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| Il "palazzo rosa" simbolo del potere del Nawab di Dacca Oggi è un museo. Poco più a Nord i quartieri produttivi di Kamrangirchar e Hazaribagh. Sversano nel Buriganga |
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lunedì 3 luglio 2017
T-shirt e scarpe dell'altro mondo
Non sempre la filiera tra i grandi marchi della moda e i Paesi poveri è così diretta. Un maglietta made in Bangladesh può essere tessuta con cotone uzbeco. E il cuoio di una scarpa prodotta in Cambogia può arrivare da Dacca. Viaggio nella catena nascosta di un’industria che nasconde bene anche il dolore
Dal cuore di Old Dakha, la capitale del Bangladesh, bisogna prendere dei piccoli battellini per attraversare il Buriganga e raggiungere l’altra sponda. Su questo largo fiume dalle acque nere come la pece si viene traghettati su piroghe sottili e dall’equilibrio apparentemente instabile. C’è un gran traffico di umanità, animali, utensili che, per qualche centesimo, si spostano dalla riva dove troneggia il palazzo rosa di Ahsan Manzil, una volta sede del “nababbo” (nawab), a un quartiere anonimo dall’altra parte del fiume che scorre verso il Golfo del Bengala. Pieno di negozi di tessuti naturalmente, una delle grandi ricchezze del Bangladesh che ogni anno porta al Paese 30 miliardi di dollari in valuta. Le fabbriche però, grandi o piccole, sono lontane dal centro città: stanno a Savar, dove si è consumato il dramma del Rana Plaza, o adAshulia, distretti suburbani industriali. Ma in pieno centro c’è invece il cuore della produzione di un altro grande bene primario del Bangladesh che se ne va tutto in esportazione: il cuoio. Decine di fabbriche dove si fa la concia delle pelli: la prima lavorazione e quella più tossica che trasforma la materia prima nel prodotto base che può poi diventare scarpa o borsetta. A un pugno di isolati dal Palazzo rosa, nel distretto di Kamrangirchar e in quello gemello di Hazaribagh, divisi dal Buriganga, si lavora in condizioni bestiali anche con l’aiuto di ragazzi di 8 anni. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il 90% di chi lavora in queste fabbriche di veleni che si sciolgono nel fiume non supera i cinquant’anni. Pavlo Kolovos, il responsabile di tre cliniche di Medici Senza Frontiere a Kamrangirchar, spiega che «la metà dei pazienti che viene negli ambulatori di Msf lo fa per problemi legati al lavoro: malattie della pelle, intossicazioni, insufficienze respiratorie...». Dice Deborah Lucchetti della campagna “Abiti Puliti”: «Le nostre inchieste mostrano come l'esposizione al cromo, quando viene trattato in maniera non adeguata e si trasforma in cromo esavalente, può portare anche al tumore. Senza contare che gli scarti delle lavorazioni vanno a finire in falde e terreni espandendo il danno anche oltre la fabbrica».
venerdì 31 gennaio 2014
SOLDI E OWNERSHIP, L'ALTRO FRONTE DELLA GUERRA AFGANA
Lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar) ha affidato a Ernst & Young e Kpmg un'indagine su come gli afgani spendono i soldi americani. Gli esperti hanno lavorato dal gennaio 2011 all'agosto 2013 spulciando 16 ministeri afgani. Ma il responso degli esperti è negativo. A loro avviso i ministeri sono incapaci di gestire e di rendicontare le spese nonostante le raccomandazioni (696!) che E&Y e Kpmg hanno fatto nei loro report finanziari dedicati. Quasi la metà delle raccomandazioni si esprimeva con i termini di "critico" o ad "alto rischio", in particolare per 7 delle 16 entità. I soldi in aiuto che gli americani hanno riversato in Afghanistan sono tanti (vedi nota*): qualcosa come 96,57 miliardi di dollari tra il 2002 e la metà del 2013 anche se la parte del leone l'hanno fatta il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato mentre solo il 13% (circa 13,3 miliardi di dollari) sono andati alla United States Agency for International Development (Usaid) per la ricostruzione, attraverso un fondo (Economic Support Fund o Esf) che viene finanziato su indicazione del Congresso e che attualmente, dal 2002, è arrivato a un bilancio (diremmo "allocato") di 16.65 miliardi. Per quanto riguarda i ministeri afgani però la torta è ancora più piccola: l'aiuto "diretto" dal 2004 a metà 2013, è stato pari a 1,8 miliardi di dollari, per 18 progetti divisi tra 10 ministeri e altre entità governative afgane. Ma attenzione, su una stima di 1,677 miliardi solo 688 milioni sono stati effettivamente impegnati e soltanto 226,9 milioni sono effettivamente arrivati a destinazione. Ciò si deve alla decisione presa a Londra nel 2010 di destinare in forma diretta al governo afgano i fondi per la ricostruzione almeno per il 50% del totale, cosa da cui sembra si sia abbastanza lontani. Ma da questo ad aprire la borsa comunque ce ne passa, al netto dei (pur comprensibili) controlli. A conti fatti, si potrebbe dire che il rapporto di fiducia con gli afgani è quasi pari a zero o cresce molto a rilento e con una certa distanza dalle raccomandazioni di Londra prima e Tokio poi. Ciò si deve certamente anche ai "buchi" neri nella forma in cui è gestita la cosa pubblica, alla corruzione, a una competenza ancora non completa. Ma anche alla decisione di privilegiare altri attori.
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