centomila soldati e quasi altrettanti contractor diventano un affare che fa girar moneta oltre a costituire una sorta di garanzia psicologica per gli investitori. Se la macchina della guerra si ferma (senza che arrivi la pace) le cose  tendono a complicarsi. Kabul ha bisogno di soldi più che di soldati. Ghani ha portato a casa entrambi. La storia dovrebbe averci insegnato che aihnoi non v'è l'uno senza l'altro.

giovedì 29 gennaio 2015

Interludio afgano


Riflessioni a margine di 14 anni vissuti pericolosamente. Cosa si chiude con la fine del 2014, cosa si apre con l'avvento del 2015

Lunedi 12 gennaio, il neo presidente Ashraf Ghani ha finalmente annunciato la lista dei ministri del suo governo. Le nomine hanno ricevuto una reazione comprensibilmente tiepida visto che, l'impasse politico generato dalla condivisione dei poteri tra Ghani e Abdullah Abdullah (l'altro sfidante per la presidenza che, avendola persa, ha preteso una condivisione dei poteri e un ruolo da premier) aveva ormai superato i “cento giorni” del nuovo corso entro i quali il presidente avrebbe dovuto sia nominare la squadra, sia mostrare i primi risultati del suo programma. In base al nuovo “Cencelli” di Kabul, dei 25 ministri in carica, 13 li ha scelti Ghani (tra cui Difesa e Finanze) e 12 li ha scelti Abdullah. Sono questi ultimi, dicasteri di peso (Esteri, Interno, Economia, Sanità, Istruzione), a dimostrazione che il braccio di ferro tra i due ha finito per premiare quasi più il premier che il presidente. Va detto però che i portafogli più importanti (compresa la nomina del governatore della banca centrale) sono saldamente nelle mani di Ghani e chi controlla la cassa controlla tutto, specialmente in un periodo in cui il sostegno estero andrà scemando. I primi problemi comunque sono già arrivati: il parlamento ha contestato la previsione di budget, ossia la finanziaria del governo (alla fine approvata a fine gennaio) e ha bocciato alcuni ministri o chiesto la verifica sul rispetto delle condizioni poste dai regolamenti parlamentari per adire agli scranni: potrebbe trattarsi solod i questioni di potere ma essere anche la dimostrazione di una certa vitalità del parlamento afgano.

lunedì 12 gennaio 2015

Tutti i ministri di Ghani (e di Abdullah)

A Kabul il nodo è stato sciolto. E con qualche sorpresa nella lista che definisce il nuovo governo. Dei 25 ministri, 13 li ha scelti Ghani (tra cui Difesa e Finanze) 12 li ha scelti Abdullah (e di un certo peso: Esteri, Interno, Economia, Sanità, Istruzione e il capo dei servizi). Nel braccio di ferro il secondo sembra aver portato a casa più risultati (anche se Finanze e Difesa, oltre alla nomina del Governatore della banca centrale, sono i dicasteri chiave che controllano il flusso degli aiuti). Ecco la lista diffusa da agenzie e tv afgane:

In quota Ghani:

1. Sher Mohammad Karimi as Minister of Defense
2. Ghulam Jilani Popal as Minister of Finance
3. Faiz Mohammad Osmani as Minister of Haj and Religious Affairs
4. Faizullah Kakar as Minister of Counter-Narcotics
5. Sadat Naderi as Minister of Labors, Social Affairs, Martyrs and Disabled
6. Daud Shah Saba as Minister of Mines
7. Khatera Afghan as Minister of Higher Education
8. Shah Zaman Maiwandi as Minister of Urban Development
9. Qamaruddin Shinwari as Minister of Borders and Tribal Affairs
10. Faizullah Zaki as Minister of Transport and Civil Aviation
11. Ai Sultan Khairi as Minister of Information and Culture
12. Abbas Basir as Minister of Public Works
13. Yaqub Haidari as Minister of Irrigation, Agriculture and Livestock
Khalil Sediq as the Governor of Da Afghanistan Bank
In quota Abdullah:
1. Salahuddin Rabbani as Minister of Foreign Affairs
2. Noor-ul-haq Ulumi as Minister of Interior Affairs
3. Sardar Mohammad Rahman Oghli as Minister of Economy
4. Sardar Mohammad Rahimi as Minister of Commerce and Industries
5. Sayed Hussain Alemi Balkhi as Minister of Refugees and Repatriation
6. Najiba Ayubi as Minister of Women's Affairs
7. Ahmad Seyar Mahjoor as Minister of Justice
8. Nasir Durrani as Minister of Rural Rehabilitation and Development
9. Ferozuddin Feroz as Minister of Public Health
10. Mohammad Gul Zalmai Younusi as Minister of Education
11. Mahmoud Saikal as Minister of Water and Energy
12. Barna Karimi as Minister of Communications and Information Technology
Rahmatullah Nabil (independent) as the head of National Directorate of Security


domenica 4 gennaio 2015

Fuoco amico sul matrimonio

Il bilancio è per ora di 27 vittime e almeno 70 feriti, in gran parte donne e bambini. La strage è avvenuta durante un matrimonio mercoledì scorso nel villaggio di Milan Rodi, distretto di Sangin nel Sud del paese. Ma questa volta la Nato non c'entra e nemmeno i talebani, come all'inizio era stato invece denunciato.

Le vittime sarebbero state infatti l'oggetto di un bombardamento con mortai contro una festa di matrimonio dove un gruppo di guerriglieri si sarebbe rifugiato. Nella zona la guerriglia è ben posizionata e, come si sono giustificati i militari, è difficile per esercito e polizia nazionali operare senza rischi; da qui a bombardare una residenza piena di civili però ce ne corre. Il presidente Ashraf Ghani, alle prese con la sua prima grossa grana di guerra che coinvolge oltre a molti civili le responsabilità del “suo” esercito, ha mandato nella provincia di Helmand, dove si trova il villaggio, una nuova equipe di inquirenti, allo scopo di indagare sulla strage del mercoledì il cui primo rapporto non ha affatto soddisfatto il neo capo dello Stato che ha tra l'altro in quelle aree parte della sua base elettorale. Non si tratta solo di un caso di coscienza: ieri per il terzo giorno consecutivo la gente è scesa in piazza andando a protestare nella capitale della omonima provincia di Lashkargah dove sono arrivati anche diversi parlamentari che però, per motivi di sicurezza, non hanno poi raggiunto i ricoveri dei feriti suscitando polemiche in una zona sotto controllo della guerriglia e dove quindi l'attenzione a come si muovono (o non si muovono) Stato e parlamento è molto alta (Ghani fra l'altro non ha ancora formato l'esecutivo). La gente del posto vuole che i responsabili della strage vengano processati e puniti.

Il matrimonio è un rito collettivo che in Afghanistan rappresenta un momento più che centrale nella vita delle famiglie e dell'intero villaggio. Ma questa tradizione è stata più volte macchiata dal sangue di stragi che hanno colpito feste o processioni nuziali, trasformando le nozze in funerali. 



domenica 14 dicembre 2014

Le parole per dirlo: i talebani sono tutti terroristi?

Ashraf Ghani ha tenuto un discorso televisivo rivolgendosi agli ulema, i dotti dell'islma di cui rappresentano l'élite, e ai leader tribali, la catena di comando che coordina la vita nei villaggi e nei distretti. Ha avuto parole dure contro il terrorismo sostenendo che ciò che viene fatto in questi giorni non solo non è "islamico", è inumano. La lista è lunga: sette soldati uccisi in un autobus militare e, sabato mattina, il killeraggio del capo segreteria della Suprema corte, per non parlare dell'uccisione di una dozzina di sminatori e, appena due giorni fa, la bomba al centro culturale francese cui è scampato il nostro Giuliano Battiston. Il discorso era, in un certo senso, un atto dovuto. La situazione va peggiorando visibilmente e poiché i talebani, o più in generale i guerriglieri islamici, non riescono a entrare nelle città, le mettono a dura prova con atti terroristici e alzando il tiro anche se, in questa informe galassia armata, è sempre difficile (al netto delle rivendicazioni ) sapere quale mano si nasconde dietro al sasso.

