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martedì 16 marzo 2021

10 cent a maglietta per pagare il giusto salario


Una coalizione di 200 organizzazioni chiede ai marchi e ai distributori della moda di pagare alle lavoratrici e ai lavoratori tessili quanto dovuto: rinunciando soltanto a 10 centesimi di profitto su ciascuna t-shirt venduta. Aziende come Amazon, Nike e Next potrebbero permettere a queste persone di sopravvivere alla pandemia. Sul nuovo sito della coalizione tutte le informazioni e le richieste ai marchi. Lo rende noto Abiti Puliti che fa sapere che si può firmare una petizione in appoggio alla campagna internazionale. (Clicca qui per firmare la petizione).
 
Milioni di lavoratori hanno lottato per sfamare le proprie famiglie da quando i marchi li hanno abbandonati lo scorso marzo. Le aziende hanno risposto alla crisi rifiutandosi di pagare gli ordini e utilizzando la diminuzione della domanda di abbigliamento per ottenere prezzi ancora più bassi dai fornitori. Questo ha comportato una diffusa perdita di posti di lavoro e di reddito, spingendo tante persone sempre più a fondo nella povertà e nella fame.
 
A un anno dall'inizio della crisi - ricorda la campagna italiana di Clean Clothes,  molti marchi sono tornati a fare profitti, raggiungendo persino traguardi record, mentre i lavoratori nelle loro catene di fornitura lottavano per sopravvivere.  La campagna #PayYourWorkers, che riunisce 200 sindacati e organizzazioni della società civile di 35 diversi Paesi, chiede ai marchi di fornire immediato sollievo ai lavoratori dell'abbigliamento e di sottoscrivere impegni vincolanti per riformare il loro settore in rovina.

sabato 15 agosto 2020

Il salario sempre più basso di chi ci cuce il vestito


Un nuovo rapporto di Abiti puliti fa il punto su pandemia, tessile e salari. Sempre più bassi. E' un tratto comune dall'India al Bangladesh, dalla Thailandia al Myanmar.  Il 29 marzo scorso, quando il Covid-19 iniziava a mordere, U Myint Soe, a capo della Myanmar Garment Manufactures Association, lanciava l’allarme. La Ue, che acquista il 70% della produzione tessile birmana, aveva fermato gli ordini di acquisto: “Non so come faremo”, era stato il commento al quotidiano in lingua inglese Myanmar Times. La risposta è stata semplice: fabbriche chiuse e salari bloccati. Le magliette made in Myanmar, Sri Lanka o Bangladesh smettono di far girare i telai. Poi si vedrà.

In tutta l’Asia il tessile da esportazione è uno dei settori economici export dipendenti che ha subito, col turismo, un contraccolpo formidabile dagli stop arrivati dall’Occidente. Per quanto diversi Stati Ue abbiano sospeso i pagamenti del servizio del debito del Myanmar per il periodo maggio-dicembre 2020 (98 mln di dollari) sarà dura riprendersi. Inoltre Yangon – per via della guerra negli Stati Chin e Rakhine - rischia (come già accaduto per la Cambogia) di perdere la clausola di nazione favorita nell’export verso la Ue, cosa che dipende da una missione di valutazione della Commissione in settembre. Sarebbe un altro danno incalcolabile. Chi lo paga? E’ una domanda che si può girare a tutti i Paesi del tessile asiatico da cui ci riforniamo per le nostre magliette.

Per 50 milioni di lavoratori nelle industrie globali dell'abbigliamento, del tessile e delle calzature, che guadagnano in media 200 dollari - e tra questi per 20 milioni di lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento - la pandemia è stata e ancora è un disastro salariale: oltre 13 milioni di lavoratori in Asia hanno registrato un divario salariale del 38,6% il che significa una perdita di quasi 6 miliardi di dollari nei primi tre mesi della pandemia. Quanto ai lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento la cifra viene valutata in oltre 3 miliardi di dollari di perdita salariale. Lo dice un rapporto di Abiti Puliti (Stipendi negati in Pandemia) che fornisce una stima del divario retributivo di 13 milioni di lavoratori in sette paesi per tre mesi: Pakistan, Bangladesh, India (le regioni intorno a Delhi, Tirupur e Bangalore), Indonesia, Sri Lanka, Cambogia e appunto Myanmar. Il rapporto esclude la Cina dove l’industria tessile è molto forte ma ha anche migliori garanzie per i lavoratori.

Il rapporto di Abiti Puliti contiene una sintesi del dossier Under(paid) in the pandemic della Clean Clothes Campaign internazionale con Worker Rights Consortium e Solidarity Center e fornisce stime sull'entità delle perdite salariali subite dai lavoratori della filiera tessile durante i primi tre mesi di pandemia. Con i distinguo del caso, imputabili a difficoltà di raccolta dei dati, i calcoli rappresentano il divario salariale per marzo, aprile e maggio 2020. Tuttavia – scrivono i ricercatori - poiché molti lavoratori non hanno ripreso a lavorare o a lavorare regolarmente - il divario salariale ha continuato a crescere dopo questi tre mesi. Un elemento che anche la Ue dovrà considerare al momento di decidere se è meglio punire le élite colpevoli di violazioni o i lavoratori delle industrie che fabbricano le nostre magliette.

venerdì 1 maggio 2020

Primo maggio col Covid-19 in Asia

Nel Myanmar dell’emergenza Covid-19 il governo sta facendo tornare a casa i suoi emigrati all’estero. Alcuni sono “ufficiali”, altri lavoravano più o meno clandestinamente in Cina nelle piantagioni di canna o banane e mille, scriveva qualche giorno fa il Myanmar Times, sono tornati a casa per vie altrettanto clandestine. Ma secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sarebbero oltre 3 milioni i birmani che lavorano all'estero. Secondo Ong locali e straniere, i birmani più o meno stagionali sono nella sola Thailandia più di 2 milioni. Numeri impressionanti che l’emergenza ha portato alla ribalta e che dicono molto su cosa succede in caso di pandemia. Alla perdita del lavoro si accompagna l’espulsione e un futuro incerto nel proprio Paese da cui non si è certo partiti per turismo. Per quelli che restano - perché non vogliono o non possono tornare a casa – va anche peggio, perché all’estero non c’è la protezione della cittadinanza e men che meno la rete sociale dei villaggi.

