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venerdì 16 novembre 2018

Stop al rimpatrio dei rohingya

Il ponte dell'amicizia in una foto pubblicata
 dal Daily Star di Dacca
"Ponti dell'amicizia". I manufatti sui fiumi che separano due Paesi molto spesso li chiamano ponti dell’amicizia. Non fa eccezione quello che congiunge a Ghumdhum il distretto bangladese di Bandarban dallo stato birmano del Rakhine dove ieri 150 Rohingya, ossia una trentina di famiglie, avrebbero dovuto iniziare un rimpatrio che, in teoria, dovrebbe segnare l’inizio del ritorno a casa di quasi un milione di persone scappate negli anni dalle maglie della repressione birmana. Ma ieri, a sorpresa ma non senza forti pressioni internazionali, il rimpatrio è stato cancellato. Quel ponte è del resto un posto davvero sinistro se solo otto mesi fa i poliziotti birmani spararono a un gruppo di rohingya che protestavano per i parenti intrappolati nella terra di nessuno tra Myanmar e Bangladesh. Quei colpi di mitraglia segnalavano quanto è certo: il rimpatrio non è sicuro. Non ci sono le condizioni di sicurezza perché le famiglie rohingya, che hanno per altro espresso a più riprese i loro timori, possano tornare senza paura. E dove poi se almeno 1500 villaggi rohingya sono stati dati alle fiamme quando 700mila persone, un anno e mezzo fa, furono costretto a chiedere rifugio a Dacca?

lunedì 16 dicembre 2013

REALITY E REALTA', PERCHE' DIFENDO MISSION

Voglio fare una premessa: non posseggo la televisione e odio i reality e non solo quelli italiani. Amo la carta stampata e la radio. Ma ne ho sentite e lette così tante su Mission, la trasmissione Rai (giunta alla sua seconda puntata) dedicata alla situazione dei rifugiati, che qualche curiosità mi è venuta. Anche perché conosco l'Unhcr e soprattutto Intersos, di cui ho sentito dire tutto e il contrario di tutto, persino - bufala che ha faticato ad estinguersi in Rete - che avesse costruito un ospedale a Kabul che poi era andato in pezzi per colpa loro. Era talmente una bufala che, alla prima rimostranza dell'organizzazione, il Guardian ha rimosso un video superficiale e diffamatorio postato sul suo sito e che attribuiva all'organizzazione umanitaria responsabilità non sue. Ma questa è un'altra storia. Torno a Mission.

Per tante ragioni non amo i reality (in realtà a chi ha scritto Mission il termine reality non piace e gli preferiscono il più tradizionale documentario),  la prima delle quali risiede nel mezzo televisivo in sé che, per sua stessa natura, deve sempre costruire (come il cinema) perché una scena abbia un senso, non sia noiosa e anzi ben accettabile scenograficamente dal suo pubblico. La tele non è realtà per default, semmai una sua ricostruzione, come appunto sono anche i reality. Ma la tele esiste e la guarda un mare di gente. E' sacrosanto servirsene per un nobile fine. E se il reality funziona meglio perché c'è il principe o la soubrette, ben venga il reality con principe e soubrette.

Faccio mie le considerazioni del collega Ugo Tramballi che sul suo blog ha difeso Mission. Con una riflessione: "Anche se appare come controsenso, il successo di “Mission” è provato dall’insuccesso del suo share. La prima puntata, riferisce l’Auditel, ha avuto 2.165.000 spettatori, l’8,16% di share. Quando mai - si chiede Tramballi -  leggono un mio pezzo in due milioni?". Per la Tv in effetti due milioni è poca cosa  ma per quei disgraziati della Rdc, dico io, è davvero  molto se questo significa conoscere la situazione, finanziare l'assistenza con 1 euro, spingere il nostro governo a fare di più, cominciare a chiedersi se non sia giusto offrire asilo in casa nostra. Quanti leggeranno  il suo o il mio pezzo sul Congo sul 24Ore o su il manifesto? Cento, mille, duemila persone? Diecimila? La tv di occhi ne becca due milioni di paia  e probabilmente sveglia le coscienze dietro a quei bulbi oculari. Bene, male, in modo politicamente corretto? Non è molto importante. Le sveglia. E devo aggiungere che è  persino una scelta coraggiosa visto che di solito è lo share a comandare e dunque per Mission c'è il rischio che dalla prima slitti alla seconda serata. Con lei principi ma anche i rifugiati.