Cosa rischia la moglie del dissidente Ablyazov espulsa in Kazakistan con la figlia minorenne il 31 maggio? Che garanzie stiamo fornendo a una donna oggetto di rimpatrio coatto su cui abbiamo fatto marcia indietro? Come si sta muovendo il governo oltre ad autodifendersi ed autoassolversi? L'opposizione chieda all'esecutivo di spiegare subito in parlamento a quali misure la nostra diplomazia sta lavorando
Il governo kazako ha fornito al governo italiano formali rassicurazioni sulla sorte di Alma Shalabayeva, la moglie di Mukhtar Ablyazov che si trova in casa di parenti ad Almaty, la vecchia capitale. Non sarebbe agli arresti domiciliari ma ha l'obbligo di firma e non può lasciare il Paese, misure equivalenti agli arresti domiciliari. Cosa nota per altro dal 7 giugno scorso quando ai giornalisti kazaki il procuratore Johann Merkel spiegò che Alma è indagata per possesso di documenti falsi, accusa all'origine della sua deportazione da Roma e poi rivelatasi non veritiera. Secondo TengriNews, web giornale kazako, per il ministero degli Esteri kazako "Shalabayeva non è in stato di detenzione o agli arresti domiciliari e non è accusata dei crimini di Ablyazov e pertanto non sarà perseguita per le sue azioni. Tuttavia – aggiungono le fonti riportate dia media locali - è un testimone importante e sarà interrogata per definire la posizione del marito, nonché in relazione ai passaporti falsi emessi in Kazakhstan". La nota non è di ieri: è del 6 giugno scorso ed è del tutto simile a quella spedita due giorni fa alle autorità italiane. Il passaggio contiene due elementi: il primo riguarda l'interrogatorio presumibilmente già avvenuto e su cui sarebbe bene chiedere chiarimenti. Il secondo è ancora più allarmante: riguarda infatti non solo il suo passaporto ma quelli che sarebbero stati dati ai parenti di Ablyazov consentendo loro di lasciare il Kazakistan. Passaporti che sarebbero falsi. La sua posizione a riguardo sarebbe in “fase di definizione” e aggraverebbe quella che, secondo i kazaki, è l'imputazione per cui è formalmente "sorvegliata": possesso di un passaporto falso.
Il 4 giugno un tribunale kazako ha comminato due condanne in relazione al rilascio di 9 passaporti a parenti di Ablyazov: il tenente Zhomart Kushaliyev è stato riconosciuto colpevole di aver preso tangenti ed è stato condannato a 9 anni di reclusione con la confisca dei beni. L'ispettore Dametken Kuzembayeva è stato riconosciuto colpevole di aver preso tangenti e condannato a 7 anni e 2 mesi oltre alla confisca dei beni.
Inoltre, nell'ottobre del 2012 un tribunale di Atyrau (città di confine sul Mar Caspio) ha emesso altre due condanne per il professionista Asylbek Saifullin e l'ispettore di polizia Zhomart Kushaliev sempre per tangenti ottenute per aver favorito l'uscita dal Paese di parenti di Ablyazov e della moglie. Il punto è un altro: tra i corruttori menzionati dalla stampa locale figurano diversi nomi della famiglia Shalabayev tra cui la stessa Alma (non erano presenti al processo). Tireranno ancora fuori questa storia? Che elementi di garanzia l'Italia ha chiesto o chiederà attraverso i suoi canali diplomatici?
Tutto porta a constatare che, considerata la condizione in cui versa la giustizia kazaka, i rischi che corre Alma Shalabayeva sono enormi e comunque legati non a reati specifici ma semmai al desiderio di lasciare il Paese onde evitare ritorsioni. Il filmato qui sotto ben rappresenta il clima (anche grazie alla colonna sonora) che ha accompagnato il suo rientro coatto dall'Italia.
