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sabato 7 giugno 2014

Cinque domande sull'Afghanistan: il ministro risponde

Per la prima volta un  ministro della Repubblica, interrogato da un'associazione della società civile italiana sull'Afghanistan, risponde. E, senza vender fumo, va al cuore del problema. Cambiare passo - dice Federica Mogherini nella sua  lettera a il manifesto che risponde ai quesiti posti da Afgana - si può e si deve. Ecco il testo

Il 2014 sarà un anno cruciale per la transizione in Afghanistan, sia dal punto di vista politico sia da quello della gestione della sicurezza. E invece rischiamo di fare l'errore di pensare che con la fine di Isaf non sarà più necessario occuparsi di quel paese, delle sue contraddizioni e della sua faticosa ricerca di democrazia, pace, diritti. Per questo rispondo con piacere agli amici di Afgana, con i quali ho avuto occasione di collaborare spesso in passato e che ringrazio sia per il sostegno dato in questi anni alla società civile dell’Afghanistan. Mi si chiede dunque quale sia la strategia del governo per il dopo Isaf. Prima di tutto credo sia fondamentale mantenere l'impegno, preso formalmente con la comunità internazionale ma innanzitutto con la società civile afghana, di "non abbandonare" l'Afghanistan con la fine di Isaf. Però bisogna cambiare prospettiva: ogni passo dovrà essere deciso, disegnato, attuato su richiesta degli afghani e assieme a loro. così progetteremo il nostro sostegno alle istituzioni e alla società civile, e il sostegno alle forze di sicurezza afghane, con una residua presenza militare condizionata quindi a una richiesta di Kabul e limitata, eventualmente, solo a funzioni di formazione e assistenza. La strada che abbiamo intenzione di seguire è esattamente quella indicata da Afgana. Sono convinta, d'altra parte, che questo debba essere il tratto distintivo della nostra politica estera in tutte le aree di crisi e di transizione, dall'Ucraina alla Libia. Per rendere concreti questi impegni, appena ci saranno un nuovo presidente e un nuovo governo insediato andrò a Kabul per presiedere, assieme al ministro degli Esteri afghano, la prima riunione della Commissione congiunta prevista dall'accordo bilaterale di partenariato e impostare insieme un lavoro comune. Il sostegno alla società civile, su cui già si è molto lavorato, diventerà l’asse portante del nostro impegno così che dialogo e riconciliazione da un lato e tutela della libertà e dei diritti di tutti dall'altro possano poggiare su un terreno solido, pronto, su forme di partecipazione reale e diffusa. Manterremo e rafforzeremo quindi l'impegno della Cooperazione allo Sviluppo, con iniziative dirette e con il finanziamento a ong e spero che insieme al Parlamento potremo aumentare le risorse e renderle stabili. Sappiamo bene che serve però anche un serio sostegno internazionale. Con l’Ue si sta lavorando a un piano strategico, per il biennio 2014-2016, e nel nostro semestre di presidenza Ue lavoreremo all'attuazione. Infine, ma non da ultimo, sappiamo di doverci concentrare sia sulla riconciliazione interna, con il coinvolgimento politico di tutte le parti, sia sulla più ampia dimensione regionale e a fine agosto l'Italia parteciperà  a Tianjin, in Cina, alla riunione del processo di Istanbul. La comunità internazionale ha il dovere, e l'interesse, di continuare a occuparsi dell'Afghanistan e di farlo in modo nuovo, sostenendo un processo di transizione che deve essere prima di tutto in mano agli afghani.  

giovedì 29 maggio 2014

America/mondo. Il tutto e niente del discorso di West Point

Deludente discorso di Obama a West Point. Vago sulla Siria. Continua la lotta al terrore ma prima la diplomazia. Si aspetta il piatto forte: forse la Cina di cui si parlerà nei prossimi interventi messi in agenda per spiegare come l'America continuerà a governare il mondo: "America Must Always Lead" è infatti il titolo scelto dalla Casa Bianca per il primo di una decina di discorsi del presidente
Più soldi e diplomazia prima di mostrare
 i muscoli militari. Obama ribadisce la distanza
dalla politica di Bush ma con poche novità

C'è una certa abilità nel dire non-dire che ha sempre contraddistinto la politica estera del presidente Obama. Ieri il capo di Stato americano non si è smentito. In un discorso, che secondo la Casa Bianca è il primo di una serie di interventi pubblici nei quali il presidente renderà chiaro il futuro prossimo della politica statunitense verso il mondo nei mesi a seguire, ha messo a fuoco una fetta di pianeta non da poco: Medio oriente e Africa. Quanto all'Afghanistan, appena qualche ora prima aveva fatto il punto sulla permanenza americana nelle valli dell'Hindukush: i soldati diminuiranno ma 10mila resteranno a presidiare il campo. Almeno sino al 2016.


venerdì 21 febbraio 2014

Il futuro dell'esercito afgano (rapporto)

Il rapporto si chiama Independent Assessment of the Afghan National Security Forces ed è stato preparato, su richiesta del Congresso degli Stati Uniti dal Center for Naval Analyses, una organizzazione non-profit di ricerca (fondi federali). E' uno dei tanti tasselli della discussione infinita del post 2014 e sulla necessità o meno della presenza militare occidentale. L'obiettivo del rapporto è valutare quanto effettiva sia la forza dell'esercito nazionale afgano (Ansf) a breve. Ecco cosa dice la sintesi della ricerca (il rapporto si può scaricare qui).

