Crescono in Sri Lanka le preoccupazioni dei musulmani locali per possibili attacchi contro la comunità sull’ondata delle emozioni suscitate dalla strage nelle chiese cattoliche. E mentre prosegue l’indagine sulla pista islamista, presidente e governo continuano a non essere in sintonia e sostengono che nelle loro mani non è mai arrivato l'allerta che avrebbe potuto evitare gli attentati
Il presidente Maithripala Sirisena, che aveva promesso "un'azione severa" verso chi non aveva trasmesso i famosi allerta arrivati dall’intelligence indiana e americana che prospettavano attacchi alle chiese e che già facevano il nome del gruppo islamista ora indicato come l’organizzazione che ha progettato la Pasqua di sangue, è sempre al centro della una polemica: l’esecutivo sostiene che la presidenza sapeva mentre il governo non era stato informato. Sirisena ribatte che non ne sapeva nulla. Così è passato dalle parole ai fatti: ha chiesto le dimissioni di due pezzi grossi della macchina statale. Il primo è il segretario alla Difesa Hemasiri Fernando, anche a capo dello staff presidenziale e del Board of Investment del Paese. Il secondo è l'ispettore generale della polizia, Pujith Jayasundara. E’ il memo dell’11 aprile redatto dal suo vice Priyalal Dassanayake ad aver messo in imbarazzo il presidente. E a questo punto non si capisce più chi quel memo abbia letto, chi lo abbia ignorato o sottovalutato o addirittura cestinato. Sia presidenza sia governo negano infatti di essere stati informati... continua su atlanteguerre
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giovedì 25 aprile 2019
martedì 23 aprile 2019
Quattro scenari per una strage
Il governo dello Sri Lanka punta l’indice sull’estremismo islamico mentre continua a salire il bilancio delle vittime della Pasqua di sangueIl giorno dopo la strage che ha stravolto lo Sri Lanka è la pista islamica quella che sembra essere nelle corde del governo e della maggior parte di commentatori, analisti e di pezzi da novanta come il segretario di Stato americano Pompeo che promette guerra al terrore. Mentre il lunedi si chiude con coprifuoco e stato di emergenza – che consegna il controllo della sicurezza al presidente - e mentre la giornata sconta l’ennesima bomba vicino alla chiesa di Sant'Antonio a Colombo (dove resta lievemente ferito l’inviato di Repubblica, Raimondo Bultrini) si fanno i conti della Pasqua di fuoco: quando l’esplosione quasi simultanea di autobombe e kamikaze ha colpito quattro alberghi di lusso della capitale e tre chiese a Colombo, Negombo (poco più a Nord) e Batticaloa nell’Est.
Il bilancio cresce di ora in ora e sfiora quota 300 morti. Diverse centinaia i feriti. In assenza di rivendicazioni, l’indice è puntato su un gruppo radicale locale, la National Thowheed Jamath, un’associazione minore estremista e nota al più per atti vandalici non a caso contro obiettivi buddisti (le due comunità si sono spesso scontrate con gravi incidenti come nel marzo scorso). Il ministro della sanità Rajitha Senaratne ha confermato ieri che i sette kamikaze apparterrebbero a questo gruppo anche se è difficile capire dal corpo martoriato di un attentatore la sua provenienza. Sono presumibilmente di questo gruppo anche gli arrestati che già in parte domenica sera erano stati ammanettati dalla polizia. Senaratne è andato oltre, accusando il presidente Sirisena di non aver dato credito – e di aver nascosto al premier Wickremesinghe – le allerta dei giorni scorsi. Sirisena, presidente dal gennaio 2015, è anche a capo delle forze di sicurezza e forse ha sottovalutato l’allarme. Ma la vicenda riporta allo scontro interno alla politica locale tra presidenza e parlamento, tra Sirisena e Wikremesinghe. Forse è da qui che si può partire per disegnare almeno il contesto in cui le stragi sono avvenute e prima di avventurarsi nell’indicare questa o quella pista.
