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sabato 22 febbraio 2025

I tagli di Usaid e gli effetti sul conflitto birmano


Sia a Yangon, sia a Bangkok le preoccupazioni corrono dopo  i tagli e i congelamenti di Usaid che hanno ucciso gran parte del sostegno umanitario attorno alla guerra birmana. In Thailandia colpendo chi lavora negli ospedali o nei campi profughi alla frontiera con il Myanmar. E nel Paese delle mille pagode a chi, in questi anni di guerra (il quinto è appena iniziato), ha cercato di portare un po’ di sollievo nelle campagne, negli slum, alle colonne di circa tre milioni e mezzo di profughi prodotti dal conflitto.

«Il problema non riguarda solo i fondi in sé – spiega un funzionario delle Nazioni Unite – ma l’intera filiera della distribuzione che in massima parte è oggi affidata a grandi e piccole Ong con un sistema di appalti e subappalti funzionali. Usaid le ha messe fuori gioco nel giro di una settimana, ma così ha messo fuori gioco anche i grandi: abbiamo i magazzini pieni di cibo e medicine, ma non riusciamo a farli arrivare alla gente. Una condanna a morte». Lo conferma anche un cooperante che preferisce, dato il clima che c’è in Myanmar, mantenere l’anonimato: «Qui più che altrove, l’Onu ha difficoltà a raggiungere le zone di conflitto perché il governo lo impedisce e dunque la nostra funzione era essenziale. Riusciamo a eludere i divieti, le Nazioni Unite non possono farlo».

Le dimensioni quantitative lasciano intendere la dimensione. L’America è uno dei maggiori donatori mondiali anche qui. In uno degli ultimi comunicati che si possono leggere sul sito dell’ambasciata Usa in Birmania, datato 25 ottobre 2024, si legge che «…questi fondi portano l’assistenza umanitaria totale degli Stati Uniti per le persone vulnerabili in Myanmar a quasi 141 milioni di dollari dall’inizio dell’ultimo anno fiscale per sostenere le comunità colpite dal conflitto, dagli sfollamenti e dalla crescente insicurezza alimentare». Inoltre, nel 2024, gli Stati Uniti hanno autorizzato stanziamenti annuali per il periodo 2023-2027, con 121 milioni di dollari destinati all’anno fiscale 2024, per sostenere gruppi pro-democrazia e fornire assistenza umanitaria in Myanmar. Dal 2001, e in progressione, gli Usa hanno garantito quasi 240 milioni di dollari ai birmani, secondi solo alle Filippine. «Circa il 47% di questi fondi – scrive la ricercatrice Su Mon Thazin Aung – è andato al settore umanitario». Tutto cancellato o almeno congelato. Con gli effetti immediati a cascata che abbiamo ricordato.

Una fonte vicina alla Resistenza che incontriamo  a Bangkok ci confida che gli aiuti erano spesso mirati a sostenere i gruppi della resistenza. Magari non direttamente (con armi o denaro, per quanto sappiamo) ma con un sostegno che di fatto si traduce in sopravvivenza e consenso nelle zone (ormai quattro quindi del Paese secondo la Bbc) controllati dal governo clandestino o dai gruppi "etnici" armati. I tagli non uccideranno solo per fame, saranno un duro colpo anche per chi si oppone ai golpisti.

In mezzo a un mare di cattive notizie, ce n’è almeno una buona. E viene dall’Italia che, dopo il golpe militare del 2001, aveva congelato 1.300.000 euro destinati ad attività di sostegno alimentare, igiene e benessere. Questi soldi si trovano in banche birmane e dunque l’operazione per poterli ridestinare e riprogrammare in nuove attività ha seguito un iter complesso, incontrando anche le resistenze di chi voleva tagliare i ponti con Naypyidaw completamente. Ma adesso sembra che il meccanismo si stia sbloccando. Una goccia nel mare, certo, come i 150 birmani iscritti quest’anno nelle nostre università anche grazie a borse di studio, ma mai come oggi tanto necessaria. «Non stiamo lavorando col governo – dice ancora il cooperante – ma con le popolazioni locali. Ecco perché sbloccare questi fondi è così importante».