Guerrieri afgani sorvegliano un passo. Sopra a sx,
un soldato della dinastia Durrani
«Prendendo in considerazione tutte le nostre valutazioni, concludiamo che per l'Ansf – al fine di sostenere con successo l'obiettivo politico degli Stati Uniti di impedire che l'Afghanistan ridiventi un rifugio sicuro per i terroristi che minacciano il Paese, la regione e il mondo - avranno bisogno di una forza di circa 373.400 uomini, con alcuni adeguamenti strutturali da qui  al 2018. Concludiamo che questa forza non è in grado di sconfiggere i talebani militarmente, ma che se può tenere a bada l'insurrezione sino al 2018, la probabilità di un processo negoziale aumenterà. Questa forza, così come i ministeri che la sostengono, richiederanno assistenza e consulenza internazionale almeno sino al 2018, e che tale missione dovrà godere della stessa autorità di cui la missione gode oggi in Afghanistan. Infine, riteniamo che l'impegno costante della comunità internazionale in Afghanistan possa ridurre le tensioni nella regione e aumentare le prospettive per la cooperazione regionale e che il ritiro del sostegno della comunità internazionale rischia di avere conseguenze, non esclusa una nuova guerra civile in Afghanistan e maggiore instabilità nella regione».



lunedì 11 novembre 2013

CALENDARIO AFGANO

A un anno dal ritiro del contingente Isaf Nato e dal suo ridislocamento e ridimensionamento nella missione Resolute Support, e a un pugno di mesi dalle elezioni presidenziali di aprile, l'Afghanistan è davanti a una svolta importante ma i nodi da sciogliere restano tanti. Complessi e per certi versi insormontabili.

Processo di pace

La riconciliazione nazionale sembra a un punto morto. L'apertura di un ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar, premessa di un possibile dialogo non ha dato i frutti sperati e ha anzi esacerbato le posizioni. Karzai e il suo Consiglio di pace, unico attore negoziale possibile per il governo di Kabul, si sono irrigiditi sia per il fatto che gli americani, scavalcando il governo afgano, hanno tentato di condurre trattative separate, sia per il fatto che il riconoscimento formale della delegazione all'estero è sembrato loro troppo rapido e in grado di fornire ai talebani un asso in più da giocare. L'unica novità sembra l'atteggiamento del Pakistan che ha ammorbidito i toni con l'arrivo del neo premier Nawaz Sharif e ha ottemperato ad alcune richieste di Kabul sulla liberazione dei prigionieri talebani (da utilizzare eventualmente come mediatori). Ma tutte le posizioni sembrano per ora distanti e ognuno (Islamabad, Washington, Teheran) più disposto a inseguire un risultato su altri fronti che non a dare manforte al governo legittimo perché la trattativa sia condotta su binari trasparenti e alla fine risolutivi.

Ritiro e sicurezza

La sicurezza del Paese continua a essere il grande tema che indebolisce la posizione del governo e quella della comunità internazionale - che non riescono a garantirla fuori dai grandi centri urbani – mentre il post 2014, col ridimensionamento del contingente Nato, appare agli afgani più una ritirata strategica e un problema di spesa e consenso interno che non una strategia in grado di aiutarli veramente. Italiani e tedeschi, con circa 4mila soldati, continueranno a presidiare il Nord e l'Ovest con programmi di formazione di esercito e polizia mentre britannici e americani restano un incognita. Quel che è certo è che termineranno le operazioni combat entro la fine del 2014 e si aprirà la nuova fase di Resolute Support. Quanto sarà risoluto resta da vedersi. Sul fronte della ricostruzione civile ci sono per ora promesse e fondi per altri quattro anni. Una riduzione dell'impegno civile rischia di compromettere definitivamente il rapporto col Paese che finirebbe per sentirsi definitivamente abbandonato anche sul piano dello sviluppo.
Il contenzioso con gli americani
I numeri del contingente americano non sono ancora definiti ma nel 2015 potrebbe trattarsi di circa 10mila uomini, molti dei quali sarebbero però impegnati nella difesa e tutela della basi militari di cui Washington vuole assicurarsi il controllo soprattutto in chiave anti iraniana. Ma al momento la firma definitiva dell'accordo tra le due capitali è ancora una nebulosa che dipende in sostanza, più che dalle basi, dalla richiesta di immunità per le truppe Usa su suolo afgano. Mal tollerata durante gli ultimi dodici anni, oggetto di polemiche continue, l'immunità è un nodo che per ora non si scioglie e da cui dipende la luce verde o meno all'accordo di partenariato militare (Bilateral Security Agreement - Bsa) che dovrà comunque passare per il parere di una Loya Jirga, la grande assemblea consultiva, che Karzai ha convocato in novembre e che finora è sempre servita a ratificare le scelte del presidente. Vi parteciperanno almeno 2.500 notabili.

