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venerdì 20 novembre 2020

Thailandia. Verso una svolta autoritaria?


La situazione non sta andando in una buona direzione e il conflitto tende a degenerare in maggiore violenza. Se non lo affrontiamo potrebbe causare danni al Paese e all'amata istituzione, nonché alla pace e alla sicurezza delle persone e delle proprietà… È necessario che il governo e le agenzie di sicurezza intensifichino le loro azioni utilizzando tutti gli articoli di legge per agire contro i manifestanti che la infrangono e non mostrano alcun rispetto per i diritti altrui”. Per il generale Prayut, il premier tailandese di cui dal febbraio scorso la piazza chiede le dimissioni, la misura è colma. Dopo un’ennesima manifestazione martedi – con grandi numeri e contro cui la polizia ha agito con violenza - il movimento che anima la protesta aveva poi mercoledì preso di mira la sede della Reale Polizia, riempiendola di scritte multicolori. Gli agenti non hanno reagito ma in compenso lo ha fatto ieri il premier.

Agitando il brando della legalità e della sicurezza, temi cari alla destra e ai militari tailandesi, l’ex generale golpista ora in doppiopetto ha rivelato la vera faccia del suo governo: a suo dire l’esecutivo avrebbe cercato di trovare un compromesso con “procedure legali”. Ma per il premier, evidentemente, gli studenti che ormai rappresentano un vasto movimento non più solo giovanile e studentesco (anche qualche monaco si è visto nei cortei), sono colpevoli del contrario: aver voluto utilizzare procedure illegali e violente, sebbene i fatti contraddicano questa tesi. Le manifestazioni sono state pacifiche e le richieste del movimento (dimissioni del premier, riforma della Costituzione e limitazione del potere della corona) semplicemente lette in piazza, spedite per posta e persino consegnate direttamente alla polizia.

Ora Prayut agita la legge. Anzi, tutti gli articoli di tutte le leggi del regno compreso forse l'articolo 112 che regola i reati di lesa maestà puniti con misure medievali e che il re stesso avrebbe detto a Prayut di non utilizzare. Il movimento intanto, da semplice mobilitazione di studenti, si è esteso a più ampie fette di popolazione, in maggioranza giovani, e in molte altre città del Paese. Le richieste sono chiare e il governo avrebbe benissimo potuto negoziare cosa che, in realtà, non ha fatto, demandando al dibattito parlamentare, con tempi lunghi e burocratici, la discussione su una possibile riforma, senza per altro invitare nessuno dei leader della protesta, più volte arrestati anche se poi sempre rilasciati.

Negli ultimi tempi, col crescere del numero dei manifestanti a Bangkok e col crescere di un’immagine del Paese sempre più negativa, sono cresciute anche le maniere forti: manganellate, arresti, lacrimogeni, getti d’acqua e protezione alle squadracce lealiste in camicia gialla. Forti ma tutto sommato relativamente blande mentre ora potrebbe esserci una svolta fortemente autoritaria che sin qui è stata evitata forse anche – ma non ci sono prove – per intervento del monarca stesso, un uomo che, non meno di suo padre, ha comunque un forte legame con l’esercito. Il prossimo appuntamento della piazza è per martedì. Sarà quello il primo vero test sempre che ai manifestanti sia concesso sfilare.

martedì 17 luglio 2018

Negoziate coi mullah! La svolta americana

Trump: ondivago e contraddittorio
Qualche giorno fa la stampa afgana ha polemizzato con Ashraf Ghani perché il presidente non aveva
incontrato, durante l’ultimo vertice della Nato, il presidente Trump che tra l’altro – al contrario di quanto avveniva con Karzai – non lo ha mai ricevuto alla Casa Bianca. Eppure, se è vero quel che riporta il New York Times citando per ora fonti anonime (che sono però poi state in qualche modo confermate del generale Nicholson, ex comandante delle truppe Nato e Usa nel Paese che è stato smentito subito dopo), qualcosa sta cambiando radicalmente nella politica americana nella guerra più lunga del secolo. Secondo il quotidiano il presidente avrebbe autorizzato i suoi diplomatici a cercare la strada per avere colloqui diretti con la guerriglia. Una cambio di strategia a 360 gradi visto che finora i negoziati diretti – come chiedevano i talebani - son sempre stati rifiutati da tutte le amministrazioni stelle strisce. Agli inizi del mese il segretario di Stato Mike Pompeo è stato a Kabul e con la sua visita sarebbe iniziato un lavorio diplomatico sotto traccia.

