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martedì 30 giugno 2015

Riad, il miglior alleato contro il terrore

Vivo o morto? Jalaluddin Haqqani,
jihadsita di professione, qaedista per scelta. Amico
 dell'Isi e dei sauditi
Che i sauditi siano tra i nostri miglior alleati in campo energetico è fuor di dubbio. Ma lo sono anche politicamente? Sono per noi e per gli americani la garanzia che con i barbuti saranno combattuti - come
avviene nella monarchia dei Saud - senza se e senza ma? I dubbi sono tranti e non sono una novità ma un'ulteriore conferma arriva adesso dai "leaks" rilasciati da Wikileaks qualche giorno fa a proposito delle attività diplomatiche di Riad di cui è per ora nota solo una parte. Dai cablogrammi rilasciati - e subito smentiti da Riad - si evince quel che si poteva solo sospettare e cioè che i sauditi hano intrattenuto direttamente rapporti con la Rete Haqqani, la guerriglia afgana più truce e vicina ad Al Qaeda, una fazione che crea seri problemi anche all'interno dei talebani.

giovedì 11 luglio 2013

ESPULSIONE O RENDITION? L'INCREDIBILE INTRECCIO TRA ROMA E ASTANA

Mentre Bruxelles si attiva per chiedere spiegazioni, il mistero delle due cittadine kazake rivela un intreccio di pressioni e interessi italiani su cui indaga la magistratura. Espulsione o rendition? Letta: “indagine interna senza ombre né dubbi”. Cosa raccontano i file di Wikileaks.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto cofirmato con Alessandro De Pascale

Forse non sarà il ministro Alfano ma lo stesso Letta, che ieri ha annunciato un'indagine interna, a spiegare nei prossimi giorni la versione ufficiale sull'espulsione di Alma Shalabayeva Ablyazov e di sua figlia Alua di 6 anni, avvenuta in tutta fretta il 31 maggio scorso. Quel giorno le autorità italiane, che le avevano fatte prelevare dalla loro abitazione capitolina due giorni prima, lasciarono che fossero caricate su un aereo privato, probabilmente fornito dal Kazakistan e diretto ad Astana, la capitale. Alma aveva fatto richiesta di asilo. La risposta: «Troppo tardi».

Vicenda intricata - una sorta di rendition della quale Bruxelles starebbe per chiedere conto all'Italia - e non solo sotto il profilo del diritto, cui una pilatesca tesi affidata da fonti del Viminale all'Ansa martedì sera - “...la sola assenza sul documento di timbri o visti di ingresso legittimava l'espulsione...” - ha tentato di dare un'imbarazzata risposta. Dietro alla pasticciata espulsione spunta ben altro: intrecci kazako-italiani, rapporti tra il presidente-dittatore Nazarbaiev e il suo attivo entorurage affaristico con l'Eni, il colosso energetico italiano che in Kazakistan ha molti interessi. Ci sono infatti più elementi che riconducono al colosso a sei zampe e a un intreccio oscuro di affari, tangenti, pressioni la vicenda Ablyazov - marito di Alma e sorta di Khodorkowsy kazako - milionario e oppositore fuggito all'estero perché accusato di frode. Un sistema al centro delle inchieste della procura di Milano - con due fascicoli aperti e un processo seguiti dal pubblico ministero Fabio De Pasquale - che coinvolgono il gigante controllato dallo Stato e quinto gruppo petrolifero mondiale. Negli atti si legge che l'indagine riguarda un «gruppo affaristico», formato da «dirigenti del gruppo Eni e faccendieri», il cui scopo è «influire illecitamente nell'aggiudicazione di gare d'appalto» in Iraq, Kuwait e per l'appunto in Kazakistan, terra di Nazarbaiev e Ablyazov. Letta chiarirà questi punti o si soffermerà sui dettagli tecnici del passaporto di Alma?

Già a metà giugno un'interrogazione 5stelle sulla presunta corruzione internazionale, aveva chiesto le dimissioni dell'Ad del gruppo Paolo Scaroni. Il governo aveva risposto col viceministro Stefano Fassina secondo cui l'esecutivo «non è al corrente delle attività gestionali» dell'Eni, nonostante il 30% delle quote sia in mano al Tesoro.