Presidenziali

Il presidente Karzai, che in aprile dovrà ritirarsi, sta giocando le sue ultime carte su un tavolo dove il Bsa ha un peso rilevante. Si tratterebbe della sua ultima vera azione come uomo politico prima di lasciare per dedicarsi alla cura dell'uomo che avrà la presidenza e che il presidente uscente spera sia un personaggio di cui si fida e attraverso cui poter ancora esercitare influenza. Tra i numerosi candidati ce ne sono diversi su cui Karzai può puntare: sul fratello Qayum che non ha però molte speranze, su Ashraf Ghani e su Sayyaf. Ghani ha un passato specchiato ma non ha grande seguito né particolare influenza anche se è in ticket col potentissimo generale Dostum, un ex signore della guerra già ministro di Karzai e in grado di controllare una buona fetta dell'elettorato non pashtun nel Nord. Sayyaf è un altro ex signore della guerra, con relazioni forti in ambito tribale e una catena di rapporti personali estesa e potente. Ma sia Dostum sia Sayyaf sono anche personaggi impresentabili a un gran numero di afgani proprio per il triste e crudele passato che li accomuna. Dostum si è abilmente scusato pubblicamente e per altro le loro candidature hanno sollevato polemiche solo in Afghanistan. La comunità internazionale, come già in passato, ha chiuso un occhio. Il grande incomodo resta Abdullah Abdullah, nemico giurato di Karzai con forti relazioni nel Nord e buoni appoggi politici. E' stato sconfitto nelle passate elezioni a colpi di frodi elettorali. Difficile dire come andrà stavolta perché lo scrutinio si prevede più rigoroso e comunque sotto un occhio più vigile che in passato, sia all'interno sia all'esterno del Paese.

Governance

Chiunque vinca le elezioni si troverà di fronte a problemi enormi: quelli già citati, un'economia che dovrà riconvertirsi, il narcotraffico e, problema irrimandabile, la struttura della macchina pubblica, strangolata da una corruzione endemica che attraversa l'apparato a ogni livello e in tutti i gradi e settori in cui è attiva la mano pubblica, si tratti di ristrutturare una strada, aggiornare un catasto semi inesistente o di rilasciare una patente. La corruzione, un tempo accettata con rassegnazione, è adesso uno dei principali nodi del consenso interno. E dal momento che si coniuga con una macchina burocratica per molti aspetti ancora inefficiente, rischia di diventare il problema principale nel governo della cosa pubblica. La comunità internazionale ne ha fatto in passato un cavallo di battaglia che però ha semmai sfiorato i ministeri o le istituzioni bancarie ma non un problema culturale complesso nel quale è entrata a piè pari un'enorme massa di denaro, che ha favorito speculazioni e rapidi arricchimenti. Denaro fornito proprio dall'aiuto pubblico dei Paesi alleati e delle istituzioni internazionali, con scarsi o farraginosi meccanismi di controllo nonché episodi di appropriazione indebita o di favori alle proprie industrie nazionali che non hanno certo aiutato la costruzione di un modello virtuoso e di un esempio da imitare.

Economia

Inevitabilmente la guerra ha finito per drogare l'economia afgana, praticamente inesistente quando nel 2001 iniziò il conflitto con quel che restava dell'emirato di mullah Omar. L'aiuto esterno costituisce oltre il 90% del Pil e gli introiti dell'economia sommersa (in gran parte legata al narcotraffico) sarebbero valutati a circa la metà della ricchezza legalmente a bilancio. Inoltre, l'enorme massa di valuta pregiata entrata in Afghanistan ha finito per rafforzare l'afghanis su dollaro e euro rendendo molto più competitiva l'offerta dei paesi vicini, che hanno svalutato mediamente del 40% le loro divise. Con un export in deficit, un'economia formale sovvenzionata, un'agricoltura arretrata e quasi la totale assenza di prodotti industriali, l'Afghanistan deve inoltre fare i conti con l'ingresso annuale di circa 400mila giovani nel mercato del lavoro, dominato dal lavoro informale stagionale e privo di tutele sindacali. Problema probabilmente sottostimato, il nodo della riconversione da un'economia drogata dalla guerra a un'economia che dovrà camminare a breve sulle sue gambe sta ora arrivando al pettine

Quadro regionale

La pace in Afghanistan non si può fare senza l'aiuto, la non ingerenza o quantomeno la non ostilità dei suoi vicini. I passi per un'alleanza regionale sono stati tardivi e sono al momento ancora troppo pochi e del tutto fragili. Il cosiddetto Processo di Istanbul, avviato due anni fa, avrebbe probabilmente dovuto iniziare molto prima e forse accompagnarsi a una revisione del mandato delle truppe che stazionavano e stazioneranno in Afghanistan. I due livelli invece sono sempre stati tenuti separati, come se non fossero la faccia della stessa medaglia. Il processo di integrazione è comunque avviato pur se dipende da numerosi fattori endogeni (la diffidenza degli afgani verso Islamabad, Teheran e Mosca) ed esogeni, il primo dei quali è l'agenda geopolitica delle singole nazioni.

