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martedì 14 maggio 2019

Incontri di fotogiornalismo

Racconterò del mio articolo per Il Reportage sulle  tracce di ciò che resta  dei khmer rossi in Cambogia e su un progetto (fallito) del governo di fare dei luoghi della loro resistenza finale  una sorta di tour turistico dell'orrore a fini propagandistici.

A sinistra: offerte votive sulla tomba di Pol Pot, il fratello numero 1. Qualcuno crede che lo spirito del vecchio possa dare i numeri giusti per tentare la fortuna. Forse nei vicini casino sulla frontiera con la Thailandia.




lunedì 18 marzo 2019

La memoria della guerra nel Vietnam. La Cambogia -2

La frontiera cambogiana, ma sarebbe meglio dire le frontiere cambogiane, esibiscono soprattutto casinò. Alti, lucenti, accattivanti in un paesaggio di case basse e misere come al posto di confine di Brum dove, tra duty free e roulette, è sorto un polo di attrazione che fa varcare il confine ai tailandesi in cerca dell’ebrezza del tavolo verde, vietato nel regno Thai. Da qui, se l’interesse non è quello di dilapidare il denaro, si prosegue per Battambang e poi verso Siem Reap, la meta più gettonata per le struggenti rovine di Angkor Vat, uno dei siti archeologici più affascinanti del pianeta. Ma sulla strada da Brum a Battambang si passa inevitabilmente per Pailin, una provincia – con capitale la città omonima – di circa un migliaio di chilometri quadrati e 70mila abitanti. La provincia è tra le più piccole del Paese ma ha due caratteristiche principali: i soldi e una storia davvero strana.

I casinò di Brum  si trovano infatti nella provincia di Pailin dove prima – e in parte è ancora così – i soldi si facevano col commercio illegale di pietre e legname. Gemme e tronchi andavano in Thailandia (Chantaburi al di là del confine è la città thai per le pietre) e il ricavato manteneva un piccolo esercito: quello dei khmer rossi rintanatisi qui dopo l’invasione vietnamita  nel 1978. Il paradosso è che oggi – in un Paese in cui la guerra per eccellenza è stata quella di liberazione dal delirio sociale di Pol Pot – Pailin è ancora il posto dove i gerarchi del vecchio regime possono godersi la vecchiaia. Un esempio: fino a cinque anni fa il  governatore di Pailin - poi presidente del Consiglio provinciale – era un ex khmer rosso. Ma non era certo uno qualsiasi il generale di corpo d’armata Y Chhien, responsabile personale della sicurezza di Saloth Sar, il vero nome del fratello Numero Uno. Su questa Salò in sedicesimo, abitata in gran parte da ex khmer rossi o contadini che beneficiarono dell’ultima roccaforte orientale (l’altra era più a Nord, verso Along Veng), è come se il governo avesse chiuso un occhio. Finita la resistenza khmer rossa negli anni Novanta (Pol Pot muore nel 1998), si son lasciate un paio di enclave per evitare grane a Phnom Penh. I tronchi oggi non si commerciano quasi più, semplicemente perché non c’è più una pianta, ma le gemme abbondano. E così gli affari legati al casinò.

Ma Pailin e Along Veng, dove si trovano le tombe di Pol Pot, Ta Mok e Son Sen, sono davvero due
Along Veng la piazza centrale
eccezioni. Due buchi neri per sistemare gli ultimi brandelli di guerriglia o i rappresentanti del Governo di coalizione khmer rosso, monarchico  e nazionalista che aveva sede a Pailin: riconosciuto dall’Onu, sostenuto dai cinesi, ben sopportato dai thailandesi e assai ben tollerato dalle potenze occidentali nemiche storiche dei vietnamiti. Che qui invece sono dei liberatori. I liberatori. La Cambogia, come il Laos, era una delle anticamere o se si preferisce delle retrovie, della guerra americana in Vietnam che doveva terminare nel 1975. Prima, quella che un tempo era l’Indocina francese, aveva combattuto la sua guerra di indipendenza coloniale per poi trovarsi ad aver a che fare con l’ingombrante presenza americana. Gli americani avevano bisogno di governi amici e dunque favorirono un golpe repubblicano in Cambogia, che doveva mettere nell’angolo il “principe rosso” Norodom Sihanouk, e – in Laos – il Pathet Lao, l’esercito di liberazione laotiano appoggiato dal Vietnam (lui pure col “principe rosso”  Souphanouvong). Anche Hanoi aveva bisogno di amici e attraverso Laos e Cambogia passava la famosa pista di Ho Chi Minh per rifornire la guerriglia in Sud Vietnam. Fu quella pista, unita al timore dell’“Effetto Domino” - che avrebbe tinto di rosso l’Asia sudorientale - a scatenare le ire e le bomba americane. La campagna dei B-52 iniziò nel 1969 per finire nel 1973. Ma bombardamenti “tattici” risalivano al 1965. Era la guerra segreta di Nixon: oltre 500mila tonnellate di bombe. Oltre 100mila morti soltanto per i raid.

