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venerdì 18 maggio 2018

Aldo Bianzino: "Riaprite il caso"

Rudra Bianzino a 14 anni. L'ultimo compleanno
 con papa Aldo e mamma Roberto
Rudra Bianzino, il figlio dell’ebanista che morì dieci anni fa in condizioni oscure nel carcere di Capanne a Perugia, chiede alla procura umbra di riaprire le indagini sul caso del padre. Assistito dagli avvocati Corbelli e Zaganelli – il legale che seguì la vicenda sin dall'inizio – il figlio di Aldo Bianzino e di Roberta Radici, che mori dopo soli due anni forse anche per il dolore patito, ritiene che ci siano “elementi nuovi” maturati negli ultimi mesi tanto da fornire alla procura diversi spunti che potrebbero motivare la giustizia perugina a “disporre la riapertura delle indagini del procedimento penale per l’ipotesi di reato di cui all’art. 575 c.p. (omicidio ndr) compiuta da terzi, allo stato ignoti, in danno del Sig. Aldo Bianzino nell’Istituto penitenziario di Capanne tra il 13 ed il 14 ottobre 20017”. Così si legge nell’istanza presentata in tribunale alla fine di aprile e ieri resa nota da Rudra alla stampa in un’aula del Senato con Valentina Calderone dell’associazione A buon diritto, i senatori Luigi Zanda (anche lui avvocato) e Luigi Manconi - icona delle battaglie sui diritti - e due professionisti che Rudra e i suoi legali ritengono la chiave di volta che dovrebbe portare alla riapertura del caso: il medico legale Antonio Scalzo e l’anatomopatologo Luigi Gaetti (ex parlamentare).

Dopo aver richiesto nel gennaio dell’anno scorso al tribunale di Perugia l’autorizzazione a esaminare le sezioni di encefalo e fegato di Aldo Bianzino fissate in formalina, i due medici sono arrivati a conclusioni clamorose che confermano le numerose zone d’ombra che già gravarono sul processo per omissione di soccorso (non per omicidio) che si concluse a Perugia con l’indicazione che Aldo non era morto per le botte ma per un aneurisma. In sostanza per cause naturali.

Adesso però legali e professionisti ritengono che vi sia un “...elemento nuovo non conosciuto al momento dell’archiviazione delle indagini” e “decisivo”. L’analisi dei reperti biologici di Aldo dimostra infatti due cose. La prima riguarda proprio l’aneurisma che è infatti solo un’ipotesi mai dimostrata in tribunale: “...le argomentazioni poste a sostegno di tale affermazione sono quanto meno lacunose”, è scritto nell’istanza, poiché “non c’è evidenza dell’aneurisma come elemento di certezza sul determinismo dell’emorragia”. Insomma questo aneurisma – che sarebbe la causa del sanguinamento cerebrale - non si trova “ e del resto manca buona parte del cervello, per esplicita e candida ammissione” degli stessi consulenti dell’accusa. In sostanza “a differenza di quanto affermato e non giustificato con metodo di evidenza scientifica” (dai periti), la genesi definita naturale dell’emorragia subaracnoidea “non è dimostrabile in assenza di un reperto anatomico di sacca aneurismatica”.

Infine gli accertamenti hanno consentito di datare la lesione nella regione epatica: “La lesione al fegato e quella al cervello insorsero nello stesso arco temporale. L’oggettività del dato – scrivono Gaetti e Scalzo – supera tutte le argomentazioni (già inverosimili!) dei CCTT (periti ndr) del PM...” e visto che le lesioni epatiche insorsero almeno due ore prima rispetto al momento del decesso non si possono ricondurre “alle manovre rianimatorie”, come era stato sostenuto, facendo risalire la lesione al fegato a un maldestro massaggio cardiaco per salvare Aldo morente dopo la ferita cerebrale dovuta all’aneurisma. La “sovrapponilità” dei due momenti dunque (sanguinamento cerebrale e lesione epatica) mettono in dubbio tutto l’impianto del processo. E riconducono all’ipotesi che Aldo sia stato picchiato a morte.