Il quadro politico
Maithripala Sirisena si presenta come l’uomo nuovo della politica srilankese quando a sorpresa si candida contro Mahinda Rajapaksa, il padre padrone del Paese. Rajapaksa è l’uomo che ha represso le rivendicazioni tamil nel Nord e distrutto – con stragi che non risparmiano civili – la struttura delle Tigri tamil, gruppo secessionista autore di numerosi attentati terroristici (i primi, dopo i giapponesi, a utilizzare kamikaze). Rajapaksa è accusato di essere un autocrate che, circondato da fratelli e parenti, ha garantito un piccolo miracolo economico ma “venduto” il Paese alla Cina. Alla fine del voto, il dittatore – che ha perso nelle urne – tenta un golpe che fallisce in poche ore. Sirisena sale sullo scranno applaudito dal popolino e benedetto dalle ambasciate di Delhi e Washington. Ma qualche anno dopo, nell’ottobre scorso, sconfessa – sorprendentemente - il premier Wickremesinghe e al suo posto insedia proprio l’ex nemico. C’è un braccio di ferro, qualche scontro e qualche vittima. Poi la Corte suprema delegittima l’azione del presidente e Wikremashinghe torna in sella. Il tutto ha un sapore oscuro, con un balletto bizzarro di personaggi e una crisi – che come dimostrano queste ore – perdura.... (segue su atlanteguerre.it)
domenica 25 gennaio 2015
Colombo-Milano: luci e ombre del nuovo e del vecchio corso
L'ultima
notizia sulla bufera scatenata dalle notizie sulla notte del voto,
quando Rajapaksa avrebbe convocato il consigliere giuridico del
presidente e i capi di polizia ed esercito per tentare un golpe,
riguarda il ministro della Giustizia ormai in punta di dimissioni
Mohan Pieris. Accusato di aver tradito il suo mandato di super partes
per essere stato presente alla riunione in cui Rajapaksa voleva
ribaltare il risultato, chiede ora che lo si lasci uscire dal Paese.
Ma con un'uscita onorevole. Un posto all'Onu, a Londra...o a Milano.![]() |
| Il sipario strappato. Un manifesto elettorale di Rajapaksa |
Intanto
il nuovo governo di Maithripala Sirisena ha levato l'odiosa domanda
di permesso necessaria per visitare i distretti del Nord a
maggioranza tamil. Non è molto in realtà mentre molte sono le
aspettative sui prossimi passi, il primo dei quali riguarda il 13mo
emendamento della Costituzione che, secondo il parlamento, avrebbe
il compito di garantire un decentramento dei poteri sinora rimasto
sulla carta e minacciato dalla scure con cui Rajapaksa avrebbe voluto
decapitarlo, sottraendo alle province poteri da delegare invece al
ministero dello Sviluppo economico, retto dal fratello Basil.
domenica 11 gennaio 2015
Sri Lanka tra Pechino e Santa sede
Mentre con una rapidità stupefacente il neo presidente Sirisena sta già formando il suo governo a poche ore dall'insediamento e dalla clamorosa sconfitta di Mahinda Rajapaksa, Sri Lanka aspetta un altro grande evento: l'arrivo del papa. Non si tratta di una visita pastorale come tante e arriva in un momento complesso che non ha mancato, prima delle elezioni, di suscitare polemiche nella base e tra la gerarchia progressista dell'isola, dove i cattolici sono una minoranza piccola ma presente e a cui stava a cuore che Bergolgio non si prestasse a speculazioni politiche da parte del presidente. Adesso non è ben chiaro come sarà il cerimoniale: Rajapaksa aveva affisso manifesti con la sua immagine e quella del papa e forse sperava di poterlo accogliere da presidente eletto per guadagnarsene la benedizione. Ai cattolici, tutti con Sirisena, la visita ormai concordata prima dello strappo di novembre (quando Rajapaksa ha indetto le elezioni prima della scadenza naturale del mandato) sembrava un rischio così alto da far consigliare a molti un rinvio.
