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sabato 23 settembre 2017

Bellezza oltre la guerra a Trani. Afghanistan in terra di Puglia

Con Soraya sullo sfondo
del castello di Federico II
  a 25 km da Trani
Il tema della bellezza è al centro di un Festival cui mi sarebbe sempre piaciuto andare e che si intitola Dialoghi di Trani anche se poi gli appuntamenti corrono qui e la in questa bella terra di Puglia. Con mio grande piacere quest'anno sarò li domenica 24 con Soraya d'Afghanistan e Giorgio Zanchini a parlare della "bellezza oltre la guerra" dell'Afghanistan, Paese bellissimo e purtroppo in gran parte distrutto. Di cosa parlerò? Di cos'è ma anche di com'era. Posto dunque il mio ricordo di quella che un afgano definì l'"età dell'oro" ossia il periodo in cui visitammo l'Afghanistan durante il "Viaggio all'Eden",  libro nel quale ho dedicato a questo splendido Paese gran parte delle pagine... Ne pubblico qualche estratto dal 4 Capitolo: L'epopea di chicken street

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...La notte, a quelle latitudini, arriva velocemente. Avevamo appena lasciato il posto di frontiera iraniano di Tayyebad ed eravamo entrati in Afghanistan mentre le luci del giorno si andavano affievolendo. Il passaggio del confine non era stato indolore ma sapevamo che la vera frontiera del Viaggio all'Eden, la mitica strada che portava dall'Europa sino all'India e a Kathmandu, era finalmente qui. Qui dove il grande altipiano del Khorasan persiano si perde nei deserti dell'Afghanistan, un luogo, un nome che con l'andar del viaggio - nelle storie raccolte a Istanbul o Teheran - stava diventando qualcosa in più di una semplice tappa. Alla frontiera iraniana la polizia dello Scià imponeva, a chi andava o veniva, un passaggio obbligato in un corridoio degli orrori: batterie scoperchiate, scatole di conserva squarciate, gomme rivoltate come calzini, cruscotti smontati, tubetti di dentifricio svuotati. Mentre ti avventuravi nella terra di nessuno tra le due frontiere, quel passaggio obbligato nel museo della punizione divina, ti dava un avvertimento chiaro: stavi entrando nel Paese patria, tra l'altro, dell' “afgano nero”, l'hascisc più ricercato del pianeta. Lasciavi la Persia del Trono del pavone con le sue lugubri promesse penitenziarie e agenti azzimati dalle divise luccicanti e arrivavi al posto di frontiera de la “République d'Afghanistan”, che allora il francese era la lingua di una monarchia che, appena un anno prima, nel 1973, era diventata repubblica con un golpe bianco dei suoi parenti, mentre il re Zaher Shah era in vacanza a Capri...

... Dopo qualche chilometro il minibus carico di stranieri zazzeruti e completamente fumati si arrestava in una ciakana, una taverna dove si beve il tè, si può dormire e mangiare sdraiati su tappeti pulciosi ma altrettanto ricchi di fascino, odori e geometrie colorate approntate da abili tessitori.  Completamente stravolti dalla potenza dell'afgano nero, i giovani viaggiatori vedevano entrare uomini scesi da cammelli battriani a una sola gobba e avvolti in tabarri – il patu, coperta di finissima lana dell'Hindukush –, fieri pastori delle montagne, abili commercianti della pianura, chapandaz dal prezioso cavallo arabo che ti proiettavano in una sorta di medioevo islamico, dove regole antiche come massicci dirupi e vigili come guardiani occhiuti di una tradizione millenaria, sembravano - complice l'ambiente e l'hascisc - aver costruito a tua misura la magia di una notte stellata perduta nei grandi spazi dell'Oriente che finalmente si era fatto realtà. Altro che scimmiottamenti di un'altra cultura, altro che divise in stile germanico, altro che modernità più o meno digerita: dopo l'Iran dello Scià – dove l'impronta della modernità sapeva di esportazione forzata di un modello del tutto estraneo - l'Afghanistan era una favola perfetta dove ti era consentito immergerti fino al midollo. Dovevi solo rispettare le sue regole scandite dall'adhan, la chiamata alla preghiera cinque volte al giorno. O dal pashtunwali, le norme rigorose della tradizione. Regole ferree. Una notte, un povero fricchettone di qualche città europea, in nome del leggendario codice d'onore dei pashtun che prevede non si possa negare l'ospitalità a chi la chiede nemmeno se si tratta di un assassino, viene accolto di buon grado in una famiglia cui domanda riparo. Ma il povero giovinastro si sveglia nella notte per la sete e, nel buio, sbaglia stanza entrando in quella delle donne, oggetto di un desiderio irrivelabile e negate alla vista altrui dai dettami della purdah (letteralmente: tenda). Punizione: la morte. Rapida come era stata la grazia con cui era stato accettato e ospitato...

