Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta eric salerno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta eric salerno. Mostra tutti i post

lunedì 16 dicembre 2019

La Grande Illusione: presentazione a Roma

Domenica 22 dicembre
Cappella Orsini
Roma
ore 18,30
Via di Grotta Pinta, 21
(dietro campo dei Fiori)

Eric Salerno e Luigi Spinola discutono con
Soraya Malek ed Emanuele Giordana curatore del volume


La Grande Illusione 
L’ Afghanistan in guerra da 40 anni
Rosenberg&Sellier 

Letture di Federica Bassetti


Iniziata con l’invasione sovietica, l’ultima guerra afgana compie quarant’anni con attori diversi ma sempre con le stesse vittime: i civili. Una lunga guerra della quale Usa e alleati – tra cui l’Italia - sono tra i maggiori responsabili anche per per l’ennesima grande illusione: diritti, lavoro, dignità, uguaglianza. A diciotto anni dall’ultima fase del conflitto iniziato nel 2001, il disastroso bilancio è anche il manifesto di come si possa utilizzare la bandiera dei diritti per violarli ripetutamente. I saggi scritti da autorevoli osservatori delle vicende afgane disegnano illusioni e sofferenza, le responsabilità di guerriglia, governo e alleati stranieri, i giochi degli attori regionali e lo spregiudicato uso di una propaganda cui non credono più nemmeno i suoi inventori. Una fotografia in bianco e nero dove il nero trionfa. Un atto d’accusa che, pur riconoscendo la buona fede di molti, mette il dito nella piaga della malafede tipica di ogni conflitto.

Cappella Orsini a Roma ospita l'incontro
Verso la fine del 1979 l’Unione Sovietica, inizialmente riluttante a inviare truppe in Afghanistan, invadeva il Paese dell’Hindukush con 80mila uomini e 1800 carri armati. Iniziava una guerra di logoramento durata dieci anni che alla fine fece decidere al Cremlino il ritiro. Ultimo conflitto della “Guerra Fredda” e terreno di scontro tra sovietici e americani, la campagna afgana era costata a Mosca 30mila morti e oltre 50mila feriti. Fu il colpo decisivo all’implosione dell’Urss. Ma agli afgani la guerra era costata molto di più: morte, distruzione, degrado e povertà. Finita una guerra però ne iniziavano altre: tra i mujahedin e il governo, quella interna alla guerriglia, quella poi condotta dai Talebani. Anche queste però erano solo l’anticipo di un conflitto ancora più lungo e non ancora concluso, iniziato con una nuova occupazione militare guidata dagli Stati Uniti e dagli alleati della Nato. La guerra infinita, che nel 2019 compie quarant’anni, segna uno dei più lunghi conflitti della Storia con il suo corollario di vittime civili e militari, distruzioni, miseria, illusioni e dolore a fronte di promesse non mantenute, di una ricostruzione incompiuta e di un fallimento delle speranze riposte dagli afgani in un intervento che, anziché essere risolutivo, si è manifestato come un ennesimo capitolo dell’epopea del “Grande Gioco”, iniziata nell’Ottocento tra Regno unito e Russia zarista. Tassello geopolitico ineludibile, schiacciato dalle mire egemoniche di Paesi vicini e lontani, l’Afghanistan è un caso emblematico di come un Paese di montagne e deserti, povero di risorse energetiche e naturali, possa diventare il teatro di un incubo spaventoso e apparentemente senza fine in cui da quarant’anni si agita il fantasma quotidiano della guerra.


I saggi di questo volume disegnano la storia recente del Paese e del suo ultimo conflitto. Le promesse e le speranze ma anche il cinismo e le ambizioni, gli errori umani e i calcoli politici. Con un solo grande protagonista da sempre utilizzato solo come comparsa: la sua popolazione civile. Inascoltata, repressa, ignorata. Saggi di: Affatato, Battiston, Carati, De Maio, Foschini, Giordana, Giunchi, Giustozzi, Sulmoni, Recchia, Sergi, Shiri e un saluto della principessa Soraya. Prefazione di Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia

mercoledì 20 luglio 2016

Un intrigo tra Australia e Palestina

C’è una località di Tel Aviv che si chiama Colonia Tedesca e che è una meta turistica abbastanza nota: case in pietra con tetti spioventi e il richiamo a uno stile immediatamente identificabile. Non è l’unico luogo di Israele con un’architettura simile. La colonia dei Templari tedeschi era stata fondata in diverse città della Palestina nel 1869 da una gruppo di cristiani convinti che Cristo sarebbe tornato nelle terre d’origine e che il terreno andava preparato. In realtà i nuovi templari prepararono il terreno a qualcos’altro. Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazionalsocialismo, le idee di Hitler cominciarono a diffondersi anche fuori dalla Germania e già nel 1931 era stata creata la Nsdap/Ao, un organismo del partito che coordinava gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Nsdap) che risiedevano fuori dai confini patrii (Auslands Organisation). I templari di Palestina, fino a quel momento una pacifica comunità millenarista, strizzarono l’occhio alle promesse del Führer e alle sue teorie. La storia è poco conosciuta quanto efferata. Cominciarono ad appendere bandiere nazi alle loro finestre e a sventolarle dalle automobili e promulgarono una serie di editti che comprendevano il saluto nazista e una sorta di divieto a fare affari con gli ebrei. Ci fu chi si limitò al braccio teso e un’adesione ideologica, chi invece prese sul serio l’idea che gli ebrei dovessero sparire dalla faccia della terra. In un romanzo che ha il sapore del giallo, il giornalista e scrittore Eric Salerno, molti anni in Israele come corrispondente del Messaggero, ricostruisce questo pezzo di Storia minore utilizzando uno scenario ancora più lontano: l’Australia.

