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giovedì 6 giugno 2019

Dove sono finiti i marciatori afgani per la pace?

Sono partiti in una cinquantina alla fine di maggio da Lashkar Gah alla volta di Musa Qala, una delle roccaforti talebane nell’Helmand a circa 130 chilometri da quello che è stato il cuore – un anno fa – della nascita di un vasto quanto fragile movimento pacifista dal basso che ha un solo obiettivo: il cessate il fuoco. Decisi a portare il messaggio di persona ai “fratelli talebani”, alcuni marciatori del Movimento popolare per la pace - nato a Lashkar Gah nel marzo scorso e che ha già percorso il Paese in lungo e in largo - son partiti in un assortimento davvero eterogeneo: vecchi settantenni e minorenni, gente sana ma anche ciechi. Ancora col digiuno imposto dal Ramadan e sotto un sole impietoso che scalda ogni giorno di più. Ma qualcosa è andato storto.

I talebani avevano messo in guardia che la marcia non era benvenuta visto che è bollata, con scarso tatto politico, come un’emanazione dei servizi afgani e di quelli americani. Accade così che un gruppo di 25 fra loro viene sequestrato da una pattuglia di guerriglieri. Sequestrato? Il termine potrebbe essere inesatto perché secondo i più speranzosi sarebbe stato solo un prelievo volto a sapere cosa il gruppo aveva in mente e, forse anche, per discutere e sapere cosa ne pensa della tregua il governo di Ghani che non ha dato molto credito ai marciatori ma con cui ci sono stati colloqui e forse condivisione di idee.

La verità però è che nulla si sa del fato della metà dei componenti della marcia tra i quali la guerriglia in turbante, bloccandoli prima dell’arrivo a Musa Qala, ha selezionato solo i più giovani, scartando vecchi e bambini. La preoccupazione è diffusa anche perché quella messa in guardia, con tanto di presa di distanza ufficiale dai pacifisti (già reiterata in passato) non promette nulla di buono. Ma è anche vero che il movimento sta trattando con gli americani e che il clima (non la guerra) è cambiato. Un conto è bollare i marciatori di collusione col nemico, un conto è sequestrarli per oscuri fini, magari punendoli con la morte. Un’esecuzione che farebbe il giro del mondo e, soprattutto, degli afgani che della vicenda sono informati da giornali e tv. Il tutto mentre a Kabul è polemica sulla decisione del presidente di liberare oltre 880 prigionieri tra cui diversi talebani. Non è il momento del pugno di ferro.

La guerra intanto va avanti con esplosioni nella capitale quasi quotidiane e battaglie nelle campagne. Le vittime non mancano. L’agenzia turca Anadolu ha fatto un po’ di conti: durante il mese di Ramadan – conclusosi lunedi scorso – almeno 200 civili sarebbero stati uccisi dalla guerriglia. Il conto non comprende i morti fatti da forze governative e alleate. E’ una brutta situazione accompagnata dai negoziati a Doha e dal reiterato rifiuto talebano di una tregua e di parlare col governo. Se i marciatori possano riuscire nell’impresa dunque è davvero difficile da pronosticare. Ma potrebbero tornare a casa con un messaggio. E quale che sia il messaggio, tutti sperano soprattutto nel loro ritorno a casa.

(oggi su il manifesto)

sabato 6 ottobre 2018

Un appello afgano alla Perugia Assisi

Oggi a Ferrara, al Festival di Internazionale  al banchetto di Msf,  e a  Perugia, nell’ambito dei seminari che si tengono alla vigilia della Marcia della pace Perugia Assisi, viene divulgato un messaggio dei marciatori afgani che, a partire dal maggio scorso, hanno percorso 700 km a piedi da Lashkargah nel Sud sino a Kabul, dove sono arrivati in giugno per poi proseguire sino a Mazar-e-Sharif nel Nord.

