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mercoledì 4 aprile 2012

GIOVEDI A RADIO3MONDO, ONDE RADIO IN TUNISIA

Un viaggio sonoro nella Tunisia del dopo Ben Alì. Venuto meno il ferreo controllo delle autorità che monitoravano i suoni trasmessi da ogni singola radio il lavoro svolto dai media è cambiato enormemente ed è ancora al centro del dibattito pubblico. Quali sfide affrontano le radio nel tortuoso passaggio da organi di propaganda a strumenti di informazione? Qual è l’impatto esercitato dal fattore religioso sui media tunisini?
Con Francesco Diasio, presidente di Amisnet e a Andrea Borgnino, giornalista ed esperto di radio.

mercoledì 26 ottobre 2011

CHI HA PAURA DELL'ISLAM?

Le affermazioni del premier ad interim della nuova Libia su sharia e poligamia e la vittoria con largo margine di Ennahda in Tunisia, hanno resuscitato in Italia e altrove l'ennesimo spettro islamista. Accidenti! Questi rivoluzionari mediorientali, che pure son cresciuti a pane e facebook, vogliono il ritorno alle origini, mettere il velo alle donne e magari sposarne più d'una da tenere nel serraglio di casa a governare stuoli di pargoli urlanti, nati magari già con la barba a pizzetto che piace alle moschee. Una reazione che già abbiamo visto all'indomani delle elezioni in Algeria, vent'anni fa, quando vinse il Fis. E' uno spettro che abbiamo visto resuscitare con bin Laden e la sua rete del terrore. L'islam continua a fare paura.

Forse dovremmo prendere atto del fatto che democrazia è libera scelta dei propri rappresentanti, anche quando non ci piacciono. Forse dovremmo interrogarci su cosa significa, in un Paese musulmano, fare riferimento ai valori della tradizione. Possono non piacere, ma quelli sono. Ora, la vera questione è – come sempre – l'interpretazione del testo sacro. Una vicenda per cui siamo passati – e ancora passiamo - anche noi, popolo di Santa romana chiesa. Così tanto ci passiamo che in Italia un laico o un ateo devono leggere sui giornali, ogni due o tre giorni, di un richiamo ai valori etici del Vangelo, di un dibattito sulle radici cristiane della cultura europea, di quel che del governo pensa o non pensa la Conferenza episcopale. Non di meno, l'influenza d'Oltretevere in Italia si è molto ridotta anche se questo è un Paese che resta moralmente pregiudicato proprio dall'esistenza, Oltretevere, di uno Stato la cui ingerenza si è limitata nel tempo ma che continua a contare in termini di etica e morale. Non per questo andremmo a picconare le colonne di San Pietro o esterneremmo preoccupazioni fuor di misura visto che, bene o male, l'Italia ha scelto ad esempio il divorzio o l'aborto nonostante gli strali vaticani.

Ogni Paese deve fare il suo corso o non si può sperare di influire sul divenire della storia nazionale di un Paese importando esempi che in molti casi, l'Afghanistan lo dimostra, stenterebbero ad affermarsi. Detto questo ogni preoccupazione resta legittima. Ma è davvero il caso di preoccuparsi? I tempi sono cambiati anche nel mondo musulmano. Può darsi che la sharia vi dia la possibilità di avere quattro mogli e se queste ultime sono consenzienti, la pratica può non piacere ma non è per forza la discesa agli inferi. Anche perché, nelle società moderne dove il diritto viene amministrato nei tribunali e non dai sacerdoti del tempio, bisogna mantenerle quattro mogli. E' la modernità – si passi un termine denso di possibili malintesi – che tramuta in positivo una regola la cui interpretazione pedissequa può apparire oscurantista. E del resto, se un uomo paga gli alimenti, la legge italiana, una volta separato e divorziato, non gli consente di avere una nuova moglie? E magari un'altra ancora e un'altra come avviene, nella realtà dei fatti, solo per i divi del cinema?

La paura non ci renderà più sicuri e non aiuterà i giovani libici, tunisini, egiziani a liberarsi dal lato oscuro della tradizione e a tenerne semmai l'aspetto positivo (la finanza islamica è un esperimento tentato vent'anni fa in Malaysia: e non c'è in sé nulla di male nel vietare l'usura, come spesso si configura essere un prestito bancario). La risorsa maggiore sono le nuove generazioni di quei Paesi e che quei Paesi cambieranno, Non preoccupatevi della quattro mogli. Preoccupatevi semmai di quel blogger egiziano in galera per un articolo. Quello è il vero lato oscuro della tradizione.

