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venerdì 21 giugno 2013

LA FIGURACCIA DI WASHINGTON E L'UFFICIO DEI TALEBANI

Washington fa marcia indietro: “Nessun incontro in agenda coi talebani”. Italia e Germania confermano: resteramo anche dopo il 2014

Il giorno dopo l'affaire dell'ufficio politico dei talebani a Doha e dell'imminente negoziato tra turbanti e americani è il giorno delle smentite e delle marce indietro. Ma, sul fronte della permanenza delle truppe della Nato, è anche il giorno della marcia avanti. Per Italia e Germania.

I due ministri della Difesa, Mario Mauro e Thomas de Maizière, spiegano in una conferenza stampa congiunta a Herat che entrambi i Paesi resteranno anche dopo il 2014. A fianco c'è il generale Bismillah Mohammadi, loro omologo afgano. I due ministri chiariscono quanto già sappiamo (non forze “combat” ma solo di sostegno e training), numeri però non ne fanno e restano sul vago anche sulla permanenza. Mauro fa sapere che la visita a Herat ha l'intento di assumere informazioni per il necessario vaglio del Parlamento italiano e nel suo discorso rivendica i successi della presenza occidentale citando otto milioni di bambini a scuola. Entrambi sottolineano i paletti di una Costituzione che salvaguarda diritti umani e di genere e in tal modo sembrano voler, unica voce europea, entrare nel merito della disputa con relativo polverone alzato dagli Stati uniti nei giorni scorsi a proposito dell'ufficio talebano a Doha. Ma sul punto evitano polemiche, nella scia consolidata che gli alleati non si criticano nemmeno quando fanno sbagli colossali.

Lo sbaglio colossale è degli Stati uniti ed è quello di aver pompato – forse per un calcolo tattico propagandistico - l'indiscrezione secondo cui già da ieri americani e talebani avrebbero inaugurato il nuovo ufficio di mullah Omar a Doha con negoziati bilaterali, in barba a Kabul. La pronta reazione di Karzai - sdegnato dall'ennesima scelta che lo mette all'angolo e indignato perché quell'“ufficio” improvvisamente è diventato un'ambasciata dell'Emirato islamico d'Afghanistan con tanto di bandiera coranica - provoca la marcia indietro. La prima è telefonica. Nel cuore della notte e poi ancora ieri mattina: Kerry da una parte, dall'altra Karzai. Nella telefonata il capo della diplomazia statunitense fa mille scuse al presidente mentre a Doha la bandiera talebana viene ammainata e gli sceriffi dell'emiro del Qatar fanno sparire la pomposa placca che annuncia la sede dell'Emirato, foriera di tanto disastro politico-diplomatico. Di più. Lo stesso Obama chiarisce che «vogliamo vedere parlare afgani con afgani» mentre i i famosi colloqui bilaterali imminenti diventano una variabile nebulosa e per ora senza alcuna data in agenda. Si vedrà.


La marcia indietro è tanto evidente quanto imbarazzante. Lo è per Washington e lo è per Bruxelles. La vince Karzai un'altra volta tanto che nessuno prende in seria considerazione quanto il portavoce talebano Mohammad Naeem dice all'emittente russa Rfe/Rl: «Vogliamo un governo che comprenda tutti gli afgani. Dovrà essere un governo a cui possano partecipare tutti i rappresentanti del nostro popolo, che dia la speranza agli afgani di essere un governo di tutti». Apertura (condizionata comunque al ritiro delle truppe) altrimenti degna di nota ma che finisce per passare quasi inosservata.

Non passa invece inosservata, specie sui media afgani, la posizione di Cina e India, veri supporter del presidente afgano, tre giorni fa delegittimato, seppur indirettamente, dall'improvvida accelerazione di Washington. I due colossi asiatici esprimono solidarietà a Karzai e Pechino chiarisce: «La comunità internazionale deve garantire assistenza al processo di pace sulla base del rispetto dell'indipendenza del Paese». Il colmo: prendere lezioni di democrazia rappresentativa e di galateo diplomatico proprio dalla Cina.

giovedì 20 giugno 2013

PERDERE LA GUERRA E ORA LA PACE (E LA FACCIA)