La marcia, autorganizzata e accolta con favore nei territori attraversati, chiede il cessate il fuoco immediato a tutte le parti in conflitto. In occasione della Perugia Assisi i marciatori hanno affidato ad “Afgana” un loro messaggio per chi vuole la pace in Afghanistan in Italia e in Europa. Eccolo


Lasciate l’Afghanistan agli afgani
Messaggio dei marciatori a piedi nudi da Helmand fino a Mazar Sharif
per i marciatori italiani della Perugia Assisi

Dopo l`11 settembre 2001 gli Americani e i loro alleati hanno deciso di combattere il terrorismo e dal 2003 i talebani sono stati sconfitti e con loro il terrorismo. Tutti dovevano quindi rientrare a casa. Ma il processo politico non e` finito e l’Occidente ha permesso la riorganizzazione dei talebani con l`aiuto dei pachistani attraverso la riorganizzazione di campi e consentendo alla guerriglia di sopravvivere. E’ ricominciata una guerra sanguinosa che uccide migliaia di persone innocenti. Una guerra tuttora in corso.

Il processo di ricostruzione e sviluppo economico sono bloccati ed è ricominciata l`emigrazione e la fuga degli afgani dal nostro Paese. La coltivazione dell`oppio è cresciuta sotto un governo debole e corrotto che non ha nessun sostegno dalla popolazione e in questo modo i talebani hanno potuto crescere e conquistare villaggi e distretti. Poi è arrivato anche l`Isis che ha dato una scusa all`Occidente per rimanere in Afghanistan. Alcuni vogliono che l`Afghanistan diventi un campo di battaglia permanente e senza futuro come la Siria. Tutto ciò per giustificare la loro presenza.

Noi afgani siamo stanchi e non possiamo più sopportare il peso della guerra. Non ce la facciamo più. Chiediamo a tutti gli italiani e agli europei di aiutarci e mettere sotto pressione Nato e americani che non devono permettere la riorganizzazione della guerriglia e devono lasciare a noi come esseri umani il diritto di vivere in pace e avere un governo che sia scelto solo dagli afgani altrimenti questa situazione continuerà. E continuerà a coinvolgere anche tutti voi occidentali.

L’Associazione di promozione sociale “Afgana”, con sede a Levico Terme (Tn) ed erede della Rete Afgana – soggetto informale nato nella società civile italiana nel 2007 – ha continuato a svolgere in questi anni attività di ricerca e sostegno a favore dell’associazionismo indipendente dell’Afghanistan. Il taglio del contributo pubblico ad attività della società civile italiana in Afghanistan ha rallentato il nostro lavoro ma non ci ha impedito di continuare a tenere un legame con l'associazionismo locale, sempre più sotto tiro, sia da parte della guerriglia sia da parte del governo per il suo ruolo insostituibile di soggetto critico e indipendente. In Italia “Afgana” cerca di tener viva – con articoli, conferenze, convegni - la memoria di un conflitto sul quale i riflettori della cronaca si sono attenuati e che continua però a mieter ogni anno più vittime civili (1692 morti e 3.430 feriti nei primi sei mesi del 2018 secondo l’Onu) con un aumento dell’attività militare sopratutto in termini di raid aerei.
Facendo proprio il messaggio che i “marciatori a piedi nudi” afgani hanno rivolto ai marciatori della Marcia Perugia Assisi per il 7 ottobre, Afgana chiede una revisione della politica italiana in Afghanistan, l’inizio e un calendario del ritiro delle nostre truppe come segnale inequivocabile che il nostro Paese è favorevole, non solo a parole, al processo negoziale interafgano. Il che non deve impedire al nostro governo di lavorare in sede multilaterale per sostenere la popolazione civile, la tutela dei diritti umani, il diritto alla salute, all’istruzione e al lavoro di donne e uomini. Afgana è inoltre favorevole alla riconversione della spesa militare in Afghanistan (185.343.173 milioni nel 2018) in un aumento dell’investimento in cooperazione civile (nel 2018 di soli 20 milioni).
Afgana auspica infine che il governo italiano riveda interamente la sua strategia di “missioni di pace” all’estero e che si impegni per un rafforzamento, anche dal punto di vista militare, delle operazioni di interposizione sotto la bandiera delle Nazioni Unite.