Il suo discorso rispondeva anche indirettamente a Rangeen Dadfar Spanta, già ministro degli Esteri e poi consigliere speciale di Karzai, un personaggio importante che non gli ha risparmiato critiche dopo che Ghani aveva definito i talebani "opposizione politica". Forse dimenticando che proprio Karzai si era spinto a chiamare "fratelli" i talebani, Spanta ha sostenuto che ai terroristi non va riconosciuto lo status che può essere attribuito solo a chi lotta con gli strumenti della democrazia. Ma Ghani, come allora Karzai,  cerca un varco nella galassia armata proprio per  individuare un'opposizione politica, ossia il possibile futuro partito talebano di domani: disposto a negoziare e a rinunciare alla lotta armata in cambio del riconoscimento appunto dello status di opposizione o partito politico.

giovedì 4 dicembre 2014

Sostegno risoluto! Ma a cosa?

La firma a Kabul che ha spianato la strada
a "Resolute Support" (foto Nato)
Non sarà “risolutiva” ma solo “risoluta” la missione “Resolute Support” che ha ormai ottenuto anche il via libera dal parlamento afgano e che impiegherà circa 12mila soldati con compiti di formazione delle forze armate afgane a partire dal 2015. Almeno nel nome della missione, la Nato fa mostra di pragmatismo, sul resto si vedrà. Ma se non è compito di un'alleanza militare far quadrare i conti della politica (quelli militari sono per altro pessimi) per ogni Paese che partecipa la questione politica si impone. Tanto per cominciare con numeri e costi. In attesa di sapere di che morte morire nella continuazione della guerra con altri mezzi, il parlamento italiano per ora i numeri li sa a spanne: 200, 500, 750, 1800 soldati? Una forbice che fa lievitare i costi tra 100mila e almeno mezzo milione di euro. Ma se è l'obiettivo politico quello che più conta, come, su cosa e con che mezzi Roma intende impegnarsi nei prossimi anni (almeno dieci come chiede a Londra la società civile afgana)?

A Bruxelles il ministro Gentiloni ha appena incontrato privatamente Ashraf Ghani e, al termine dell'ultimo vertice dell'Alleanza e alla vigilia della Conferenza di Londra, ha detto di aver ribadito al nuovo presidente l'apprezzamento per il cammino di riforme intrapreso da Kabul e che, dal 2015, la missione italiana cambierà segno: che il sostegno sarà più economico che militare più dunque rivolto alla cooperazione civile che non a quella con la divisa. Se il buon giorno si vede dal mattino la riduzione del contingente sarà il primo vero segnale. Il secondo sarà quello che riguarda i fondi messi a disposizione della cooperazione civile con l'Afghanistan con risorse che potrebbero proprio essere drenate dalla spesa militare come da anni chiede l'associazionismo italiano impegnato in quelle terre. Presto la nuova legge che riguarda le missioni all'estero dovrà tornare in aula e lì si capirà se effettivamente ci sarà una svolta o una semplice spending review.