CHI HA PAURA DELL'ISLAM?



Le affermazioni del premier ad interim della nuova Libia su sharia e poligamia e la vittoria con largo margine di Ennahda in Tunisia, hanno resuscitato in Italia e altrove l'ennesimo spettro islamista. Accidenti! Questi rivoluzionari mediorientali, che pure son cresciuti a pane e facebook, vogliono il ritorno alle origini, mettere il velo alle donne e magari sposarne più d'una da tenere nel serraglio di casa a governare stuoli di pargoli urlanti, nati magari già con la barba a pizzetto che piace alle moschee. Una reazione che già abbiamo visto all'indomani delle elezioni in Algeria, vent'anni fa, quando vinse il Fis. E' uno spettro che abbiamo visto resuscitare con bin Laden e la sua rete del terrore. L'islam continua a fare paura.

Forse dovremmo
prendere atto del fatto che democrazia è libera scelta dei propri rappresentanti, anche quando non ci piacciono. Forse dovremmo interrogarci su cosa significa, in un Paese musulmano, fare riferimento ai valori della tradizione. Possono non piacere, ma quelli sono. Ora, la vera questione è – come sempre – l'interpretazione del testo sacro. Una vicenda per cui siamo passati – e ancora passiamo - anche noi, popolo di Santa romana chiesa. Così tanto ci passiamo che in Italia un laico o un ateo devono leggere sui giornali, ogni due o tre giorni, di un richiamo ai valori etici del Vangelo, di un dibattito sulle radici cristiane della cultura europea, di quel che del governo pensa o non pensa la Conferenza episcopale. Non di meno, l'influenza d'Oltretevere in Italia si è molto ridotta anche se questo è un Paese che resta moralmente pregiudicato proprio dall'esistenza, Oltretevere, di uno Stato la cui ingerenza si è limitata nel tempo ma che continua a contare in termini di etica e morale. Non per questo andremmo a picconare le colonne di San Pietro o esterneremmo preoccupazioni fuor di misura visto che, bene o male, l'Italia ha scelto ad esempio il divorzio o l'aborto nonostante gli strali vaticani.

Ogni Paese deve fare il suo corso o non si può sperare di influire sul divenire della storia nazionale di un Paese importando esempi che in molti casi, l'Afghanistan lo dimostra, stenterebbero ad affermarsi. Detto questo ogni preoccupazione resta legittima. Ma è davvero il caso di preoccuparsi? I tempi sono cambiati anche nel mondo musulmano. Può darsi che la sharia vi dia la possibilità di avere quattro mogli e se queste ultime sono consenzienti, la pratica può non piacere ma non è per forza la discesa agli inferi. Anche perché, nelle società moderne dove il diritto viene amministrato nei tribunali e non dai sacerdoti del tempio, bisogna mantenerle quattro mogli. E' la modernità – si passi un termine denso di possibili malintesi – che tramuta in positivo una regola la cui interpretazione pedissequa può apparire oscurantista. E del resto, se un uomo paga gli alimenti, la legge italiana, una volta separato e divorziato, non gli consente di avere una nuova moglie? E magari un'altra ancora e un'altra come avviene, nella realtà dei fatti, solo per i divi del cinema?

La paura non ci renderà più sicuri e non aiuterà i giovani libici, tunisini, egiziani a liberarsi dal lato oscuro della tradizione e a tenerne semmai l'aspetto positivo (la finanza islamica è un esperimento tentato vent'anni fa in Malaysia: e non c'è in sé nulla di male nel vietare l'usura, come spesso si configura essere un prestito bancario). La risorsa maggiore sono le nuove generazioni di quei Paesi e che quei Paesi cambieranno, Non preoccupatevi della quattro mogli. Preoccupatevi semmai di quel blogger egiziano in galera per un articolo. Quello è il vero lato oscuro della tradizione.

mercoledì 2 marzo 2011

LEZIONE MEDITERRANEA

Del senno di poi son piene le fosse e sarebbe dunque un esercizio inutile dar colpa alle diplomazie occidentali e americane di non aver previsto la “vague méditerranéenne” che ha colto tutti impreparati. Né è stato molto generoso Bill Emmott che, sulle pagine de La Stampa, ha ricordato come, sin dal 2009, l'Economist avesse previsto il “risveglio dal sonno” del mondo arabo. Per noi giornalisti gettare lo strale è facile e non c'è Paese al mondo del quale non potreste dire “succederà qualcosa”, per poi rivendicarlo qualche anno dopo con la caduta della borsa, una sommossa di piazza, la fine del partito di maggioranza. “Io l'avevo detto...”. La questione è un'altra.