Nella sola Malaysia, circa un milione di lavoratori migranti indonesiani soffrono la fame a causa del parziale lockdown in atto nel Paese, come hanno denunciato in aprile i volontari della Nahdlatul Ulama, la più grande organizzazione islamica d'Indonesia. Un inchiesta del South China Morning Post ha rivelato le condizioni drammatiche dei migranti nella ricca Malaysia che ne ospita temporaneamente 5,5 milioni, “dei quali - circa 3,3 milioni - privi di documenti”. Provengono principalmente da Indonesia, Bangladesh e Nepal.

Se gli indocumentati e i migranti stanno male, non se la passa bene nemmeno chi aveva un lavoro “sicuro” in qualche fabbrica. Nel tessile ad esempio che in Asia occupa decine di milioni di lavoranti. Cento nella sola India, oltre 3 e mezzo in Bangladesh. Nel continente il tessile calzaturiero su commissione è un architrave dell’export di molti Paesi. Un export che fa fare profitti soprattutto a chi utilizza la filiera del lavoro asiatico per abbassare i prezzi. Fabbriche in Thailandia, Cambogia, Vietnam, Myanmar. Sedi e negozi a Parigi, New York, Milano. Del resto quasi mezzo miliardo di persone nel mondo lavora oggi meno ore retribuite di quanto vorrebbe o non ha accesso a un lavoro a un salario equo, dice il rapporto Ilo World Employment and Social Outlook – Trends 2020: e nonostante l’Asia sia un continente che se la cava meglio di altri “la scarsa qualità del lavoro e gli alti tassi di informalità rimangono la sfida... Nel 2019 nonostante il progresso economico degli ultimi decenni, 79,1 milioni di lavoratori -il 4,2% - sono rimasti in estrema povertà e 277 milioni - il 14,6% - vive ancora in moderata povertà”. Il virus ha peggiorato le cose.

Quanto all’industria della moda, la pandemia l’ha travolta, minando le lotte per la protezione sociale e la sicurezza, i salari equi, la libertà sindacale. Anche perché molte “firme” non pagano ordini già eseguiti o ritirano quelli in produzione. Da sapere quando ci compriamo un vestitino o le scarpette. La situazione è così grave (alcune fabbriche riaprono ma lasciano a casa molti lavoranti) che a Dacca, domenica scorsa, ci sono state manifestazioni pubbliche per il salario nonostante il lockdown. Rischioso. Pagare il giusto le avrebbe evitate.

Una dichiarazione congiunta dell’Organizzazione Internazionale delle Imprese (IOE) e dei Sindacati Internazionali (GUF) lancia un appello per mitigare la perdita massiccia di vite, posti di lavoro e reddito. Si chiede ai marchi di sottoscriverlo ma finora in molti fan orecchie – è il caso di dirlo – da mercante: Arcadia, ASOS, Bestseller, C&A, EWM/Peacocks, Gap, JCPenney, Kohl’s, Mothercare, Next, Primark, Tesco, Under Armour, Urban Outfitters e Walmart/Asda non hanno ancora preso alcun impegno. In Italia la Campagna Abiti Puliti ha chiesto trasparenza a importanti firme della moda come Armani, Benetton, Calzedonia, Ferragamo, Geox, Gucci, Miroglio, Moncler, OVS, Prada, Salewa, Versace, Zegna. Al momento solo Prada e Salewa hanno fornito rassicurazioni sul fatto che rispetteranno gli impegni assunti prima del virus con i fornitori. Il network della Clean Clothes Campaign monitorerà gli impegni dichiarati dalle aziende e ne renderà conto pubblicamente. Nei giorni scorsi Abiti Puliti ha scritto a Conte e ai ministri responsabili del “Cura Italia”: “Riteniamo – dice Deborah Lucchetti responsabile della Campagna - che solo le aziende che dimostrino di saper proteggere sia i propri lavoratori sia quelli che appartengono all'intera catena di fornitura debbano poter contare su misure pubbliche di sostegno”.

giovedì 9 aprile 2020

Ho un virus nel mio vestito

In Myanmar quattro fabbriche si stanno rapidamente riconvertendo nella produzione di mascherine. Inutile dire che alcune sono della filiera del tessile, una delle industrie chiave nel Paese. E’ uno dei nuovi affari connessi al coronavirus. Affari sacrosanti (se i prezzi delle mascherine non lievitassero come la pasta del pane) ma che hanno puntato i riflettori sugli effetti che il virus ha su uno dei grandi settori dell’economia globale – il tessile/calzaturiero - che ha in Asia, dal Bangladesh al Vietnam, da Sri Lanka all’India la fucina dove le grandi firme fabbricano a prezzi super convenienti camice e scarpe, pret a porter e magliette della salute. In certi casi l’apparente disastro (la mancanza di materia prima, il crollo della domanda, i divieti sulla logistica) si trasforma persino in manna dal cielo. Molte aziende in Myanmar hanno approfittato della crisi per chiudere temporaneamente e licenziare sollevando scioperi e proteste in sordina a causa del virus. Ma altre han pensato bene di fallire per riaprire sotto altra forma. In questo modo, denunciano i sindacalisti locali, si licenza senza problemi e si riapre usufruendo dei vantaggi per le start-up. Cosa c’è di meglio di una crisi per ristrutturare il profitto?