Che il governo Letta sia preoccupato soprattutto della sua tenuta e di evitare l'espandersi di una figuraccia internazionale si può capire. Persino la (debole) linea di difesa dei ministri (non sapevano anche se ai primi di giugno sia Alfano sia Cancellieri dissero che la pratica di espulsione era “regolare”). Comprensibile anche lo scarica barile di Emma Bonino che però non fece molto di più che una sfuriata al ministro degli Interni che le apparve sorpreso e poi furibondo. Quel che non funziona è la debole azione italiana per la salvaguardia della posizione di Alma e di sua figlia Alua che, come ha paventato Ablyazov, rischia di finire in un orfanotrofio. L'errore è stato grave ma ora bisogna correre ai ripari ottenendo garanzie un po' più che formali di quelle ottenute finora dalle autorità kazake che non aggiungono nulla di più a quanto già si sapeva agli inizi di giugno.
Va bene la relazione del Capo della polizia sulle responsabilità e deglutiremo anche la caduta di qualche testa minore. Ma chi sta pensando ad Alma Shalabayeva? Siamo certi che la Farnesina ci sta pensando ma allora l'opposizione metta pure sulla griglia Alfano, ma chieda che il governo riferisca immediatamente su quanto sta facendo per garantire che in Kazakistan sulla griglia non ci finisca Alma.
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domenica 14 luglio 2013
APETTANDO ALMA
Tra tre giorni una relazione sull'accaduto del capo della Polizia. Astana fa sapere che la donna espulsa ma che ora potrebbe tornare in Italia non è in arresto. Sel e 5stelle contro Alfano. Il mistero dei fax di Farnesina e Viminale

Dopo oltre un mese e mezzo l'affaire italo kazako continua a bruciare e l'incendio non si spegne. “Ho paura. Uno Stato la cui polizia agisce all'insaputa del governo...mette i brividi”. Il post anonimo è uno dei tanti apparsi ieri sul web. Nella sua stringata lucidità riassume il senso di tutta la vicenda che negli ultimi due giorni sta affondando il governo in una palude di larghe intese da cui escono senza macchia i ministri ma ancora non si sa di chi siano le responsabilità: quelle dell'arresto ed espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia di sei anni Alua, consegnate in tutta fretta alle autorità di una delle dittature più retrive dell'Asia centrale. Espulsione poi pasticciatamente revocata.
Mentre all'opposizione Sel e M5S affilano le armi e chiederanno le dimissioni di Angelino Alfano e mentre il capo della Polizia Alessandro Pansa si prepara entro tre giorni a fare una relazione sull'accaduto, gli occhi restano puntati, oltreché sulla questura di Roma, su Farnesina e Viminale. I due ministri non sapevano nulla, come ha spiegato giovedi Letta dopo un vertice di 5 ore a Palazzo Chigi e come ribadito dal dicastero diretto da Emma Bonino, ma dopo che il Corriere ha pubblicato la notizia di un fax tra gli Interni e il cerimoniale degli Esteri (una scelta tra l'altro quantomeno bizzarra), la Farnesina ha dovuto spiegare e allargarsi nei distinguo. Si, il fax ci fu ma per sapere se se Alma godesse o meno di immunità diplomatica. La Farnesina si sarebbe limitata a rispondere che non le risultava. Non è l'unico fax dei misteri.
Ce n'è infatti un altro, divenuto ormai una sorta di oggetto del desiderio. A quanto risulta a ilmanifesto, arrivò al Viminale per chiedere l'arresto del dissidente indicando la sede di Casal Palocco come luogo di residenza di Mukhtar Ablyazov. La nota, inviata via Interpol, menzionava anche due residenze a Parigi e a Londra (che però ha concesso ad Ablyazov asilo). Alfano in compenso – sostiene il governo che fa quadrato attorno ai ministri - - non sapeva, anche se al Fatto quotidiano risultano telefonate tra il titolare degli Interni e diplomatici kazachi prima della vicenda. Vero, non vero? Quanto a Letta e Cancellieri, questi non sapevano davvero nulla e questa è forse la parte più credibile della vicenda. Anche Bonino è logico non fosse stata informata di una semplice richiesta di polizia, pur se i canali della diplomazia avrebbero dovuto quantomeno cercare di saperne di più visto che si parlava di immunità diplomatica. Quel che risulta più difficile credere è che, in assenza del nuovo capo della Polizia, i livelli più alti del Viminale, se non il ministro stesso, non fossero stati preavvertiti di un'operazione in grande stile quale è stato il raid con una cinquantina di uomini armati che di fatto sequestrarono moglie e figlia del ricercato che non c'era.
