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mercoledì 31 gennaio 2018
giovedì 7 settembre 2017
La diaspora rohingya nel mondo
Fonte: Al Jazeera settembre 2017
Oggi 7 settembre: According to the UN office in Cox's Bazaar, over 164,000 refugees have crossed into Bangladesh since August 25 [Mohammad Ponir Hossain/Reuters]
venerdì 8 aprile 2016
Afghanistan, dove abita la guerriglia (mappa)
Una mappa della Nato che indica la presenza di Talebani, Daesh e qaedisti in 20 province dell'Afghanistan
mercoledì 18 novembre 2015
domenica 15 novembre 2015
Il progetto globale di Daesh

La nascita ufficiale del Califfato lanciata da Al Bagdadi è del 29 giugno 2014. Ma già da diverso tempo prima circolava su internet una mappa delle ambizioni territoriali di Daesh. Non è chiaro chi l'abbia compilata e, secondo alcuni studiosi, si tratta dell'opera di qualche simpatizzante, oltretutto a digiuno di Storia visto che vi includeva il Nord della Spagna, la Slovacchia o l'Austria (mai state sotto dominazione islamica) e vi escludeva ad esempio la Sicilia. La mappa riproduce però a grandi linee le ambizioni espansive di un “impero” islamico che dall'Occidente europeo si spinge sino al Khorasan (geograficamente l'altipiano iranico e zone limitrofe) che però nell'ipotesi di Daesh include anche il subcontinente indiano. Una mappa che invece esclude il meridione del Sudest asiatico dove Indonesia, Malaysia, Brunei e Sud della Thailandia contano oltre 250 milioni di musulmani (si veda la mappa più sensata del gruppo Hizb ut-Tahrir riprodotta qui sotto a sinistra).
Ma al di là delle mappe e delle ambizioni, dov'è la forza reale dell'auto proclamato Stato islamico? Il suo cuore pulsante sta, com'è noto, tra la Siria e l'Irak dove oltre a combattere Daesh ha anche un vero e proprio controllo territoriale. Nel resto del mondo si va da piccole zone a macchia di leopardo a cellule più o meno attive e mobili. In questo momento, la minaccia più reale si potrebbe collocare a cavallo di Pakistan e Afghanistan, dove Daesh guadagna terreno anche grazie ai reclutamenti tra movimenti islamisti attivi nel Nord del Caucaso o nelle repubbliche centroasiatiche ex sovietiche che, quando non hanno cellule attive nei propri Paesi, forniscono combattenti.
A Ovest di Raqqa (Siria) – la capitale ufficiale per il momento – il califfato proietta la sua ombra su una vasta area che comprende l'Egitto, dove Daesh può contare soprattutto sulla regione del Sinai (Ansar Bayt al-Maqdis e Jund al Khilafah Kinana), il Nord della Libia (Ansar al Sharia), l'Algeria (Jund al Khilafah). Più a Sud la mira è su una vasta area africana che si estende dalla Somalia alla Nigeria dove Daesh può far leva soprattutto su Boko Haram (Wilayat Gharb Afriqiyah) vicino alle sue posizioni dal luglio 2014. Nella penisola arabica c'è invece Al Qaeda in the Arabian Peninsula che ha aderito a Daesh nell'agosto 2014.
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| L'espansione di Daesh secondo qualche simpatizzante . In alto la traduzione dall'arabo |
In India Daesh non fa molta strada se si esclude la cellula di Ansar-ut Tawhid fi Bilad al-Hind, attiva dal 2013 ma solo sul piano di propaganda e reclutamento mentre in Bangladesh (va menzionato il caso dell'uccisione dell'italiano Cesare Tavella) sono fuori legge almeno sei gruppi islamisti tra cui Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh o Ansarullah Bangla, di cui non sono chiari i collegamenti con Daesh: il Paese rimane comunque una possibile area di reclutamento. Più ci si sposta a Est e a Sud meno l'influenza di Al Bagdadi si fa sentire anche se Filippine e Indonesia sono due Paesi a rischio: nel primo l'area turbolenta di Mindanao è piena di gruppuscoli contrari a far pace col governo e dunque sensibili ai richiami di Daesh. mentre nell'arcipelago indonesiano alcune centinaia di islamisti avrebbero ascoltato il richiamo jihadista per andare a combattere in Iraq e Siria.