 «Spero che il caso venga riaperto. Altrimenti – dice Rudra - chiederò la revisione dell’intero processo. E se quella via mi fosse rifiutata ricorrerò alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Alla richiesta di riaprire le indagini sulla morte di mio padre – aggiunge - ho voluto associare una petizione appello alla Procura di Perugia, al ministero della Giustizia e a tutti i parlamentari italiani. E non solo perché mi sostengano in questa battaglia ma perché venga istituita una Commissione parlamentare che indaghi tutti i casi di violenza compiuti dalle forze dell’ordine: dai più noti a quelli di cui non si è mai detto nulla. Questa battaglia non è una questione personale ma un problema di tutti. E deve dare forza e sostegno alle famiglie delle vittime, alle associazioni che si battono per la verità e per rendere giustizia a chi viene colpito nel silenzio e nell’impunità». Aveva 14 anni Rudra Bianzino quel 14 ottobre del 2007 quando suo padre, che di anni ne aveva 43, morì nel carcere di Capanne a Perugia dopo che la polizia gli aveva trovato in casa qualche pianta di marijuana. La vicenda fu un giallo sin dal suo esordio con un percorso di omissioni, inumazioni frettolose, contraddizioni patenti e una difesa a quadrato sia dell’istituzione carceraria sia della procura perugina. Adesso Rudra di anni ne ha 24. Non ha perso l’aria da eterno ragazzino e nemmeno lo spirito allegro e positivo che aveva sin da piccolo, ma in questi dieci anni ha maturato una coscienza politica in senso lato che, dal caso di Aldo Bianzino, ha portato Rudra a collaborare con chi si occupa dei lati oscuri del sistema giudiziario e penale
Hanno influito le recenti rivelazioni in casi come quello di Cucchi o dello stesso G8 di Genova?
Mi hanno solo aiutato a capire che se non c’è una persona di famiglia che si muove – penso a Ilaria Cucchi o a Patrizia Moretti la madre di Federico Aldrovandi – non succede nulla. E questo è scandaloso. Penso che uno Stato di diritto dovrebbe essere il primo a farsi carico di scoprire la verità se sono coinvolte le sue stesse istituzioni. Avviene il contrario, una cosa che mi ha sempre indignato. Questa consapevolezza mi ha spinto in questi dieci anni e continuerà a farmi lavorare in questa direzione
Chi ti ha sostenuto in questi dieci anni?
Tante persone e soprattutto due associazioni: Acad (associazione contro gli abusi in divisa) e A buon diritto. Fanno un lavoro incredibile di sostegno alle famiglie. Dopo la morte di mia madre Roberta, solo due anni dopo papà, ero solo, spaesato, non sapevo da dove cominciare… averli vicino è stato fondamentale
Chi ha remato contro?
Lo Stato ma anche tanti medici legali e anatomopatologi a cui ci eravamo rivolti per poter richiedere di fare nuove analisi sui reperti del corpo di papà. Guardavano gli incartamenti e poi...”No, non posso, un caso così mi taglia la carriera...”. Anche mia madre denunciò pubblicamente che quel che all’inizio gli aveva detto un medico legale non era poi diventato materia per il processo. Timori, opportunismo, silenzio. Poi l’avvocato Cinzia Corbelli ha incontrato il medico legale Antonio Scalzo e io ho conosciuto il professor Luigi Gaetti. Non solo due riconosciuti professionisti ma due persone con la schiena dritta.

martedì 9 giugno 2015

Com'è andata a finire. Per chi non si è dimenticato di Aldo Bianzino e del Rana Plaza

Per adesso è solo una notizia scarna di poche righe ma importante per chi ha seguito la vicenda della morte di Aldo Bianzino, morto nel carcere di Capanne a Perugia nell'ottobre del 2007 in circostanze davvero oscure, La Corte di  Cassazione ha confermato ieri la condanna a un anno di reclusione nei confronti di un agente della Polizia Penitenziaria, Gianluca Cantoro, accusato di omissione di soccorso per la morte dell'ebanista, arrestato per possesso di alcune piante di  marijuana e spedito in carcere con la moglie il 12 ottobre. Qualche giorno dopo era già morto. Di aneurisma secondo il tribunale. Come che si la decisione della VI Sezione penale della Cassazione ha confermato il verdetto emesso il 16 ottobre 2014 dalla Corte d'appello di Perugia e apre la porta a un processo civile per la quantificazione dei danni che spettano ai familiari di Bianzino e che dovranno essere pagati dal Ministero della Giustizia. Quel processo sarà ancora una volta l'occasione per tentare di capire cosa avvenne quella notte maledetta e se fu davvero solo omissione di soccorso.

