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mercoledì 27 gennaio 2016

Personaggi del giorno: Christiane Taubira

La ministra francese della Giustizia Christiane Taubira si è dimessa dopo la proposta del suo presidente (come lei socialista) di revocare le cittadinanza a chi, avendone una doppia, sia accusato di terrorismo. Tutta d'un pezzo

sabato 2 febbraio 2013

MALI, I NODI AL PETTINE

I nodi vengono al pettine. Nello stesso giorno, Amnesty International e Human Rights Watch, le maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, hanno denunciato gli abusi commessi sulla popolazione civile nella guerra in Mali, dopo che francesi ed esercito di Bamako hanno ripreso le città sotto controllo islamista. Alle loro voci si aggiunge quella di testimonianze raccolte dai pochi giornalisti, tra cui quelli dell'Associated Press, che riescono a raggiungere le zone “liberate”.

Quello che si temeva e che, senza essere facili Cassandre, era già stato denunciato dalle prime indicazioni emerse dopo i raid francesi iniziati a gennaio, è adesso una realtà codificata che ha sostituito alle ipotesi e alle illazioni prove e testimonianze oculari che raccontano di bombardamenti, arresti indiscriminati, esecuzioni, corpi abbandonati nel deserto descritti da che ha visto. In un clima, denunciano le organizzazioni umanitarie, nel quale l'esercito maliano agisce da censore, dando indicazioni a chi parla con la stampa o vietando contatti con stranieri in cerca di informazione.

Amnesty International ha reso noto ieri un dossier, il primo sulla situazione in Mali durante il conflitto e redatto al termine dell'ultimo lavoro (di cui abbiamo dato notizia il 22 gennaio) di una missione spedita sul posto per verificare voci e timori che già allora, a nemmeno due settimane dai primi raid, si stavano trasformando nella cruda normalità della guerra e nel tradizionale meccanismo di “pulizia” che segue di regola le operazioni militari dall'aria. Il dossier (il quarto dal 2012 e il primo del 2013 dopo le missioni a Ségou, Sevaré e Niono e nelle città di Konna and Diabaly dopo l'arrivo dei franco-maliani) dice che un “quadro più chiaro del costo del conflitto sta iniziando ad emergere” anche se resta “molto difficile confermare tutte le circostanze delle molte presunte violazioni”. Amnesty ha però ricevuto testimonianze “credibili” su civili vittime di “esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito del Mali dal 10 gennaio 2013”, cioè dopo l'intervento francese. Inoltre, l'organizzazione ha avuto notizia che almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo lanciato durante la controffensiva congiunta franco maliana per riprendere la città di Konna. Amnesty ha anche raccolto “testimonianze di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati islamici” che si sono macchiati di omicidi hanno fatto uso di bambini soldato.

Ma se le nefandezze degli islamisti dei gruppi qaedisti, da cui la stragrande maggioranza dei residenti ha preso le distanze, non stupiscono, ciò che più colpisce del rapporto è l'accusa all'esercito maliano, in qualche modo coperto se non altro dal silenzio delle autorità francesi. “Le informazioni ricevute da Amnesty – dice ancora il rapporto First Assessment of the Human Rights situtione after three week Conflict - indicano che dopo che le forze franco maliane hanno assunto il controllo di Gao e Timbuctu, civili tuareg e arabi - accusati di essere vicini ai gruppi islamisti armati – sono stati presi di mira da parte dei residenti e parte dei loro beni sono stati saccheggiati”. AI ha ricevuto richieste d'aiuto da gente di Gao che si dichiaravano obiettivo di rappresaglia per i suoi presunti legami con tuareg o gruppi armati islamisti, mentre le forze governative sarebbero rimaste a guardare.

Sugli attacchi aerei ancora si sa poco, ma la testimonianza di un parente delle vittime è inequivocabile. E' l'11 gennaio a Konna: “Ho sentito il rumore di due elicotteri e immediatamente il lancio dei razzi...sono stato ferito da schegge nei piedi. Poi vengono sparate bombe contro le cinque finestre e le tre porte della mia casa dove ci sono mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Mi sono precipitato dentro e ho visto i miei fratelli coperti di sangue che scorreva a fiotti da diverse ferite...erano già morti”. Di quella famiglia ci sono nomi ed età: Aminata Maiga 40 anni, Adama dieci anni, Ali 11, Zeinabou sei. Un altro dei fratelli, Saouda, si è salvato: è stato ferito a un braccio e a una gamba. Poco più in là un siluro ucciderà un meccanico in bicicletta. Sono i primi effetti collaterali di cui abbiamo notizia certa.