L’ondata peggiore della crisi passa dunque soprattutto nei Paesi dove si produce su commissione. Dove la relazione tra aziende e sindacato è fragile e dove le garanzie per chi perde il lavoro sono minime o non ci sono. Due rapporti usciti in marzo han cercato di fare il punto:. Abandoned? del Center for Global Workers’ Rights e Who will bail out the Workers that make our clothes? del Worker Rights Consortium. Mettono in luce gli effetti del Covid-19 sulle catene di fornitura. Lontane da casa.


Marchi e distributori scaricano infatti le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. “Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna, con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera. E hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa di fatto una violazione contrattuale” spiegano alla Campagna abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. Al di là dei furbi e di chi si approfitta della situazione, ciò significa che i proprietari delle fabbriche esecutrici non hanno più liquidità per pagare i salari e che in futuro il quadro potrà solo peggiorare. Secondo l’associazione dei produttori del tessile (Bgmea) del Bangladesh, ordini per oltre tre miliardi di dollari sono finora stati cancellati. In Thailandia, le fabbriche di abbigliamento continuano invece a funzionare ma gli ordini stanno rallentando. Si teme – preoccupazione diffusa - che alcune fabbriche possano utilizzare il Covid-19 come scusa per chiudere. E con lo stato di emergenza scioperare è impossibile.

Le due ricerche ricordano infine che in buona parte dei Paesi produttori di abbigliamento, i meccanismi di protezione sociale, come l'assicurazione sanitaria o l'indennità di disoccupazione, non esistono o sono insufficienti. Lo stesso vale per i fondi di garanzia in caso di insolvenza. Non di meno, dicono ad Abiti Puliti, i due dossier sembrano aver sortito un effetto: dopo la loro pubblicazione un certo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di  pagare gli ordini che le fabbriche avevano già in produzione: H&M, PVH Corp (che possiede Van Heusen, Tommy Hilfiger, Calvin Klein e altre), Inditex (proprietario di Zara) e Target. Stiamo parlando di un settore – tra tessile, abbigliamento e calzature - che impiega milioni di persone, l’80% donne secondo l’Ufficio internazionale del lavoro: si va dagli oltre 100 milioni dell’India ai 3,6 del Bangladesh dove il tessile è l’industria trainante dell’export. Per saperne di più c’è un blog  che aggiorna quotidianamente sugli effetti globali del virus nella filiera del tessile/calzature.



Questo articolo è uscito ieri su ilmanifesto in edicola

giovedì 22 novembre 2018

La settimana della moda

Delhi, Washington, Zagabria ma anche Milano, Torino, Bolzano. Sono solo alcune delle città dove, con modalità diverse, lavoratori e attivisti della Campagna mondiale “Turn Around, H&M!”, mette nel mirino H&M, al secolo Hennes & Mauritz, colosso multinazionale svedese di abbigliamento e vendita al dettaglio nota per il fast-fashion. L’azienda (a sinistra un modello), che con consociate e marchi diversi opera in 69 Paesi con oltre 4.500 negozi reali e una diffusa attività sul web, impiega direttamente circa 160mila persone ma ha al suo servizio una manovalanza diffusa che conta almeno 850mila lavoratori e lavoratrici cui aveva promesso un salario dignitoso entro fine anno. La Campagna mira a diffondere consapevolezza, che riguarda anche ogni singolo compratore di ogni singolo capo di abbigliamento, sul mancato impegno di H&M su cui in settembre aveva già pubblicato un rapporto cui la società aveva risposto con sdegno ma senza in realtà poter esibire i salari dignitosi promessi e rimasti al palo.

Si tratta dunque di una nuova fase della Campagna che da oggi sino a fine mese cercherà di sensibilizzare soprattutto i consumatori. Si inizierà in due città europee: Londra e Milano – capitali internazionali della moda – per proseguire in almeno 24 città nei prossimi giorni. In molte di quelle città ci sono negozi o poli logistici di H&M, ma anche le teste di una filiera di fabbriche e fabbrichette sparse nelle pieghe della globalizzazione mondiale. Una rete fittissima che non esclude il nostro Paese. “Mai avrei immaginato che H&M mi avrebbe stravolto la vita”, ha scritto alla Campagna una lavoratrice che confeziona pacchi di abbigliamento per H&M nel polo logistico di Stradella, in Lombardia. “Nell’enorme magazzino in cui lavoro il turno iniziava alle 4,30 della mattina con nessuna certezza dell’orario di uscita. Tutto era possibile, 4 ore di lavoro come 12”. E’ una donna che ha chiesto l’anonimato per il semplice motivo che XPO, l’azienda che gestisce il polo logistico, ha intentato cause a 147 lavoratori e al sindacato per via delle lotte e delle proteste sulle condizioni di lavoro.

La famiglia di una lavoratrice tessile indiana.
Molto lontana dai vestiti che produce
La mobilitazione in Italia comincia da Milano con un flashmob con i delegati FILCAMS CGIL per raccogliere firme davanti a un negozio H&M del centro. Un altro flashmob con raccolta firme di fronte a un negozio H&M si terrà invece a Bolzano con il sostegno di OEW Organizzazione Per Un mondo solidale. A Torino infine, ci sarà un intervento aperto alla cittadinanza organizzato dall’associazione Hòferlab alla Casa della Cultura di San Salvario.

La settimana globale di mobilitazione – spiegano ad Abiti Puliti, una delle associazioni capofila della Campagna – segna il quinto anniversario delle promesse non mantenute fatte da H&M. L’azienda ribatte che “Con la nostra strategia di salario equo e solidale lanciata nel 2013, raggiungiamo più di 600 fabbriche e 930.000 lavoratori del settore abbigliamento, il che significa che abbiamo superato il nostro primissimo traguardo”. Ma secondo la Campagna, l’azienda non solo non ha rispettato l’impegno assunto ma non si capisce come possa affermare di aver superato i suoi obiettivi. “Chiunque può farlo, se rivendica anche il diritto di modificare l’obiettivo iniziale come meglio crede. Ma non permetteremo che tale ipocrisia passi inosservata”, risponde in una nota la ricreatrice e attivista slovena Neva Nahtigal dell’ufficio internazionale della Clean Clothes Campaign. “Il modello di business di H&M – aggiunge Deborah Lucchetti di Abiti Puliti - sta mettendo sotto pressione i lavoratori e le lavoratrici a diversi livelli della catena di fornitura. Ma chi cuce nelle fabbriche, chi smista i pacchi nei punti logistici e chi è impiegato nei negozi di distribuzione, tutti hanno diritto a un salario dignitoso e a giuste condizioni di lavoro”.

