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martedì 26 marzo 2019

Perché resto filocinese

In questa riflessione per DinamoPress - un po' disarmato dalla ridda di voci che ci mettono in guardia dal pericolo giallo - mi chiedo se deve farci davvero paura la Nuova Via della Seta?

Negli anni Settanta un’intera generazione fu abbagliata dal maoismo. Ero tra quelli: filocinese allo spasimo con una copia del libretto rosso e un abbonamento al Pekin Information, disponibile in varie lingue. Pensavamo ai meriti della rivoluzione cinese ma preferivamo non sapere o non vedere il dramma della rivoluzione culturale. Sapevamo che in quel grande Paese era finita l’era della borghesia compradora – il tramite locale del commercio coloniale – e che finalmente tutti potevano mangiare. Ma ci illudevamo che il modello fosse definitivo ed esente dalle pecche insite nella traduzione cinese del leninismo: centralista, autoritaria, univoca.

Poi sull’Impero di mezzo calò un silenzio durato mezzo secolo fino alla scoperta che il modello aveva trasformato il socialismo in capitalismo di Stato la cui applicazione egualitaria risiedeva nello slogan “arricchirsi è giusto”. Libertà per tutti di far soldi purché all’interno delle linee visionarie partorite dal Comitato centrale. Un po’ di anni fa i cinesi hanno cominciato ad allargare la visione al di là dei confini come un Impero che si rispetti deve fare. E adesso siamo qui a fare i conti con una scelta di campo: restare con gli americani, di cui conosciamo pregi e pecche, o affidarci alla Nuova Via della Seta indicata da Pechino? O ancora trovare un equilibrio tra i due imperi oppure rifiutare in toto l’avanzata dei musi gialli restando ancorati alle antiche sicurezze e ai loro difetti senza correre il rischio di sperimentarne di nuovi?

Se devo dirla tutta, son rimasto filocinese. Ma col tempo ho ovviamente imparato l’arte del dubbio e a soppesare i pro e i contro da mettere sul piatto della bilancia. Oggi nel mondo ci sono grosso modo tre imperi: quello americano, quello russo e quello cinese. Bisogna farci i conti anche se obtorto collo. Posto che siamo molto vincolati al primo e che, purtroppo, nessuno dei tre si distingue nel tentativo di superare un modello di sviluppo incentrato sul consumo dei beni naturali del pianeta e sul consumo del surplus di beni prodotti dall’industria, da che parte dobbiamo stare? O meglio, visto che difficilmente possiamo liberarci dall’abbraccio americano – ci piaccia o no - e che non siamo molto interessati a quello post sovietico-zarista - cosa dobbiamo temere dai Grandi Timonieri?...

segue su Dinamopress


PS
Una lettura equilibrata tra potenzialità e rischi dell’abbraccio l’ha scritta Andrea Pira per Sbilanciamoci

lunedì 4 febbraio 2019

I cascami della guerra Usa-Cina (e della Guerra Fredda)

La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, una guerra che si combatte su più livelli (legale, diplomatico, commerciale), ha code un po' ovunque. Nel Sudest asiatico ne sono molto molto preoccupati.

Se la guerra dovesse andare avanti,  la Cina - in certi Paesi il maggior investitore - potrebbe veder contrarsi la sua economia con effetti molto temuti da un'area che ha già visto una forte crisi in passato e dove l'immobiliare di Bangkok - per citare il caso più eclatante - è sempre sul punto di rivelarsi una bomba in grado di scoppiare (e non è diverso a Sihanoukville o a Phnom Penh). Ora è successo che qualche giorno fa - stuzzicata da Fb sul golpe che portò Lon Nol al potere nel 1970 e che, si scriveva nel post, rovesciando il "principe rosso"  (come Sihanouk era noto per aver abdicato) apri la strada ai Khmer rossi, allo sterminio, alla barbari -  l'ambasciata statunitense ha voluto puntualizzare.

Pol Pot e Wang Dongxingsi
Tratta da The Cambodia Daily
I funzionari statunitensi, anziché lasciar perdere su una questione sulla quale la Storia ha già detto la sua, hanno invece preso le distanze dal post dichiarando che loro non c'entrarono un bel nulla col golpe ma che semmai i Khmer rossi qualcun altro li favorì: e cioè i cinesi. Per aggiungere benzina sul fuoco - scrive il PhnomPenh Post - gli americani hanno anche pubblicato  qualche foto imbarazzante e cioè quella - ma ve ne sono tantissime (vedi sotto)  - in cui  Pol Pot e l'allora vice del Comitato centrale del Pcc Wang Dongxing si scambiano sorrisi e convenevoli durante una visita ufficiale dei vertici cinesi nella Repubblica democratica di Kampuchea nel novembre del 1978. A volte la stupidità (della guerra) sembra davvero non avere confini.

Mao e Pol Pot nel 1975. Autore ignoto
I cinesi (il cui sostegno ai khmer rossi è fuor di dubbio)  l'han presa però con filosofia: in un botta e risposta a colpi di dichiarazioni, i funzionari cinesi dell'ambasciata della Rpc in Cambogia, han risposto per le rime e con un filo d'ironia: certo che non furono gli Stati Uniti a far si che Lon Nol si insediasse a capo di una nuova Repubblica (filoamericana ndr)...

...Ci pensò la Cia...