E’ una novità relativa perché in realtà, anche se mai ufficializzati, incontri tra funzionari americani e talebani ci sono già stati ma, questa volta, non si tratterebbe di cercare contatti informali. Questa volta gli americani sarebbero disposti – se l'indiscrezione diventerà realtà – a sedersi al tavolo con la guerriglia in turbante. Una svolta clamorosa che potrebbe mutare davvero il corso della guerra.
Le domande legittime sono due: la prima – senza risposta – è cosa passa davvero per la testa a Trump, uomo ondivago e umorale disposto a contraddire ciò che ha detto il giorno prima. La seconda è: perché? E qui tutte le ipotesi sono valide.

Mullah Omar: il fondatore
del movimento talebano
La prima è che la strategia decisa l’estate scorsa – più uomini e più bombe – non ha dato i frutti sperati. Anzi. Gli americani hanno triplicato i raid e ucciso più civili dall’aria di quanto sia mai stato fatto dal 2009. Con nessun risultato salvo diminuire il consenso e far contenti i costruttori di velivoli che dovrebbero vendere a Kabul 159 elicotteri Black Hawk. La seconda è che nemmeno la strategia del muso duro col Pakistan ha cambiato il corso della guerra. La terza è che il successo della tregua di tre giorni tra governo e talebani per la festa di Eid (fine del Ramadan) ha fatto intravedere uno spiraglio. La quarta è che la guerra costa soldi (almeno un paio di trilioni di dollari già spesi) e vite umane (2.297 vittime tra i soldati Usa) senza alcun ritorno economico. La quinta è infine che in campagna elettorale Trump aveva promesso il ritiro e, da presidente, una rapida vittoria che appare davvero lontana. L’insieme di questi fattori può aver dato la stura a un cambio di strategia spinto anche da un probabile ammorbidimento di Islamabad e dalle difficoltà per i talebani, più interne che militari: divisi su più fronti e con molti padrini cui dare retta in cambio del loro portafogli. Infine, nel Paese è ormai diffuso un movimento contro la guerra che ha avuto il suo culmine (senza per questo finire) nella marcia per la pace da Helmand a Kabul (700 km in 38 giorni). Proseguono i sit in e l’appoggio della popolazione in città e nelle campagne: il segno che la guerra è forse arrivata al suo punto di non ritorno. Un punto di non ritorno che si sostanzia di cifre: l’ultimo rapporto annuale di Unama, la missione Onu di Kabul, diceva che il 2017 si è chiuso con con 3.438 morti e 7.015 feriti tra i civili, con un piccolo decremento del 9% rispetto al 2016. Un decremento subito smentito dai dati dei primi sei mesi del 2018 che hanno già contato 1.692 civili uccisi e 3.430 feriti.

Insomma se il buon senso dovesse prevalere le cose potrebbero cambiare anche se un punto chiave rimane il più difficile da negoziare. Gli Stati Uniti hanno il permesso di utilizzare di una decina di basi aeree afgane da cui possono controllare due nemici storici: Iran e Russia. Per tenere sotto controllo le basi, tenere in piedi quella gigantesca di Bagram, garantire il ricambio a piloti e magazzinieri servono soldati. Migliaia. E su questo punto il negoziato diventerebbe davvero caldo. Non si tratterebbe cioè solo di far ritirare i contingenti Nato ma di mandare a casa anche i soldati americani che controllano le basi. Russi e iraniani ne sarebbero felici. I generali a Washington un po’ meno. Ma almeno avviare colloqui servirebbe a far tacere i fucili.

martedì 30 giugno 2009

AFGHANISTAN, COSA NE PENSO DELLA GUERRA

STALLO AFGANO è il titolo che ho dato a un contributo per la newletter del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, un'organizzazione e un sito che mi piace e che è pieno di spunti e risorse. Mi ha così dato l'occasione di riflettere su quanto è avvenuto a Trieste ma anche su quello che forse si potrebbe fare. Insomma, come la penso su questa guerra. In effetti...