Quanto alla terribile storia di Dacca, la Clean Clothes Campaign (In Italia Abiti Puliti) annuncia una grande vittoria: il Rana Plaza Donors Trust Fund ha finalmente raggiunto l’obiettivo di 30 milioni di dollari grazie ad una cospicua donazione anonima. Il caso Rana Plaza (aprile 2013) però non è chiuso. Benetton infatti, al centro della vicenda, si accontenterebbe invece di versare poco più di un milione di dollari contro i cinque che sono stati calcolati a suo carico.

sabato 2 giugno 2012

RIAPRITE QUEL CASO

Riaprite quel caso! Il caso è quello di Aldo Bianzino, falegname di Pietralunga (Perugia) morto nel 2007 nel carcere del capoluogo in circostanze oscure e le cui indagini per l'ipotesi di omicidio si chiusero nel 2009 con un'archiviazione per morte “naturale”. La richiesta viene dalla famiglia: dal padre e dalla madre di Aldo e dal figlio Rudra, un ragazzo di 18 anni che allora ne aveva solo 14 e che adesso dimostra la maturità di un trentenne. Vicino a loro, sin dalle indagini preliminari, il comitato “Veritàperaldo”- un gruppo di gente della provincia di Perugia vero e proprio caso di “cittadinanza attiva – e due parlamentari, Rita Bernardini (radicali) e Walter Verini (Pd) che hanno seguito quella vicenda passo a passo e hanno chiesto lumi al ministro di giustizia. Che per ora non ha risposto.

La cornice è quella del Teatro Valle di Roma che volentieri ospita la conferenza stampa. Maura e Giuseppe Bianzino dicono solo qualche parola: tengono un profilo basso ma fermo, come hanno sempre fatto con grande dignità, convinti che la battaglia di verità su Aldo sia anche un impegno dovuto ai tanti che muoiono in carcere, specie per via di uno spinello. “Dico solo due cose – esordisce Bianzino – la prima è una domanda: ne uccide più la cannabis o le leggi sulla cannabis? La seconda è molto semplice: lo Stato deve sapere che qualsiasi risarcimento, ammesso che una morte si possa risarcire, sarà interamente devoluto a Emergency”. Un uomo, una donna, un ragazzo sopravvissuti al figlio e al padre (come gli altri due figli di Aldo, Elia e Aruna) trasformano il loro dolore in battaglia civile. Sta agli avvocati (Massimo Zaganelli e Cinzia Corbelli) spiegare perché: l'evento naturale per cui Aldo sarebbe morto è un aneurisma che però non è mai stato trovato e che non è quello segnalato da una fotografia cerchiata in rosso che appare sulla relazione di consulenza tecnico legale su cui si basò il giudice per archiviare. Ma non è tutto: c'è un fegato sanguinante con una rilevante presenza di sangue e non ci sono invece, o almeno nessuno di loro li ha mai visti, i fotogrammi della telecamera interna al carcere che non avrebbero mai ripreso i momenti cruciali della morte di Aldo in quell'alba del 2007.

La vicenda dell'aneurisma che non c'è è saltata fuori in un recente processo collaterale (con condanna di una guardia carceraria per omissione di soccorso) dove è stata messo in dubbio la fotografia che evidenziava l'aneurisma. C'era o non c'era? E se non c'era, non cade forse l'ipotesi dell' “evento naturale” su cui si decise l'archiviazione? “Il dovere di una procura, ora che quegli elementi sono caduti – dice Zaganelli –dovrebbe essere quello, automaticamente, di riaprire il caso d'ufficio. Cosa che al momento non risulta”. E' insomma, ancora una volta, una professione di fede nelle leggi dello Stato, cui spetta ora rispondere. Eccco spiegata la presenza dei parlamentari.

Bernardini e Verini hanno già chiesto per altro con più interrogazioni. Al ministro. “La risposta potrebbe arrivare in dieci giorni”, spiega Bernanrdini, che con Verini ha risollevato la questione dopo la pubblicazione sul mensile “Terra” e su “il manifesto” della ormai famosa foto dell'aneurisma che non riguardava però il cervello di Aldo. Il caso del resto non ha mai smesso di appassionare. Oltre che avvocati e parlamentari, anche tantissimi cittadini italiani che di Aldo si ricordano bene, come ha dimostrato una recente trasmissione di Radio3 dedicata al caso: “Ci sono arrivate decine di mail – dice il conduttore di Tutta la città ne parla Giorgio Zanchini - una cosa che non succede se non per grandi temi che evidentemente toccano una larga fetta di ascoltatori”. E anche Verini, eletto a Città di Castello, ricorda quanto il caso sia stato seguito e quanti altri, purtroppo, meriterebbero di esserlo in una città, Perugia, il cui carcere “ospita per il 75% extra comunitari”. Dalla città di Aldo Capitini , nota per la marcia Perugia Assisi, arriva anche l'appello della Tavola della pace: “L’Umbria, terra di pace e di fratellanza, attende che venga sanata questa ferita. Riaprire quel processo vuol dire compiere un gesto di riconciliazione nel nome dei valori che sono alla base di questa terra e della nostra Repubblica”.