venerdì 28 giugno 2019

L'Afghanistan, la moda e le donne. A Milano con qualche piacevole sorpresa

Sono sempre un po’ scettico sulle cose organizzate dagli americani sull’Afghanistan. Son dunque andato un po’ prevenuto a Milano per un “evento” organizzato da Usaid, l’agenzia di cooperazione americana, per presentare una sorta di “polo del lusso afgano”: moda, gioielli, tappeti etc. In effetti l’evento, che tutto sommato poteva avere un suo perché, mi ha dato l’idea di una delle tante operazioni di propaganda che gli americani son tenuti a fare per giustificare (e noi con loro) la nostra presenza nell’Hindukush. Più per favorire l’immagine del buon alleato che non per sostenere gli scambi commerciali degli espositori che – tra un chiacchiericcio e l’altro – ho sentito lamentarsi proprio di questo. Le fiere si fanno per vendere oggetti, insomma, non parole.

Al centro un modello di Zolaykha
Sotto, su manichino
Ciò detto l”Afghanistan Luxury Show” (che suona anche un po’ fuori luogo per un Paese che sta per festeggiare 40 anni di guerra ininterrotta e un livello di povertà notevole) è stata però un’occasione piacevole almeno per chi, come me, non compra e non vende ma guarda soltanto. Con alcune piacevoli sorprese. Conoscevo già Azezana e le sue sciarpe incredibilmente raffinate. Ho anche visitato il suo laboratorio a Kabul e ho visto come lavora un’equipe di donne con antica e raffinatissima tecnologia al telaio. Di Zarif Design invece avevo solo sentito parlare. L’atelier è a Kabul a Sherpur ma non l’ho mai visitato. Una sorpresa dunque veder sfilare queste lievi e bellissime modelle afgane (o afgano-americane) coi suoi capi che hanno un valore aggiunto che va spiegato.

Zolaykha Sherzad ha preso il chapan, un tipico mantello maschile, e l’ha trasformato in un capo femminile. Non è uno scherzo fare una cosa del genere in una società tradizionale, pur se i capi di Zolaykha son destinati a un pubblico d’élite. Significa trasporre nella moda il coraggio del cambiamento. Introdurre una confusione di genere che travalica il genere e mescola maschile e femminile. Bello, oltreché interessante e coraggioso.

La giornata è stata l’occasione di altri piacevoli incontri: la mia amica Soraya d’Afghanistan, nipote di re Amanullah e, come lui, amata dalle gente semplice perché la principessa si dà da fare per promuovere il lavoro delle donne afgane. Senza retorica e con piccoli gesti quotidiani, come raccontare quello che fanno nei tanti incontri dove viene invitata. Poi ho rivisto Basir, un afganone alto alto che gestisce Samarkand, ristorante orientale alla Bovisa in cui mi riprometto di andare al più presto. La sua cucina mescola Marco Polo e la Via della seta, piatti afgani con la tradizione dell’Asia centrale. Infine ho avuto modo di stringere la mano a due persone che ho solo letto o ascoltato alla radio: Atai Walimohammad (“Ho rifiutato il paradiso per non uccidere” storia della sua vita pubblicata con Multimage) che sta mandando alle stampe un romanzo nientemeno che con Feltrinelli. E Lorenzo Cremonesi, inviatone del Corsera, uno che ha fatto la storia del giornalismo italiano con un coraggio da leone. L’ho incrociato spesso ma non ci eravamo mai presentati. Ora il suo giornale gli preferisce la storia del bikini di qualche modella o gli amorazzi dei calciatori, ma chi ha letto i suoi articoli o lo ha ascoltato a Radio Popolare sa che i bikini passano, i grandi racconti no. Son tornato a casa soddisfatto. Grazie Usaid.

giovedì 27 novembre 2014

Le diverse tattiche e strategie della guerriglia afgana (aggiornato)

