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sabato 26 novembre 2022

Anwar Ibrahim nuovo premier della Malaysia

Le turbolenze politiche post elettorali della Malaysia non meriterebbero forse un
particolare approfondimento se il vincitore finale della partita, Anwar Ibrahim, non fosse un personaggio davvero particolare. Che, da tre decenni, ha alternato il potere alla prigione riuscendo comunque sempre a riemergere nel panorama politico locale mettendosi alla testa di movimenti progressisti. Islamista modernista, intellettuale raffinato, parlamentare già vicepremier e più volte ministro, Anwar Ibrahim, classe 1947, fu accusato nel 1999 e incarcerato per sodomia, “reato” ancor più grave – da cui è stato assolto uscendo di galera nel 2004 – in un Paese governato dalla morale islamica e dove la sua supposta “devianza” fu un evidente grimaldello politico per rimuoverlo dalle stanze del potere: le sue riforme avrebbero messo in difficoltà un'economia che non ne voleva certo sapere di finanza islamica dove gli istituti di credito – nella testa di Anwar - dovevano funzionare da volano popolare e non da generatori di profitto per le banche stesse. Era tanto scomodo che nel 2015 un secondo processo per sodomia lo vide di nuovo dietro le sbarre cosa che non gli impedì di correre
per le elezioni 2018 (mentre era in carcere) e di vincerle, mossa che gli consentì di ottenere il perdono reale per uscire definitivamente di galera. Ma andiamo con ordine.

Anwar è da giovedi 24 novembre il nuovo primo ministro della Malaysia, la federazione del Sudest asiatico conosciuta in passato come “tigre” di un boom economico senza precedenti nonché per la capacità non scontata di essere un Paese multietnico (malesi, cinesi, indiani, autoctoni) che è sempre riuscito, benché su una fragile faglia, a mantenere un certo equilibrio tra nazionalismo malese, radicalismo islamico e scontento delle minoranze. Nelle ultime elezioni, dopo un avvicendarsi di “governi del re”, repentini cambi della guardia, bizzarre alchimie nelle coalizioni, è stato il sultano, cui la Carta di questa monarchia costituzionale dà diritto all’ultima parola, a scegliere il primo ministro. E ha scelto Anwar Ibrahim.

La cronaca recente racconta che nelle ultime elezioni la coalizione Pakatan Harapan (PH) guidata da Anwar vince 82 seggi ma gliene mancano 30 per ottenere la maggioranza di 112 in parlamento. La coalizione conservatrice Perikatan Nasional (PN), guidata dall'ex primo ministro Muhyiddin Yassin, ne ottiene invece 73. Entrambi reclamano la presidenza del governo e segue una situazione di stallo. In parlamento c’è dunque da corteggiare sia la coalizione Barisan Nasional (BN), che ha dominato la scena politica malaysiana fino al 2018 ma ha raggranellato solo 30 seggi, sia altri che vanno da uno a 23 scranni. Scampoli per fare la differenza.

Lo stallo viene risolto dal sultano Abdullah, un re a “rotazione” con altri del suo rango, cui spetta il titolo di Yang di-Pertuan Agong. Incontra sia Muhyiddin, sia Anwar e propone un governo di unità nazionale ma il primo rifiuta. Altro giro col Barisan Nasional e gli altri partiti. Alla fine della verifica nomina Anwar.