lunedì 6 ottobre 2014

Cencelli a Kabul

Ashraf Ghani, primo con riserva
Che lo si voglia chiamare impasse, stand-off, o “telenovela afgana” come un irriverente diplomatico di Kabul l'ha definita, la vicenda che per tre mesi ha opposto Ashraf Ghani ad Abdullah Abdullah si è conclusa con un accordo, benedetto dal segretario di Stato americano John Kerry, che ha, almeno nel breve periodo, risolto il contenzioso elettorale, funestato sin dagli esordi del ballottaggio (14 giugno) da pesanti accuse di brogli. L'accordo stabilisce una nuova figura istituzionale che consegna ad Abdullah, eterno secondo (fu sconfitto nel 2009 anche da Karzai) il ruolo di capo dell'esecutivo (executive chief), un ruolo relativamente ambiguo che lo equipara a un premier ma senza chiamarlo primo ministro, figura non prevista dall'ordinamento di una Repubblica presidenziale quale l'Afghanistan è. Se ad Ashraf Ghani, il colto tecnocrate formatosi negli Stati Uniti e già ministro di Karzai, è stata dunque consegnata il 21 settembre scorso la presidenza e, teoricamente, i pieni poteri, ad Abdullah viene concessa un'ampia capacità di manovra che il nuovo assetto istituzionale non ha ancora ben definito. Per ora, dicono i rumor, i due hanno concordato anche la scelta dei ministri, onorando un “manuale Cencelli” (formula che regolava in Italia la spartizione delle cariche pubbliche in base al peso elettorale dei singoli partiti e attribuita al democristiano Massimiliano Cencelli) che ha un precedente afgano di tipo etnico-tribale e che invece ora sancisce – per così dire – un ingresso nella “modernità” delle alchimie politiche di spartizione del potere.

martedì 30 settembre 2014

Gli europei e la guerra (in)finita

Immaginandoci, con un po' di fantasia, una possibile breve conversazione tra i muri della diplomazia europea il tono potrebbe essere stato questo: «Vai a Kabul per l'insediamento di Ghani»? «No, ho da fare: ora c'è il califfato di Al-Baghdadi: Guerra al terrorismo 2, la vendetta. L'Afghanistan ormai è un caso chiuso». In effetti a scorrere la lista delle personalità presenti alla prima transizione di potere nella Kabul post-talebana il parterre è davvero sconsolante: gli americani non sono mancati con una delegazione di tutto rispetto di dieci funzionari capeggiati dal consigliere di Obama John Podesta mentre il Pakistan ha inviato addirittura il suo presidente Mamnoon Hussain e l'India e l'Iran i vice presidenti Hamid Ansari e Mohammad Shariatmadari. Anche i cinesi hanno mandato una figura di profilo nel ministro Yin Weimin. Ma sul fronte occidentale solo sedie semivuote su cui, a rappresentare l'Europa, c'erano solo gli ambasciatori di stanza a Kabul, Gan Bretagna compresa. Al massimo gli inviati speciali. E' la guerra, bellezza, quella nuova sulle frontiere di Siria e Irak.

Abdullah  Abdullah(a sinistra) e Ashraf Ghani:
 da ieri premier e presidente in un governo
 bicefalo  frutto  di un accordo per far contenti tutti
Se la forma, specie in diplomazia, è sostanza, la scelta la dice lunga sul futuro dell'Afghanistan retto da Ashraf Ghani, l'uomo che, con Abdullah, i talebani hanno catalogato come un “impiegato” degli Stati uniti. Sono loro gli sponsor del papocchio istituzionale col quale nasce la stella del primo ministro facente funzioni in una repubblica che è presidenziale per Costituzione e dove nemmeno l'ombra di un passaggio parlamentare ha giustificato la bizzarra alchimia. Alchimia che per l'uomo della strada è l'ennesima trattativa sottobanco da cui i più maligni non hanno escluso che, oltre al potere, sia stato garantito qualche altro compenso all'eterno secondo (Abdullah fu sconfitto a suon di brogli anche da Karzai nel 2009). Malizie. Non resta del resto che far buon viso a cattivo gioco, di qua e di là dalle montagne dell'Hindukush: l'esperimento democratico, pompato come la grande conquista dell'era post talebana, è un misero accordo di potere degno di una trattativa da bazar mentre la guerriglia, data per sconfitta già nel 2001, ha segnato quest'anno il più alto numero di vittime dall'inizio della guerra che doveva consegnare alla Nato sullo scacchiere planetario il ruolo che fu delle Nazioni unite, sempre più solo spettatore. Bisogna accontentarsi.