Qualche consiglio al governo del mio Paese

La Nato, e con lei l'Italia come tutti i Paesi della coalizione, la guerra militare in Afghanistan l'hanno persa. Adesso si tratta di non perdere la pace e, tra l'altro, anche la faccia. A quel che pare di capire della controversa vicenda dell'apertura dell'ufficio dei talebani in Qatar, gli americani hanno sparato una già acquisita riunione con la guerriglia (ieri poi negata). Inevitabile la reazione del governo Karzai che si è sentito delegittimato da possibili colloqui diretti – e questa volta ufficiali – tra Washington e l'Emirato islamico che fa capo a una parte (non certo tutta) della galassia talebana. Per gli americani l'anticipazione serviva forse a rimarcare che nel giorno del passaggio di consegne sulla sicurezza dalla Nato all'autorità afgana, si chiudeva il capitolo guerra per aprire quello negoziale. Sotto il profilo tattico e propagandistico questa linea non fa una piega (per gli americani) ma non poteva che produrne tantissime nel rapporto con l'alleato Karzai, che considera (giustamente) il negoziato una questione “tra afgani”, non certo eterodiretta da qualche capitale, sia Washington o Islamabad. Per quanto attanagliato da una corruzione endemica, delegittimato da un'elezione presidenziale gravata da brogli, ancora inefficiente sul piano della governance, dovrebbe essere il governo di Kabul ad avere in mano le redini del processo di pace. Legittimarlo un giorno e il giorno dopo screditarlo, forse fa il gioco tattico di Washington ma non fa quello di Kabul e, a nostro modesto avviso, nemmeno di Berlino o di Roma.

In questi casi è bene affidarsi ai buoni consigli degli afgani (vedi articolo a fianco) quali sono stati quelli che, ieri pomeriggio, una delegazione della società civile afgana ha suggerito in un incontro a Roma al vice presidente della Commissione esteri del Senato, il Pd Paolo Corsini, che li ha ascoltati con molto interesse.

Gli attivisti afgani,
non sospettabili di simpatie governative né di amicizie talebane, sono stati chiari su due punti: il primo è il principio di sovranità nazionale e quindi, hanno detto a Corsini, è al governo in carica che spetta condurre il negoziato. Il secondo è che la comunità internazionale può avere un ruolo forte nell'appoggiare quelle istanze che rispettino la Costituzione e cioè i pochi successi acquisiti in tema di libertà di stampa e diritti umani e di genere durante oltre dieci anni di occupazione militare. Hanno suggerito che l'Italia spinga il governo Karzai a fare quel che finora non ha fatto: cambiare la composizione dell'Alto consiglio di pace, deputato a trattare coi talebani. La polemica è antica: quando fu istituito, i suoi 80 membri furono accusati proprio dagli attivisti di essere vecchie facce in gran parte legate a signori della guerra marcatamente antitalebani che, agli occhi della guerriglia in turbante, non potevano certo apparire super partes: con tale struttura, composta da personaggi che han sempre fatto la guerra, la riconciliazione non può camminare. Se a questo aggiungiamo il modo in cui gli americani (e i tedeschi, a loro modo francesi e giapponesi e dall'altra parte sauditi, pachistani, catarioti) stanno gestendo la “loro” agenda di pace, la frittata è fatta.
Per uscire dal guado serve una posizione netta: non ingerenza ma debita pressione che raffreddi gli entusiasmi e gli asolo americani, appoggi un processo di pace trasparente e consigli Karzai sulla formazione del Consiglio. Stare a guardare una partita giocata da altri significa, dopo la guerra, perdere anche la pace. E, ovviamente, la faccia.

mercoledì 19 giugno 2013

PASSAGGIO DI MANO A KABUL, INCOGNITE A DOHA, PEOCCUPAZIONI A ROMA

Il 18 giugno potrebbe essere ricordato nella storia afgana come un giorno davvero particolare. E non solo perché ieri, formalmente, la gestione della sicurezza è passata dalla Nato a esercito e polizia locale, ma anche perché la notizia dell'apertura di un ufficio politico dei talebani in Qatar è stata accompagnata da un profluvio di altre notizie inneggianti a una svolta imminente per il processo di pace, nuova speranza in fondo al tunnel. Un'analisi distaccata invita però a raffreddare speranze negoziali troppe volte annunciate ma rimaste pie intenzioni. Tutto questo mentre in Italia una delegazione della società civile afgana è stata ricevuta alla Camera da oltre venti parlamentari a cui è stata espressa la preoccupazione che l'uscita di scena definitiva della Nato nel 2014 equivalga anche un oblio politico. Che – dicono gli afgani – non riprecipiterà il Paese nel caos ma rischia di lasciarlo in balia dei suoi potenti vicini, attori consolidati di una moderna riedizione del “Grande gioco”.