Il suo passato “sodomitico” è ora alle spalle e così una vicenda piena di lati oscuri, menzogne, propaganda e un processo che è stato criticato aspramente per le trame politiche di corridoio. Ma la Malaysia è anche un Paese di paradossi: l’artefice della prigionia di Anwar è sempre stato visto nel suo ex mentore Mahathir Mohamad, uno dei leader più inossidabili della Storia. Il vecchio burattinaio malese (classe 1925), che ha appena ricevuto una batosta alle ultime elezioni in cui non è stato eletto, ha accumulato oltre settant’anni di attività politica di cui 24 come premier (dal luglio 1981 all'ottobre 2003 e dal maggio 2018 al marzo 2020) il che ne fa uno dei più longevi primi ministri del mondo. E’ lui che dà ad Anwar la possibilità di emergere. Ma quando il rampollo emerge troppo gli tarpa le ali. La popolarità di Anwar però cresce anche quando è in galera. Le voci su una possibile montatura, l’attivismo di sua moglie Azizah, la sua vocazione riformista e la scelta di fare della Malaysia un Paese sempre più inclusivo gli fanno guadagnare consensi. La sua visione è quella di un islam democratico e liberale che possa essere un modello di giustizia sociale basato sui bisogni e non sull'appartenenza etnica in un Paese dove i malesi (bumiputra) sono sempre stati favoriti. Un altro paradosso? Nel 2018, mentre Anwar era in cella, fu Mahathir, dopo un accordo, a guidare la sua Pakatan Harapan alla vittoria! Ora però la scena è tutta solo per lui.

La foto di Anwar è tratta da wikipedia

venerdì 17 luglio 2020

Libertà di stampa, pugno di ferro in Malaysia

Il rapporto e la gestione con i migranti in Malaysia, caratterizzati nei mesi scorsi da deportazioni e arresti, ha visto crescere le intimidazioni ai giornalisti che si sono occupati del caso e suscitato la preoccupazione delle organizzazioni di difesa della libertà di espressione. L’ultimo capitolo riguarda un video di inizio luglio dell’emittente del Qatar Al Jazeera in cui viene documentato l'arresto di migranti privi di documenti durante la pandemia Covid-19. Il documentario - Locked Up in Malesia Lockdown – è stato criticato dalle autorità come inaccurato, fuorviante e ingiusto e il ministero della Difesa ha invitato Al Jazeera a scusarsi sostenendo che le accuse di razzismo e discriminazione contro i migranti privi di documenti erano false. La polizia ha annunciato un'indagine sul personale dell’emittente araba per reati come potenziale sedizione, diffamazione e violazione del Communications and Multimedia Act.

La tv del Qatar ha respinto le accuse, segno di una sterzata autoritaria che sembra aver chiuso la luna di miele tra governo e giornalisti che era appena stata lodata da Reporter Sans Frontieres, la maggior organizzazione di difesa della libertà di stampa, secondo cui “dopo la sconfitta a sorpresa del partito dell'ex premier Najib Razak nel maggio 2018, una ventata d'aria fresca ha iniziato a soffiare sulla libertà di stampa... i giornalisti e i media inseriti in una lista nera sono stati in grado di riprendere l’attività (e) l'ambiente generale in cui operano i giornalisti si è notevolmente alleggerito, l'autocensura si è ridotta enormemente e le pubblicazioni del Paese presentano ora opinioni molto più equilibrate tra l'opposizione e la maggioranza”. Una luna di miele interrottasi con la pandemia. Le prima avvisaglie si sono avute dopo un’inchiesta del South China Morning Post sulla condizione dei lavoratori migranti (oltre 5 milioni in Malaysia) e in particolare dopo un articolo - a firma Tashny Sukumaran e Bhavan Jaipragas – che documentava l’arresto violento di centinaia di migranti all’interno di tre dormitori in una “zona rossa” nella capitale Kuala Lumpur il 1 maggio.

In Malaysia, secondo RsF, “l’esecutivo ha ancora un arsenale legislativo assolutamente draconiano per reprimere la libertà di stampa: il Sedition Act del 1948, il Official Secrets Act del 1972, il Press and Publications Act del 1984 e la legge sulle comunicazioni e il multimediale del 1998… che pesano come una spada di Damocle sui giornalisti”. La Malaysia non è per altro l’unico Paese dell’Asia ad aver stretto le maglie della libertà di espressione come ben dimostra il caso della giornalista filippina Maria Ressa: un appello di RsF sul sito dell’organizzazione in suo appoggio ha già quasi raggiunto 10mila firme. In Myanmar, decine di siti internet sono stati chiusi all’inizio di quest’anno con l’accusa di pornografia ma tra questi alcuni erano testate di informazione. Diversi giornalisti infine sono stati incriminati per aver intervistato gruppi guerriglieri definiti terroristi.