martedì 17 giugno 2014

Carta vince carta perde. La sfida afgana tra Ghani e Abdullah

Lontani dagli occhi e soprattutto dal cuore di un pianeta che per più di dieci anni ha seguito le peripezie di un Paese ormai entrato nella categoria dell'oblio, sette milioni di afgani sono andati sabato a votare al secondo turno delle presidenziali per scegliere chi sostituirà l'inossidabile Hamid Karzai, giunto forse al termine della sua perigliosa avventura politica. La capitale appariva sabato più deserta che in un giorno di festa: vietata la circolazione, negozi serrati e, sorprendentemente, una corsa di primo mattino alle urne per intingere l'indice nell'inchiostro indelebile e firmare così la scheda. «Per le presidenziali non c'è un limite di seggio – spiega Timur, uno dei protagonisti della scena culturale locale – e quindi, per evitare lunghe code, tutti di buon'ora sono andati al seggio più vicino».

venerdì 23 maggio 2014

Se il vecchio presidente si schiera con Ghani

Classe 1926, già capo dello Stato del governo ad interim nato con la fine dell'occupazione sovietica e poi presidente dell'Afghanistan dopo la caduta di Najibullah nel 1992 (anche se solo per pochi mesi),Sibghatullah Mojadedi è uno dei pochi leader mujaheddin a non vantare una carriera insanguinata dalla lotta fratricida scatenatasi con la guerra civile all'uscita di scena dell'Urss nell'89 e sopratutto dopo la presa di Kabul nel '92. Il vecchio teologo, che si è più volte dimesso da cariche ufficiali in polemica con Karzai, gode di un certo rispetto e dunque ha un peso la sua decisione di appoggiare Ashraf Ghani. E non è l'unico endorsement di peso che l'ex ministro è riuscito a guadagnarsi: mentre Zalmai Rassoul dava la sua adesione ad Abdullah Abdullah, il suo numero due Ahmad Zia Massoud (il fratello minore del “Leone del Panjshir”) la dava a Ghani in compagnia di altri personaggi di rilievo come l'ex candidato Dawoud Sultanzoi e il sodale del generale Wardak (ritiratosi dalla corsa) Syed Hussain Anwari.

domenica 9 agosto 2009

CONTI IN TASCA ALL'AFGHANISTAN

La scadenza elettorale del 20 agosto si avvicina a vista d'occhio.

E' non solo il banco di prova del prossimo presidente afgano e della sua effetiva popolarità, ma anche la misura della capacità di tessere alleanze, patti e cordate prima della consultazione -la seconda - in un paese in guerra da trent'anni. Mentre almeno quaranta, ha detto ieri un alto comandante britannico ne serviranno per stabilizzare il paese. Dieci potrebbero bastare per i tedeschi, ha detto invece il ministro della difesa di Berlino, mentre negli Usa si pensa che in due-cinque anni si potrà cominciare ha capire chi ha vinto e chi ha perso. Anche in Europa e in America si fanno i conti insomma e si comincia a pensare a un'agenda che preveda il rientro dall'Afghanistan dei contingenti militari occidentali, un tema che ha anche attraversato la campagna elettorale.

Campagna elettorale che – a meno di due settimane dal voto del 20 agosto - procede senza esclusione di colpi e sorprese. L'ultima in ordine di tempo riguarda l'accordo "segreto" tra il presidente uscente e il suo ex ministro delle Finanze, Ashraf Ghani, che Karzai teme possa frantumare il voto pashtun. L'accordo servirebbe, oltre ad assicurarsi i voti di Ghani, a ostacolare Abdullah Abdullah, l'unico altro concorrente, forte nel Nord del paese, che Hamid Karzai teme davvero. La proposta è che Ghani, facendosi da parte, abbia poi un posto di chief executive, una sorta di premierato ad hoc. La proposta sarebbe stata caldeggiata da Richard Holbrooke e dall'ambasciatore Usa Karl Eikenberry anche se gli americani non confermano. Ma Ghani ha subito smentito e ha fatto sapere che l'offerta dimostra solo la debolezza di Karzai che, nella sua politica di alleanze a tutto tondo, avrebbe già promesso venti posti ad altrettanti candidati nel suo futuro gabinetto. Ghani è andato oltre.