La guerra americana però non ha lasciato grandi tracce nella memoria ufficiale della Cambogia. Per Hun Sen, l’ex ufficiale khmer rosso che passò poi ai vietnamiti e che, dopo l’invasione del 1978, dai vietnamiti fu messo al vertice del potere, la vera guerra da ricordare è soprattutto una: la sua. A gennaio, Phnom Penh ha celebrato i 40 anni dalla fine del regime khmer rosso caduto nel 1979 dopo i tre anni di terrore con cui aveva governato. Ma genocidario e folle che fosse quel regime, il mondo condannò i liberatori e Hun Sen finì con loro tra i paria. L’indiscusso leader cambogiano però non si era perso d’animo. E così, festeggiando con una mano  la fine dei khmer rossi e perdonando con l’altra i quadri minori e i loro maggiori sodali (i cinesi), il capo dei capi – 35 di potere ininterrotto -  ha rimodellato la Storia. A sua immagine. Eppure sul periodo khmer rosso i cambogiano preferiscono stendere un velo d’oblio. “Troppo dolore – dice un insegnante straniero di Siem Reap – e lo si capisce da certi comportamenti. Molto difficile vedere un cambogiano con un libro in mano. Troppo vivo il ricordo di quando, se che eri colto a leggere, venivi ucciso all’istante”

C’è però la macchina di propaganda del regime. Che non dimentica, Esalta gli amici vietnamiti e il grande leader e dice anche che – adesso - la Cina è un ottimo compagno di viaggio. Hun Sen c’è appena stato in gennaio portando a casa  promesse di investimenti, da qui al 2021, per circa 600 milioni di dollari. Nel 2018 il premier cinese Li Keqiang era già venuto a Phnom Penh con un pacchetto di 19 accordi da firmare e nel  2016 la Rpc era comunque  già diventata  la più grande fonte di capitale da investimento nel Regno.  Pechino val bene una messa. Per seppellire quell’aiuto a Pol Pot che Hun Sen preferisce dimenticare.


Moun  Sinarth è una delle guide del museo della guerra di Siem Reap. Entra nei dettagli mentre
conduce un gruppo di stranieri a visitare i piccoli allestimenti  con pezzi arrugginiti e mal conservati pur se si lavora a un ampliamento del sito. Nulla a che vedere  con Tuol Sleng, il museo del genocidio khmer rosso a Phnom Penh - curato e stravisitato – sulla lista di ogni tour nella capitale. Tra i tanti carri armati russi Moun ne indica uno: “In questo, c’è morto un mio parente”. Maledetta guerra. Una guerra che anche qui è soprattutto quella contro i khmer rossi di cui sono esibite fotografie e armi acanto agli abiti verdi e neri che, nella coreografia di un’omogeneità purista, il popolo da rieducare doveva vestire nei campi di lavoro da cui spesso non si faceva ritorno. Ma quando gli chiediamo cos'è stata la guerra per lui e da che parte stava, Moun si fa laconico: “Raggiunsi l’esercito nel 1979… avevo fame”.

Questo articolo è uscito su il manifesto il 13 marzo
La prima puntata si può leggere qui

lunedì 4 febbraio 2019

I cascami della guerra Usa-Cina (e della Guerra Fredda)

La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, una guerra che si combatte su più livelli (legale, diplomatico, commerciale), ha code un po' ovunque. Nel Sudest asiatico ne sono molto molto preoccupati.

Se la guerra dovesse andare avanti,  la Cina - in certi Paesi il maggior investitore - potrebbe veder contrarsi la sua economia con effetti molto temuti da un'area che ha già visto una forte crisi in passato e dove l'immobiliare di Bangkok - per citare il caso più eclatante - è sempre sul punto di rivelarsi una bomba in grado di scoppiare (e non è diverso a Sihanoukville o a Phnom Penh). Ora è successo che qualche giorno fa - stuzzicata da Fb sul golpe che portò Lon Nol al potere nel 1970 e che, si scriveva nel post, rovesciando il "principe rosso"  (come Sihanouk era noto per aver abdicato) apri la strada ai Khmer rossi, allo sterminio, alla barbari -  l'ambasciata statunitense ha voluto puntualizzare.

Pol Pot e Wang Dongxingsi
Tratta da The Cambodia Daily
I funzionari statunitensi, anziché lasciar perdere su una questione sulla quale la Storia ha già detto la sua, hanno invece preso le distanze dal post dichiarando che loro non c'entrarono un bel nulla col golpe ma che semmai i Khmer rossi qualcun altro li favorì: e cioè i cinesi. Per aggiungere benzina sul fuoco - scrive il PhnomPenh Post - gli americani hanno anche pubblicato  qualche foto imbarazzante e cioè quella - ma ve ne sono tantissime (vedi sotto)  - in cui  Pol Pot e l'allora vice del Comitato centrale del Pcc Wang Dongxing si scambiano sorrisi e convenevoli durante una visita ufficiale dei vertici cinesi nella Repubblica democratica di Kampuchea nel novembre del 1978. A volte la stupidità (della guerra) sembra davvero non avere confini.