venerdì 20 marzo 2020

Nel Paese degli "Zero casi"

Le autorità del Myanmar non hanno preso il Covid-19 sotto gamba. Le misure non sono draconiane ma il Paese - che tra i primi ha chiuso le frontiere con la Cina già in gennaio - sembra agire con più intelligenza di certi governi europei. Ha cancellato il capodanno d'aprile, ricorrenza tradizionale che però quest'anno non si farà e molte aziende lavorano già da remoto. Che sarebbe successo da noi se si fosse abolito il Natale? Quel che conforta l'italiano in Asia, che dall'Asia al momento non può tornare (il mio biglietto è stato cancellato), è constatare che in Europa ci stiamo comportando assai meglio di tanti altri Paesi che di solito ci bagnano il naso. Di fronte a un Johnson o a un Macron, lasciatemelo dire, da qui il premier Conte sembra un gigante. Comunque non è dell'Italia che volevo raccontare.

Raccontare vorrei piuttosto dell’unico Paese dell’Asia meridionale e sud-sudorientale che – con Laos e Timor Est – può vantare assenza di Covid-19. L’ansia della sua apparizione si insinua però sottile come il virus e l’apparente salvaguardia dal male del secolo da oltre 200mila ammalati sembra a qualche maligno osservatore dovuta soprattutto ai pochissimi test eseguiti – un paio di centinaia secondo l'Oms – in una situazione dove l’esplosione del virus farebbe collassare la fragile struttura sanitaria locale. I birmani son oltre 50 milioni e 200 test son davvero pochi.

L’ambasciata britannica ha scelto Facebook due giorni per consigliare ai sudditi di Sua Maestà di lasciare il Myanmar il più rapidamente possibile per quanto in molti si chiedano se non sia meglio restare che entrare nel calderone malamente mescolato da Boris Johnson. C'è stato un assalto alle biglietterie in un clima dove ogni giorno si cancellano voli e si chiudono frontiere. Ma non è l'unica sede diplomatica a fare pressione. Pare che a breve i test saranno almeno tremila ma l'invito è a tornare a casa: "Se succede qualcosa qui - aggiunge un diplomatico - il sistema sanitario non riuscirà a farcela". Indiscrezioni dicono che i ventilatori del Myanmar non arrivino a cento. E aggiungono che chi si deve curare il Covid-19 può andare solo in strutture pubbliche. Mary, che gestisce un locale a Bagan da anni, allarga le braccia: "Sai che ti dico, sarei per la chiusura totale di tutto per un mese e non ci si pensi più". Non è detto che non ci si arrivi.

Del resto, un nuovo monito dell’Oms ha appena strigliato gli undici Paesi in cui viene divisa la regione dall'organismo dell'Onu: molti hanno pochi casi mentre altri sono in difficoltà per l’arrivo – tardivo – del virus o per il risorgere dei contagi anche in nazioni che erano riuscite a contenerlo.
Poonam Khetrapal Singh, responsabile per l’Oms della regione, ha sottolineato che sono “confermati più gruppi di trasmissione di virus” e che alcuni Paesi hanno già adottato “misure aggressive” ma che si deve fare di più: “rilevare, testare, trattare, isolare e tracciare i contatti”, avvertendo che “praticare il distanziamento sociale non sarà mai enfatizzato abbastanza” e che questo solo “ha il potenziale per ridurre sostanzialmente la trasmissione”.

Il nuovo campanello d’allarme sembra collegato soprattutto al caso malese: quando un 34enne che aveva partecipato a un evento religioso a Kuala Lumpur è morto, i riflettori si sono accesi sugli effetti di una quattro giorni di preghiere e sermoni svoltasi tra il 27 febbraio e il 1 marzo nel complesso della moschea di Sri Petaling, base in Malaysia della Tablighi Jama’at, associazione per la diffusione della fede e movimento missionario purista e ultraortodosso. All’evento avrebbero partecipato 16mila persone, tra cui 1.500 stranieri, e dei circa 900 casi del Paese (i numeri sono in ascesa), quasi due terzi vengono collegati all’incontro anche se non si sa chi sia stato il primo a diffondere il contagio. Il problema è che i fedeli venivano da una decina di Paesi: Canada, Nigeria, India, dalla stessa Malaysia. Ma anche da Cina e Corea. Gli ultraimbecilli han pensato bene di far la stessa cosa in questi giorni in Indonesia: migliaia di pellegrini per fortuna bloccati ieri dalle autorità indonesiane, fin troppo lasche mentre il virus inizia a cavalcare anche nell'arcipelago e Jokowi è sotto schiaffo.