In attesa che venga prodotto il capro espiatorio che possa così togliere definitamente d'imbarazzo il governo e mentre al momento la ricostruzione di una sequenza che risale ormai a oltre sei settimane fa viene messa assieme dai giornali, la Farnesina fa sapere di aver inoltrato al governo di Astana il provvedimento di revoca dell’espulsione di Alma, che annulla solo formalmente il rimpatrio coatto con la figlia Aula. Pensare che possano tornare in Italia è però difficile se non impossibile: è pur vero per altro che solo il loro ritorno chiuderebbe la partita e quindi non va escluso. Se le pressioni diplomatiche (e non solo visto che nel Paese abbiamo forti appetiti economici) fossero abbastanza forti, Nazarbayev potrebbe anche fare il bel gesto. Avrebbe solo da guadagnarci e otterrebbe un credito da spendere altrimenti con Roma.
Intanto il ricercatissimo Ablyazov ha diffuso un ringraziamento a Enrico Letta ricordando però che “...purtroppo, mia moglie Alma e mia figlia Alua sono ancora in grave pericolo...il piano del regime di Nazarbayev è di mandare mia moglie in prigione e mia figlia in un orfanotrofio”. Astana invece sostiene che la donna sta bene e che non è agli arresti domiciliari ma ha solo obbligo di residenza ad Almaty. Misura democraticamente cautelativa.
Lettera22

Dopo oltre un mese e mezzo l'affaire italo kazako continua a bruciare e l'incendio non si spegne. “Ho paura. Uno Stato la cui polizia agisce all'insaputa del governo...mette i brividi”. Il post anonimo è uno dei tanti apparsi ieri sul web. Nella sua stringata lucidità riassume il senso di tutta la vicenda che negli ultimi due giorni sta affondando il governo in una palude di larghe intese da cui escono senza macchia i ministri ma ancora non si sa di chi siano le responsabilità: quelle dell'arresto ed espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia di sei anni Alua, consegnate in tutta fretta alle autorità di una delle dittature più retrive dell'Asia centrale. Espulsione poi pasticciatamente revocata.
Mentre all'opposizione Sel e M5S affilano le armi e chiederanno le dimissioni di Angelino Alfano e mentre il capo della Polizia Alessandro Pansa si prepara entro tre giorni a fare una relazione sull'accaduto, gli occhi restano puntati, oltreché sulla questura di Roma, su Farnesina e Viminale. I due ministri non sapevano nulla, come ha spiegato giovedi Letta dopo un vertice di 5 ore a Palazzo Chigi e come ribadito dal dicastero diretto da Emma Bonino, ma dopo che il Corriere ha pubblicato la notizia di un fax tra gli Interni e il cerimoniale degli Esteri (una scelta tra l'altro quantomeno bizzarra), la Farnesina ha dovuto spiegare e allargarsi nei distinguo. Si, il fax ci fu ma per sapere se se Alma godesse o meno di immunità diplomatica. La Farnesina si sarebbe limitata a rispondere che non le risultava. Non è l'unico fax dei misteri.
Ce n'è infatti un altro, divenuto ormai una sorta di oggetto del desiderio. A quanto risulta a ilmanifesto, arrivò al Viminale per chiedere l'arresto del dissidente indicando la sede di Casal Palocco come luogo di residenza di Mukhtar Ablyazov. La nota, inviata via Interpol, menzionava anche due residenze a Parigi e a Londra (che però ha concesso ad Ablyazov asilo). Alfano in compenso – sostiene il governo che fa quadrato attorno ai ministri - - non sapeva, anche se al Fatto quotidiano risultano telefonate tra il titolare degli Interni e diplomatici kazachi prima della vicenda. Vero, non vero? Quanto a Letta e Cancellieri, questi non sapevano davvero nulla e questa è forse la parte più credibile della vicenda. Anche Bonino è logico non fosse stata informata di una semplice richiesta di polizia, pur se i canali della diplomazia avrebbero dovuto quantomeno cercare di saperne di più visto che si parlava di immunità diplomatica. Quel che risulta più difficile credere è che, in assenza del nuovo capo della Polizia, i livelli più alti del Viminale, se non il ministro stesso, non fossero stati preavvertiti di un'operazione in grande stile quale è stato il raid con una cinquantina di uomini armati che di fatto sequestrarono moglie e figlia del ricercato che non c'era.