Accanto all'inchiesta italiana ci sono anche le preoccupazioni degli Stati uniti emerse nei cable di Wikileaks. Anche qui spunta l'Eni e fa capolino Ablyazov. Un cable «confidenziale», scritto il 29 gennaio 2010 da Pamela Spratlen, l'allora ambasciatrice Usa ad Astana, riferisce di un suo colloquio con Dan Houser, vice presidente per Europa e Asia centrale della McDermott, compagnia statunitense attiva nel settore energetico dal 1923 che si occupa della costruzione di piattaforme off-shore. Per Houser il primo problema incontrato dalla sua società in Kazakistan è stato «identificare la struttura proprietaria di partner e concorrenti», perché in «assenza di trasparenza» è «difficile capire chi possiede cosa». Houser spiega che «tutti i concorrenti della McDermott che operano nella regione hanno potenti sponsor politici ed efficaci lobbisti. Ad esempio, l’italiana Saipem e il Lancaster Group - presieduto da Nurlan Kapparov, ex vice ministro dell'Energia e delle Risorse minerali, già numero uno della Kazakh Oil, poi diventata KazMunaiGas (ex Kmg) - hanno creato la joint-venture Ersai».

Houser rivela poi che «quando l'italiana Eni è diventata il principale operatore del progetto Kashagan», giacimento di gas naturale su cui ora indaga la magistratura di Milano, «per gli appaltatori statunitensi è stato difficile ricevere un trattamento onesto», a causa «dell'arrivo della società di servizi petroliferi Saipem, controllata al 40% da Eni». L'ultimo aspetto interessante della conversazione tra l'ex ambasciatrice Usa ad Astana e il vice presidente della McDermott, riguarda proprio la rinegoziazione del contratti. In Kazakistan, secondo Houser, non sarebbe il governo locale a chiedere le modifiche, come avvenuto in Iraq, ma «le compagnie estere, che cercano di rinegoziare un accordo quando si rendono conto di avere fatto una promessa che non sono in grado di mantenere».

Il 27 gennaio, due giorni prima dell'invio del cablogramma, Mukhtar Ablyazov, marito di Alma, oppositore politico ed ex presidente della Banca TuranAlem (Bta), la terza del Kazakistan, si dà alla macchia. La cosa non sfugge agli americani: «Ha lasciato il Paese dopo essere stato accusato di appropriazione indebita e frode finanziaria», continua il cable riservato. Per l'accusa avrebbe sottratto alla Bta miliardi di dollari, che sarebbero il frutto «dell'illecita cessione del 25% della compagnia AktobeMunaiGas nelle mani dello Stato alla China National Petroleum. Il tutto ad un prezzo di molto inferiore rispetto al valore di mercato».

La domanda legittima cui si dovrebbe rispondere è se dietro alla rapidissima consegna di Alma ai kazaki non vi siano state pressioni dirette o indirette dell'Eni e se non si tratti di uno scambio di favori per ingraziarsi Nazarbaiev e il suo entourage per mettere le mani sul tesoro energetico kazako. Un dubbio che sarebbe opportuno chiarire senza reticenze come per altro ha detto Letta ieri in parlamento: «interrogativi da sciogliere in un'indagine interna in cui non saranno tollerate ombre e dubbi». Il primo ovviamente riguarda l'espulsione di una donna e di una minorenne a rischio nel Paese di destinazione.

giovedì 6 gennaio 2011

ASSANGE E I GIORNALISTI

"L'unica linea che un giornalista e' tenuto a rispettare e' quella ferroviaria..."
Albert Londres

Come spesso accade con fenomeni eclatanti e sconvolgenti, com'è il caso Wikileaks e del suo guru Julian Assange, la platea si divide rigorosamente in due fazioni. Chi condanna, arrivando a ritenere l'attività del sito una sfida alla sicurezza nazionale e Assange un terrorista di nuova generazione, e chi plaude all'avvento di una nuova era santificata dalla presenza di un cavaliere solitario, eroico e senza paura.