Un coro insomma che da sommesso si fa sempre più forte sul caso dell'ebanista che fu trovato con alcune piante di cannabis coltivate in giardino. E subito dopo morì in prigione. Il Comitato per Aldo chiede che nuove indagini chiariscano i molti altri punti oscuri. A partire dal momento dell'arresto di Aldo e della madre di Rudra, Roberta Radici, prematuramente scomparsa. Tanti piccoli e grandi particolari potrebbero rimettere assieme un puzzle troppo incompleto e forse restituire una verità che la sentenza di archiviazione del 2009 ha lasciato in sospeso.

Le foto: le prima dall'album di famiglia. L'ultima, uno scatto di R. Martinis nella falegnameria di Aldo a Pietralunga

giovedì 10 maggio 2012

NON DIMENTICARE IL CASO BIANZINO

Per quelli che non l'avessero ancora letto, posto la parte finale del mio articolo sulla vicenda del povero Aldo Bianzino, uscito sul numero 2 di Terra (il n.3 sarà in 3 edicola a giorni). E' una storia pazzesca che si è appena arricchiata di alcune terribili novità. Per la procura di Perugia il falegname di Pietralunga morì per cause naturali nella prigione di Capanne una notte del 2007. Ma i conti non tornano. Una fotografia e molti altri particolari dicono che quell’ipotesi non regge

Il caso è chiuso? Il padre di Aldo, Giuseppe Bianzino, non la pensa così e vuole fare di tutto perché il ricordo di suo figlio non si chiuda sotto un muro di silenzio rotto solo da amici o dai Radicali. Con la stessa carica di dubbio dell'ottobre di cinque anni fa ma con almeno tre elementi in più. Quasi tutti emersi nella penultima udienza, in gennaio, e che hanno messo a nudo, clamorosamente, la fragilità della decisione di archiviare. Facciamo un passo indietro.

Bianzino entra in prigione venerdi 12 ottobre in condizioni fisiche normali. Ma la mattina di domenica 14 viene rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta e, sebbene sia ottobre inoltrato, Aldo indossa solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. La notte si è lamentato ma solo al mattino viene trasportato fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti non vedano. Un medico dirà di non riuscire a spiegarsi per quale motivo sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell’infermeria ancora chiusa poiché, in altri casi, l'intervento del soccorritore – com'è logico - avviene direttamente in cella. Si tenta dunque la rianimazione effettuando il massaggio cardiaco: uno dei punti – l'abbiamo già rilevato - più oscuri dell'intera vicenda. Le indagini dopo la sua morte riveleranno subito che si riscontrano “…lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica…”. L'inchiesta però esclude proprio quell'emorragia traumatica e sposa la tesi dell'aneurisma. Viene aperto un procedimento nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. Del resto, se Aldo è morto per lo scoppio di un aneurisma cerebrale, si esclude automaticamente l'omicidio. Resta quel fegato “strappato” dalla sede naturale sul quale la letteratura medica è avarissima di casi in cui ciò possa essere avvenuto a seguito di un massaggio cardiaco. Si archivia. Ma ecco che nel recente processo alla guardia, nell'udienza del 16 gennaio scorso, emergono elementi nuovi.

I tre punti oscuri

L'aneurisma che non c'è. Tutta l'ipotesi dell'archiviazione si basa sull'esistenza di un aneurisma che viene ampiamente documentato dai consulenti del pm Anna Aprile e Luca Lalli in una minuta documentazione del 2008, nella quale si vedono (figura1) le parti smembrate del cervello di Bianzino. A pag 20 del loro dossier mostrano un'altra immagine (figura2) dove viene fotografata una sezione del cervello con, cerchiata in rosso, la <<“malformazione” vascolare aneurismatica origine del sanguinamento>>, come riportato nella didascalia. Ovvio che le due figure vengano messe in relazione. Ma non è così. Il fotogramma 2, con tanto di cerchio rosso, non è del cervello di Bianzino. E' materiale d'archivio! Tanto che, interrogata dal giudice, la professoressa Aprile spiega che: Noi non abbiamo riscontrato l'aneurisma, ma abbiamo riscontrato dei vasi con delle caratteristiche alterate, che ben si correlano con l'ipotesi di una rottura, diciamo, spontanea. Insomma quella immagine era nulla più che letteratura medica per, diciamo, mettere in relazione vasi con delle caratteristiche alterate, che ben si correlano con l'ipotesi di una rottura, diciamo, spontanea...Insomma l'aneurisma per cui Bianzino morì, nel suo cervello non ci sarebbe o almeno non è così visibile da poterne fare un fotogramma che non lasci ombra di dubbio (i corsivi sono nostri).