In attesa che venga prodotto il capro espiatorio che possa così togliere definitamente d'imbarazzo il governo e mentre al momento la ricostruzione di una sequenza che risale ormai a oltre sei settimane fa viene messa assieme dai giornali, la Farnesina fa sapere di aver inoltrato al governo di Astana il provvedimento di revoca dell’espulsione di Alma, che annulla solo formalmente il rimpatrio coatto con la figlia Aula. Pensare che possano tornare in Italia è però difficile se non impossibile: è pur vero per altro che solo il loro ritorno chiuderebbe la partita e quindi non va escluso. Se le pressioni diplomatiche (e non solo visto che nel Paese abbiamo forti appetiti economici) fossero abbastanza forti, Nazarbayev potrebbe anche fare il bel gesto. Avrebbe solo da guadagnarci e otterrebbe un credito da spendere altrimenti con Roma.
Intanto il ricercatissimo Ablyazov ha diffuso un ringraziamento a Enrico Letta ricordando però che “...purtroppo, mia moglie Alma e mia figlia Alua sono ancora in grave pericolo...il piano del regime di Nazarbayev è di mandare mia moglie in prigione e mia figlia in un orfanotrofio”. Astana invece sostiene che la donna sta bene e che non è agli arresti domiciliari ma ha solo obbligo di residenza ad Almaty. Misura democraticamente cautelativa.
Lettera22
venerdì 12 luglio 2013
IL KAZAKISTAN COME LA VICENDA MARO', PEZZE ITALIANE IN POLITICA ESTERA (e interna)
Dopo un vertice a Palazzo Chigi il governo italiano ha annullato l'espulsione di Alma Shalabayeva Ablyazov e di sua figlia Alua di 6 anni che il 31 maggio scorso subirono un rientro forzato in Kazakistan dove adesso sono agli arresti domiciliari. «La signora Alma Shalabayeva potrà rientrare in Italia, dove potrà chiarire la propria posizione» recita il comunicato del governo che, aggiunge la nota, si sarebbe «immediatamente attivato colti i profili di protezione internazionale che il caso ha sollevato» al fine di «verificare le condizioni di soggiorno in Kazakistan della signora e della figlia». Il governo si assolve, ma fino a un certo punto: dall'indagine interna emerge infatti che delle procedure di espulsione non era stata fatta comunicazione ai vertici di Palazzo Chigi: né a Letta, né a Bonino, né a Cancellieri e nemmeno ad Alfano. Ammissione imbarazzante su cui dovrebbe ora indagare il capo della Polizia. La pezza tardiva (molto simile a quella messa dal governo per la vicenda marò dopo un tira e molla ben più lungo) non mette comunque fine a iniziative, ricerche e supposizioni sull'oscura vicenda dell'arresto e di un'espulsione frettolosa e sospetta su cui grava l'ipotesi di forti pressioni esterne. Una vicenda che ogni giorno ha registrato novità sul fronte politico, come la richiesta di dimissioni di Alfano giunta oggi dal movimento pentastellato (la presenta al Senato) e da Sel (lo farà alla Camera) che in un'interrogazione chiede lumi su rapide promozioni in Polizia proprio a ridosso della vicenda....
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giovedì 11 luglio 2013
ESPULSIONE O RENDITION? L'INCREDIBILE INTRECCIO TRA ROMA E ASTANA
Mentre Bruxelles si attiva per chiedere spiegazioni, il mistero delle due cittadine kazake rivela un intreccio di pressioni e interessi italiani su cui indaga la magistratura. Espulsione o rendition? Letta: “indagine interna senza ombre né dubbi”. Cosa raccontano i file di Wikileaks.