La Nato a Kabul


La quinta fase del passaggio di consegne mette da ieri in mano agli afgani il “90% delle operazioni militari”, spiega con enfasi il segretario della Nato Rasmussen secondo cui, entro il 2014, il passaggio sarà completato, nel momento in cui la stragrande maggioranza delle forze occidentali saranno tornate a casa. Restano ombre tutte da chiarire. Chi e quanti resteranno, dove, come. E appare bizzarro che proprio nel giorno del passaggio di mano, si venga a sapere che un raid Nato avrebbe ucciso tre ragazzini nel distretto di Baraki Barak, provincia di Logar. Resta poi tutta l'incognita politica su cui si interrogano cittadini e analisti. Uno di questi è Ahmad Joyenda, invitato dalla Rete Afgana all'incontro con i parlamentari convocato dalla Pd Federica Mogherini e cui hanno partecipato Pd, Sel e 5stelle.

Afgani a Roma


Joyenda, direttore di un prestigioso centro di ricerca (Areu), ex parlamentare e noto a Kabul come il “Papà della società civile” (ha 62 anni ed è tra i membri dell'intellighenzia a non aver mai lasciato il Paese), spiega che gli afgani non si aspettano il caos: “Abbiamo 350mila soldati e poliziotti e i sondaggi dicono che il consenso ai talebani è del 7%. La vera preoccupazione del 93% degli afgani è l'ingerenza di Iran e Pakistan nei nostri affari”. Uno spettro che, a torto o a ragione, gli afgani pensano possa essere scacciato dalla presenza occidentale. Nell'incontro Giulio Marcon (tra l'altro tra i fondatori di Afgana nel 2007) fa le pulci a una missione che continua a far parte di un'alleanza di parte e rilancia il ruolo dell'Onu augurandosi un «cambio di paradigma e il superamento di una pigrizia politica che ci impedisce di trovare soluzioni diverse nelle aree di conflitto». Mogherini, da sempre attenta alle vicende afgane, promette un «impegno non solo sull'investimento non militare ma proprio sul rafforzamento della società civile». E il 5stelle Artini fa sua la proposta di reinvestire il 30% del risparmio ottenuto dal ritiro militare in attività di cooperazione.

Talebani a Doha

Intanto a Doha
qualcosa di muove anche se per ora la montagna ha partorito un topolino. Da un anno si discute dell'apertura dell'ufficio dei talebani che adesso è realtà. In un comunicato teletrasmesso Mohammed Naim, portavoce dell'ufficio, dice che la guerriglia in turbante vuol parlare agli afgani e non vuole coinvolgere altri Paesi, messaggio che però non cancella gli insulti con cui fino a ieri -a parole e a suon di stragi – ha preso di mira Karzai, “puppet” degli americani. I quali fanno sapere – scrive la Bbc - che negoziati diretti tra loro e la guerriglia sono imminenti. Una sorta di trilaterale o di bilaterale ancora tutta da definire che ognuno pare interpretare a modo suo: Karzai, che della cosa ha parlato durante la cerimonia con Rasmussen per il passaggio di consegne, ha detto di aver mandato in Qatar emissari dell'Alto consiglio di Pace (con cui i talebani si son sempre rifiutati di parlare) e che anche a suo avviso il dialogo deve essere solo interafgano escludendo terzi. Karzai pensa al Pakistan? O agli americani? O all'Iran dove i talebani sono appena stati in delegazione? Per ora in fondo al tunnel la luce è davvero tenue. A tenere acceso quel fioco lume c'è sullo sfondo il potente emiro del Qatar.
Lettera22

lunedì 1 aprile 2013

KARZAI TORNA DA DOHA A MANI VUOTE?

