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martedì 6 settembre 2016

La bella platea di Rovereto al Festival Oriente Occidente

Rovereto
Quando vado in giro per l'Italia a parlare di conflitti, morte e dolore non mi aspetto mai platee piene. L'argomento non è molto sexy e la televisione, la cultura dominante di questo Paese, ci ha abituati che l'intrattenimento è meglio. Così che ieri a Rovereto, a un incontro promosso da Oriente Occidente (festival arrivato alla 36ma edizione!) ho trovato una piacevole sorpresa. All'incontro, organizzato per il Festival da Raffaele Crocco (il direttore dell'Atlante delle guerre) c'erano circa 180 persone! Venute ad ascoltare un tema già ostico in sé e presentato come ancora più ostico: "Cos'è cambiato nella guerra? Non si combatte più tra eserciti ma "in mezzo alla gente", tra coalizioni di Stati con mostrine unificate e combattenti senza divisa ma forti in termini ideologici. Alla radici - dicevamo sull'invito - ci sono antichi problemi irrisolti: il retaggio neo coloniale, le ingiustizie sociali, una vaga idea di riscatto nazionale che producono lo scoppio di tensioni latenti in cui si inserisce la criminalità organizzata, la devianza ideologica estremista, le manovre di gruppi di potere politico d economico. Le guerre moderne, al contrario di quelle convenzionali, tendono a trascinarsi. A iniziare ma a non terminare. A fingere successi che non sono reali. E a farci abituare alla guerra come a una delle tante forme della quotidianità moderna. La guerra richiede forse dunque un ripensamento: quanto è utile? quanto hanno senso le alleanze regionali? perché abbiamo deciso che l'Onu non serve? perché rinunciamo a priori a studiare strumenti di pacificazione e dialogo?". Direi che ce n'era abbastanza per rifuggire tema e relatori. E invece...

Sun Tsu
L'abbiamo presa alla larga cominciando da definizioni possibili: non più ormai quella famosa e contenuta in "Della Guerra" di Carl Von Clausevitz ("E' la continuazione della politica con altri mezzi") ma passando in rassegna i conflitti del supposto periodo di pace che si chiama "Guerra fredda": gli eserciti di liberazione nazionale, la nascita delle guerre asimmetriche o delle "guerre tra la gente", definizione che si deve al militare britannico Rupert Smith nel suo "L’arte della guerra nel mondo contemporaneo", dove sostiene che la guerra degli eserciti in divisa è stata sostituita da quella che egli chiama "guerra fra la gente",  in cui il campo di battaglia è  costituito dalle strade, dalle case e, soprattutto, dalla popolazione civile, come è avvenuto in Cecenia, Jugoslavia, Medio Oriente, Ruanda... Ovunque. I civili diventano ostaggi da sfruttare, scudi umani da utilizzare senza scrupoli, bersagli da colpire, obiettivi da conquistare, in un nuovo paradigma bellico che ha minato la possibilità di un uso efficace della forza da parte degli Stati e dunque degli eserciti, non più  in grado di ottenere risultati. Abbiamo ricordato anche la "Guerra senza limiti", saggio scritto dai  colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui, eredi della tradizione che discende dal famoso "L'arte della guerra" di Sun Tzu.  Quella che descrivono è una  guerra condotta attraverso le manipolazioni dei media, le azioni di piraterie su Internet, le turbative dei mercati azionari o la diffusione di virus informatici. Guerre senza confini appunto, altro tema toccato (i confini post coloniali).

domenica 4 settembre 2016

Guerre moderne al Festival Oriente Occidente di Rovereto

Guerre moderne. Visibili, invisibili, calcolate. Dai talebani a Daesh, dalla guerra al terrore all'abitudine alla guerra