...Chi sperava che il vertice dei ministri degli Esteri del G8, riunitosi a Trieste dal 25 al 27 giugno, indicasse una nuova strategia per superare la guerra in corso in Afghanistan dal 2001 è rimasto deluso.

Il G8 e l'AfPak

La Conferenza, che avrebbe dovuto essere dedicato soprattutto alla stabilizzazione dell'AfPak (l'acronimo con cui si indicano Pakistan e Afghanistan ormai ritenute un insieme geopolitico), si è in realtà occupata del conflitto con una riunione informale allargata solo nel pomeriggio del penultimo giorno e nella mattinata dell'ultimo, così che nella dichiarazione finale del summit, resa nota già venerdi, i capi della diplomazia mondiale di tutto hanno parlato (dall'Iran alla pirateria) ma senza far menzione della guerra.
Quanto alla riunione “informale” che ha concluso i lavori del vertice, il suo unico merito sembra esser stato quello – il che certo non è poco ma neppure molto – di aver fatto sedere allo stesso tavolo 24 paesi, che si sono trovati d'accordo – come ha spiegato il ministro Frattini – nel dare avvio a un processo virtuoso di maggior "coerenza e concretezza" negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi, ha ammesso il ministro, "non sempre sono stati coordinati fra di loro". Ma oltre a spiegare che l'Afghanistan, rimane "un'area di preoccupazione" per la comunità internazionale e che, in quanto tale, merita "aiuto, sostegno e incoraggiamento" attraverso una più stretta "collaborazione regionale" con il coinvolgimento anche dei paesi vicini, il summit non sembra aver partorito molto di più. Non solo: la macroscopica assenza di Teheran – che ha declinato l'invito triestino – potrebbe persino far pensare che il vertice sia in gran parte fallito. Di che collaborazione dei paesi vicini si può infatti parlare se manca l'Iran, la nazione più importante con il Pakistan, tra quelle confinanti?. Frattini ha spiegato che "l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente" e ha aggiunto che "ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà". Un auspicio, niente di più. Ma non è tutto.

Assenze ingombranti


La guerra in Afghanistan si può definire in molti modi: un conflitto interno tra gruppi insurrezionalisti che combattono un governo centrale debole appoggiato da forze straniere; la prima vera guerra che impegna la Nato fuori dai suoi “confini naturali”; una “guerra americana”. Tutti gli elementi di analisi porterebbero a considerare quest'ultima accezione come la più corretta. Gli Stati Uniti hanno in Afghanistan una missione militare (Operation Enduring Freedom, Oef) che sfugge al comando di Isaf/Nato, autorizzato a operarvi da un mandato del Consiglio di sicurezza; controllano la leadership afgana (come si evince dalle manovre attorno alle candidature per le presidenziali di agosto); sono il maggior donatore sul piano militare e civile; la loro influenza sugli alleati occidentali è fortissima.
Il basso profilo tenuto dagli Stati Uniti a Trieste, dove per motivi di salute il segretario di Stato Clinton si è fatta sostituire da un funzionario del Dipartimento di Stato, ha corroborato l'opinione che solo Washington sia effettivamente in grado di indicare una strategia. E che in sua assenza, gli europei – e non solo loro – non siano in grado di indicare non soltanto una via d'uscita (exit strategy, una locuzione che si fa sempre più strada nel parlamento statunitense e nella stampa americana) ma nemmeno i nodi principali del conflitto: il quadro del processo di riconciliazione nazionale (cioè il dialogo con i talebani); il problema delle stragi di civili; la convivenza del doppio mandato tra Isaf/Nato e Oef; una miglior cooperazione allo sviluppo che incida sulla vita degli afgani e aumenti un consenso alla presenza occidentale decisamente in declino; una precisa svolta che superi la mera “opzione militare”.
Benché la nuova amministrazione americana abbia iniziato ad affrontare tutti questi punti (apertura sul negoziato, promozione del cosiddetto “civilian surge”, consistenza della spesa in cooperazione e infine una ridefinizione della strategia militare che limiti i raid aerei e le vittime civili) essa appare ancora nebulosa e, soprattutto, prigioniera dello scontro tra le nuove idee di Obama e dei suoi consiglieri (tra cui Ahmed Rashid e il professor Rubin Barnett), i settori del Pentagono e del Dipartimento di Stato ancora fedeli alle tattiche del suo predecessore e una macchina della guerra che sembra ormai autoalimentarsi. Se dunque a questa nebulosa, non priva di spunti interessanti e importanti, si associa l'incapacità europea sia di sostenere adeguatamente la nuova politica americana sia di consigliarla al meglio, l'impressione che se ne ricava è che ormai il conflitto sia in una fase di stanca, di stallo diplomatico e di impasse militare, condito da una totale mancanza di una strategia (europea) che ne possa indicare il superamento. La macchina insomma sembra assai logora.

