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venerdì 3 luglio 2020

Valanga di giada

Utilizzo selvaggio del territorio, sbancamenti, scavi e disboscamento, conflitti armati, uso spregiudicato delle risorse umane, necessita' e povertà. Sono queste le cause dietro allo smottamento di un terreno nel Nord del Myanmar che, trasformatosi in una valanga di acqua, fango e pietre ha travolto ieri centinaia di persone uccidendone decine: oltre 160 il bilancio di ieri sera, gia' forse 200 secondo le stime di oggi riportate dalla stampa locale perché decine sono ancora i dispersi. Una tragedia annunciata.

Succede nello Stato settentrionale birmano del Kachin dove le miniere di giada di Phakant, una cittadina di 60mila abitanti attraversata dal fiume Uyu 350 km a Nord di Mandalay, hanno richiesto il loro rituale tributo di sangue. In questo caso, come in molti altri, una valanga di fango, acqua e sassi che ha travolto e sepolto le vittime, complice la stagione delle piogge ma anche il disastro ambientale cui l’area è sottoposta da anni. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Nel 2015 una frana aveva già sommerso oltre cento persone che vivevano su una discarica e nel 2018 un’altra ne aveva sepolte altre 15. Se si va indietro nel tempo i morti aumentano. Minatori più o meno inquadrati, cercatori solitari, gente che semplicemente vive dell'attività delle miniera o dei suoi scarti. Secondo la stampa locale le vittime sarebbero cercatori “fai da te” ma Phakant non è un posto per fai da te anche se c’è sempre chi scava tra i sassi del fiume come anche in questo caso. Phakant è uno dei grandi buchi neri del Myanmar benché risplenda della luce abbagliante della pietra verde.

Il reticolo di interessi in questa zona dove si estrae giada pregiatissima si divide tra società estrattive private locali, compagnie cinesi o di Singapore, trafficanti e mafiosi ma anche aziende che fanno capo alle forze armate birmane (Tatmadaw), ancora un’immensa potenza economica nel Paese. Lo spiega bene il rapporto di una missione Onu dell’anno scorso (The economic interests of the Myanmar military). Due grandi conglomerati fanno capo a Tatmadaw: Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) e Myanmar Economic Corporation (MEC), ai cui vertici si trovano il comandante in capo delle Forze armate Min Aung Hlaing e il suo vice Soe Win. Ci sono oltre cento aziende MEHL e MEC in diversi settori dell'economia: dalle assicurazioni al turismo, dal sistema bancario all’edilizia e all'estrazione di gemme. Infine vi sono altre 27 imprese strettamente collegate ai due conglomerati attraverso le loro strutture aziendali. Un impero che sta al centro delle attività economiche birmane cui vanno aggiunti i “legami commerciali e familiari forti e persistenti con un certo numero di società e conglomerati privati del Myanmar, colloquialmente conosciuti come crony companies”, che potremmo tradurre con “aziende degli amici”.

Se è facile immaginare che i militari non abbiano in genere una grande relazione con i sindacati, ciò è ancora più vero nelle aree minerarie dove “...i diritti umani e le violazioni del diritto internazionale umanitario, inclusi il lavoro forzato e la violenza sessuale, sono stati perpetrati da Tatmadaw, in particolare nello Stato Kachin, in relazione alle sue attività commerciali” e, più ancora nello specifico, “MEHL e MEC e 23 delle loro filiali hanno numerose licenze per l'estrazione di giada e rubini negli Stati Kachin e Shan”. Kachin appunto, dove si trova la miniera di Phakant (nota anche come Hpakan o Hpakant). Quanto vale il business? In generale 30 miliardi di dollari l’anno – dice Bbc - ma per Tatmadaw? Si va per ipotesi, perché i guadagni delle sue società non sono pubblici: “Nel settore della giada, in cui MEHL e MEC sono i principali attori (il corsivo è nostro ndr) …merce del valore di decine di miliardi di dollari viene introdotta clandestinamente ogni anno in Cina, mentre solo una piccola parte della giada passa attraverso il Myanmar Gems Emporium governativo” e viene dunque tassata. Rimandando il lettore al capitolo specifico del rapporto (Tatmadaw and the extractive industry), vale la pena di notare che, scrive l’Onu, “...l'attività economica di Tatmadaw in alcuni settori è legata alla sua strategia militare. Ciò è particolarmente evidente nel coinvolgimento di Tatmadaw nelle miniere di giada e rubino negli Stati di Kachin e Shan, dove i suoi interessi economici si sovrappongono ai suoi obiettivi militari”.