lunedì 13 maggio 2013

TI RICORDI DEL BANGLADESH?

Radio3 e in particolare la trasmissione Tutta la città ne parla si distingue per tenere alta l'attenzione sulla vicenda Bangladesh. Anche stamattina Giorgio Zanchini ci è tornato sopra (si può riascolatare in podcast) stimolato dagli ascoltatori e dall'intervento di M. Yunus sul Guardian che lancia un appello sui salari (citato anche da Luigi Spinola nella rassegna delle 6.50). Alla radio hanno fatto sentire anche la vecchia "Bangladesh" di George Harrison. Oggi però, nonostante queste rare voci, c'è molto più silenzio di ieri...




Segnalo questo ottimo link (Comune-info, nel senso di "bene comune") con i vari articoli usciti in Italia

sabato 2 giugno 2012

RIAPRITE QUEL CASO

Riaprite quel caso! Il caso è quello di Aldo Bianzino, falegname di Pietralunga (Perugia) morto nel 2007 nel carcere del capoluogo in circostanze oscure e le cui indagini per l'ipotesi di omicidio si chiusero nel 2009 con un'archiviazione per morte “naturale”. La richiesta viene dalla famiglia: dal padre e dalla madre di Aldo e dal figlio Rudra, un ragazzo di 18 anni che allora ne aveva solo 14 e che adesso dimostra la maturità di un trentenne. Vicino a loro, sin dalle indagini preliminari, il comitato “Veritàperaldo”- un gruppo di gente della provincia di Perugia vero e proprio caso di “cittadinanza attiva – e due parlamentari, Rita Bernardini (radicali) e Walter Verini (Pd) che hanno seguito quella vicenda passo a passo e hanno chiesto lumi al ministro di giustizia. Che per ora non ha risposto.

La cornice è quella del Teatro Valle di Roma che volentieri ospita la conferenza stampa. Maura e Giuseppe Bianzino dicono solo qualche parola: tengono un profilo basso ma fermo, come hanno sempre fatto con grande dignità, convinti che la battaglia di verità su Aldo sia anche un impegno dovuto ai tanti che muoiono in carcere, specie per via di uno spinello. “Dico solo due cose – esordisce Bianzino – la prima è una domanda: ne uccide più la cannabis o le leggi sulla cannabis? La seconda è molto semplice: lo Stato deve sapere che qualsiasi risarcimento, ammesso che una morte si possa risarcire, sarà interamente devoluto a Emergency”. Un uomo, una donna, un ragazzo sopravvissuti al figlio e al padre (come gli altri due figli di Aldo, Elia e Aruna) trasformano il loro dolore in battaglia civile. Sta agli avvocati (Massimo Zaganelli e Cinzia Corbelli) spiegare perché: l'evento naturale per cui Aldo sarebbe morto è un aneurisma che però non è mai stato trovato e che non è quello segnalato da una fotografia cerchiata in rosso che appare sulla relazione di consulenza tecnico legale su cui si basò il giudice per archiviare. Ma non è tutto: c'è un fegato sanguinante con una rilevante presenza di sangue e non ci sono invece, o almeno nessuno di loro li ha mai visti, i fotogrammi della telecamera interna al carcere che non avrebbero mai ripreso i momenti cruciali della morte di Aldo in quell'alba del 2007.