Quando una situazione, per quanto imperscrutabile e imprevedibile, precipita, la diplomazia si mette al lavoro. E' nelle crisi che si vede la stoffa, la preparazione e di quanti e quali strumenti è in possesso. La rivolta del Mediterraneo, dall'Egitto alla Tunisia passando per la Libia, ci ha visto solidamente impreparati, con qualche gaffe notevole (come indicare durante la crisi a Tunisi il modello Gheddafi), un esagerato prendere tempo (non disturbiamo il colonnello) e poi, improvvisamente, un'esibizione muscolare che ci vorrebbe fautori della “no fly zone”, opzione su cui in queste ore si esercitano analisti e generali, osservatori e opinionisti. Non è il caso di dilungarsi sui rischi insiti in questa scelta, ben presenti in primis all'Amministrazione Obama e ai vertici delle Nazioni unite, sulla quale conviene invitare, questa volta sì, alla prudenza, se non si ha troppa fretta di innescare l'ennesimo conflitto dagli esiti incerti: un altro Afghanistan dietro l'angolo nel quale sperimentare nuovi sistemi d'arma mettendo in conto, nel centrare gli aerei del rais, qualche quotidiano bilancio di effetti collaterali civili.

Ma il vero punto, come in particolare segnalano bene le difficoltà della diplomazia francese e italiana, è come attrezzarsi nell'epoca in cui, con eccessiva semplicità, abbiamo liquidato schiere di funzionari pubblici con la feluca in nome del fatto che la “politica estera adesso la fanno presidenti e primi ministri” e in una fase in cui la società civile, assai più di ministri e cancellieri, tiene banco sulla scena politica come la vague méditerranéenne sembra indicarci.

Sul primo punto è chiaro che la semplificazione è quantomeno superficiale: se premier e capi di stato decidono nei vari G declinati numericamente (G2, G8, G10, G20 e via moltiplicando), sono ambasciatori e consiglieri, segretari e consoli a tessere una tela diventata sempre più intricata. La diplomazia ha assai meno bisogno di cene ufficiali e cerimoniali ma assai più necessità di orecchie e occhi attenti. In una crisi come quella libica sarebbero i rapporti con gli ex ministri di Gheddafi, quelli antichi col rais, quelli nuovi con gli emergenti capi popolo a salvare il salvabile. Altro che fly zone. Per un Paese la cui Costituzione impone il ripudio della guerra “come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la diplomazia è un'arte sacra, un'opzione irrinunciabile, la spina dorsale stessa del Dna del nostro Paese. E qui si viene al secondo punto.

Quanto siamo attrezzati oggi (noi, i francesi, i tedeschi, gli americani) a comprendere il mondo in cui viviamo? Quanto siamo in grado di capire, non tanto quando un regime dittatoriale cadrà, ma quali saranno i suoi becchini? Quanti contatti abbiamo, in una parola, con la società reale dei Paesi in cui operiamo? Quanto conosciamo le sue associazioni, i suoi centri culturali, le sue espressioni nascoste di dissenso, i circoli, i ritrovi, i luoghi dove il malessere si esprime e dove nascono, maturano, si fanno strada i nuovi leader? Una salda diplomazia coltiva empirei e bassifondi, il “Circolo della caccia” e le associazioni di quartiere, i salotti dei notabili e i luoghi di ritrovo al parco pubblico dove si diffonde il pensiero antagonista che non trapela sui giornali di regime, nelle discussioni dei politici ammaestrati, nei finti reportage delle tv di Stato.

Questa conoscenza, che si fa metodo e strategia, ha naturalmente bisogno di una direzione e di un ripensamento dei vecchi strumenti diplomatici che il mondo moderno ha messo in crisi: un ripensamento che guidi i giovani studenti della scienza diplomatica nei meandri di facebook tanto quanto nell'abile capacità di stendere un valido “trattato di amicizia”. La Libia è un buon banco di prova. Ma non per mostrare muscoli tardivi, velleitarie opzioni sull'uso della forza, lo stantio ricorso all'ingerenza umanitaria che trasforma le missioni di pace in guerre senza fine. Su questo banco di prova si può misurare la statura di un Paese, la sua capacità di mediare, di proporre soluzioni, di individuare referenti e protagonisti. Un esercizio che ben fatto ci salverebbe dall'ennesimo pericoloso slancio militare e da una retorica che rischia di far male a noi quanto al povero popolo libico. Che vorremmo salvare dalle mani insanguinate del colonnello a costo di cacciarlo in una nuova guerra.