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domenica 20 ottobre 2013

L'EMEROTECA DI AMANULLAH (letture consigliate)

Un articolo di Al Jazeera sull'accordo Kabul-Washington per il dopo 2014. Il nodo dell'immunità per i soldati e il doppio standard americano















The truth about criminal jurisdiction over US troops in Afghanistan

Aljazeera
By Chris Jenks
October 19, 2013

Commentary: Secretary of State Kerry jeopardizes US-Afghan security agreement with misstatement

During an Oct. 12 press conference in Kabul, U.S. Secretary of State John Kerry said that under the pending U.S.-Afghan security agreement, the United States would retain exclusive jurisdiction over its service members for any crimes they commit in Afghanistan.
Kerry unfortunately misstated U.S. law, policy and practice. What's worse, he did so at a critical juncture in the negotiations for an agreement to enable American troops to remain in Afghanistan after 2014. And he did this while standing next to Afghan President Hamid Karzai. Kerry's misstatements undermined Karzai's ability to explain and advocate for the jurisdiction provisions at an upcoming loya jirga, or political assembly.
Here is what Kerry said:
"We have great respect for Afghan sovereignty. And we will respect it, completely But where we have forces in any part of the world in Japan, in Korea, in Europe wherever our forces are found, they operate under the same standard. We are not singling out Afghanistan for any separate standard. We are defending exactly what the constitutional laws of the United States require."

Returning to the U.S., Kerry repeated his misstatement, claiming that there is "the question of who maintains jurisdiction over those Americans who would be (in Afghanistan after 2014). Needless to say, we are adamant it has to be the United States of America. That’s the way it is everywhere else in the world." This led The Washington Post to award Kerry "three Pinocchios," for statements containing "significant factual errors and/or obvious contradictions."
The secretary may, in fact, have doomed the very security agreement he was in Afghanistan to save. His comments are also strategically counterproductive on a larger scale: They perpetuate the myth that the U.S. does not "allow" the courts of another country to prosecute U.S. service members for their criminal actions in that country.

Variety of standards

Foreign countries prosecute and imprison U.S. service members each and every year under the terms of security agreements — which, contrary to Kerry's claim, apply very different standards than the U.S.-Afghan agreement. Since Kerry is a lawyer and former district attorney, his false contention that the U.S. Constitution requires that the U.S. and only the U.S. prosecute its service members is perplexing.
The criminal jurisdiction sections of security agreements between the U.S. and other countries vary. But for a foreign country in which a large number of American service members are stationed, such as Japan, South Korea and Germany, that country has primary jurisdiction over U.S. service members in the vast majority of cases.
The only crimes for which the U.S. retains primary jurisdiction under those agreements are offenses that arise from service members' official duties (think convoy vehicle accident or military aircraft incident) or from crimes in which the victims are exclusively American. In all other instances in which the offense violates laws of both the U.S. and the foreign country, the foreign country has primary jurisdiction to prosecute U.S. service members.

American policy is to maximize U.S. jurisdiction over its service members. For foreign countries that have a primary right of jurisdiction over U.S. service members, the United States requests that those countries waive their right so the American military may take appropriate action. And in the overwhelming number of cases, countries such as Germany, Japan and South Korea do waive their right, because they know from decades of experience that the U.S. does in fact hold its service members accountable.
In the small number of cases in which the foreign country declines to waive its jurisdiction — generally in high-profile offenses such as rape and murder — the U.S. provides its service member a foreign attorney at no charge to the service member; another representative to ensure that the foreign country respects the rights and privileges the agreement affords the service member; and a dedicated military lawyer to observe, monitor and report on the proceedings.

Afghanistan's standard

Under the current U.S.-Afghan arrangement, Afghanistan waives jurisdiction over U.S. service members regardless of the crime. Thus, when U.S. Army Sgt. Robert Bales sneaked out of a forward operating base in the middle of the night on March 11, 2012, and slaughtered 16 Afghan civilians, mostly women and children, Afghanistan did not have criminal jurisdiction. Had Bales committed his offense in Japan, South Korea or a NATO country, that country could and would have prosecuted him.
The jurisdictional scheme in the pending U.S.-Afghan security agreement would lead to the same outcome as in the Bales case. If, in 2015, a U.S. service member stationed in Afghanistan commits wanton criminal misconduct against Afghan civilians, Afghanistan would still not have primary jurisdiction over the offender.

Kerry was right to push back on the claim that the agreement results in immunity. It does not. That the U.S. Army court-martialed Bales, convicted him of murder and sentenced him to life in prison without the possibility of parole is anything but immunity.
But the proposed criminal jurisdiction arrangement is fundamentally different from the arrangement the U.S. has with other countries, including those the secretary mentioned. Kerry undermines American credibility by falsely claiming the U.S. is not singling out Afghanistan for a separate criminal jurisdiction standard. In fact, there are legitimate reasons for that separate standard. For instance, the current Afghan criminal justice system lacks the procedural safeguards guaranteed by the U.S. Constitution to ensure a fair trial.
Making that point is diplomatically delicate, if not awkward — especially when President Karzai is standing next to you. But if Afghanistan is to be treated as a partner, now and moving forward, the U.S. cannot afford such careless statements by its top foreign-affairs official.

venerdì 26 luglio 2013

LIBERATE I TALEBANI!

Si chiama in codice "Ordine n.33", riguarda il rilascio di arrestati per terrorismo ed è stato firmato da Karzai per accelerare il processo di pace con la guerriglia. A che prezzo? Secondo Tolonews, che ha avuto accesso a documenti riservati, tra il 2011 e il 2012 il provvedimento ha riguardato oltre 500 guerriglieri, tra cui kamikaze e guerriglieri accusati di aver ucciso poliziotti. La rivelazione è destinata a scatenare nuove polemiche.