Cos'è cambiato nella guerra? Non si combatte più tra eserciti ma "in mezzo alla gente", tra coalizioni di Stati con mostrine unificate e combattenti senza divisa ma forti in termini ideologici. Alla radici di sono antichi problemi irrisolti: il retaggio neo coloniale, le ingiustizie sociali, una vaga idea di riscatto nazionale che producono lo scoppio di tensioni latenti in cui si inserisce la criminalità organizzata, la devianza ideologica estremista, le manovre di gruppi di potere politico d economico. Le guerre moderne, al contrario di quelle convenzionali, tendono a trascinarsi. A iniziare ma a non terminare. A fingere successi che non sono reali. E a farci abituare alla guerra come a una delle tante forme della quotidianità moderna. La guerra richiede forse dunque un ripensamento: quanto è utile? quanto hanno senso le alleanze regionali? perché abbiamo deciso che l'Onu non serve? perché rinunciamo a priori a studiare strumenti di pacificazione e dialogo?

E ancora dunque. Come prevenirle? quali nuove forme di diplomazia, di coinvolgimento della società civile, di alleanze tra comunità diverse mettere in campo?

E infine: le migrazioni - che tanto ci affannano: non sono, oltre al prodotto della guerra, anche l'esplosione di quelle tensioni irrisolte che alla guerra hanno portato?

Lunedi alle 18  incontro con Raffaele Crocco per parlare di conflitti al Mart di Rovereto

lunedì 1 settembre 2014

Danza macabra


La sofferenza del corpo infividuale e del corpo sociale
Medici Senza Frontiere e Emanule Giordana
Festival Oriente Occidente
Oggi alle ore 17
Giardino della Danza - Rovereto, via Roma ore 17

LINGUAGGI
Corpi in conflitto


La distinzione tra corpo e anima, tra corpo e mente, ha segnato per secoli le dottrine di filosofi, pensatori, teologi e scienziati. Eppure al di là delle teorie e delle interpretazioni, l’uomo appare come quella singolarissima sintesi tra due mondi solo all’apparenza così diversi e antitetici. Anzi risulta essere la dimostrazione più chiara che non c’è alternativa ma solo unità.
E così il corpo pare riprendersi una rivincita come parte della comprensione che gli esseri umani possono avere del mondo materiale e spirituale, come strumento di conoscenza, come termometro al quale non possiamo opporre bugie, fantasie e  nemmeno pazzie e false realtà. Ecco perché la sezione Linguaggi parte proprio da qui, dal corpo e dai corpi che si incontrano, si scontrano, si avvicinano e si allontanano, che talvolta si immolano e trovano pace, che ci trasmettono elementi e figure degli altri uomini, della terra, della natura.
In un mondo sempre più immateriale restano solo i corpi a riportarci al vero, a impedirci di mentire e mentirci?
Studiosi, testimoni, giornalisti, artisti ci aiutano a comprendere la contemporaneità fatta di corpi che migrano tra continenti, che soccombono a una natura contaminata, svilita e distrutta, che vivono lo stato di guerra continua dell’illegalità e del malaffare, che vengono annientati dai conflitti tecnologici e dalle nuove forme di fanatismo e dai terrorismi. Ma ci svelano anche come il corpo, là dove sembra più minato, si dimostra anche l’unico in grado di offrirci nuove prospettive quasi a dirci che in un momento così privo di punti di riferimento forse dobbiamo ripartire proprio da qui.
Henry Dunant, padre del diritto umanitario

lunedì 13 ottobre 2008

CIVILI E MILITARI POSSONO DIALOGARE?