In un articolo apparso il sette agosto sul Wall Street Journal (Ghani ha vissuto a lungo negli Usa), dal titolo “Afghanistan Needs New Leadership”, spiega che l'“Afghanistan ha bisogno di una nuova leadership”, perché “negli ultimi cinque anni” Karzai ha reso il paese “uno degli stati più corrotti e falliti” del globo. Più di così... Ma poche in Afghanistan, come ovunque, ogni cosa ha il suo prezzo, tenere duro per Ghani, che molto difficilmente può vincere la partita anche se potrebbe seriamente danneggiare Karzai al primo turno, significa anche alzare la posta: la proposta gli è forse sembrata troppo debole.

I conti degli occidentali


Se nel paese si fanno dunque i conti sulle percentuali possibili al primo turno, in America e in Europa si fanno conti di altro tipo. Quanto ci vorrà ancora e quanto ci costerà restare in Afghanistan?
Ieri, in una intervista al Bild, il ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, precisando che Berlino resterà impegnata nella missione “fino a che la situazione della sicurezza non si stabilizzerà per davvero” ha fatto una previsione di altri 5-10 anni, almeno per il settore settentrionale piantonato dai tedeschi che hanno in Afghanistan 4.500 soldati e 300 in servizio di ricognizione aerea con una spesa per aiutare il governo afgano di 1,2 miliardi di euro dal 2002. Il generale britannico David Richards, che dal 28 di questo mese sarà capo di stato maggiore delle forze armate, pensa invece che l'impegno del suo Paese in Afghanistan potrebbe durare 40 anni, anche se l'aspetto militare avrà sempre meno importanza mentre sarà necessario privilegiare i settori “dello sviluppo, della governabilità, della sicurezza”.

Anche gli Usa fanno i conti: due anni ancora di “combattimento pesante”, tre anni di transizione per passare la mano all'esercito afgano e altri cinque per l'intero passaggio di consegne. Ma i primi due anni saranno chiave: o si vince o si perde e, nei due casi, o si resta o si va a casa. E' l'analisi di David Kilcullen, esperto di countroinsurrezione consigliere in fieri del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa e Nato nel paese.
Ma Kilcullen è solo un consigliere. Per saperne di più bisognerà attendere proprio un'imminente relazione di McChristall al presidente. Secondo un'anticipazione del Financial Times il generale pensa che l'esercito afgano (attualmente 86 mila uomini col supporto di 80mila poliziotti) debba crescere fino a 400mila addetti (polizia compresa). Costo stimato dell'operazione su cinque anni: circa venti miliardi di dollari.

sabato 25 luglio 2009

TRIBUNA POLITICA IN TV, MA SENZA KARZAI

Non c'è bisogno di scomodare Guy Debord per ricordarsi che la Tv è un'arma potente. Specie in campagna elettorale. Tanto potente da aver spesso sensibilmente modificato le percentuali di voto americane dopo i “faccia a faccia” tra i candidati presidenti o di aver, come in Italia, favorito dal nulla l'ascesa di Silvio Berlusconi. E non è solo un fenomeno da paesi ricchi: fece notizia il faccia a faccia che, per la prima volta nella storia dell'Iran, mise a confronto Ahmadi Nejad e Musavi col pallottoliere che, seppur inutilmente, sembrava essersi molto spostato dalla sua parte dopo il clamoroso confronto. Ma in Afghanistan, almeno per il momento, la neo era dei “face to face”, iniziata l'altro ieri sera con i primi candidati alle elezioni del 20 agosto, dovrà accontentarsi dei numeri 2. Il presidente Karzai, che insegue la riconferma per il suo secondo mandato (il terzo in realtà considerando l'interim dopo la cacciata dei talebani) ha detto no grazie. E anche se Tolo Tv, l'ideatrice dei faccia a faccia spera che non dia buca settimana prossima, un secco comunicato della presidenza, sostenendo che il capo dello stato aveva ricevuto l'invito in ritardo, sembra, almeno per il momento, aver chiuso la partita.