Karzai è appena stato a Doha per parlare con l'emiro del Qatar. Scopo del viaggio: affari e processo di pace.



Tutto gira attorno al cosiddetto “ufficio” politico dei talebani, che i turbanti avrebbero dovuto aprire a Doha già un anno fa. E' noto che americani, inglesi e tedeschi si son dati da fare per incontrarli ma non sembra con grandi risultati. I tedeschi hanno anzi ottenuto un solenne rifiuto. E quanto agli afgani, non se ne parla. Mentre Karzai era a Doha, un portavoce talebano confermava che con lui e l'Alto commissariato di pace afgano (che accompagnava il presidente) non c'è spazio per colloqui, figurarsi per negoziati. I talebani, stimano gli osservatori, aspettano il dopo 2014, quando un governo fragile, senza più Karzai né l'appoggio degli stranieri, dovrà negoziare da un punto di debolezza. Ma Karzai non demorde. Probabile che abbia convinto l'emiro a non aprire l'ufficio sinché la guerriglia non adivenga a più miti consigli, probabile che per ora si accontenti di collezionare consensi, presentandosi come l'uomo della pace e quello che avrà messo alla porta le forze di occupazione, attribuendosi il merito dell'uscita di scena della Nato. Per ora mostra un volto tenero ai talebani (“non sono un ostacolo” ha detto) e al Pakistan cui non vuole negare un ruolo nel processo di riconciliazione. Ma come che sia, il presidente è tornato a Kabul a mani vuote. E gli americani restano un'incognita. Nonostante le relazioni, tesissime, si siano distese con la visita di Hagel e Kerry (nel giro di una settimana il primo viaggio dei nuovi titolari di Difesa ed Esteri in Afghanistan) sono loro il vero ostacolo nel negoziato coi talebani poiché tutti sanno, Karzai per primo, che Washington e la shura di Quetta vorrebbero trattare a tu per tu senza di lui. Ma molto di più non si sa. Si sa però che ora il presidente ha un altro asso in mano. Dopo varie schermaglie ha ottenuto il trasferimento dei detenuti afgani nelle carceri americane su suolo afgano (Bagram) sotto completa giurisdizione e tutela nazionale. Potrà quindi liberare quanti talebani crede e utilizzarli per trattare magari negoziando sull'ufficio di Doha pur di ottener almeno un segnale dalla guerriglia.

lunedì 28 gennaio 2013

AFGHANISTAN/NEGOZIATI, EPPUR SI MUOVE

Sul fronte negoziale tra talebani e governo le notizie non sono molte ma qualcosa c'è. Secondo il Gulf Times ripreso da ToloNews, una serie di personaggi di primo piano della guerriglia in turbante sono arrivati a Doha in vista dell'apertura del famoso “ufficio” politico dei talebani in Qatar. Se ne parla da mesi (si veda questo articolo del Nyt del gennaio scorso) e pare che la cosa adesso si stia per fare. Finora il processo sembrava arenato, ora sembra riavviato. Forse i colloqui di Parigi sono serviti a qualcosa o qualcosa si muove con gli americani (assai meno sembra con l'Alto consiglio di pace del governo che continua ad aprire ma che i talebani non prendono molto sul serio).

A proposito dei colloqui di Parigi val la pena di segnalare l'analisi The outcomes of the ‘Taliban/Paris Meeting on Afghanistan’ scritta dalla giornalista pachistana Saba Imtiaz per l'Al Jazeera Centre for Studies (è un breve report di 7 pagine). Infine sul fronte Hekmatyar è da segnalare l'intervista a una rete televisiva afgana (citata da Pajhwok) nella quale il vecchio signore della guerra fissa due regole per partecipare alle elezioni presidenziali (avance già fatta qualche tempo fa) alle quali l'Hezb andrebbe con un suo candidato: elezioni trasparenti e uscita di scena degli stranieri dall'Afghanistan. Hekmatyar ha anche aggiunto che esclude qualsiasi negoziato col governo di Karzai se questo dovesse garantire l'immunità alle truppe statunitensi dopo il 2014, il nodo più grosso da risolvere tra Washington e Kabul (detto fra noi se secondo lui le truppe se ne devono essere già ndate cade anche l'immunità).