La raccolta delle firme è importante, sottolineano alla Campagna, perché è indice di consapevolezza, oltreché di solidarietà, da parte dei consumatori che così comprendono come funziona la catena di fornitura fino al prodotto finito: da chi taglia e cuce sino a chi impacchetta nei poli logistici o vende nei negozi. La petizione lanciata nell’ambito della campagna “Turn Around, H&M!” ha già raccolto oltre 135.000 firme.

venerdì 28 settembre 2018

C'è un salario (da fame) nel mio vestito

Aadhya, la chiameremo così con uno dei nomi femminili più diffusi in India, ha quarant’anni, un marito e tre bambini. Lavora in una fabbrica di abbigliamento e si alza alle 4,30 della mattina per fare i mestieri e cucinare. Poi, via di corsa perché un solo minuto di ritardo le costa un’ora di paga. Il suo turno comincia alle 7,30 e nei giorni normali finisce fra le 18,30 e le 19,00, ma molto spesso le viene chiesto di fermarsi per gli straordinari. E’ svenuta due volte in fabbrica. La prima volta si è ripresa in pochi minuti, ma la seconda volta è stata trasportata dai colleghi in ospedale perché era caduta su un macchinario procurandosi un’emorragia interna. Quanto guadagna? La sua famiglia, di cinque persone, vive del suo reddito di operaia tessile che non supera gli 85 euro al mese.

La storia di Aadhya è una delle tante contenute nell’ultimo rapporto che una rete internazionale di monitoraggio sul lavoro e i salari delle aziende che vivono di delocalizzazione ha appena dato alle stampe. Quello di Aadhya non è un caso isolato. In Bulgaria le lavoratrici di una fabbrica – la maggior parte dei lavoratori del tessile sono donne – raccontano che si lavora per 12 ore al giorno, sette giorni alla settimana, senza ricevere il salario minimo legale previsto per un normale orario di lavoro. Alcune interviste anonime – per ovvi motivi – denunciano che in Bulgaria si può essere pagati anche meno del 10% del salario dignitoso minimo. In Turchia c’è chi percepisce circa un terzo del valore minimo stimato per un salario dignitoso mentre in Cambogia il livello dichiarato è pari quasi alla metà. La Cambogia è tristemente famosa per un caso che fece scalpore nel 2011: in una settimana, nello stabilimento cambogiano che riforniva la multinazionale del tessile H&M, circa 200 operai accusarono svenimenti per fumi di sostanze chimiche, scarsa ventilazione, malnutrizione. Ed è proprio H&M a essere al centro del rapporto che porta infatti il suo nome: “H&M: Le promesse non bastano. I salari restano di povertà”. E’ uno sguardo trasversale su una firma della moda internazionale che purtroppo si potrebbe forse trasferire su altre realtà.

giovedì 13 settembre 2018

Un anniversario da ricordare

Nel settembre del 2012 oltre 250 persone morirono in un incendio alla fabbrica tessile Ali
Enterprises di Karachi, in Pakistan. Decine di altri rimasero feriti e menomati. Dopo una lunga battaglia legale il principale acquirente della Ali – la tedesca Kik – ha riconosciuto un risarcimento di 5,15 milioni di dollari a un fondo che deve fornire le pensioni per le famiglie colpite. La battaglia sui risarcimenti – che non è ancora conclusa visto che Kik è sotto inchiesta in Germania - non è però ancora l’ultimo capitolo di una vicenda che coinvolge una multinazionale con sede in Italia: laRina Services, società di certificazione – assoldata dalla fabbrica pachistana – che aveva stabilito che la Ali aveva rispettato gli standard internazionali e nazionali. La Rina, sotto inchiesta dalla procura di Genova, sembra però non avesse mai nemmeno visitato l’interno della fabbrica. Nemmeno attraverso la sua filiale locale (Rica).

Nel sesto anniversario di quella tragedia, una coalizione internazionale di otto organizzazioni sindacali e di tutela dei diritti dei lavoratori e dei consumatori – nazionali e internazionali - ha presentato un reclamo formale al ministero dello Sviluppo Economico italiano contro Rina sottolineando non solo il fatto che l’azienda avrebbe potuto prevenire la morte di centinaia di persone, ma il vizio di fondo della filiera delle certificazioni degli standard internazionali (in gergo SA 8000).

Nel suo rapporto, in sostanza, Rina non avrebbe evidenziato una serie di infrazioni agli standard internazionali nè le lacune sulle norme di sicurezza pachistane. Omissioni che si sarebbero rivelate fatali: un pavimento costruito abusivamente, un sistema di allarme antincendio che non funzionava e un sistema eccessivo di uso del lavoro straordinario affidato anche a minorenni. Infine era stata certificata la presenza di uscite di emergenza e la presenza di materiale antincendio in una situazione in cui le porte erano invece chiuse e le uscite bloccate. L’unico estintore disponibile era inutilizzabile.
Le otto organizzazioni (Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association, National Trade Union Federation, Pakistan Institute of Labour Education and Research, European Center for Constitutional and Human Rights, Clean Clothes Campaign, Campagna Abiti Puliti, Movimento Consumatori, Medico International) vogliono vederci più chiaro e chiedono che Rina renda pubblica la relazione di audit della Ali Enterprises (coperta da segreto societario). Vogliono però anche che la vicenda della Ali serva a denunciare i difetti del sistema di certificazione in generale. Uno dei punti critici è che ora – in pieno conflitto di interessi – chi paga la certificazione è la stessa ditta che deve essere certificata. Le otto organizzazioni chiedono anche che la Rina si impegni, come ha fatto la Kik, nel processo di risarcimento.