Questo articolo è uscito oggi su il manifesto cofirmato con Alessandro De Pascale
Forse non sarà il ministro Alfano ma lo stesso Letta, che ieri ha annunciato un'indagine interna, a spiegare nei prossimi giorni la versione ufficiale sull'espulsione di Alma Shalabayeva Ablyazov e di sua figlia Alua di 6 anni, avvenuta in tutta fretta il 31 maggio scorso. Quel giorno le autorità italiane, che le avevano fatte prelevare dalla loro abitazione capitolina due giorni prima, lasciarono che fossero caricate su un aereo privato, probabilmente fornito dal Kazakistan e diretto ad Astana, la capitale. Alma aveva fatto richiesta di asilo. La risposta: «Troppo tardi».
Vicenda intricata - una sorta di rendition della quale Bruxelles starebbe per chiedere conto all'Italia - e non solo sotto il profilo del diritto, cui una pilatesca tesi affidata da fonti del Viminale all'Ansa martedì sera - “...la sola assenza sul documento di timbri o visti di ingresso legittimava l'espulsione...” - ha tentato di dare un'imbarazzata risposta. Dietro alla pasticciata espulsione spunta ben altro: intrecci kazako-italiani, rapporti tra il presidente-dittatore Nazarbaiev e il suo attivo entorurage affaristico con l'Eni, il colosso energetico italiano che in Kazakistan ha molti interessi. Ci sono infatti più elementi che riconducono al colosso a sei zampe e a un intreccio oscuro di affari, tangenti, pressioni la vicenda Ablyazov - marito di Alma e sorta di Khodorkowsy kazako - milionario e oppositore fuggito all'estero perché accusato di frode. Un sistema al centro delle inchieste della procura di Milano - con due fascicoli aperti e un processo seguiti dal pubblico ministero Fabio De Pasquale - che coinvolgono il gigante controllato dallo Stato e quinto gruppo petrolifero mondiale. Negli atti si legge che l'indagine riguarda un «gruppo affaristico», formato da «dirigenti del gruppo Eni e faccendieri», il cui scopo è «influire illecitamente nell'aggiudicazione di gare d'appalto» in Iraq, Kuwait e per l'appunto in Kazakistan, terra di Nazarbaiev e Ablyazov. Letta chiarirà questi punti o si soffermerà sui dettagli tecnici del passaporto di Alma?
Già a metà giugno un'interrogazione 5stelle sulla presunta corruzione internazionale, aveva chiesto le dimissioni dell'Ad del gruppo Paolo Scaroni. Il governo aveva risposto col viceministro Stefano Fassina secondo cui l'esecutivo «non è al corrente delle attività gestionali» dell'Eni, nonostante il 30% delle quote sia in mano al Tesoro.
Accanto all'inchiesta italiana ci sono anche le preoccupazioni degli Stati uniti emerse nei cable di Wikileaks. Anche qui spunta l'Eni e fa capolino Ablyazov. Un cable «confidenziale», scritto il 29 gennaio 2010 da Pamela Spratlen, l'allora ambasciatrice Usa ad Astana, riferisce di un suo colloquio con Dan Houser, vice presidente per Europa e Asia centrale della McDermott, compagnia statunitense attiva nel settore energetico dal 1923 che si occupa della costruzione di piattaforme off-shore. Per Houser il primo problema incontrato dalla sua società in Kazakistan è stato «identificare la struttura proprietaria di partner e concorrenti», perché in «assenza di trasparenza» è «difficile capire chi possiede cosa». Houser spiega che «tutti i concorrenti della McDermott che operano nella regione hanno potenti sponsor politici ed efficaci lobbisti. Ad esempio, l’italiana Saipem e il Lancaster Group - presieduto da Nurlan Kapparov, ex vice ministro dell'Energia e delle Risorse minerali, già numero uno della Kazakh Oil, poi diventata KazMunaiGas (ex Kmg) - hanno creato la joint-venture Ersai».