Quale svolta?

Poiché l'impasse, politico, diplomatico e di consenso, esiste fortunatamente anche dall'altra parte del campo, segnatamente nelle file di una guerriglia disomogenea e, al momento, incapace di creare un fronte comune tra le sue diverse anime, il momento non potrebbe essere più opportuno per tentare una svolta definitiva di cui l'Europa, il maggior contributore della coalizione, dovrebbe farsi promotrice. Come articolarla?
Il negoziato tra il governo e i talebani è una realtà, per quanto fragile, già in atto da diversi mesi e si è allargato ad altre figure come quella di personaggi del calibro di Hekmatyar. Il processo andrebbe rafforzato, spiegato alla società civile (in molti casi contraria a scendere a patti con l'ancién regime in turbante), coadiuvato dallo studio di strumenti legislativi adeguati e da un piano di assorbimento dei futuri ex guerriglieri. La “ownerwrship afgana”, da più parti sbandierata, andrebbe affettivamente rafforzata e resa efficace (qualche segnale in questa direzione già c'è) con un piano di lungo termine che preveda la presenza di consiglieri ma che effettivamente consegni al governo afgano (cosa che al momento non è) la direzione degli affari di stato - e la gestione della sicurezza - anche attraverso il ripristino delle strutture di consultazione tribale (loya jirga) destrutturate o private di potere dall'amministrazione “controllata” messa in campo dagli occupanti; una revisione dei piani di cooperazione con investimenti mirati ai bisogni primari reali (sanità in primis, educazione, servizi come acqua e luce, controllo dell'ambiente); la costruzione di un archivio e di un catasto che si accompagni a una riforma agraria, vero nodo di tutti i conflitti afgani e primo tassello della guerra alla produzione dell'oppio e al narcotraffico; un piano di costruzione di strumenti di democrazia “dal basso” in una società in cui, attualmente, il potere rappresentativo è in mano ai vecchi comandanti mujaheddin protetti da una legge di amnistia.
Infine, sul piano militare, senza prevedere un ritiro immediato delle truppe - che consegnerebbe il paese, nella situazione attuale, a una nuova stagione di caos e di guerra civile - andrebbero sempre più ridotte le azioni militari occidentali, prefigurando un cessate il fuoco unilaterale e restituendo all'Isaf il suo primigenio mandato, quello di una presenza di stabilizzazione. Un'idea impossibile però se prima non si chiarisce ruolo e autorità delle due missioni (Nato e Oef) che attualmente convivono parallele in un conflitto che non ha una direzione né un unico comando operativo. Una confusione pericolosa che sinora ha fatto gravissimi danni di cui, soprattutto i militari europei, sono ben consci. Anche se nessuno di loro ha il coraggio di ammetterlo pubblicamente.

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