Questa mattina un terrorista suicida ha preso di mira a Kabul l'ambasciata britannica colpendo un convoglio nella zone Est della città sulla Jalalabad Road  (l'ambasciata si trova  invece nel lungo vialone che collega Shar-e-Naw a Wazir Akhbar Khan). Le vittime sono già almeno sei e tantissimi i feriti. Praticamente tutti civili anche se non è ancora chiaro chi c'era nell'auto presa di mira dal kamikaze davanti alla legazione del Regno unito e che apparteneva appunto all'ambasciata (a quanto pare un funzionario della stazione diplomatica). Per ora non c'è rivendicazione  ma probabilmente arriverà (la rivendicazione è arrivata in effetti qualche ora dopo): per quanto odioso, l'attentato rientra nella tattica dei talebani dal momento che l'auto di un'ambasciata cui fanno capo gli invasori è un obiettivo militare. Infine, come nel pomeriggio si è capito, faceva parte di un piano preordinato che nella tarda giornata ha colpito il centralissimo quartiere di Wazier Akbar Khan, non molto lontano proprio dal luogo in cui si trova l'ambasciata del Regno unito (è stata colpita la International Relief & Development, una Ong americana che per l'80% utilizza fondi Usaid. Anche questo elemento è in parte una novità ma va considerato che l'Ird è uno dei principali colossi umanitari americani che gestisce un budget - in una quarantina di Paesi tra i quali l'Afghanistan fa la parte del leone - di circa 500 milioni di dollari l'anno. Solo nel settore delle costruzioni stradali ha gestito un progetto triennale nel Sud del Paese dell'Hindukush del valore di 400 milioni di dollari).

venerdì 31 gennaio 2014

SOLDI E OWNERSHIP, L'ALTRO FRONTE DELLA GUERRA AFGANA

Lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar) ha affidato a Ernst & Young e Kpmg un'indagine su come gli afgani spendono i soldi americani. Gli esperti hanno lavorato dal gennaio  2011 all'agosto 2013 spulciando 16 ministeri afgani.  Ma il responso degli esperti è negativo. A loro avviso i ministeri sono incapaci di gestire e di rendicontare le spese nonostante le raccomandazioni (696!) che E&Y e Kpmg hanno fatto nei loro report finanziari dedicati. Quasi la metà delle raccomandazioni si esprimeva con i termini di "critico" o ad "alto rischio", in particolare per 7 delle 16 entità. 

 I soldi in aiuto che gli americani hanno riversato in Afghanistan sono tanti (vedi nota*): qualcosa come 96,57 miliardi di dollari tra il 2002 e la metà del 2013 anche se la parte del leone l'hanno fatta il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato mentre solo il 13% (circa 13,3 miliardi di dollari) sono andati alla United States Agency for International Development (Usaid) per la ricostruzione, attraverso un fondo (Economic Support Fund o Esf) che viene finanziato su indicazione del Congresso e che attualmente, dal 2002, è arrivato a un bilancio (diremmo "allocato") di 16.65 miliardi. Per quanto riguarda i ministeri afgani però la torta è ancora più piccola: l'aiuto "diretto" dal 2004 a metà 2013, è stato pari a 1,8 miliardi di dollari, per 18 progetti divisi tra 10 ministeri e altre entità governative afgane.  Ma attenzione, su una stima di 1,677 miliardi solo 688 milioni sono stati effettivamente impegnati e soltanto 226,9 milioni sono effettivamente arrivati a destinazione. Ciò si deve alla decisione presa a Londra nel 2010 di destinare in forma diretta al governo afgano i fondi per la ricostruzione almeno per il 50% del totale, cosa da cui sembra si sia abbastanza lontani. Ma da questo ad aprire la borsa comunque ce ne passa, al netto dei (pur comprensibili) controlli. A conti fatti, si potrebbe dire che il rapporto di fiducia con gli afgani è quasi pari a zero o cresce molto a rilento e con una certa distanza dalle raccomandazioni di Londra prima e Tokio poi. Ciò si deve certamente anche ai "buchi" neri nella forma in cui è gestita la cosa pubblica, alla corruzione, a una competenza ancora non completa. Ma anche alla decisione di privilegiare altri attori.