Su un altro fronte, la maggior agenzia di stampa del Paese - Pajhwok - dedica il suo servizio di apertura odierno ("L'Italia parteciperà alla missione post-2014") all'incontro di giovedi tra il segretario generale della Nato Fogh Rasmussen, il premier italiano Enrico Letta e il ministro della Difesa Mario Mauro a Roma. Al centro il “pivotal role in ISAF” dell'Italia e sull'intenzione di Roma di giocare una "leading part" nella nuova missione che inizierà nel 2014 (Letta visiterà le truppe italiane in Afghanistan il 12 agosto). Dell'incontro con Letta, Mauro e Bonino parla anche il post di apertura del sito web dell'Alleanza atlantica.

martedì 2 luglio 2013

MI CANDIDO, SI NO NON LO SO


Il fratello di Hamid Karzai, Qayyum Karzai, il leader del National Coalition of Afghanistan Abdullah Abdullah (secondo tentativo, ci andò vicino la volta scorsa), il capo del Right & Justice party Hanif Atmar, il Dr. Zalmay Khalilzad (anche lui già visto) e poi ancora il capo dell'High Office of Anti-Corruption (HOOAC) Azizullah Ludin, il responsabile del Security Transition Commission Ashraf Ghani Ahmadzai (anche lui al secondo tentativo), il ministro all'Istruzione Farooq Wardak, l'ambasciatore in Pakistan Omar Daudzai, il ministro degli Esteri Zalmai Rassoul, il ministro del Counter-Narcotics Zarar Ahmad Moqbil e il governatore di Nangarhar Gul Agha Sherzai. E' il tototpresidente dell'agenzia Pajhwok in un articolo uscito oggi. Di molti si sapeva, di altri meno. Alcuni hanno serie probabilità di essere eletti, altri quasi nessuna. Tra loro, nessuno ha ancora detto "mi candido".

Nella foto tratta dal sito di Pajhwok alcuni dei papabili

venerdì 21 giugno 2013

LA FIGURACCIA DI WASHINGTON E L'UFFICIO DEI TALEBANI

Washington fa marcia indietro: “Nessun incontro in agenda coi talebani”. Italia e Germania confermano: resteramo anche dopo il 2014

Il giorno dopo l'affaire dell'ufficio politico dei talebani a Doha e dell'imminente negoziato tra turbanti e americani è il giorno delle smentite e delle marce indietro. Ma, sul fronte della permanenza delle truppe della Nato, è anche il giorno della marcia avanti. Per Italia e Germania.

I due ministri della Difesa, Mario Mauro e Thomas de Maizière, spiegano in una conferenza stampa congiunta a Herat che entrambi i Paesi resteranno anche dopo il 2014. A fianco c'è il generale Bismillah Mohammadi, loro omologo afgano. I due ministri chiariscono quanto già sappiamo (non forze “combat” ma solo di sostegno e training), numeri però non ne fanno e restano sul vago anche sulla permanenza. Mauro fa sapere che la visita a Herat ha l'intento di assumere informazioni per il necessario vaglio del Parlamento italiano e nel suo discorso rivendica i successi della presenza occidentale citando otto milioni di bambini a scuola. Entrambi sottolineano i paletti di una Costituzione che salvaguarda diritti umani e di genere e in tal modo sembrano voler, unica voce europea, entrare nel merito della disputa con relativo polverone alzato dagli Stati uniti nei giorni scorsi a proposito dell'ufficio talebano a Doha. Ma sul punto evitano polemiche, nella scia consolidata che gli alleati non si criticano nemmeno quando fanno sbagli colossali.

Lo sbaglio colossale è degli Stati uniti ed è quello di aver pompato – forse per un calcolo tattico propagandistico - l'indiscrezione secondo cui già da ieri americani e talebani avrebbero inaugurato il nuovo ufficio di mullah Omar a Doha con negoziati bilaterali, in barba a Kabul. La pronta reazione di Karzai - sdegnato dall'ennesima scelta che lo mette all'angolo e indignato perché quell'“ufficio” improvvisamente è diventato un'ambasciata dell'Emirato islamico d'Afghanistan con tanto di bandiera coranica - provoca la marcia indietro. La prima è telefonica. Nel cuore della notte e poi ancora ieri mattina: Kerry da una parte, dall'altra Karzai. Nella telefonata il capo della diplomazia statunitense fa mille scuse al presidente mentre a Doha la bandiera talebana viene ammainata e gli sceriffi dell'emiro del Qatar fanno sparire la pomposa placca che annuncia la sede dell'Emirato, foriera di tanto disastro politico-diplomatico. Di più. Lo stesso Obama chiarisce che «vogliamo vedere parlare afgani con afgani» mentre i i famosi colloqui bilaterali imminenti diventano una variabile nebulosa e per ora senza alcuna data in agenda. Si vedrà.


La marcia indietro è tanto evidente quanto imbarazzante. Lo è per Washington e lo è per Bruxelles. La vince Karzai un'altra volta tanto che nessuno prende in seria considerazione quanto il portavoce talebano Mohammad Naeem dice all'emittente russa Rfe/Rl: «Vogliamo un governo che comprenda tutti gli afgani. Dovrà essere un governo a cui possano partecipare tutti i rappresentanti del nostro popolo, che dia la speranza agli afgani di essere un governo di tutti». Apertura (condizionata comunque al ritiro delle truppe) altrimenti degna di nota ma che finisce per passare quasi inosservata.