In questo settore la ragnatela di interessi è dunque davvero complessa e si spinge fin sul confine del conflitto armato. Ma è anche molto estesa: “Avete mai bevuto una Myanmar?”, chiosa un diplomatico europeo di lungo corso. Certo che si, è la birra più diffusa nel Paese! “Ebbene ogni sorso finanzia anche Tatmadaw”.

giovedì 12 marzo 2020

La Lega birmana per la democrazia perde contro i militari

La settimana di voto nel parlamento del Myanmar che deve decidere sugli emendamenti costituzionali presentati dal partito di maggioranza per limitare il peso dei militari (Tatmadaw) nel Paese si avvia a conclusione con un pessimo risultato.

Gli emendamenti principali (praticamente tutti quelli votati con l’esclusione di due di scarsa importanza) sono stati bocciati grazie a un sistema parlamentare bloccato che prevede una forte presenza di militari non eletti in parlamento in grado di esercitare una sorta di veto. Secondo gli osservatori anche le votazioni ancora mancanti arriveranno allo stesso risultato. In Myanmar si vota entro la fine del 2020.

Gli argomenti in discussione sono riassunti qui

venerdì 21 febbraio 2014

Il futuro dell'esercito afgano (rapporto)

Il rapporto si chiama Independent Assessment of the Afghan National Security Forces ed è stato preparato, su richiesta del Congresso degli Stati Uniti dal Center for Naval Analyses, una organizzazione non-profit di ricerca (fondi federali). E' uno dei tanti tasselli della discussione infinita del post 2014 e sulla necessità o meno della presenza militare occidentale. L'obiettivo del rapporto è valutare quanto effettiva sia la forza dell'esercito nazionale afgano (Ansf) a breve. Ecco cosa dice la sintesi della ricerca (il rapporto si può scaricare qui).

Guerrieri afgani sorvegliano un passo. Sopra a sx,
un soldato della dinastia Durrani
«Prendendo in considerazione tutte le nostre valutazioni, concludiamo che per l'Ansf – al fine di sostenere con successo l'obiettivo politico degli Stati Uniti di impedire che l'Afghanistan ridiventi un rifugio sicuro per i terroristi che minacciano il Paese, la regione e il mondo - avranno bisogno di una forza di circa 373.400 uomini, con alcuni adeguamenti strutturali da qui  al 2018. Concludiamo che questa forza non è in grado di sconfiggere i talebani militarmente, ma che se può tenere a bada l'insurrezione sino al 2018, la probabilità di un processo negoziale aumenterà. Questa forza, così come i ministeri che la sostengono, richiederanno assistenza e consulenza internazionale almeno sino al 2018, e che tale missione dovrà godere della stessa autorità di cui la missione gode oggi in Afghanistan. Infine, riteniamo che l'impegno costante della comunità internazionale in Afghanistan possa ridurre le tensioni nella regione e aumentare le prospettive per la cooperazione regionale e che il ritiro del sostegno della comunità internazionale rischia di avere conseguenze, non esclusa una nuova guerra civile in Afghanistan e maggiore instabilità nella regione».



lunedì 18 febbraio 2013

STRAGE DI QUETTA: 48 ORE AL GOVERNO PER FAR LUCE

Mentre arriva la notizia che almeno 4 persone sono state uccise a Peshawar in un attacco kamikaze, la comunità sciita di Quetta ha dato ieri 48 ore di tempo al governo per far luce sulla strage del mercato che sabato ha ucciso oltre 80 persone nella città baluci e chiede l'intervento dell'esercito perché prenda in consegna la sicurezza della città.

Su questa crisi un articolo del Dawn cerca di rendere più chiara la confusa cornice che circonda le stragi settarie in Pakidstan e soprattutto nel Belucistan.

martedì 22 gennaio 2013

SE I TIMORI DI AMNESTY IN MALI DIVENTANO REALTA'

A una settimana dall'inizio dell'offensiva francese in Mali si affaccia il volto più odioso della guerra: le violenze sui civili. Commesse dalla guerriglia islamista, cosa già nota da tempo, ma anche dalle forze regolari maliane. Una denuncia che si basa su prove raccolte dalle maggiori organizzazioni per la difesa dei diritti umani e che comincia a fare i conti anche con i bombardamenti indiscriminati.