Molti Paesi hanno già imposto misure draconiane e la Malaysia – come le Filippine che hanno sigillato l’arcipelago o lo Sri lanka dove si è verificato uno dei primissimi casi fuori dalla Cina – hanno imposto severi controlli - anche se tardivi - alle frontiere. Sembra però non bastare perché Paesi che sembravano controllare o rallentare i contagi (Corea del Sud , Singapore , Taiwan, Hong Kong) vedono una risorgenza del virus. Le polemiche investono anche l’India dove le autorità non hanno intenzione di estendere i test come fa la maggior parte delle nazioni colpite: l’India si limiterebbe a meno di un centinaio al giorno pur avendo la capacità di farne 8mila. Secondo Associated Press, solo 11.500 test sarebbero stati condotti in un Paese che ospita quasi un miliardo e mezzo di persone.

sabato 29 febbraio 2020

Pasticcio malese

Il primo ministro ad interim della Malaysia, Mahathir Mohamad, ha rivelato  che nessun candidato premier è  in grado di ottenere il sostegno della maggioranza dei 222 parlamentari de Paese e che quindi la questione sarà sottoposta al Parlamento il prossimo 2 marzo.

Una delle più floride e tranquille società asiatiche che in nome della stabilità ha istituzionalizzato l’autoritarismo di Stato e che è però stata in grado di mantenere l’unità in un Paese dove quasi la metà dei suoi abitanti sono cinesi, attraversa in queste ore una crisi al buio. La Malaysia, con Singapore faro dello sviluppo tra le tigri dell’Asia di Sudest, è da lunedi in balia di una crisi di governo complessa e dagli esiti incerti, al momento nelle mani del Yang di Pertuan Agong, il monarca costituzionale scelto a rotazione tra i principi malesi. Che, per la prima volta nella storia della Malaysia, ha condotto consultazioni a larghissimo raggio per decidere la scelta del nuovo premier. Tutto comincia nel week end.

Il luogo è la capitale, Kuala Lumpur, dove una cena riunisce domenica notabili politici di segno opposto. Ci sono i plenipotenziari dell’Umno, la balena bianca della Malaysia, partito di centro destra sulla scena sin dalla proclamazione dell’Unione malese (poi federazione) negli anni Cinquanta quando, buono ultimo, il Paese si liberò della corona britannica. Umno ora è all’opposizione ma è ancora forte, più nelle reti di potere che nei numeri elettorali. Per anni è stato guidato da Mahatir  Mohamad, diventato nuovamente premier nel 2018 ma non nelle file dell’Umno, da cui si era sfilato, ma in quelle della coalizione Pakatan  Harapan (Ph). A cena ci però sono anche uomini del Ph e, anzi, sia del partito di Mahatir (Parti Pribumi Bersatu Malaysia) sia di quello del suo vice, Anwar Ibrahim a capo del Parti Keadilan Rakyat.
Leggi l'articolo aggiornato domenica su atlanteguerre.it