Non passa invece inosservata, specie sui media afgani, la posizione di Cina e India, veri supporter del presidente afgano, tre giorni fa delegittimato, seppur indirettamente, dall'improvvida accelerazione di Washington. I due colossi asiatici esprimono solidarietà a Karzai e Pechino chiarisce: «La comunità internazionale deve garantire assistenza al processo di pace sulla base del rispetto dell'indipendenza del Paese». Il colmo: prendere lezioni di democrazia rappresentativa e di galateo diplomatico proprio dalla Cina.

domenica 24 febbraio 2013

KABUL LA CITTA' PIU' INSICURA DEL MONDO?

Secondo Asraf Ghani, ex candidato alla presidenza e a capo della Transition Coordination Commission "Kabul is the most insecure capital in the world". Ghani ha spiegato ieri che nella capitale va anche bene ma sono i dintorni a rendere preoccupante la situazione: Logar, Wardak, Parwan, Kapisa, Laghman sono tutte province con strade per nulla sicure. Anzi, a mettere carne al fuoco, ci sono anche i capi della polizia locale a confermare: tra talebani, affiliati di Al-Qaeda, Haqqani Network e Hizb-e-Islam, in queste province si registrerebbero decine di gruppi attivi. A Logar e Wardak addirittura cento per provincia. Manipoli che infestano le strade. Ammissione grave, forse anche per alzare la posta in vista del ritiro Nato del 2014.

venerdì 22 febbraio 2013

PIU' SOLDATI AFGANI PER IL DOPO 2014

I ministri della difesa della Nato, scrive oggi il New York Times - stanno seriamente considerando una nuova proposta per sostenere un numero di uomini delle le forze di sicurezza afgane fino al 2018 nell'ordine di a 352.000 soldati, nonostante lo sforzo economico che ciò richiede. In realtà la Nato ha già approvato un pacchetto di sostegno a 240.000 uomini per il dopo 2014, quando la missione Nato terminerà la sua missione. Sarà utile questa revisione al rialzo? E' probabilmente dovuta al timore che, dopo aver perso la guerra come Nato, ora la perda anche il governo afgano.

I costi: reclutamento, formazione, equipaggiamento per l'esercito e le forze di polizia nazionali al livello attuale avrà già un costo un costo di circa $ 6,5 miliardi di dollari per l'esercizio in corso. L'Afghanistan paga 500 milioni di dollari, i suoi partner internazionali 300 milioni di dollari e gli Stati Uniti forniscono i rimanenti 5,7 miliardi.

giovedì 27 dicembre 2012

AFGHANISTAN, IL PUNTO A FINE ANNO

Colloqui di pace, kamikaze, posizioni ondivaghe, inverno. Il punto a fine 2012 in un riepilogo scritto per il manifesto

Il bilancio è ancora incerto tra i poliziotti e i civili uccisi o feriti dopo che un kamikaze si è fatto esplodere ieri mattina nei pressi di una base Nato nella provincia orientale di Khost. Un veicolo stava per entrare in un vecchio aeroporto usato come base Nato: fermato dalla polizia afgana, il mezzo è esploso uccidendo almeno un poliziotto e due civili. L'attentato è stato rivendicato dai talebani ma ha fallito, come spesso accade, se l'obiettivo erano gli stranieri. Morti e feriti sono tutti afgani. E' solo l'ultimo episodio di una guerra che nemmeno l'inverno spegne, anche se gli attacchi si limitano a operazioni suicide per tener alta la tensione in attesa che neve e freddo lascino posto ad azioni più mirate.

La guerra non si ferma nonostante una ventina di afgani, tra cui membri importanti del movimento talebano, del governo Karzai, della cosiddetta Alleanza del Nord e della fazione di Gulbuddin Hekmatyar, si siano riuniti giovedi e venerdi prima di Natale, nel castello di la Tour, à Gouvieux, vicino a Chantilly, a 50 chilometri da Parigi. Benché i talebani avessero da subito chiarito che non si trattava di colloqui di pace, qualcosa è successo: ne fa fede un comunicato dell'emirato, riportato dall'agenzia afgana Pajhwok, in cui i turbanti chiedono una nuova Costituzione, reiterano che ogni cosa dipende dall'uscita di scena degli stranieri, ma – questo il fatto rilevante – fanno l'occhiolino alle elezioni del 2014. Cui sembrano interessati a partecipare. Secondo qualche osservatore, sarebbero dunque disposti, se mai si costituissero in partito politico, a condividere il potere con altri. E' un passo avanti. Secondo l'agenzia ToloNews ce n'è un altro: vorrebbero istituire una sorta di commissione che tenga conto di organizzazioni non governative, un passaggio per ora piuttosto oscuro ma che segnala un'apertura verso forme comunque poco gradite all'amministrazione Karzai che, del resto e seguendo l'atteggiamento ondivago che le è proprio, ha partecipato al meeting ma poi ne ha preso le distanze: «Non è ben chiaro chi abbia partecipato all'incontro – ha detto dopo il ministro degli Esteri Zalmai Rasool – e comunque non c'è bisogno di far questo tipo di cose fuori dal Paese. I colloqui di pace vanno fatti in Afghanistan». Posizione concorde con quella espressa dal Pakistan alla viglia del meeting francese (cui Islamabad non è stata invitata).