Per quanto mi riguarda sono tra coloro che militano nella seconda schiera, con qualche distinguo: ho firmato petizioni per Assange, scritto articoli su di lui e mi sono abbeverato alle fonti di Wikileaks. Ma con tutto il rispetto per Julian e la gratitudine per i file nascosti ora intellegibili, non credo che, come qualcuno ha detto, si tratti di una rivoluzione. Soprattutto non credo che Wikileaks cambierà il giornalismo e i giornalisti anche se, indubbiamente, oggi ne sappiamo di più. Credo invece che Wikileaks sia una manna per gli storici che hanno bisogno di documenti assai più di noi cronisti a cui molto spesso una notizia viene confidata per le vie brevi, in qualche corridoio o in qualche caffè. Per strada insomma. Se anzi ci abituassimo a considerare i cablogrammi segreti la notizia su cui lavorare, proprio perché è (era) segreta quindi appettibile, sarebbe sarebbe la fine del giornalismo, una professione già in grossa crisi...Leggi tutto su Lettera22

martedì 21 dicembre 2010

UNA FIRMA PER WIKILEAKS

Alle 11 di stamattina ora italiana erano già oltre 693 mila le firme raccolte dal sito Avaaz.org (specializzato nel divulgare petizioni) a favore di Julian Assange, il creatore di Wikileaks. “La campagna d'intimidazione sferrata contro Wikileaks è un pericoloso attacco alla nostra libertà di stampa e di espressione – dice l'appello sul quale si legge che - qualcunque cosa si pensi di WikiLeaks, gli esperti legali sostengono che non vi sia in ballo alcuna violazione di legge, e il gruppo lavora in collaborazione con eminenti testate (NYT, Guardian, Spiegel) per esaminare con attenzione i documenti pubblicati - a oggi meno dell’1% dei cablogrammi è stato divulgato”.

L'associazione chiede una “mobilitazione pubblica enorme in difesa delle libertà democratiche fondamentali” e spiega perché firmare la petizione contro a queste azioni repressive che si può sottoscrivere a questo indirizzo: https://secure.avaaz.org/it/wikileaks_petition/?vl

Il testo rivolto ai governi statunitensi e altri e alle multinazionali coinvolti nella repressione contro WikiLeaks dice testualmente “Vi chiediamo di fermare immediatamente la repressione ai danni di WikiLeaks e dei suoi alleati. Vi esortiamo a difendere il rispetto dei principi democratici fondamentali e della libertà di stampa e di espressione. Se WikiLeaks e i giornalisti con cui collabora hanno violato la legge dovrebbero essere perseguiti in tribunale con un giusto processo. Non dovrebbero essere vittime di una campagna d'intimidazione extra-giudiziaria”.

martedì 27 luglio 2010

IL PESSIMO BREACKFAST DI DAVID PETRAEUS

Se il buon giorno si vede dal mattino, quella di ieri deve essere stata per David Petraeus una pessima giornata. Era già passata la mezzanotte di domenica a Kabul quando sul sito online del Guardian apparivano le prime notizie su Wikileaks. Chissà se Petraeus era ancora in piedi o se qualche brillante attendente lo ha svegliato per recargli la buona novella. Novantamila file che raccontano una delle cose che Petraeus detesta sentire e cioè che la guerra produce morti e che il conto minuzioso di quei morti, soprattutto se provocati da truppe americane o Nato, è stato minuziosamente tenuto con annotazione quotidiane e, con altrettanta perizia, è stato tenuto nascosto.

Non fosse che per coincidenza di date, i novantamila file devono aver rovinato la colazione al generale per il semplice fatto che negli stessi giorni un perfido giornalista della Bbc ha pensato bene di ficcare il naso a Regey, un villaggio dell'Helmand dove venerdi scorso un raid Nato avrebbe ucciso circa cinquanta persone. L'Alleanza aveva negato ma le testimonianze oculari raccontano un'altra storia. Pessima per il generale David Petraeus...

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