Il fegato che sanguina. I medici rilevano che attorno al fegato di Aldo ci sono 280 cl di sangue, in una parola un terzo di litro. Quella fuoriuscita di sangue sarebbe dovuta dalla pressione esercitata durante la rianimazione. Ma allora Bianzino era già morto. Oltre ai dubbi già sollevati, anche le spiegazioni tecniche lasciano aperte molte porte. Ancora Aprile davanti al giudice: Arresto cardiaco o non arresto cardiaco, lesione in vita o lesione in morte, l'immagine che si deve avere rispetto a questa azione di compressione a livello locale è quella di una spugna. Il fegato è pieno di sangue.... Anche il magistrato ha un momento di apparente perplessità: <<...si ecco, riguardo a questo punto, però, la manovra rianimatoria ha come punto di riferimento il cuore, ecco, più che il fegato....>>, commenta in aula. La perplessità rimane tutta. Possibile che due esperti rianimatori, pur eccitati dal desiderio di salvare un uomo (già morto), gli facciano a pezzi il fegato tanto da far uscire poco meno di mezzo litro di sangue? La rianimazione (sul cuore) durò almeno venti minuti. E qui sta l'altro punto debole. Non ve n'è traccia.

Il video che non c'è
. Il carcere ha ovviamente un sistema di telesorveglianza. Non riprende in maniera continuativa; lo fa a spezzoni. Ma sicuramente non a intervalli di venti minuti, altrimenti il carcere di Capanne sarebbe un colabrodo di evasioni o atti illegali consumati al riparo di occhi indiscreti. Eppure, tra tutte le immagini acquisite di quella maledetta notte, non vi è un solo fotogramma in cui appaia Bianzino nel corridoio dove si cercò di rianimarlo. Può darsi che Giuseppe Bianzino sia un uomo ottenebrato dal dolore, che veda nero dov'è bianco o ingrandisca e diminuisca a suo piacere. Ma i fatti sono fatti. Sia quando ci sono, come il sangue fuoriuscito, sia quando non ci sono (l'aneurisma o i fotogrammi del carcere). Quello che c'è in abbondanza sono gli elementi per cui quel caso dovrebbe uscire dalla casella “archiviato” dove è stato, forse troppo rapidamente, riposto.

lunedì 16 aprile 2012

UNA LETTERA DI GIUSEPPE BIANZINO

Ringrazio innanzi tutto la Rai ed i redattori di Radiotre per avermi dato modo di partecipare alla trasmissione sul caso della morte in carcere di mio figlio Aldo. Purtroppo non c’è stato tempo per un mio ulteriore intervento, nel quale avrei voluto aggiungere due cose.

La prima è che, per quanto si è saputo dai mezzi d’informazione, recentemente (circa una settimana fa) nel carcere di Capanne (lo stesso in cui è morto Aldo) è successo un caso identico: un uomo di circa 40 anni è morto il giorno dopo l’arresto, per cause “naturali”. Sarebbe bene che se ne sapesse di più.

L’altra cosa che avrei voluto dire è che, se in sede giudiziaria venisse riconosciuto un risarcimento a me, a mia moglie e al fratello di Aldo, questo finirebbe fino all’ultimo centesimo ad Emergency. Almeno ciò salverebbe, o contribuirebbe a salvare, qualche vita umana.

Grazie ancora a tutti.

Giuseppe Bianzino

venerdì 13 aprile 2012

IL CASO BIANZINO A RADIO3

Sul sito di Tutta la città ne parla, la trasmissione di Radio3 curata da Cristiana Castellotti e condotta da Giorgio Zanchini (e da Pietro Del Soldà con Cristina Faloci e Rosa Polacco in redazione e la regia di Piero Pugliese) trovate l'ottima trasmissione (di cui potete scaricare il podcast) dedicata venerdi mattina al caso Bianzino, ripreso sull'ultimo numero di Terra con i commenti sulle ultime rivelazioni che riguardano la sua oscura morte in carcere nel 2007.