Come che sia l'incontro (il terzo, ma ai precedenti aveva partecipato solo l'ex talebano Abdul Salam Zaef) c'è stato, preparato dalla Fondation pour la Recherche Stratégique, centro vicino al Quay d'Orsay diretto da Camille Grand. Complicato sapere chi c'era esattamente: le informazioni dicono che Karzai era rappresentato da Haji Din Muhammad, suo consulente per gli Affari tribali (il precedente è stato ucciso dai talebani), dall'ex vice presidente Zia Massoud (fratello minore di Shah Massoud, il "leone del Panjshir") e dal nipote Hekmat Karzai. Per l'Alleanza del Nord c'era Yunus Qanooni, già speaker del parlamento. I talebani erano rappresentati da Shahabuddin Dilawar, ex ambasciatore dell'emirato a Riad e Islamabad e da Mohammad Naeem, membro dell'Ufficio aperto da loro in Qatar il 3 gennaio scorso. Per l'Hezb-i-Islami, c'era invece Ghairat Baheer, genero di Gulbuddin Hekmatyar.

Se non erano “colloqui di pace”, qualcosa comunque si muove: oltre alle due precedenti conferenze francesi (anche questa è stata definita dai talebani una “conferenza scientifica”), in giugno s'era svolto un incontro simile a Tokyo alla Doshisha University (prima del summit dei donatori), ma era stato solo una sorta di seminario. E all'inizio dell'anno in Qatar, Stati uniti e Arabia saudita avevano iniziato un'ipotesi di percorso negoziale coi talebani, subito arenatosi. Adesso l'Onu, secondo il capo di Unama Jan Kubis, ha in mente un "intra-Afghan dialog" in Turkmenistan in febbraio. Ma per ora i talebani sembrano freddi. Va inoltre registrata la freddezza dei pachistani già espressa sul meeting di Parigi e, adesso, la gelata di Rasool. Quanto a Parigi, avendo ritirato tutte le sue truppe, è probabilmente ritenuta dai turbanti un interlocutore possibile come mediatore di altri possibili incontri. Hollande sta giocando bene le sue carte.

mercoledì 24 agosto 2011

RESTEREMO SINO AL 2024?

Gli americani non lasceranno l'Afghanistan prima del 2024. Quanti resteranno dopo il 2014, la data teoricamente fissata per il ritiro, ancora non è chiaro né lo sarà a breve. Ma, stando a un'indiscrezione del Daily Telegraph, in qualche modo confermata dal ministro degli Esteri afgano Spanta, un accordo sarebbe già sotto traccia per garantire al traballante governo di Hamid Karzai di stare in piedi oltre quella data. Dovrebbe essere presentato e avallato nella Conferenza di Bonn che si terrà a fine anno in Germania, a dieci anni dallo storico summit che disegnò il nuovo Afghanistan nato dalle ceneri dell'invasione del 2001.

A quanto pare sarebbero le Forze speciali la truppa d'élite che rimarrebbe in Afghanistan con compiti ancora non chiari, al netto di un battaglione di agenti dei servizi che, com'è noto, non sono mai inclusi negli accordi alla luce del sole. Dunque Bonn potrebbe segnare, come già la Conferenza di Kabul l'anno scorso, un nuovo paletto. Spostando la data del ritiro dal 2014 al 2024. Resteremo anche noi per altri 12 anni?

Frattini è stato laconico. Si è parlato di un inizio del ritiro delle truppe italiane nel 2012 ed è stata ventilata una riconsegna agli afgani dell'area sotto nostro controllo entro il 2014. Ma è legittimo immaginare che, se le indiscrezioni del Telegraph fanno senso, anche l'Italia stia pensando a una presenza in Afghanistan che potrebbe protrarsi oltre quella data. O no? Se si, con quali compiti? Addestramento o contro insurrezione? Per ora la preoccupazione maggiore sembra quella di tenere in piedi il traballante governo di Karzai finché non sarà più chiaro il destino del Paese. Ma presupporre una presenza militare sino al 2024 significa anche immaginare che non esista una soluzione pacifica in vista. Che può essere garantita, ancorché a scalare, da una dipartita definitiva delle truppe straniere presenti sul suolo afgana. Precondizione dei talebani - sarà bene ricordarlo - per avviare una seria trattativa con Kabul.

Se Bonn dovesse sancire che soldati americani e Nato resteranno in Afghanistan per altri 12 anni anziché per due, le cose si faranno più complicate. Può darsi che le vittorie libiche abbiano ringalluzzito i comandi militari ma non dovrebbero fuorviare gli orientamenti politici che saggiamente avevano fissato a una data più ravvicinata il ritiro delle truppe. Sarebbe semmai opportuno prevedere, più che un presidio senza fine degli eserciti attuali, la formazione di una missione internazionale di peacekeeping largamente condivisa con truppe che comprendano il maggior numero di Paesi: missione con mandato Onu, Ue, della Lega araba e della Organizzazione della conferenza islamica e chi più ne ha ne metta: sarebbe, oltre che una garanzia per gli afgani che temono un ritorno dell'oscurantismo, una proposta difficilmente contestabile dagli stessi talebani. Ma Bonn non sembra orientata in questa direzione. L'Italia nemmeno. E il successo della Nato in Libia rischia di farci credere che tutto sommato si può andare avanti così. Dimenticando troppo rapidamente un decennio di gestione fallimentare in quel Paese.