Se Rina è italiana (la sua sede è a Genova e il suo motto è “Eccellenza dietro l’eccellenza”), italiane sono anche due delle associazioni che la accusano: Deborah Lucchetti, della Campagna Abiti Puliti, sostiene che «il rifiuto di fornire informazioni rilevanti in nome degli obblighi di riservatezza ha ostacolato il lavoro dei difensori dei diritti umani e delle parti esterne indipendenti impegnate a ricostruire i fatti e ad accelerare il processo di risarcimento». Alessandro Mostaccio, del Movimento Consumatori, ricorda che la certificazione SA 8000 dovrebbe costituire una garanzia per l’acquisto di prodotti sicuri: «Rilasciandola alla Ali Enterprises, Rina ha fornito una garanzia ingannevole, gettando una pesante ombra su tutto il sistema di certificazione».

lunedì 20 novembre 2017

Una campagna per avere Abiti Puliti

Sostieni la Campagna Abiti Puliti e aiutala a realizzare un video informativo da diffondere tra i giovani e nelle scuole per raccontare la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo tessile e calzaturiero in Italia e nel mondo.
Perché?

Perché
In alcune fabbriche che producono per grandi marchi le operaie sono arrivate a dover indossare gli assorbenti per non assentarsi neppure per andare in bagno.
Più di 500 operaie sono svenute in un anno in alcune fabbriche Cambogiane che producono per notissimi marchi della moda e dello sport. Esauste e malnutrite l avoravano con almeno 37 gradi , senza neppure un ventilatore.
Le fabbriche del Bangladesh dove vengono cuciti i tuoi jeans, sono palazzi di molti piani con centinaia di operaie e dove le uscite di sicurezza sono spesso assenti o bloccate.
Un’operaia albanese deve lavorare un’ora intera per poter comprare un litro di latte , mentre a un’operaia inglese bastano 4 minuti di lavoro...

Fai una donazione qui

domenica 19 novembre 2017

Il Bangladesh alle porte di casa

L'Europa dello sfruttamento: l'ultimo
rapporto della Campagna Abiti puliti
Il Made in Europe della moda anche italiana investe e delocalizza in Europa Orientale. Ma il conto lo paga chi lavora

In Serbia, alle porte di casa nostra, la “soglia di povertà” per una famiglia di quattro persone viene calcolata a 256 euro. Ma il salario medio netto di un lavoratore dell’industria del cuoio e delle calzature arriva a 227 e a soli 218 nell’industria dell’abbigliamento. Se poi viene applicato il salario minimo legale netto, siamo a 189 euro. E’ la politica di incentivi che Belgrado ha deciso di applicare a diversi settori industriali per rilanciare l’economia e attirare investimenti. Regali alle aziende straniere, tra cui molte italiane, formalmente pagati dallo Stato ma di fatto dai lavoratori. Qualche nome? Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Golden Lady, Gucci, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton/LVMH, Next, Mango, Max Mara, Marks & Spender, Prada, s’Oliver, Schiesser, Schöffel, Top Shop, Tesco, Tommy Hilfiger/PVH, Versace. E ancora Benetton, Esprit, Geox e Vero Moda. Solo questione di soldi?

Nel luglio scorso la stampa locale riferiva di lavoratrici costrette a indossare gli assorbenti per evitare di interrompere il lavoro per andare in bagno. L’episodio era riferito alla fabbrica Technic Development Ltd di Vranje, società controllata di Geox, marchio italiano di abbigliamento per uomo, donna e bambino, noto per le scarpe “traspiranti”. La denuncia è costata il lavoro a Gordana Krstic, eppure quella storia non ha trovato eco sulla stampa italiana, un po’ distratta sulle questioni del lavoro delocalizzato. Ma non siamo in Bangladesh o in Cambogia e la fabbrica in questione occupa 1400 operai. Con salari netti medi (compresi straordinari e indennità) di 248 euro, meno della soglia di povertà. Straordinari che arrivano anche a 32 ore settimanali contro le 8 ammesse dalla legge. Sono i conti della moda.

Se sappiamo queste cose è perché un gruppo di attivisti della Clean Clothes Campaign (in Italia Abiti puliti) ha appena pubblicato un rapporto sui salari e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Non solo Serbia: in Ucraina, nonostante gli straordinari, alcuni lavoratori guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere di oltre 400. E anche se in in Slovacchia si arriva a 374 euro siamo sempre sulla soglia del salario minimo legale, quello – per intendersi – che non serve a mantenere una famiglia e forse nemmeno una persona. Anche tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vera Moda.

lunedì 3 luglio 2017

T-shirt e scarpe dell'altro mondo

Non sempre la filiera tra i grandi marchi della moda e i Paesi poveri è così diretta. Un maglietta made in Bangladesh può essere tessuta con cotone uzbeco. E il cuoio di una scarpa prodotta in Cambogia può arrivare da Dacca. Viaggio nella catena nascosta di un’industria che nasconde bene anche il dolore