Cosa lascia dietro di se' un convegno? Spesso solo la somma dei nodi affrontati dai singoli relatori, più o meno brillanti, più o meno noiosi, più o meno suggestivi. Naturalmente ognuno ne ricava anche una sensazione o ne sceglie un aspetto che non per forza è poi il segno di quell'incontro in quanto tale. Ma a Rovereto ho tratto la convinzione che un passo importante è stato fatto. Un passo che si deve a un'intuizione degli organizzatori (col Museo la Ong Mine Action Italy di Brescia e la S:E:I di Ghedi, un tempo all'avanguardia nella produzione delle mine). L'intuizione è che tre mondi separati (militari, società civile, industria mirata al settore bellico) debbano alla fine parlarsi. Dialogo (im)possibile? Gli organizzatori mi avevano affidato questo tema che non so quanto bene ho affrontato. Ma il fatto che lì si fosse a interrogarsi proprio su questo dialogo già era dialogo. Il che non è poco. Non so, non credo, che il dialogo sia così trasversale da potersi applicare a tutti e tre i segmenti. Francamente i rapporti con l'industria che produce armi credo che rimarranno difficili, almeno per quel che riguarda la società civile italiana, nelle sue più diverse forme. Come ha ben spiegato Francesco Mantovani di Finmeccanica , è il business a informare l'azione di una grande industria e dunque col business – specie nel settore militare – c'è poco da ragionare. L'industria bellica vive di guerra assai più dei militari che, bene o male, benché la guerra la facciano in prima persone, sono anche le persone che, se ben dirette, arrivano anche a far si che si negozi la pace. Vorrei dire per paradosso che pur se la guerra è la ragione d'essere dell'esistenza dei militari, l'industria bellica ha un dannato bisogno della guerra per alimentarsi mentre i militari possono anche configurarsi come i custodi della pace (in qualche caso è avvenuto e avviene).
Nel mondo ideale di un pacifista ragionevole (e mi ci metto anch'io) non ci sono guerre ma i militari – credo – restano. Non per farla la guerra, ma per impedirla. Ma sarebbero militari armati di bastone, come dire, come i policeman di Londra. In un mondo senza guerre, basterebbe infatti poco a impedirle mentre anche nelle paci più o meno durevoli che conosciamo, la preparazione della guerra continua – fosse quella fredda o quelle a termica variabile di oggidì – prevede un'industria che continui a produrre sempre più sofisticati sistemi d'arma. In buona sostanza, se davvero si lavorasse al disarmo, i militari resterebbero ma l'industria della guerra dovrebbe pensare a riconvertirsi pesantemente. Ma questo è un discorso che ci porta lontano e che riserviamo a altro capitolo.