La prima messa in guardia su quanto accadeva e poteva accadere in Mali, Amnesty International l'aveva già detta e scritta il 14 gennaio scorso, chiedendo «a tutte le parti coinvolte nel conflitto armato del Mali di garantire che i civili siano protetti perché vi è il concreto timore che gli scontri possano dar luogo ad attacchi indiscriminati o altri attacchi illegali in zone in cui i membri dei gruppi armati islamisti sono mescolati alla popolazione civile» e che dunque «le forze che prendono parte agli attacchi armati devono a ogni costo evitare bombardamenti indiscriminati e fare il massimo per evitare vittime civili». Ma adesso la preoccupazione è diventata realtà e si basa su una raccolta di casi e prove che certificano come non siano soltanto gli islamisti a usare modi sbrigativi coi civili. Ci sono infatti evidenze di esecuzioni sommarie e abusi compiuti anche dai militari maliani. Una sorta di vendicativa ritorsione nelle città riconquistate accanto alla quale si somma l'accusa per l'esercito di Bamako di aver bombardato in maniera indiscriminata i campi dei nomadi tuareg (per ora molto poco si sa invece sugli effetti dei bombardamenti francesi).

La voce di Amnesty non è isolata: ha preso posizione Human Rights Watch, la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e la sua emanazione maliana (Amdh). Pressioni insomma per vederci più chiaro anche perché la recente decisione del procuratore della Corte penale internazionale Fatou Bensouda – che alcuni giorni fa ha aperto un'inchiesta sui crimini commessi nel Nord del Mali – si concretizzi in un'azione in profondità: vada cioè sino in fondo, anche se la stessa Amnesty ammette che l'inchiesta della corte rischia di essere riduttiva se non si impegneranno al suo fianco sia la giustizia maliana sia la comunità inernazionale...Leggi tutto su Lettera22

sabato 14 maggio 2011

STRAGE A CHARSADDA

I cadetti dell'esercito pachistano stavano tornando a casa da un corso di formazione che aveva dato loro diritto a dieci giorni di licenza. Ma i due attentatori suicidi in motoretta non li hanno mai fatti arrivare a casa. A Shabqadar, distretto di Charsadda, 30 chilometri a Nord di Peshawar nella provincia che confina con l'Afghanistan, un doppio attentato kamikaze ha ucciso oltre ottanta ragazzi in forza ai contingenti paramilitari, gran parte dei quali vengono utilizzati nelle aree tribali, santuario per talebani e quaedisti. E l'attentato più stragista mai avvenuto ai danni dell'esercito di Islamabad porta infatti la firma di Tarek-e-taleban, i qaed-talebani pachistani. E' stato rivendicato dal portavoce Ehsanullah Ehsan alla France-Presse come “la prima vendetta per il martirio di Osma”. Con la minaccia che il peggio deve ancora arrivare.

In uno dei momenti più tesi della storia interna del Pakistan e che vede le relazioni tra Washington e Islamabad al lumicino, l'attentato alle forze armate del Paese dei puri smarcherà ancora di più i falchi dalle (scarse) colombe che popolano un esercito di 600mila uomini, 500mila riservisti e 300mila paramilitari e un'intelligence (Directorate for Inter-Services Intelligence o Isi) i cui numeri non sono certi ma il cui potere, non meno di quello del Musalah Afwaj-e-Pakistan (Pakistan Armed Forces o Paf) condiziona da sempre la storia del Paese creato nel 1947 da Ali Jinnah.


segue su Lettera22

giovedì 6 agosto 2009

MEZZO MILIONE DI SOLDATI

Secondo un'anticipazione del rapporto del generale Mc Christall al presidente e al Congresso degli Stati Uniti, pubblicata oggi sul Financial Times, l'esercito afgano (attualmente 86 mila uomini col supporto di 80mila poliziotti), che nelle intenzioni dovrebbe crescere fino a 134mila soldati n dovrà avere un fotissimo incremento: le forze di sicurezza dovrebbero cioè arrivare, combinate, a un totale di 400mila addetti. Costo stimato dell'operazione su cinque anni: circa venti miliardi di dollari. Chi ce li metterà?



Corretta o meno che sia l'anticipazione (la presentazione del rapporto è stata rinviata sulla data prevista di metà agosto) indica chiaramente l'exit strategy americana: non un marina in più ma un mega esercito nazionale