Il "palazzo rosa" simbolo del potere del Nawab di Dacca
Oggi è un museo. Poco più a Nord i quartieri produttivi
di Kamrangirchar e  Hazaribagh. Sversano nel Buriganga
Dal cuore di Old Dakha, la capitale del Bangladesh, bisogna prendere dei piccoli battellini per attraversare il Buriganga e raggiungere l’altra sponda. Su questo largo fiume dalle acque nere come la pece si viene traghettati su piroghe sottili e dall’equilibrio apparentemente instabile. C’è un gran traffico di umanità, animali, utensili che, per qualche centesimo, si spostano dalla riva dove troneggia il palazzo rosa di Ahsan Manzil, una volta sede del “nababbo” (nawab), a un quartiere anonimo dall’altra parte del fiume che scorre verso il Golfo del Bengala. Pieno di negozi di tessuti naturalmente, una delle grandi ricchezze del Bangladesh che ogni anno porta al Paese 30 miliardi di dollari in valuta. Le fabbriche però, grandi o piccole, sono lontane dal centro città: stanno a Savar, dove si è consumato il dramma del Rana Plaza, o adAshulia, distretti suburbani industriali. Ma in pieno centro c’è invece il cuore della produzione di un altro grande bene primario del Bangladesh che se ne va tutto in esportazione: il cuoio. Decine di fabbriche dove si fa la concia delle pelli: la prima lavorazione e quella più tossica che trasforma la materia prima nel prodotto base che può poi diventare scarpa o borsetta. A un pugno di isolati dal Palazzo rosa, nel distretto di Kamrangirchar e in quello gemello di Hazaribagh, divisi dal Buriganga, si lavora in condizioni bestiali anche con l’aiuto di ragazzi di 8 anni. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il 90% di chi lavora in queste fabbriche di veleni che si sciolgono nel fiume non supera i cinquant’anni. Pavlo Kolovos, il responsabile di tre cliniche di Medici Senza Frontiere a Kamrangirchar, spiega che «la metà dei pazienti che viene negli ambulatori di Msf lo fa per problemi legati al lavoro: malattie della pelle, intossicazioni, insufficienze respiratorie...». Dice Deborah Lucchetti della campagna “Abiti Puliti”: «Le nostre inchieste mostrano come l'esposizione al cromo, quando viene trattato in maniera non adeguata e si trasforma in cromo esavalente, può portare anche al tumore. Senza contare che gli scarti delle lavorazioni vanno a finire in falde e terreni espandendo il danno anche oltre la fabbrica».

venerdì 23 giugno 2017

Lacrime sul golfo del Bengala - Passioni del 24 e 25 giugno

Sabato e domenica a "Passioni", programma di Radio3 a cura di Cettina Flaccavento con la regia di
Giulia Nucci, un viaggio nel lavoro esternalizzato. E nel dolore

alle 14.30 sulle frequenze di Radio3
Diretta
Podcast


Dacca non è solo la capitale del Bangladesh ma anche la capitale della globalizzazione del lavoro, dalle nostre scarpe alle magliette. Finisce così anche per essere una capitale del dolore in un Paese che cresce a ritmi vertiginosi ma dove i profitti vanno a vantaggio di un'élite molto ristretta. Dalle macerie del Rana Plaza alle concerie del cuoio in pieno centro città, viaggio nella nazione affacciata sul Golfo del Bengala. Che sembra lontanissima ed è invece presente nella quotidianità diffusa del "Made in Bangladesh".

Il viaggio che mi ha permesso di scrivere il capitolo sul Bangladesh di "A Oriente del Califfo"

domenica 30 aprile 2017

1 maggio sulla T-shirt

Rana Plaza, quattro anni dopo. Il 24 aprile del 2013, una settimana prima della festa internazionale
di chi lavora, un edifico di cinque piani crollava alla periferia industriale di Dacca, Bangladesh. 1.134 morti e 2mila feriti. L'edificio ospitava cinque fabbriche di abbigliamento che producevano per marchi europei e nordamericani, alcuni dei quali fecero di tutto per non essere coinvolti nel crollo e dunque nei risarcimenti. Non è certo stato l’unico “incidente” (fu preceduto dagli incendi nella fabbrica Ali Enterprises in Pakistan e alla Tazreen Fashions in Bangladesh che uccisero più di 350 persone) ma il dossier Rana Plaza, anche se con il pagamento di un prezzo altissimo in vite umane, ha però segnato un punto di svolta. Un punto di svolta, deve essere ben chiaro, dovuto alla resistenza delle famiglie dei lavoratori di quelle fabbriche e a un’attività sindacale locale fortissima quanto rischiosa. Una resistenza e una lotta sindacale che forse non avrebbe raggiunto i loro obiettivi se non fossero state accompagnate da campagne internazionali e dalla solidarietà di altri lavoratori, attivisti, comuni cittadini.

Alcuni programmi innovativi sono stati sviluppati per evitare nuovi disastri e per garantire i risarcimenti alle famiglie. Il primo riguarda l'Accordo sulla sicurezza e la prevenzione degli incendi che è un programma quinquennale, giuridicamente vincolante, col quale i firmatari si impegnano a migliorare la sicurezza delle fabbriche con cui lavorano. Lanciato dopo un mese dal crollo e non senza una forte pressione internazionale sui marchi, dopo sei mesi aveva più di 200 firmatari. L’Accordo per il risarcimento delle vittime del disastro ha terminato il suo percorso nel 2015 dopo una battaglia durata due anni per ricevere il denaro e per l’istituzione di un fondo medico fiduciario per sostenere i sopravvissuti feriti. Ma, dicono alla Campagna Abiti Puliti – la sezione italiana della Rete internazionale Clean Clothes - «Questi risultati hanno bisogno di essere costantemente difesi e sviluppati, non erosi e invertiti» perché – sostengono – le promesse di un cambiamento strutturale «non sono ancora divenute realtà: restano i problemi sistematici di una concorrenza spietata, bassi salari, repressione sindacale, un diritto del lavoro debole e l’impunità legale».