venerdì 12 ottobre 2018

Il cappio spezzato

Da settimana prossima la Malaysia potrebbe essere il 143simo Paese che abolisce la pena capitale.
Se il condizionale è d’obbligo – il parlamento discuterà la legge abolizionista solo lunedi – il risultato è praticamente certo perché è il governo a volere fortemente le legge e ha già imposto al boia di fermarsi: per ora gli oltre 1200 detenuti nel braccio della morte possono sperare che il loro destino muti clamorosamente da settimana prossima. La pena capitale in Malaysia viene comminata per impiccagione a chi si è macchiato di terrorismo, omicidio, sequestro, traffico di droga e vari altri reati e tra l’altro, Kuala Lumpur, pur avendo firmato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, aveva espresso una riserva all'articolo 37, che vieta la pena di morte ai minori di 18 anni. L’Asia è un continente con un triste primato: non solo la pena capitale è diffusa in molti Stati dal Bangladesh (che due giorni fa ne ha condannati a morte 19) alla Thailandia, da Singapore al Vietnam, e annovera i Paesi dove si verificano più esecuzioni: come nella Repubblica popolare cinese o in Iran (che tra il 2015 e il 2018 ha giustiziato anche 90 minorenni).

Questo piccolo ma saldo Paese del Sudest asiatico non smette di stupire. Nel bene e nel male. La giustizia si è piegata spesso alle pressioni del potere politico (famoso il caso del vicepremier Anwar Ibrahim entrato in rotta di collisione con il primo ministro Mahathir Mohamad e finito a lungo in carcere) e la repressione violenta – dai casi di terrorismo al traffico di stupefacenti – son sempre stati punti fermi. Ma adesso il Paese è governato da una colazione molto eterogenea - Pakatan Harapan - che ha promesso una sterzata nel campo del diritto. Non in quello della politica: ha appena visto il ritorno sia dell'inossidabile Mahathir (classe 1925) sia di Anwar Ibrahim: il primo è il capo di PH e l’attuale premier. Il secondo è il leader... della medesima colazione. E per dirla tutta, dopo che Pakatan Harapan ha vinto le elezioni nel 2018, l’ex premier Najib Razak è stato arrestato per corruzione (libero con la condizionale). Prima di perdere era praticamente intoccabile.

La notizia comunque è buona. La Malaysia – il cui nuovo governo sembra deciso a mantenere le promesse - potrebbe spingere altri Paesi a seguire il suo esempio. Molti hanno aderito alla moratoria sulle esecuzioni, promossa da una lunga campagna di associazioni come Nessuno Tocchi Caino o Amnesty, ma la strada è ancora lunga.


mercoledì 27 maggio 2015

Fosse comuni nei lager per migranti


Non c'è forse un chilometro dalla cittadina di Wang Kelian e il confine tra la provincia tailandese di Satun – e poco più in là di Songkhla - e lo Stato malaysiano del Perlis. Tutt'intorno è foresta, appena intaccata dalle prime coltivazioni dei malesi. E' in questa zona all'estremo Nord della Malaysia che domenica scorsa la polizia ha trovato le prime tombe e indizi di fosse comuni. Poi lunedi ha rimosso un corpo in avanzato stato di decomposizione trovato insepolto nella baracca di uno dei “campi” di raccolta di migranti intercettati dagli inquirenti che già ne hanno contati 28 lungo 50 chilometri di confine. Ieri pomeriggio infine, alla presenza di giornalisti in uno dei siti nascosto in un burrone a un chilometro dalla strada e che “ospitava” forse 400 persone, è iniziata la dissepoltura.

martedì 15 ottobre 2013

IL NOME DI DIO CHE SPACCA LA MALAYSIA

«E' nostra comune convinzione che l'uso del nome 'Allah' non sia parte integrante della fede e della pratica del cristianesimo....non troviamo alcuna ragione per la quale il convenuto è così risoluto nell'utilizzare il nome 'Allah' nella sua pubblicazione settimanale. Tale uso, se consentito, inevitabilmente può causare confusione all'interno della comunità». E' uno stralcio della sentenza che ieri mattina alla Corte d'appello di Putrajaya, in Malaysia, tre giudici hanno firmato sotto la guida del magistrato Mohamed Apandi Bin Haji Ali. La sentenza riguarda il ricorso presentato dal governo contro un verdetto del 2009 che aveva dato ragione al settimanale cattolico “Herald” che menzionava Dio col termine di Allah. Adesso non potrà più farlo per non ingenerare confusione come hanno scritto i giudici. A suo tempo era stato il settimanale a fare ricorso sostenendo il proprio diritto a usare la parola “Allah” cosa che invece una disposizione governativa vietava, ritenendola appannaggio esclusivo dei musulmani. Andava bene il termine malese “Tuan” (signore), non Allah.