Ospiti
della puntata: Giuseppe Bianzino Cristina Crisci Cinzia Corbelli Ilaria Cucchi Massimo Montebove Rita Bernardini


giovedì 12 aprile 2012

ANCORA SUL CASO DI ALDO BIANZINO

Sul numero in edicola domani del mensile Terra, un'inchiesta del mensile racconta di nuovi particolari emersi nella vicenda di Aldo Bianzino ( Lettera22 se ne occupò diffusamente)il cui caso la procura di Perugia archiviò sostenendo che il falegname era morto per cause naturali. Ma il giornale rivela che sono emerse almeno tre rilevanti evidenze che sostengono la tesi dei famigliari, secondo cui il caso andrebbe riaperto, come dice anche, con una richiesta urgente al ministro, la parlamentare radicale Rita Bernardini.

Leggi l'anticipazione su Lettera22

Vai al sito del mensile Terra

sabato 19 dicembre 2009

IL GIOVANE E IL VECCHIO LEONE


Ieri nella sede del Partito Radicale, Rudra Bianzino, accompagnato dallo zio, dall'avvocato Zaganelli e da alcuni militanti radicali umbri (cui va il merito di aver incalzato il partito) hanno tenuto una conferenza stampa. Con lui c'era Marco Pannella, coi capelli sempre più candidi e lunghi che forse ha parlato – come tende a fare – troppo ma che ha testimoniato il sostegno di un vecchio leone a questo giovane leone che è Rudra. Non nascondo che quando l'ho abbracciato, Rudra, mi è venuto un nodo alla gola. In lui vedo mio figlio, di poco più grande, e mi chiedo come si fa, che forza ci vuole, a sopportare il dolore della morte di un padre. Dolore acuito da una verità che non vine fuori. Aldo morì “per caso” o fu ucciso? E, comunque, morì di carcere, su questo non ci piove.

Se Pannella è un vecchio leone della politica italiana (ieri al suo decimo giorno di un ennesimo digiuno), Rudra Bianzino è davvero un giovane leone. Una dignità e una forza che rendono onore a suo padre e a sua madre, Roberta Radici, una donna forte e sincera che ha speso le sue ultime energie per combattere contro la morte di Stato per restituire del compagno l'immagine di un uomo probo, onesto e tranquillo. E capisci da Rudra come dovevano essere i suoi genitori. Ma questo ragazzo, che aveva allora solo 13 anni, è diventato un uomo anzi tempo. Non è invecchiato – ha una peluria che prelude a una futura barba importante come aveva Aldo – ma è maturato rapidamente. Ha dovuto farlo. La Storia prima ancora dei sentimenti glielo chiedeva. Affronta giornalisti e magistrati, politici e curiosi con la dignità propria di una maturità invidiabile. E al contempo resta, fortunatamente, anche un adolescente, le tennis slacciate, il pantalone sdrucito portato con non cale. A maggior ragione questo ragazzo va protetto e sostenuto. Non aiutato. Rudra non ha bisogno di aiuto ma di sostegno si. Di affetto anche. Così che io, ieri, presente da cittadino e non da giornalista, ho potuto finalmente abbracciarlo tenendo le lacrime dentro solo per una forma di pudore. Volevo che sentisse anche il mio affetto di uomo. Da uomo a uomo.

Quanto a Pannella Giacinto detto Marco, di lui tutto si potrà dire. E quante critiche potrei fargli io stesso. Ma quando ho saputo dell'impegno dei radicali e del suo in prima linea, volevo scrivergli per ringrazialo. Per dirgli “Grazie, vecchio leone”. In questa immensa prateria surriscaldata in un pianeta moribondo che circonda un paese degradato e stanco, la tua vitalità resta una risorsa. Così come la tua umanità. Che ieri regalava un filo di speranza. E naturalmente di affetto.