E’ anche per questo che la Campagna invita le aziende dell’abbigliamento e delle calzature che non l’hanno ancora fatto a unirsi alle 17 che già sono in linea con una nuova importante iniziativa per la trasparenza che impegna i marchi a pubblicare le informazioni che permettano a lavoratori e consumatori di scoprire dove e come vengono realizzati i loro prodotti. Un rapporto di 40 pagine (“Segui il filo”) chiede alle aziende di adottare un modello che garantisca trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzature. «Le aziende che vi aderiscono – dicono gli attivisti di Abiti Puliti* - si impegnano a pubblicare informazioni che identifichino le fabbriche che realizzano i loro prodotti, rimuovendo un ostacolo fondamentale per sradicare pratiche di lavoro abusive e aiutando a prevenire disastri come quello del Rana Plaza». Delle 72 aziende contattate, 17 saranno perfettamente in linea con gli standard dell’iniziativa entro il 31 dicembre 2017. «La trasparenza è uno strumento molto potente per promuovere la responsabilità di impresa verso i lavoratori del tessile lungo tutta la catena di fornitura e permette alle organizzazioni e ai lavoratori di avvertire le aziende riguardo agli abusi nella fabbriche fornitrici. Facilita il ricorso più veloce a meccanismi di reclamo per abusi dei diritti umani». Ed è anche un modo per rendere più responsabili i consumatori (alcune aziende hanno dichiarato che rivelare le informazioni potrebbe svantaggiarle commercialmente…).

E perché i consumatori sappiano ecco la lista dei refrattari: American Eagle Outfitters, Canadian Tire, Carrefour, Desigual, DICK’S Sporting Goods, Foot Locker, Hugo Boss, KiK, MANGO, Morrison’s, Primark, Sainsbury’s, The Children’s Place e Walmart non si sono impegnate a pubblicare nulla. Inditex si è rifiutata di pubblicare le informazioni, ma mette a disposizione i dati. Armani, Carter’s, Forever 21, Matalan, Ralph Lauren Corporation, Rip Curl, River Island, Shop Direct, Sports Direct e Urban Outfitters non hanno risposto alla coalizione e non pubblicano alcuna informazione.


* Fa parte della coalizione composta da: Clean Clothes Campaign, Human Rights Watch, IndustriALL Global Union, International Corporate Accountability Roundtable, International Labor Rights Forum, International Trade Union Confederation, Maquila Solidarity Network, UNI Global Union e Worker Rights Consortium.




mercoledì 12 aprile 2017

Il lato oscuro delle nostre scarpe

«L’etichetta Made in Italy o Made in EU ha sempre suggerito qualità del lavoro e degli standard ma se le scarpe sono solo progettate nella UE e poi prodotte in Serbia, Albania, Birmania o Indonesia da lavoratori stranieri in condizioni miserabili, oppure in Italia da parte di terzisti che pagano salari contrattati al di sotto del salario vivibile, dove sta il valore aggiunto del Made in EU o Made in Italy?». Se lo chiede un’inchiesta della Campagna Abiti Puliti e di Change your Shoes - progetto di 15 organizzazioni europee e 3 asiatiche – che è un viaggio nel lato oscuro delle nostre scarpe. Proprio “nostre” perché Il vero costo delle nostre scarpe: viaggio nelle filiere produttive di tre marchi globali delle calzature, studio realizzata dal Centro Nuovo Modello Di Sviluppo e FAIR, racconta il percorso compiuto lungo le filiere produttive di tre grandi marchi italiani (Tod’s, Geox, Prada), mostrando quanto si sia ancora lontani dal rispettare i diritti umani e sindacali di chi confeziona le loro-nostre scarpe.

Nel mondo si fabbricano ogni anno circa 23 milioni di paia di scarpe e qualche barlume di consapevolezza sulle condizioni di lavoro in cui vengono assemblate attraverso una filiera che agisce su diversi Paesi (prodotto base, tomaia, design, distribuzione etc) ci aveva mostrato processi ad alta intensità di manodopera sottoposti a rapidi tempi di consegna e prezzi ridotti all’osso soprattutto in Cina, India, Bangladesh, Pakistan e Indonesia. Ma oggi – spiega il rapporto – dopo la delocalizzazione si assiste alla rilocalizzazione o reshoring, ossia al trasferimento in direzione contraria delle attività produttive precedentemente delocalizzate in Asia grazie al basso costo del lavoro. «L’aumento di produttività, unito a una politica di moderazione salariale, maggiore flessibilità del lavoro, maggior libertà di licenziamento, relazioni industriali soft affiancate da incentivi e sussidi per attrarre gli investimenti – dice l’inchiesta - sta rendendo di nuovo appetibile anche la vecchia Europa che presenta il vantaggio di una mano d’opera ad alta tradizione manifatturiera. Ad essere più interessati al fenomeno sono i Paesi dell’Europa dell’Est con salari a volte più bassi di quelli asiatici». Spesso anche grazie a incentivi locali.

giovedì 6 aprile 2017

The True Cost

Sabato 8 aprile 2017

Terra Equa Bologna (vedi il programma intero)

Terra Equa quest'anno ha dedicato il suo Festival del Commercio Equo e dell'Economia Solidale al tema della moda, del tessile, dell’abbigliamento, degli accessori.
Per toccare con mano che cosa significa Made in Dignity, Fashion Revolution, Slow Fashion, Abiti Puliti.
Ecco la composizione tipica del prezzo di una maglietta prodotta in Asia e venduta nell’Unione Europea, come riportata dal quaderno di Equo Garantito Tessile, il filo rosso. L’industria della moda tra diritti e business: 
3% costo della manodopera
5% dazi e trasporti
6% costi generali di produzione
11% materiali
15% costi e profitti del marchio
60% tasse, costi e profitti del distributore.

Ore 18 Sala cinema e parole
The True Cost


“Uno dei più bei film che ho avuto occasione di guardare al Festival di Cannes 2015” – Huffington Post / “Questo film sconvolgerà tutto il mondo della moda” – The Guardian

Proiezione del documentario The True Cost (versione originale, sottotitoli in italiano), presentato al Festival di Cannes nel 2015, che racconta le storie delle persone che producono i nostri vestiti, l’impatto dell’industria della moda sul nostro mondo e qual è il vero costo della maglietta da 10 € che indosso.