Houser rivela poi che «quando l'italiana Eni è diventata il principale operatore del progetto Kashagan», giacimento di gas naturale su cui ora indaga la magistratura di Milano, «per gli appaltatori statunitensi è stato difficile ricevere un trattamento onesto», a causa «dell'arrivo della società di servizi petroliferi Saipem, controllata al 40% da Eni». L'ultimo aspetto interessante della conversazione tra l'ex ambasciatrice Usa ad Astana e il vice presidente della McDermott, riguarda proprio la rinegoziazione del contratti. In Kazakistan, secondo Houser, non sarebbe il governo locale a chiedere le modifiche, come avvenuto in Iraq, ma «le compagnie estere, che cercano di rinegoziare un accordo quando si rendono conto di avere fatto una promessa che non sono in grado di mantenere».
Il 27 gennaio, due giorni prima dell'invio del cablogramma, Mukhtar Ablyazov, marito di Alma, oppositore politico ed ex presidente della Banca TuranAlem (Bta), la terza del Kazakistan, si dà alla macchia. La cosa non sfugge agli americani: «Ha lasciato il Paese dopo essere stato accusato di appropriazione indebita e frode finanziaria», continua il cable riservato. Per l'accusa avrebbe sottratto alla Bta miliardi di dollari, che sarebbero il frutto «dell'illecita cessione del 25% della compagnia AktobeMunaiGas nelle mani dello Stato alla China National Petroleum. Il tutto ad un prezzo di molto inferiore rispetto al valore di mercato».
La domanda legittima cui si dovrebbe rispondere è se dietro alla rapidissima consegna di Alma ai kazaki non vi siano state pressioni dirette o indirette dell'Eni e se non si tratti di uno scambio di favori per ingraziarsi Nazarbaiev e il suo entourage per mettere le mani sul tesoro energetico kazako. Un dubbio che sarebbe opportuno chiarire senza reticenze come per altro ha detto Letta ieri in parlamento: «interrogativi da sciogliere in un'indagine interna in cui non saranno tollerate ombre e dubbi». Il primo ovviamente riguarda l'espulsione di una donna e di una minorenne a rischio nel Paese di destinazione.
Questo articolo è uscito oggi su il manifesto cofirmato con Alessandro De Pascale
Forse non sarà il ministro Alfano ma lo stesso Letta, che ieri ha annunciato un'indagine interna, a spiegare nei prossimi giorni la versione ufficiale sull'espulsione di Alma Shalabayeva Ablyazov e di sua figlia Alua di 6 anni, avvenuta in tutta fretta il 31 maggio scorso. Quel giorno le autorità italiane, che le avevano fatte prelevare dalla loro abitazione capitolina due giorni prima, lasciarono che fossero caricate su un aereo privato, probabilmente fornito dal Kazakistan e diretto ad Astana, la capitale. Alma aveva fatto richiesta di asilo. La risposta: «Troppo tardi».
Vicenda intricata - una sorta di rendition della quale Bruxelles starebbe per chiedere conto all'Italia - e non solo sotto il profilo del diritto, cui una pilatesca tesi affidata da fonti del Viminale all'Ansa martedì sera - “...la sola assenza sul documento di timbri o visti di ingresso legittimava l'espulsione...” - ha tentato di dare un'imbarazzata risposta. Dietro alla pasticciata espulsione spunta ben altro: intrecci kazako-italiani, rapporti tra il presidente-dittatore Nazarbaiev e il suo attivo entorurage affaristico con l'Eni, il colosso energetico italiano che in Kazakistan ha molti interessi. Ci sono infatti più elementi che riconducono al colosso a sei zampe e a un intreccio oscuro di affari, tangenti, pressioni la vicenda Ablyazov - marito di Alma e sorta di Khodorkowsy kazako - milionario e oppositore fuggito all'estero perché accusato di frode. Un sistema al centro delle inchieste della procura di Milano - con due fascicoli aperti e un processo seguiti dal pubblico ministero Fabio De Pasquale - che coinvolgono il gigante controllato dallo Stato e quinto gruppo petrolifero mondiale. Negli atti si legge che l'indagine riguarda un «gruppo affaristico», formato da «dirigenti del gruppo Eni e faccendieri», il cui scopo è «influire illecitamente nell'aggiudicazione di gare d'appalto» in Iraq, Kuwait e per l'appunto in Kazakistan, terra di Nazarbaiev e Ablyazov. Letta chiarirà questi punti o si soffermerà sui dettagli tecnici del passaporto di Alma?