Infine. Ringrazio tutta quella parte di società civile che, nell'assenza della politica, si è data da fare. I compagni radicali che hanno fatto muovere partito e parlamentari. Ma anche i tanti che non conosco e che hanno raccolto soldi, hanno manifestato, scritto, dato una mano. Non bisogna mollare proprio adesso. Il caso è chiuso? Forse per la procura. Ma i casi si possono riaprire. Soprattutto se in tanti chiederanno di farlo

giovedì 17 dicembre 2009

BIANZINO, IL CASO E' CHIUSO

E' un silenzio gelato come la neve che imbianca le montagne dell'Umbria quello che da ieri è sceso sul caso di Aldo Bianzino, il falegname di Pietralunga che ebbe il torto di entrare in prigione un altrettanto fredda sera di autunno per uscirne morto due giorni dopo. La procura di Perugia ha deciso con rapidità inesorabile e stupefacente di archiviare: di chiudere, in una parola, il capitolo. Di ignorare cioè le opposizioni degli avvocati alla richiesta di escludere la possibilità dell'omicidio. Aldo Bianzino morì per cause naturali anche se entrò in carcere sano. Solo preoccupato, forse, per la sua compagna, arrestata inspiegabilmente con lui, e per il figlio tredicenne Rudra, rimasto solo con la vecchia nonna in un casale sperduto sui monti dell'Alta valle del Tevere.

La tesi che fu solo il caso a far morire Aldo di quell'aneurisma che implacabile attendeva di scoppiare nella sua testa – tesi liberatoria che sul banco degli imputati mette solo il Fato e il Creatore – è stata dunque ribadita dalla decisione del Gip del tribunale di Perugia che mette i sigilli a un'inchiesta lacunosa su cui grava, lo voglia o meno il giudizio del tribunale, l'ipotesi dell'omicidio a carico di ignoti. Il giudice ha accolto la seconda richiesta di archiviazione del fascicolo avanzata dal pm Giuseppe Petrazzini. A entrambe le istanze si erano invece opposti i famigliari di Aldo. Cui resta tra le mani la sola omissione di soccorso a carico di una guardia penitenziaria e dunque l'ipotesi che alla fine lo Stato sanerà col denaro l'incapacità di accertare la verità.

Sarà quel processo, da celebrarsi la prossima estate, l'ultimo appiglio forse per far riaprire il caso. In quella sede, ripercorrendo quelle ore oscure al carcere di Perugia, la tentazione di vederci chiaro potrebbe risaltar fuori. Proviamo a farlo ora. Bianzino entra in prigione il 12 ottobre 2007 ma la mattina di domenica 14 viene rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta e, sebbene sia ottobre inoltrato, Aldo indossa solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. La notte si è lamentato ma solo al mattino viene trasportato fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti non vedano. Un medico dirà: “… non so spiegarmi per quale motivo sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell’infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella”. Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco: uno dei punti più controversi.
Le indagini rivelano subito “…lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica…”. L'inchiesta si ferma lì: qualche interrogatorio, le perizie, i filmati del circuito chiuso. Viene aperto un procedimento nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. Ma poiché l'autopsia ha rivelato che Aldo è morto per lo scoppio di un aneurisma cerebrale, il gioco è fatto. Il caso chiuso.

E il fegato “strappato” dalla sede naturale? E quella perizia secondo cui la lacerazione epatica deve “...essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo”? Ma è anche quella una tragica fatalità: la lesione epatica viene ritenuta estranea all’evento letale facendo escludere “... l’esistenza di aggressioni” perché, sostengono gli inquirenti, quella lesione fu l'effetto di un massaggio cardiaco. Così mal fatto da strappare il fegato che, com'è noto, non è esattamente di fianco al cuore.

Non è lecito ipotizzare che quell'aneurisma sarebbe potuto restare dormiente per alti vent'anni se un improvviso fatto traumatico (anche solo emotivo) non lo avesse sollecitato? E non è bizzarro pensare che il massaggio di un esperto possa “strappare” un fegato? Non era sufficiente tutto ciò almeno per un supplemento di indagine? Non aveva, Aldo Bianzino, se non il diritto di continuare a vivere, almeno quello di ottenere giustizia?

martedì 17 novembre 2009

IL CASO ANCORA APERTO DI ALDO BIANZINO

L'arrivo di Rudra Bianzino al Congresso dei radicali italiani a Chianciano ha fatto riaprire un caso, almeno nella coscienza della società civile, che non ha ancora una verità giudiziaria. Rudra è il figlio più piccolo del falegname “morto di carcere” a Perugia in circostanze misteriose nell'autunno 2007, quando Aldo Bianzino fu trovato morto dopo la notte passata in carcere: presentava lesioni e un fegato “strappato”, come se avesse ricevuto un calcio. Ma dopo diversi mesi il tribunale di Perugia presentò richiesta di archiviazione: non c'era stato nessun omicidio per i magistrati e Aldo era morto per un aneurisma al cervello che i referti medici indicherebbero con chiarezza.