La vicenda dell'aneurisma che non c'è è saltata fuori in un recente processo collaterale (con condanna di una guardia carceraria per omissione di soccorso) dove è stata messo in dubbio la fotografia che evidenziava l'aneurisma. C'era o non c'era? E se non c'era, non cade forse l'ipotesi dell' “evento naturale” su cui si decise l'archiviazione? “Il dovere di una procura, ora che quegli elementi sono caduti – dice Zaganelli –dovrebbe essere quello, automaticamente, di riaprire il caso d'ufficio. Cosa che al momento non risulta”. E' insomma, ancora una volta, una professione di fede nelle leggi dello Stato, cui spetta ora rispondere. Eccco spiegata la presenza dei parlamentari.

Bernardini e Verini hanno già chiesto per altro con più interrogazioni. Al ministro. “La risposta potrebbe arrivare in dieci giorni”, spiega Bernanrdini, che con Verini ha risollevato la questione dopo la pubblicazione sul mensile “Terra” e su “il manifesto” della ormai famosa foto dell'aneurisma che non riguardava però il cervello di Aldo. Il caso del resto non ha mai smesso di appassionare. Oltre che avvocati e parlamentari, anche tantissimi cittadini italiani che di Aldo si ricordano bene, come ha dimostrato una recente trasmissione di Radio3 dedicata al caso: “Ci sono arrivate decine di mail – dice il conduttore di Tutta la città ne parla Giorgio Zanchini - una cosa che non succede se non per grandi temi che evidentemente toccano una larga fetta di ascoltatori”. E anche Verini, eletto a Città di Castello, ricorda quanto il caso sia stato seguito e quanti altri, purtroppo, meriterebbero di esserlo in una città, Perugia, il cui carcere “ospita per il 75% extra comunitari”. Dalla città di Aldo Capitini , nota per la marcia Perugia Assisi, arriva anche l'appello della Tavola della pace: “L’Umbria, terra di pace e di fratellanza, attende che venga sanata questa ferita. Riaprire quel processo vuol dire compiere un gesto di riconciliazione nel nome dei valori che sono alla base di questa terra e della nostra Repubblica”.

Un coro insomma che da sommesso si fa sempre più forte sul caso dell'ebanista che fu trovato con alcune piante di cannabis coltivate in giardino. E subito dopo morì in prigione. Il Comitato per Aldo chiede che nuove indagini chiariscano i molti altri punti oscuri. A partire dal momento dell'arresto di Aldo e della madre di Rudra, Roberta Radici, prematuramente scomparsa. Tanti piccoli e grandi particolari potrebbero rimettere assieme un puzzle troppo incompleto e forse restituire una verità che la sentenza di archiviazione del 2009 ha lasciato in sospeso.

Le foto: le prima dall'album di famiglia. L'ultima, uno scatto di R. Martinis nella falegnameria di Aldo a Pietralunga

venerdì 13 aprile 2012

IL CASO BIANZINO A RADIO3

Sul sito di Tutta la città ne parla, la trasmissione di Radio3 curata da Cristiana Castellotti e condotta da Giorgio Zanchini (e da Pietro Del Soldà con Cristina Faloci e Rosa Polacco in redazione e la regia di Piero Pugliese) trovate l'ottima trasmissione (di cui potete scaricare il podcast) dedicata venerdi mattina al caso Bianzino, ripreso sull'ultimo numero di Terra con i commenti sulle ultime rivelazioni che riguardano la sua oscura morte in carcere nel 2007.

Ospiti
della puntata: Giuseppe Bianzino Cristina Crisci Cinzia Corbelli Ilaria Cucchi Massimo Montebove Rita Bernardini