Hrw dal canto suo ha denunciato ieri (un giorno dopo l'uscita del suo Rapporto 2013) un episodio raccapricciate: si svolge a Sevaré il 9 gennaio, prima dell'attacco francese, e mentre Konna, 65 chilometri più a Nord, è sotto attacco dei ribelli islamisti. Qui la pulizia (in parte anche etnica visto che si tratta per lo più di peul, una minoranza maliana dalla pelle ambrata e dai tratti somatici nilotici) è preventiva. La cornice è la stazione degli autobus dove l'esercito ferma dei sospetti che non hanno documenti: i testimoni raccontano di attimi drammatici in cui gli arrestati, prima di essere portati via, cercano disperatamente tra il pubblico testimoni della loro identità. Poi 13 persone, forse di più, vengono portate in un campo e fucilate. I loro corpi finiscono nei pozzi vicini, il modo ormai usuale in Mali per far sparire i cadaveri. L'esercito nega. Non sa nulla nemmeno di cinque uomini scomparsi nelle guarnigioni di Konna e Sevaré sempre in gennaio. Non è l'unico crimine denunciato dall'organizzazione che certifica anche testimonianze su soldati sotto l'effetto patente dell'alcol. Hrw non risparmia certo gli islamisti che si sono distinti in violazioni di ogni tipo: esecuzioni sommarie, e, come già denunciato dall'organismo con sede a New York, l'utilizzo di bambini soldato, addirittura di solo 11 anni.

Alle voci di Hrw e AI si aggiunge quella dei giornalisti. Ieri l'Associated Press ha riferito di tre uomini arrestati dai maliani a Timbuctu e visitati in carcere. I tre, islamisti noti, hanno denunciato torture: “Mi hanno versato in bocca e sulle narici 40 litri d'acqua sino a soffocarmi...pensavo di morire – dice Ali Guindo – dormivo all'addiaccio e ogni notte mi vbuttavano addosso acqua gelata”. Tutti e tre riferiscono ad Ap una versione molto simile. Sino a che i soldati non fanno rapidamente smettere l'intervista.

venerdì 20 gennaio 2012

LA FRANCIA SOSPENDE LE OPERAZIONI IN AFGHANISTAN

Base Nato di Gwam, distretto di Tagab, provincia di Kapisa a Nordest di Kabul e a pochi chilometri dalla base americana di Bagram, la più grande dell'Afghanistan. E' in questa provincia orientale che venerdi, poco dopo una partita sportiva tra commilitoni, un soldato afgano, tra quelli che le truppe francesi stanno addestrando, prende il fucile e spara. Come un cecchino. Colpisce diversi soldati disarmati, forse in tuta e che certo non si aspettano quell'azione proprio all'interno della base. Prima di essere fermato, ne uccide quattro. Ci sono anche oltre una dozzina di feriti. L'uomo viene arrestato mentre la base viene immediatamente circondata e nessun locale viene più lasciato avvicinarsi.

La reazione francese è immediata. Parigi sospende le attività di training in corso con l'esercito afgano e tutti gli operativi nei quali i francesi affiancano gli afgani. Sostanzialmente si smette di insegnare ma anche di combattere. Ma il presidente Nicolas Sarkozy va oltre. Dice che sul piatto va a finirci anche un'ipotesi di ritiro anticipato, forse un'accelerazione sulla tabella di marcia che entro il 2014 dovrebbe vedere il ritiro di tutte le trippe occidentali (comprese le nostre). Parigi ha già ritirato in ottobre 400 soldati facendo scendere il numero dei militari d'Oltralpe a 3600 unità (l'Italia ne ha 4200 e comincerà a ritirare a fine anno anche se non è chiaro quanti ). Se ne parlerà a quattrocchi con Karzai nell'imminente visita che il presidente afgano sta per fare a Parigi (e a Roma).

La scelta dei francesi è senza precedenti. E' dura e motivata anche da fatti recenti: soltanto venerdi scorso 16 militari francesi sono stati feriti nel distretto di Tagab e il 29 dicembre dell'anno passato due legionari erano stati uccisi da un soldato afgano immediatamente abbattuto. Con loro i morti erano saliti a 78. Ora sono 82. Un'inchiesta è stata avviata mentre Karzai ha fatto arrivare le sue condoglianze proprio mentre il titolare delle Difesa francese chiedeva garanzie a Kabul sulle modalità di arruolamento della truppa locale. Ma che si sia trattato di un talebano, di un guerrigliero travestito che si era infiltrato nell'Ana (l'esercito afgano) è per ora solo un'ipotesi su cui forse l'arrestato potrà dare lumi. L'uomo era distaccato permanentemente in una postazione su una montagna della provincia di Kapisa, dunque in forza da qualche tempo. La faccenda è complicata.

Il New York Times, citando fonti americane e afgane e memorandum interni coperti da segreto, spiega che l'aumento di queste azioni non si deve, nella maggior parte dei casi, alla guerriglia. Semmai alla mal sopportazione che gli afgani hanno verso gli occupanti, specie se questi utilizzano il loro potere per umiliarli. Fu un'ipotesi che si affacciò anche in Italia quando nel gennaio di un anno fa venne ucciso il caporalmaggiore di 33 anni Luca Sanna da un “infiltrato” afgano a Bala Murghab (Herat). Ma anche in quel caso i dubbi non mancarono anche perché, mentre il ministro della Difesa Ignazio La Russa aveva negato il “fuoco amico”, un comunicato della Nato, qualche giorno dopo, aveva confermato invece che si era trattato di un omicidio messo a segno da un soldato afgano. Senza far menzione di possibili talebani infiltrati.