La prima volta però la richiesta di archiviazione – è l'ottobre del 2008 – viene respinta. Alla seconda ha fatto opposizione, con una articolata memoria, la famiglia che non si è arresa alla tesi incidentale. Tra pochi giorni, il 10 dicembre, la magistratura umbra dovrà pronunciarsi sulla seconda richiesta di archiviazione che, se venisse accettata, metterebbe la parola fine alla vicenda. La famiglia di Aldo (la sua compagna Roberta è mancata qualche mese fa) non si dà per vinta e vuole che il caso continui a restare aperto anche alla luce di quanto continua ad emergere dopo la morte di Stefano Cucchi. I due casi sono infatti assai simili con la differenza che allora la vicenda di Aldo fu oscurata a Perugia dal caso di Meredith Kercher e la sua storia “minore” non registrò l'attenzione che, fortunatamente, si è ora riversata sull'oscura serie di fatti che circondano la morte di Stefano.
Quella di dicembre è dunque l'ultima occasione perché si torni a far luce con un supplemento di indagine, nuove perizie e un nuovo giro di testimonianze su una vicenda i cui contorni restano oscuri, poco chiari, avvolti da un alone di mistero e reticenza.

giovedì 5 novembre 2009

TRAGICHE ANALOGIE

La morte in carcere ha sempre un comun denominatore: la reticenza e i contorni oscuri in cui è avvenuta e sui quali è sempre difficile far luce. Ma nella vicenda di Stefano Cucchi le analogie con un altra morte sospetta sono così numerose e l'iter investigativo così simile, da far pensare a una tragica fotocopia. Molti giornali e molti osservatori hanno recentemente ricordato la vicenda di Aldo Bianzino, un ebanista di Pietralunga che entrò in carcere una sera di ottobre per uscirne cadavere due giorni dopo. L'articolo a fianco che ricorda quella storia mette in luce un iter terribilmente simile, fatte le dovute differenze, con quello della vicenda di Stefano Cucchi. Due arrestati per possesso di sostanze stupefacenti muoiono in prigione. In entrambi i casi si guarda agli agenti di polizia penitenziaria e alla possibile ricostruzione dei vicini di cella, questi ultimi – come ha rilevato nella sua visita a Regina Coeli il senatore Stefano Pedica - intimiditi dalla possibilità di rappresaglie. Si indaga per omicidio preterintenzionale ma poi si scivola sul delitto colposo. Rapidamente l'attenzione si sposta dal carcere alla struttura sanitaria per Cucchi e, per Bianzino, su chi non gli avrebbe prestato soccorso medico. Dal dolo alla colpa. Lacerazioni, echimosi, fratture sono presenti nei due casi ma sembrano passare in secondo piano rispetto al decesso in sé: Cucchi morì perché “disidratato”. Bianzino morì per un aneurisma. Fatti che dunque esulano da cosa causò, del tutto o in parte, direttamente o indirettamente, la morte.

La parabola sembra dirigersi nei due casi verso l'omissione di soccorso come sembra voler dire il ministro Alfano quando recita che “...si doveva evitare che morisse (perché) uno Stato democratico assicura alla giustizia e può privare della libertà chi delinque. Ma nessuno può essere privato del diritto alla salute”. Dal diritto a vivere al diritto alla salute, una derubricazione pericolosa. Infine le lacune: furono tantissime nel caso di Bianzino, sono altrettante nel caso di Cucchi, come ricordava ieri Luigi Manconi (che visitò da sottosegretario alla Giustizia la vedova di Aldo recandosi di persona a casa sua): almeno tre.
Come finirà con Bianzino lo si saprà l'11 dicembre quando il gip dovrà pronunciarsi sulla seconda opposizione fatta dalla famiglia di Aldo dopo la seconda richiesta di archiviazione del pm.


C'è solo una vera grande differenza tra i due casi. Stefano è morto a Roma sotto gli sguardi, per forza attenti, della stampa nazionale. Aldo morì nella casa circondariale di Perugia senza che il suo caso, salvo rare eccezione, riuscisse a incuriosire le frotte di cornisti che, solo qualche settimana dopo, invasero la città umbra per seguire il ben più vivace e allettante caso della povera Meredith Kercher. Anche la geografia finisce a dar più o meno peso a vittime del tutto uguali davanti alla morte.

Nelle foto: Aldo Bianzino e i suoi tre figli

venerdì 1 agosto 2008

ALDO BIANZINO, UNA SCHEGGIA DI LUCE SU UNA MORTE CON TROPPE OMBRE



Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del Pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il Gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa' i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo – Giuseppe e Maura – e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto.
Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere....

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