Ma la disputa, che a tutta prima sembrerebbe più di carattere semantico e più cosa da accademici che da legulei, rischia adesso – come già dopo la sentenza del 2009 - di infiammare gli animi soprattutto di chi ritiene di avere il copyright della parola Dio nelle sue multiformi declinazioni. I cristiani della Malaysia hanno però preferito gettare acqua sul fuoco. La comunità conta non pochi sostenitori in un Paese a maggioranza musulmana da sempre in difficile equilibrio per la convivenza di tre comunità molto diverse (malesi, cinesi e indiani), retaggio del passato coloniale. Hanno accolto la notizia con disappunto e la ritengono un passo indietro nel cammino della coesistenza tra diverse fedi, ma se all'agenzia Fides il direttore dell'Herald, padre Lawrence Andrew, dice che la sentenza è «ingiusta e viola la libertà religiosa e di espressione sanciti nella Costituzione», alla stessa agenzia l’arcivescovo di Kuala Lumpur, monsignor Murphy Pakiam - che pure considera il verdetto «prevedibile» in un caso «fin troppo politicizzato» - spiega: «I vescovi hanno puntualizzato che nelle chiese e nelle liturgie si continuerà a usare il temine ‘Allah’. La sentenza riguarda solo l’Herald e non la nostra ‘Alkitab’, storica Bibbia in lingua malese. L’incognita – nota comprensibilmente il vescovo – è rappresentata dai gruppi radicali islamici, che potrebbero dare un'interpretazione restrittiva alla sentenza». Il riferimento ovvio è a quanto successe nel 2010 (il parere favorevole all'Herald è del dicembre 2009), quando il verdetto scatenò attacchi a luoghi di culto con molotov, sassaiole, lanci di vernice.

Mentre fuori dal tribunale si felicitavano i militanti di Perkasa (gruppo nazionalista di difesa dell'identità malese con forti venature di razzismo anche religioso), i cristiani rendevano note le loro ragioni. Il termine Allah – sostengono – si trova nella Bibbia tradotta in malese da almeno 400 anni e nei lemmi di un antico Dizionario Latino-Malay, edito nel 1631 dalla congregazione vaticana di “Propaganda Fide”. Prove che finiranno nuovamente in tribunale perché l'Herald ricorrerà a una corte superiore. Dei circa 28 milioni di abitanti della Malaysia (per il 60% musulmani) i cristiani sono oltre 2,6 milioni. Molti tra loro sono autoctoni e da sempre, probabilmente mischiando il prestito linguistico arabo con l'evangelizzazione cristiana, usano il termine Allah per rivolgersi a Dio. Che per altro, come dicono i monoteisti, è uno e uno soltanto.

In alto Allah in caratteri arabi. Nell'immagine in basso(del 2007) l'ex padre padrone della Malaysia Mahatir. Anche lui sostiene Perkasa

sabato 9 gennaio 2010

SUCCEDE A KL

Se la Malaysia non fosse un incredibile laboratorio dove, nonostante tutto, tre grosse e diversissime comunità convivono da secoli (autoctoni, cinesi e indiani), l'assalto ad alcune chiese cristiane in quattro diverse zone di Kuala Lumpur potrebbe restare notizia da derubricare nelle cronache locali. Ma proprio questi episodi in realtà marginali, in un paese dove persino l'islam più radicale si è dato un codice, sono segnali di malessere in una complessità, quella malaysiana, che è necessario tenere d'occhio. Anche perché, di questi tempi, l'attacco a un tempio cristiano rischia di infiammare ancor più gli animi predisposti a a vedere nell'islam il braccio del maligno.