La struttura dove parlerà il papa, che parte da Roma domani per essere a Colombo martedi, non è ancora terminata e si corre ai ripari lavorando di buona lena: leve, gru, ponteggi metallici, operai che punteggiano il lungomare su cui si affaccia la capitale e, poco più avanti, il palazzo presidenziale in questi giorni oggetto di speculazioni e rumor. La velocità con cui Rajapaksa ha ammesso la sconfitta, ha lasciato di stucco chi credeva che comunque il vecchio presidente non avrebbe mollato: un giornale locale sostiene addirittura che avesse in realtà deciso di ribaltare il tavolo, chiedendo al procuratore generale di preparare le carte per sbarrare la strada a Sirisena, e che avrebbe cambiato idea dopo il suo rifiuto. Scenario di fantasia?
sabato 10 gennaio 2015
Sri Lanka the day after
Ribaltando ogni previsione il candidato dell'opposizione
Maithripala Sirisena ha clamorosamente battuto – in elezioni
considerate regolari e trasparenti – l'ormai ex presidente dello
Sri Lanka Mahinda Rajapaksa, da dieci anni a capo dell'isola che
costituisce la punta finale del subcontinente indiano. Un morto e
qualche incidente minore da registrare: un record in positivo che ora
costituisce un primato.
Opposizione
in realtà è una parola grossa. E anche “ex presidente”
potrebbe esserlo. Sia perché Sirisena fa parte dello stesso partito
di Rajapaksa – lo Sri
Lanka Freedom Party -
e sino a qualche mese fa era ministro nel suo governo, sia perché
non è ancora chiaro cosa sarà la“transizione morbida” appena
promessa dal perdente. A cui va comunque reso un merito: aver
riconosciuto la sconfitta sin dalle prime proiezioni che davano
Sirisena sopra il 50% e lui appena oltre il 40. E averla accettata
sin dalle prime ore del mattino, quando Colombo si è svegliata dopo
essere andata a letto – a urne chiuse – col peso dell'incognita
di una controversa elezione, voluta da Rajapaksa con due anni
d'anticipo sulla scadenza naturale e dopo un emendamento
costituzionale che gli ha consentito di correre per un terzo mandato.
venerdì 9 gennaio 2015
Rajapaksa ammette la sconfitta
A urne ormai chiuse c'era calma ieri sera davanti alla splendente magione del presidente della repubblica Mahinda Rajapaksa, che si trova a qualche metro dal mare appoggiata sulla lunghissima Galle Road e dirimpetto all'ambasciata americana in uno dei tanti “centri” un po' anonimi in cui la capitale dello Sri Lanka è divisa. Residenza che oggi il presidente ha detto di voler lasciare. Ha ammesso la sconfitta nella controversa elezione del nuovo presidente della repubblica che Rajapaksa stesso era riuscito a convocare per ieri con uno stratagemma parlamentare e due anni prima della scadenza naturale. La giornata è passata tranquilla ma con una novità importante: un'affluenza che sembra addirittura aver superato i due terzi degli aventi diritto e senza che si verificassero gravi episodi di violenza o intimidazione. A beneficiarne – avevano subito detto gli analisti – poteva essere il rivale del capo dello Stato - Maithripala Sirisena - suo ex ministro e addirittura segretario a lungo del partito del presidente (il Sri Lanka Freedom Party, che teoricamente sarebbe un'organizzazione progressista di ispirazione socialista) che lo ha sfidato proprio puntando sulla stanchezza di un elettorato che avrebbe dovuto riconfermare per una terza volta la poltrona che Rajapaksa si rifiuta di mollare. A quanto pare – e per stessa ammissione del presidente – ce l'ha fatta.
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