Militari e società civile

A Rovereto si è invece sviluppato un confronto (forse il termine dialogo è ancora prematuro) tra militari e società civile. Molti gli interventi e molti i nodi da sciogliere con per sfondo le nostre missioni di pace ma direi, soprattutto, l'onda lunga, cupa e glaciale della guerra d'Afghanistan (che proprio durante il convegno vedeva ferito l'ennesimo soldato italiano), una guerra finalmente chiamata col suo nome ed evocata proprio attraverso i temi che hanno finora opposto – e ancora opporranno – militari e società civile o almeno quella parte di società civile che alle guerre si oppone (una riflessione interessante potrebbe riguardare l'Ana, l'associazione nazionale alpini, che è anch'essa società civile. E' un'associazione con 450mila associati – come ho imparato in un recente incontro a Cividale del Friuli proprio con loro - e non per forza, come con pregiudizio potremmo considerare, favorevole all'impresa o alla retorica bellica o bellicista).
Il fatto è che la società civile (penso alla rete di Afgana.org o alle Ong che si muovono con difficoltà in Afghanistan, alla rete Link2007 e così via) e i militari italiani che oggi sono in Afghanistan, non si sono finora mai parlati o quasi. Mondi separati che si lanciano strali o che demandano ad altri (i politici) la responsabilità di quanto accade. Ma poi, sul campo, eccoci lì, militari e Ong, a doversi "spartire" un territorio per ora occupato da una gran confusione (e nel quale la politica appare aihmé latitante). Il punto l'ha spiegato assai bene proprio un militare, il generale Battisti che di Afghanistan se ne intende. Ha centrato il nodo quando ha detto che le Ong temono che la cooperazione civile messa in atto dallo stesso attore che un mano dà e con l'altra spara, possa danneggiare il loro lavoro e la percezione della popolazione locale (mi scuso con l'interessato perché lo cito a braccio e conosco la sensibilità dei militari quando si usano le loro parole dal momento che son uomini che si sentono sempre "sotto tiro").
E proprio su questo argomento è forse arrivato il momento di confrontarsi. Non si tratta di una questione di puro "coordinamento" ma della ragion d'essere stessa dei Prt, i team di ricostruzione provinciale ideati dalla Nato e che sono il grande oggetto del contendere. Ma un oggetto del contendere va discusso e affrontato, con rigore e fermezza, cercando la strada per uscire, se sarà mai possibile, da questo punto controverso. C'è chi pensa che non sia possibile, c'è invece chi ritiene che una riflessione che rispetti i ruoli e le specifiche competenze e che, tanto per cominciare, accetti l'altro come controparte, possa trovare la strada corretta e forse addirittura indicare un modello. Ma insomma...
Io credo che a Rovereto il convegno abbia messo in moto un meccanismo bloccato. Anche solo per il fatto che la gente che si conosce ed entra in relazione spezza spesso il pregiudizio che, in alcuni casi, non ci fa neppure parlare assieme o subito giungere a un punto polemico che poi diventa chiusura (è stato uno degli elementi richiamati da Valter Serrentino e che mi è molto piaciuto). Si può andare avanti così, a non parlarsi? Serve (soprattutto agli afgani che si suppone vorremmo aiutare) continuare a testa bassa? E non è questo un dibattito, non solo di portata nazionale, che è ora – con maturità – di affrontare? Ciò non vuol dire recedere dai propri principi. Si tratta però di cominciare a riconoscere (e rispettare) il ruolo dell'attore con cui abbiamo a che fare e di negoziare con lui la via d'uscita possibile. Naturalmente, dice il proverbio, per fare bene una cosa bisogna essere in due a volerla fare. Credo che Rovereto abbia aiutato a mettere le basi.

La contestazione al convegno

Il convegno era naturalmente molto altro e in realtà verteva soprattutto sulla formazione. Ma io sono rimasto colpito da questo aspetto della comunicazione o dell'incomunicabilità. Fuori dal luogo del convegno una gruppo di pacifisti ha contestato l'incontro. Un gruppo che si è firmato nel volantino “Antimilitaristi senza se e senza ma” e che denunciava l'imminente costruzione di una nuova base militare a Mattarello, mi ha accusato di aver violato il principio sacro che coi militari non si parla. Ne abbiamo discusso davanti ai loro striscioni ma non volevano sentir ragioni. Ho rimpianto gli anni Settanta quando i manifestanti chiedevano di entrare o irrompevano nei consessi per dire la loro. Invece no, ancora più lontani del dialogo tra sordi. Eppure continuo a vedere queste manifestazioni come una risorsa. In fondo quei manifestanti volevano ricordare una cosa sacrosanta: che la guerra produce morti. E' la loro lettura che alla fine appare riduttiva. Come se la guerra fosse decisa dai soldati e non dai parlamenti che sono poi l'espressione (inutile dar sempre la colpa ai politici) del voto dei cittadini. Anche questo è un pezzo di strada da fare. E non credo ci si possa limitare a stendere uno striscione. Mi piacerebbe che il messaggio del convegno arrivasse anche a loro.

E in futuro?

La notizia ancora non è ufficiale ma del resto noi giornalisti che ci stiamo a fare?. So che in Libano si sta per costituire una sorta di comitato misto proprio per dirimere le questioni di cui abbiamo parlato. Militari e civili. Non tanto per “coordinarsi” ma per vedere e capire assieme ruoli e competenze in particolare della cooperazione civile. A me pare una buona notizia e spero che la cosa vada avanti. Come spero che anche l'anno prossimo Rovereto torni ad ospitare questo dibattito di cui voglio davvero ringraziare gli organizzatori