I fatti: nella notte tra giovedi e venerdi attivisti in motoretta gettano benzina negli uffici amministrativi di un palazzo a tre piani della Chiesa protestante del Metro Tabernacolo nella zona Nord della città. Il piano terra viene praticamente distrutto. Contemporaneamente altri commando colpiscono, nella zona occidentale della capitale, altri due templi protestanti e un luogo di culto cattolico, la chiesa dell'Assunzione di Petaling Jaya. I danni in queste tre ultime chiese sono però ridotti anche se gli assalitori finiscono il lavoro sfasciando alcune auto parcheggiate nelle vicinanze. E mentre la polizia apre un'inchiesta, per le vie della capitale viene organizzata, nella giornata dopo il raid (cioè ieri, venerdi, giorno della preghiera) una manifestazione di protesta, promossa da 58 Ong musulmane, cui partecipano alcune centinaia di persone.

Gli antefatti: il raid contro le chiese è riconducibile, come la manifestazione di ieri, alla decisione dell'Alta corte che il 31 dicembre ha dato ragione a un giornale cattolico su una controversia di carattere lessical religioso: nel 2007 il governo aveva minacciato di chiusura il settimanale cattolico Herald, diretto da padre Lawrence Andrew, se avesse ancora utilizzato la parola Allah per indicare Dio. Per il ministero per gli Affari religiosi e lo stesso esecutivo (in Malaysia la Costituzione riconosce agli autoctoni – i pribumi – il diritto ad essere maggioranza nelle istituzioni e l'islam è religione di stato) il termine Allah poteva essere usato solo dai musulmani. Ma la redazione di Herald si era ribellata sostenendo che se i musulmani usano indifferentemente le due parole (in arabo Allah significa effettivamente Iddio) non si capiva perché non si potesse fare altrettanto sulla stampa cristiana. Dopo tre anni e un ricorso, l'Alta corte ha dato ragione all'Herald scatenando l'ira di alcuni gruppuscoli come il movimento giovanile musulmano “Abim” secondo cui l'uso improprio di Allah al posto di Dio sarebbe solo una surrettizia propaganda filo cristiana. Il governo malaysiano ha già annunciato ricorso sulla sentenza dell'Alta corte ma al tempo stesso ora si trova nell'imbarazzante situazione di vedersi scavalcato da gruppuscoli islamisti radicali che sono andati ben al di là addirittura del Pas (Parti Islam SeMalaysia), il partito islamista “istituzionale” secondo il quale non si può contestare la sentenza dal momento che sia gli ebrei sia i cristiani hanno diritto ad usare il termine Allah tanto quanto i musulmani.

Padre Lawrence getta acqua sul fuoco ma confida le sue preoccupazioni all'agenzia AsiaNews: “La protesta non ha fatto registrare incidenti perché la polizia ha fatto un buon lavoro e si impegna a mantenere la calma per prevenire un’escalation delle violenze”. La situazione non è ancora di pericolo ma, aggiunge, “siamo preoccupati”.

L'equilibrio etnico-religioso della Malaysia è una scommessa che dura da tempo. Durante l'epoca coloniale, i britannici importarono mano d'opera cinese e indiana per il lavoro nelle piantagioni di gomma. In seguito la diaspora cinese della Malaysia è diventata una delle più fiorenti dell'Asia e gli indiani, che sono in realtà il segmento più debole della società malaysiana, sono invece finiti a fare i lavori più umili o, nei casi più fortunati, a ingrossare le fila delle libere professioni. Una miscela di autoritarismo progressista è sempre riuscita però a tenere, seppur con una bilancia spostata sugli autoctoni, un equilibrio, facilitato dal benessere di un paese ricco e con discriminazioni relativamente sotto controllo. Ma nei periodi di crisi economica le tensioni si acuiscono.

Dopo decenni di dominio incontrastato l'Umno, il partito di maggioranza relativa che capeggia la coalizione del Fronte nazionale da sempre al governo, ha conosciuto una batosta elettorale nel 2008 che ha assicurato a una variegata opposizione molti seggi in parlamento. Il nuovo premier Najib Abdul Razak (nella foto), un economista al suo primo mandato e insediatosi nella primavera del 2009, ha promesso riforme e un governo della crisi economica che gli sta erodendo consenso in un paese dove la religione, molto spesso, viene usata come pretesto politico.