Il quadro è dunque in via di definizione ma il contagio è tutt'altro che contenuto: secondo il centro studi Jane's, solo negli ultimi mesi di quest'anno gli attacchi di Daesh sono aumentati a dismisura: 1.086 tra luglio e settembre e cioè circa 12 al giorno contro gli 8 registrati tra aprile e giugno. 2.978 vittime con un salto di oltre l'80% rispetto a un anno prima.
mercoledì 29 maggio 2013
I MISTERI DI CAMP BASTION
Questa base militare britannica, la più grande in Afghanistan, nasconde anche una piccola Guantanamo con una novantina di sospetti trattenuti in detenzione arbitraria da oltre un anno. A darne notizia è stata oggi la Bbc sulla base dei documenti preparati dagli avvocati inglesi di otto di questi clandestini afgani, trattenuti per mesi illegalmente, che hanno presentato denuncia il 18 aprile scorso a un tribunale del Regno unito. Qui sotto una mappa pubblicata dal Guardian
sabato 5 gennaio 2013
I DUBBI SULLE VITTIME CIVILI
Il 3 gennaio la Reuters ha dato notizia dell'uccisione in Waziristan del Sud (a Wana, la capitale dell'agenzia tribale pachistana) di Maulvi Nazir Wazir, comandante talebano di un certo livello. Sarebbe stato un “drone” a farlo fuori. Di questa attività sappiamo tutto e niente e cioè solo quanto segnalano gli americani o i pachistani. In Pakistan i droni sono molto attivi. Ma in Afghanistan? Secondo fonti militari americane, riportate sul sito World socialist website, il bilancio a novembre era di 333 azioni condotte da droni nel Paese nei primi dieci mesi dell'anno: circa 33 azioni/mese, il livello più alto mai raggiunto). Ma per fare cosa?
I droni vengono usati anche dagli italiani a scopi perlustrativi o per segnalare ai caccia bombardieri le zone da colpire. Gli americani li usano come aerei spia ma anche come bombardieri di “precisione”. Quante persone hanno ucciso? Le statistiche non aiutano.
Nell'ultima relazione di Ban Ki-moon al Consiglio di sicurezza si è fatto un bilancio di 2557 incidenti che, solo tra tra il 1 agosto e il 31 ottobre 2012 (tre mesi), hanno coinvolto civili (967 morti e 1.590 feriti) con un aumento percentuale del 28% (in controtendenza su un aumento del 4% nei primi sei mesi dell'anno rispetto al 2011). Ma stando all'Onu, le vittime sarebbero da attribuire in gran maggioranza (84% e con un aumento rispetto all'anno prima del 14%) alle forze non governative (dunque ai talebani ma forse anche ad altre forze meno omologabili, il rapporto non lo dice). Le forze governative (dunque Nato ed esercito afgano) sarebbero responsabili solo del 6% (era il 10%) delle vittime civili mentre un altro 10% non è attribuibile. In buona sostanza, secondo le Nazioni Unite le morti imputabili ai talebani, o supposti tali, sarebbero – nei tre mesi presi in esame - oltre 800 mentre a Nato ed Ana sarebbero imputabili “solo” una cinquantina divittime (una decina restano non attribuibili). Dati che, con 33 azioni di droni al mese, lasciano perplessi. Per non parlare dei bombardamenti italiani di cui non sappiamo nulla, a cominciare dal numero delle missioni (ammesso che ci si possa fidare di quanto dichiarato dai militari americani).
Con le fibrillazioni elettorali in corso, difficile che qualche parlamentare si preoccupi di chiedere conto al ministro della Difesa uscente.
Nelle immagini, mappe di Nord, Sud Waziristan e Afghanistan recuperate su google
lunedì 6 febbraio 2012
LA NATO IN AFGHANISTAN (MAPPA)

Fonte: Nato 2012
Questa mappa, che delinea il dislocamento delle truppe Isaf/Nato in Afghanistan, riporta dati del 2009 anche se è quella attualmente visibile (febbraio 2012) sul sito della Nato. Per conoscere quanti soldati e da chi sono impeganti, sempre fonte Nato, bisogna leggere qui. Gli amerciani risultano 90mila. Gli italiani 3916 (sono invece all'incirca 4200). Le variazioni spesso anche rilevanti non vengono sempre annotate con prontezza.
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