anche su Terra

mercoledì 21 luglio 2010

LA MONTAGNA E IL TOPOLINO 2

(segue da ieri)
Chi si aspettava un annuncio in pompa magna sul ritiro delle truppe rimane deluso, ma chi sa leggere con attenzione le peripezie semantiche della diplomazia, qualche spunto invece lo trova: dire infatti che tra tre anni tutte le operazioni militari passeranno sotto l'egida dell'esercito nazionale, se non significa esattamente che la Nato se ne sarà andata, apre la strada all'exit strategy, a quel passaggio di consegne che dovrebbe avvenire nel giro di 36 mesi. Quando esercito e polizia afgani, ora a quota 300mila uomini, dovrebbero contare su una forza di 400mila. E' anche un modo di dire “non vi lasceremo soli ma dovrete cavarvela. Noi, torniamo a casa”.

In questa forma però nessuno lo dice e anzi Rasmussen, a capo della Nato, smentisce questa interpretazione. Kouchner, il titolare degli Esteri francese, ribadisce che “si resterà sino a che e necessario”. Ma son formule vaghe, come quella che impiega Franco Frattini: “l'impegno militare non può essere a tempo determinato”. Il messaggio tra le righe per altro sembra dire che transizione significherà anche disimpegno. Più in là però non si va. Ma persino Hillary Clinton, che pur non si sbilancia su una data finale, ribadisce che nel luglio 2011 il ritiro americano comincerà. Che altro? Poco. Solo qualche spunto.

C'è una parte, probabilmente cacciata dentro a forza da Unama, la missione Onu che ha raccolto le suggestioni della società civile, dedicata ai diritti delle donne. C'è un capitoletto sulla giustizia che dice che entro sei mesi ci sarà finalmente un codice penale (pare che sia stata l'Italia a inserirlo, ma Frattini non lo ha rivendicato). C'è anche un accenno alle elezioni: ma manca la data (dovrebbero essere a settembre) e, paradossalmente, questa sacra istituzione della democrazia finisce....al punto trentuno (il penultimo!) del documento finale.
Una parte sostanziale riguarda invece la trattativa coi talebani. In effetti il documento appoggia i risultati della Jirga di pace, da poco tenutasi a Kabul, e cioè il piano di Karzai per il reintegro di 36mila combattenti. Ma nulla si dice su come va condotto, e con chi, il negoziato politico.

Tutti sanno che Washington finora e stata contraria a trattative con la cupola talebana, contro i voleri di Karzai, dei britannici e del Pakistan che si sta proponendo come mediatore. Dalla Conferenza non esce nulla a riguardo anche se, nel pomeriggio, il quotidiano The Guardian dedica un titolo a una chiacchierata con fonti anonime di Washington, secondo le quali gli Stati uniti starebbero cambiando idea. Ma è una mezza novità visto che la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono mandano segnali contrastanti. Per una Clinton che si presenta paladina dei diritti delle donne e gioca il ruolo della colomba alla Conferenza, c'è un generalissimo, David Petraeus, che ha appena fatto digerire obtorto collo a Karzai l'istituzione di una milizia civile anti talebana su stile iracheno (non l'optimum per favorire un negoziato) e che continua a promettere spallate militari per “negoziare da una posizione di forza”. Situazione confusa.

La giornata si conclude invece con una vittoria “militare” di Karzai. I talebani non si fanno vivi. Nella notte c'è una sparatoria e il lancio di qualche razzo ma la guerriglia non fa, o non riesce a fare, lo spettacolo eclatante che le era riuscito alla Jirga di pace, quando aveva colpito a pochi metri dal tendone assembleare proprio quando toccava a Karzai parlare.

La vittoria politica c'è anche quella, ma molto edulcorata. E colpisce, nella conferenza stampa finale di Karzai e Ban Ki-moon, la loro capacità di non dire nulla e di eludere elegantemente le domande dei giornalisti. La guerra, convitato di pietra, resta fuori dalla porta. Nessuno la nomina mai e si finge che il futuro sia roseo. Nelle strade di Kabul invece appare opaco, come la nuvola di polvere e smog che ammanta la città. E la fine della Conferenza.

martedì 20 luglio 2010

LA MONTAGNA E IL TOPOLINO

Alla fine, la data tanto attesa, 2014, salta fuori. La dice Karzai ed è contenuta nel documento annacquato e sostanzialmente povero di grandi novità siglato dagli emissari della diplomazia di 70 paesi che ieri hanno tenuto a battesimo la prima Conferenza internazionale sull'Afghanistan che si sia svolta a Kabul. Atto fortemente simbolico, promessa di transizione ma, in sostanza, montagna che partorisce un topolino.

Ma quella data, 2014, salta fuori. Non significa che le truppe occidentali lasceranno il paese ma qualcosa che si avvicina all'idea. E dunque all'idea che, poiché la richiesta nasce a Kabul e da Kabul, si possa onorevolmente iniziare a fare le valige. La frasetta sta al punto 18 del documento finale e recita testualmente che: “La comunità internazionale esprime il suo sostegno all'obiettivo della Presidenza afgana per cui le forze di sicurezza nazionali dovranno guidare e condurre le operazioni militari in tutte le province per la fine del 2014”. Largo adesso alle interpretazioni....