Intrigo, da poco uscito per Il Saggiatore, è ambientato a Melbourne dove un orologiaio di nome Felix, che aveva combattuto come partigiano i nazisti in Europa orientale e aveva poi scelto l’ospitalità offerta dall’Australia, vive un’esistenza monotona osservando le impercettibili movenze degli orologi che ripara nella sua piccola bottega. Sembra un uomo tranquillo e in pace con se stesso, ma in realtà Felix è ossessionato da un desiderio di vendetta. L’Australia poi, apparentemente ospitale con gli ebrei dopo la caduta del nazismo, si è rivelata un Paese dove a loro è toccato finire in un nuovo ghetto: non di mura e recinti ma costruito dall'isolamento psicologico verso un gruppo di persone da cui diffidar. Ritenute “pericolose” per via della provenienza di molti fra loro dalle truppe partigiane. La civile Australia, che guarda con sospetto i nuovi arrivati, è invece decisamente più aperta ad altri immigrati dall'Europa: tedeschi, magari con qualche neo sulla coscienza. Magari con un passato da sterminatori. Ma certamente anticomunisti.

mercoledì 22 maggio 2013

COMUNISTI NEL PAESE SBAGLIATO

Eric Salerno, Rossi a Manhattan, Il Saggiatore 2013, pp 224, euro 16,00



Durante gli anni in cui il senatore Joseph McCarthy imperversava negli Stati uniti, quella che sarebbe stata definita una paranoia persecutoria colpì indiscriminatamente a sinistra e a sinistra. A farne le spese furono persone che comuniste non erano affatto e molti altri che invece erano e restarono tali, ma che non rivestivano quel pericolo per la sicurezza che McCarthy sbandierava. Paradossalmente anzi, sarebbero potuti essere in qualche modo i difensori di quel modello, imperfetto ma affascinante, di democrazia.


Mc Charty

Il nome di Mike Salerno, un emigrato dalla provincia di Cosenza, era sulla lista di quelli che costituivano un pericolo e che andavano espulsi. Mike era sempre stato comunista e non dissimulava, ma il senno di poi dovrebbe indicarlo come una risorsa per quel Paese e non il traditore che lo minava dall'interno al soldo dell'Urss come lo dipingeva l'isteria maccartista. Mike, cacciato negli anni Cinquanta dagli Stati uniti per la sua attività sovversiva, si ritrovò in Italia - in più di un'occasione - a difendere quell'America che l'ideologia del primo Pci doveva per forza dipingere come il diavolo anche senza conoscerla. Lui, che ne aveva subito gli effetti peggiori, era così intellettualmente onesto da riconoscerne anche i meriti. Cosa che non impedì il suo esilio perpetuo dal Paese dove aveva passato diversi decenni, aveva messo su famiglia, lavorato e combattuto, dalle pagine dell'Unità del popolo, i pregiudizi razziali, la xenofobia e la negazione dei diritti di quelle colonie di immigrati che erano sbarcate, come lui e la moglie Betty, nel sogno americano e che ora appartenevano alla fratellanza internazionalista.

Nel ripercorrere la storia di suo padre Mike e di sua madre Betty, Eric Salerno, giornalista e scrittore che già aveva messo mano anni fa alla storia di famiglia, disegna, con molto equilibrio, un quadro di quel periodo che ci restituisce atmosfere e toni di un'epoca di cui abbiamo letto e sentito raccontare ma che i Salerno vissero in prima persona sulla propria pelle. Nel riafferrare quei ricordi però - i rari colloqui col padre, le rarefatte ricostruzioni dei pogrom contro gli ebrei della madre, gli intrecci tra parenti amici e compagni di partito arricchiti da documenti recentemente desecretati - l'autore non cede mai al compiacimento che correrebbe il rischio di trasformarsi in una storia troppo di parte, indulgente col padre quanto troppo poco con il periodo. Non di meno il racconto sulla famiglia è incorniciato in un contesto che spesso fa rabbrividire e che emerge, più che dai ricordi di Eric, dagli schedari della polizia fascista, nei cablo dei diplomatici italiani in America, negli articoli di una stampa italoamericana filofascista prima e democristiana poi. Di cui Mike era la bestia nera, la vittima designata.


Indicato dalla freccia, Eric. La seconda da sinistra è la madre Betty

Rossi a Manhattan è dunque un po' più che una memoria di casa. E' la prima ricostruzione dettagliata di una persecuzione che aveva per oggetto le idee in un'America in cui la paura dell'Urss era diventata un'ossessione e il rosso del Workers Party una maledizione. Ma questa storia di “comunisti nel paese sbagliato” è anche un romanzo, raramente autobiografico (l'autore accenna a se stesso raramente), che accompagna nel racconto spesso drammatico di quell'epoca attraverso documenti e minuziose ricostruzioni arricchite da sopralluoghi, dal quartiere di famiglia alla vecchia sede-museo del Partito comunista americano. Ma l'autore non dimentica mai gli aspetti piacevoli di un viaggio nella memoria per quanto drammatica sia la storia che ne emerge: aspetti legati, come in una foto sbiadita, a un vezzo, un refolo di vento, il ricordo di una scampagnata. Un sorriso nella barbarie della discriminazione che accompagna, piacevolmente, la lettura e un suggestivo apparato iconografico.