Già a metà giugno un'interrogazione 5stelle sulla presunta corruzione internazionale, aveva chiesto le dimissioni dell'Ad del gruppo Paolo Scaroni. Il governo aveva risposto col viceministro Stefano Fassina secondo cui l'esecutivo «non è al corrente delle attività gestionali» dell'Eni, nonostante il 30% delle quote sia in mano al Tesoro.
Accanto all'inchiesta italiana ci sono anche le preoccupazioni degli Stati uniti emerse nei cable di Wikileaks. Anche qui spunta l'Eni e fa capolino Ablyazov. Un cable «confidenziale», scritto il 29 gennaio 2010 da Pamela Spratlen, l'allora ambasciatrice Usa ad Astana, riferisce di un suo colloquio con Dan Houser, vice presidente per Europa e Asia centrale della McDermott, compagnia statunitense attiva nel settore energetico dal 1923 che si occupa della costruzione di piattaforme off-shore. Per Houser il primo problema incontrato dalla sua società in Kazakistan è stato «identificare la struttura proprietaria di partner e concorrenti», perché in «assenza di trasparenza» è «difficile capire chi possiede cosa». Houser spiega che «tutti i concorrenti della McDermott che operano nella regione hanno potenti sponsor politici ed efficaci lobbisti. Ad esempio, l’italiana Saipem e il Lancaster Group - presieduto da Nurlan Kapparov, ex vice ministro dell'Energia e delle Risorse minerali, già numero uno della Kazakh Oil, poi diventata KazMunaiGas (ex Kmg) - hanno creato la joint-venture Ersai».
Houser rivela poi che «quando l'italiana Eni è diventata il principale operatore del progetto Kashagan», giacimento di gas naturale su cui ora indaga la magistratura di Milano, «per gli appaltatori statunitensi è stato difficile ricevere un trattamento onesto», a causa «dell'arrivo della società di servizi petroliferi Saipem, controllata al 40% da Eni». L'ultimo aspetto interessante della conversazione tra l'ex ambasciatrice Usa ad Astana e il vice presidente della McDermott, riguarda proprio la rinegoziazione del contratti. In Kazakistan, secondo Houser, non sarebbe il governo locale a chiedere le modifiche, come avvenuto in Iraq, ma «le compagnie estere, che cercano di rinegoziare un accordo quando si rendono conto di avere fatto una promessa che non sono in grado di mantenere».
Il 27 gennaio, due giorni prima dell'invio del cablogramma, Mukhtar Ablyazov, marito di Alma, oppositore politico ed ex presidente della Banca TuranAlem (Bta), la terza del Kazakistan, si dà alla macchia. La cosa non sfugge agli americani: «Ha lasciato il Paese dopo essere stato accusato di appropriazione indebita e frode finanziaria», continua il cable riservato. Per l'accusa avrebbe sottratto alla Bta miliardi di dollari, che sarebbero il frutto «dell'illecita cessione del 25% della compagnia AktobeMunaiGas nelle mani dello Stato alla China National Petroleum. Il tutto ad un prezzo di molto inferiore rispetto al valore di mercato».
La domanda legittima cui si dovrebbe rispondere è se dietro alla rapidissima consegna di Alma ai kazaki non vi siano state pressioni dirette o indirette dell'Eni e se non si tratti di uno scambio di favori per ingraziarsi Nazarbaiev e il suo entourage per mettere le mani sul tesoro energetico kazako. Un dubbio che sarebbe opportuno chiarire senza reticenze come per altro ha detto Letta ieri in parlamento: «interrogativi da sciogliere in un'indagine interna in cui non saranno tollerate ombre e dubbi». Il primo ovviamente riguarda l'espulsione di una donna e di una minorenne a rischio nel Paese di destinazione.
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