Mao e Pol Pot nel 1975. Autore ignoto
I cinesi (il cui sostegno ai khmer rossi è fuor di dubbio)  l'han presa però con filosofia: in un botta e risposta a colpi di dichiarazioni, i funzionari cinesi dell'ambasciata della Rpc in Cambogia, han risposto per le rime e con un filo d'ironia: certo che non furono gli Stati Uniti a far si che Lon Nol si insediasse a capo di una nuova Repubblica (filoamericana ndr)...

...Ci pensò la Cia...

lunedì 21 gennaio 2019

La guerra dormiente sotto il Prasat Preah Vihear

Raggiungere il tempio khmer di Prasat Preah Vihear non è facile. Il grande complesso, composto di lunghi corridoi, cinture murarie ed enormi mura di pietra, è un gioiello dell’arte khmer della prima metà dell’XI secolo, quando il buddismo ancora non era diventato religione di Stato. Dedicato a Shiva, discretamente conservato e solo in parte ricostruito, si trova sulla linea di confine tra Cambogia e Thailandia ed è uno dei tanti nodi che segnano i non facili rapporti nei due Paesi che, otto anni fa, si presero a cannonate proprio nella zona del tempio. Sul motivo del contendere, la sovranità sui territori che circondano i resti sacri, non c’è ancora intesa ma solo una pace fredda e dunque una tensione sopita. Pronta a riaccendersi in una ventata nazionalista. Ma questo antico tempio, che in parte ricorda il maestoso complesso dell’Angkor Wat in pianura e che è tutelato dall’Unesco, è sempre stato un oggetto del contendere e ha visto più segni di guerra che non di pace.

Ci si arriva o con un tour organizzato da Siem Reap o utilizzando la miriade di minivan privati che in Cambogia sostituiscono il servizio pubblico e che partono solo quando sono pieni. Il tempio è situato in cima a una collina (nella catena dei monti Dângrêk) nella provincia di Preah Vihear, una delle più povere del Paese e che fu una delle ultime aree sotto il controllo dei Khmer rossi quando il loro regime – esattamente 40 anni fa – fu destituito da un’invasione del Vietnam, che lo tenne a lungo sotto tutela. I Khmer rossi si ritirano a Nord e a Est sulla linea di confine con la Thailandia. Tra i luoghi prescelti c’era anche Prasat Preah Vihear.

Per guadagnare la possibilità - rarissima in Cambogia -  di uno sguardo dall’alto sull’immensa pianura che costituisce questo Paese di 181mila kmq con solo 16 milioni di abitanti, bisogna prima attraversare un paesaggio piatto e desolato. In attesa delle piogge i campi vengono dati alle fiamme e una nera sequenza di arbusti e alberi bruciacchiati costeggia la strada. Una strada dove, se si sono salvate dagli incendi, allignano mucchi di spazzatura non biodegradabile. Appena si arriva in prossimità del confine, le rare montagne del Paese che fanno da frontiera naturale con la Thailandia, mostrano tutte lo stesso segno: una deforestazione selvaggia che avrebbe mangiato l’80% della foresta di questo Paese. Bisogna arrivare alla cittadina di  Sra'em, a una trentina di chilometri a Sud del tempio e da li proseguire in motocicletta (oltre 10 dollari) sino all’ingresso (biglietto 10 dollari) dove un’altra motoretta del parco archeologico (5 dollari) vi porterà sino in cima. A Sra'em non c’è nulla da vedere tranne un povero mercato di frutta e pesce circondato da baracche e da numerose officine di riparazione meccanica che sembrano l’unica attività reale del piccolo borgo...

...segue su Atlanteguerre.it con foto


venerdì 8 agosto 2014

Phonm Penh, quel verdetto pieno di vuoti

I due khmer rossi accusati di cirmini contro l'umanità:
 a sinistra Nuon Chea, l'ideologo, a destra  l'ex presidente
Khieu Samphan
Il “fratello numero 1” - di nome Pol Pot – è morto diversi anni fa. Il “fratello numero 3” - a nome Ieng Sary – è deceduto in prigione a 87 anni. Kain Guek Eav, il compagno Duch, il macellaio della prigione di Tuol Sleng è già in carcere dove sconta l'ergastolo. Mancavano solo il “fratello numero 2” - al secolo Nuon Chea, braccio destro di Pol Pot - e Khieu Samphan, il volto ufficiale del regime, presidente della Kampuchea democratica, il regime dei khmer rossi che prese il potere in Cambogia nel 1975 e la governò col terrore per quattro anni, fino all'invasione dei vietnamiti che ne decretarono la fine sostituendolo con un governo fantoccio, amico di Hanoi e Mosca e che, in un certo senso, ancora dura. Ieri la Corte speciale cambogiana, meglio nota come Tribunale per i khmer rossi, ha comminato l'ergastolo agli ultimi due uomini del regime in attesa di verdetto, accusati di crimini contro l'umanità e, nelle parole del giudice Nil Nonn, colpevoli di «sterminio, persecuzioni politiche e altri atti inumani come il trasferimento forzato, la scomparsa di persone e attentati contro la dignità umana».