martedì 17 luglio 2018

Negoziate coi mullah! La svolta americana

Trump: ondivago e contraddittorio
Qualche giorno fa la stampa afgana ha polemizzato con Ashraf Ghani perché il presidente non aveva
incontrato, durante l’ultimo vertice della Nato, il presidente Trump che tra l’altro – al contrario di quanto avveniva con Karzai – non lo ha mai ricevuto alla Casa Bianca. Eppure, se è vero quel che riporta il New York Times citando per ora fonti anonime (che sono però poi state in qualche modo confermate del generale Nicholson, ex comandante delle truppe Nato e Usa nel Paese che è stato smentito subito dopo), qualcosa sta cambiando radicalmente nella politica americana nella guerra più lunga del secolo. Secondo il quotidiano il presidente avrebbe autorizzato i suoi diplomatici a cercare la strada per avere colloqui diretti con la guerriglia. Una cambio di strategia a 360 gradi visto che finora i negoziati diretti – come chiedevano i talebani - son sempre stati rifiutati da tutte le amministrazioni stelle strisce. Agli inizi del mese il segretario di Stato Mike Pompeo è stato a Kabul e con la sua visita sarebbe iniziato un lavorio diplomatico sotto traccia.

E’ una novità relativa perché in realtà, anche se mai ufficializzati, incontri tra funzionari americani e talebani ci sono già stati ma, questa volta, non si tratterebbe di cercare contatti informali. Questa volta gli americani sarebbero disposti – se l'indiscrezione diventerà realtà – a sedersi al tavolo con la guerriglia in turbante. Una svolta clamorosa che potrebbe mutare davvero il corso della guerra.
Le domande legittime sono due: la prima – senza risposta – è cosa passa davvero per la testa a Trump, uomo ondivago e umorale disposto a contraddire ciò che ha detto il giorno prima. La seconda è: perché? E qui tutte le ipotesi sono valide.

Mullah Omar: il fondatore
del movimento talebano
La prima è che la strategia decisa l’estate scorsa – più uomini e più bombe – non ha dato i frutti sperati. Anzi. Gli americani hanno triplicato i raid e ucciso più civili dall’aria di quanto sia mai stato fatto dal 2009. Con nessun risultato salvo diminuire il consenso e far contenti i costruttori di velivoli che dovrebbero vendere a Kabul 159 elicotteri Black Hawk. La seconda è che nemmeno la strategia del muso duro col Pakistan ha cambiato il corso della guerra. La terza è che il successo della tregua di tre giorni tra governo e talebani per la festa di Eid (fine del Ramadan) ha fatto intravedere uno spiraglio. La quarta è che la guerra costa soldi (almeno un paio di trilioni di dollari già spesi) e vite umane (2.297 vittime tra i soldati Usa) senza alcun ritorno economico. La quinta è infine che in campagna elettorale Trump aveva promesso il ritiro e, da presidente, una rapida vittoria che appare davvero lontana. L’insieme di questi fattori può aver dato la stura a un cambio di strategia spinto anche da un probabile ammorbidimento di Islamabad e dalle difficoltà per i talebani, più interne che militari: divisi su più fronti e con molti padrini cui dare retta in cambio del loro portafogli. Infine, nel Paese è ormai diffuso un movimento contro la guerra che ha avuto il suo culmine (senza per questo finire) nella marcia per la pace da Helmand a Kabul (700 km in 38 giorni). Proseguono i sit in e l’appoggio della popolazione in città e nelle campagne: il segno che la guerra è forse arrivata al suo punto di non ritorno. Un punto di non ritorno che si sostanzia di cifre: l’ultimo rapporto annuale di Unama, la missione Onu di Kabul, diceva che il 2017 si è chiuso con con 3.438 morti e 7.015 feriti tra i civili, con un piccolo decremento del 9% rispetto al 2016. Un decremento subito smentito dai dati dei primi sei mesi del 2018 che hanno già contato 1.692 civili uccisi e 3.430 feriti.

Insomma se il buon senso dovesse prevalere le cose potrebbero cambiare anche se un punto chiave rimane il più difficile da negoziare. Gli Stati Uniti hanno il permesso di utilizzare di una decina di basi aeree afgane da cui possono controllare due nemici storici: Iran e Russia. Per tenere sotto controllo le basi, tenere in piedi quella gigantesca di Bagram, garantire il ricambio a piloti e magazzinieri servono soldati. Migliaia. E su questo punto il negoziato diventerebbe davvero caldo. Non si tratterebbe cioè solo di far ritirare i contingenti Nato ma di mandare a casa anche i soldati americani che controllano le basi. Russi e iraniani ne sarebbero felici. I generali a Washington un po’ meno. Ma almeno avviare colloqui servirebbe a far tacere i fucili.