Tolo Tv è un'emittente privata che la vulgata vuole vicina all'Aga Khan, uno degli attori più potenti dell'economia afgana: gode di un'ottima fama non solo in Afghanistan e trasmette nelle due lingue principali su tutto il territorio nazionale e su satellite (alcuni suoi giornalisti hanno subito intimidazioni e persino attentati mortali.) Giovedi sera ha trasmesso in simultanea con Lemar Tv (altra emittente privata) e il canale Arman Fm (che si vuole vicino a uno dei due candidati invitati). Bocciata la possibilità che vi fosse Karzai, i tantissimi telespettatori afgani si sono dovuti accontentare di due figure “minori” ma di tutto rispetto: l'ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, uno dei consiglieri di Ahmad Shah Massud e tra i capi dell'Alleanza del Nord cui proprio Karzai deve in un certo senso le sue fortune (l'Alleanza appoggiò l'avanzata americana che cacciò i talebani nel 2001); l'ex ministro delle finanze Ashraf Ghani, considerato lo sfidante più pericoloso per Karzai. Dopo il dibattito a due – e in cui ha finito a far la parte del cattivo soprattutto l'attuale presidente – il loro punteggio è dato in risalita anche se non pochi osservatori ritengono che, tutto sommato, Karzai potrebbe benissimo farcela al primo turno.

Per la verità, direttamente con Karzai se l'è presa soprattutto Ashraf Ghani che ha attaccato lui e i suoi ministri senza risparmiare fiato e virulenza. Abdullah Abdullah invece ha preferito astenersi da un attacco frontale contro il suo ex alleato. Ha proposto un volto da moderato, da uomo di pace e riconciliazione nazionale anche se non ha risparmiato critiche alla coalizione militare occidentale, sia per quel che riguarda le vittime innocenti spazzate dai raid aerei, sia per i sistemi spicci della caccia al talebano casa per casa, due argomenti molto sensibili nelle aree del conflitto e utilizzati anche da Karzai durante il suo secondo mandato, specie quando aveva cominciato a temere che gli americani (che poi hanno fatto una tiepida marcia indietro) lo avessero mollato. Ha anche proposto la riconversione del sistema politico da presidenziale a parlamentare.
Quanto a Ghani, il Tremonti afgano, noto per la sua puntigliosità e verve polemica, l'ex ministro delle Finanze ha spiegato dettagliatamente il suo programma incentrato sullo sviluppo economico del paese ma senza dimenticarsi il problema sicurezza su cui ha molto criticato il governo che non saprebbe nemmeno, ha detto, quanti poliziotti ci sono a Kabul.
Entrambi hanno comunque biasimato la scelta di Karzai di dichiarare forfait.

In realtà il presidente sarebbe disposto a scendere a patti ma a due sole condizioni: la prima è che il dibattito si svolga solo a...”reti unificate” e cioè su tutti i canali tv del paese (14 privati e uno statale); la seconda è che il conduttore della tribuna politica dovrebbe essere un giornalista nominato dalla Commissione elettorale, non certo scelto da Tolo Tv un'emittente con cui Karzai si è scontrato più di una volta e che ritiene ostile.
La campagna elettorale comunque si muove e cambiano le alleanze. Diversi candidati hanno deciso di fare cartello e di far correre alla fine uno solo di loro e Nasrullah B Arsalaye, un altro aspirante, ha fatto sapere di aver scelto di uscire di scena in favore proprio di Abdullah Abdullah. Quanto avrà contato il piccolo schermo?