Intervengono:
Linda Triggiani (C'è un mondo - Terra Equa)
David Cambioli (altraQualità)
Deborah Lucchetti (Fair Coop. Soc. - Campagna Abiti Puliti)
Emanuele Giordana (giornalista, saggista e direttore di Lettera22)

In collaborazione con "Tutti nello stesso piatto", Festival Internazionale di cinema e videodiversità
Per l’occasione saranno presentate le campagne internazionali in corso per la difesa dei diritti dei lavoratori del settore.

sabato 31 dicembre 2016

Pugno di ferro a Dacca. C'è una lacrima sulla tua maglietta


Quando gli operai delle fabbriche tessili di Ashulia sono tornati al lavoro dopo la fine, lunedi scorso, della serrata, molti di loro hanno trovato ad aspettarli la lettera di licenziamento. O, come si dice qua, di “temporanea sospensione”, una formula legale che preannuncia l'espulsione dalla fabbrica. Ma non era una lettera normale. Era la fotografia del loro viso accompagnata dal foglio di via. Appesa al muro. Una lista di proscrizione, antica come le più oscure forme di ricatto, sposata, come vuole la modernità, con la nuova comunicazione tecnologica, così che tutti possano vedere la tua immagine sbattuta in pasto a chi farà bene a non seguire il tuo esempio. Succede a Dacca, capitale del Bangladesh, sede di importanti distretti industriali di quella che è la gallina dalle uova d’oro di un’economia che cresce al 7%: il tessile. Vestiti, magliette, jeans con marchi di fabbrica americani, inglesi, italiani…Made in Bangladesh.

Sarebbero circa tremila gli operai e le operaie (l’80% della forza lavoro del settore) a spasso ormai da giorni. L’evoluzione della protesta è stata rapida e del tutto autonoma. Autonoma e rapida è stata la risposta – con la serrata – di padroni e forze di polizia, che qui hanno una struttura dedicata - la industrial police - famosa per intimidazioni, minacce e, se serve, una bella battuta.

500 Tk:Il costo di un pranzo in un ristorante
 di lusso. Ma con dieci volte questa cifra
una famiglia operaia deve vivere un mese
 
Comincia tutto il 12 dicembre ad Ashulia, una zona suburbana di Dacca a una ventina di chilometri a Nord dal centro città. Tra gli operai delle fabbriche girano volantini che rivendicano un nuovo minimo sindacale. L’ultimo, è stato fissato tre anni fa e ammonta a 5300 Taka ossia circa 65 euro al mese. Visto che un terzo del salario se ne va in affitto, un chilo di riso costa 50 tk e il trasporto pubblico è quasi inesistente, la rivendicazione – un aggiustamento al triplo – sembra una richiesta più che legittima. Alla Windy cominciano le prime agitazioni spontanee che in pochi giorni si estendono a macchia d’olio: o ci date l’aumento o incrociamo le braccia. Il 14 la patata e già bollente e la Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (Bgmea), l’associazione di settore degli imprenditori, va in fibrillazione. Ci sono i primi incontri con le associazioni dei lavoratori ma la linea rossa, ribadita nei giorni a seguire, è che il salario minimo non è in discussione. La Bgmea, il cui obiettivo è arrivare a fatturare - dagli attuali 30 – 50 miliardi di dollari l’anno con l’export del tessile, non ne vuole sapere. Col passare dei giorni la tensione aumenta: il 21 dicembre l’agitazione coinvolge 59 fabbriche e centinaia di lavoratori. E mentre viene decisa la serrata (terminata il 26 su richiesta della premier Sheikh Hasina) si accende la macchina della repressione. Uno per tutti, il caso di Ibrahim, della Bangladesh Garments and Industrial Workesr Fderation. Il sindacalista viene arrestato con tre altri leader sindacali e per tre giorni sparisce. Quando finalmente colleghi e famiglia sanno qualcosa di lui, il caso è passato alla magistratura con cinque capi di imputazione e per adesso nessuna cauzione possibile per farlo uscire. Non lo hanno picchiato – spiega un suo collega – ma «è stato sottoposto a minacce e avvertimenti», pressioni psicologiche esercitate, come le foto del loro licenziamento, anche verso gli operai. Se i leader sindacali sono in manette almeno altre duecento denunce pendono sul capo di altrettanti lavoratori. La legge usata per arrestarli o accusarli è un vecchio residuo legislativo del 1974, la Special Law, varata  (dopo l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan (1971)  e mai emendata o abolita.

lunedì 6 giugno 2016

Cina: Diritti come scarpe vecchie

Con oltre 15,7 miliardi di paia di scarpe confezionate nel solo 2014, la Cina è il maggior produttore
mondiale di calzature e l’Unione Europea è, a sua volta, il più grande mercato di sbocco dei prodotti in cuoio e calzaturieri del Celeste impero. Scarpe che vengono e che vanno: cuoio, suole, tomaie, cuciture, prodotti finiti e semilavorati. Loro là noi qua, ma le scarpe su cui camminiamo, le borsette o i giacconi di cuoio che indossiamo, hanno spesso una componente cinese anche se sono «Made in Italy». Chiedersi come e in che condizioni lavora il più grande mercato mondiale delle scarpe non è dunque peregrino. Lo abbiamo fatto con le magliette, i palloni, i tappeti, le tennis. Adesso un’alleanza internazionale di 18 organizzazioni, che ha lanciato la campagna Change Your Shoes, cerca di vedere oltre confine. Perché i lavoratori della filiera calzaturiera abbiano diritto a un salario dignitoso e a condizioni di lavoro sicure. E perché i consumatori sappiano su cosa camminano.

martedì 9 giugno 2015

Com'è andata a finire. Per chi non si è dimenticato di Aldo Bianzino e del Rana Plaza

Per adesso è solo una notizia scarna di poche righe ma importante per chi ha seguito la vicenda della morte di Aldo Bianzino, morto nel carcere di Capanne a Perugia nell'ottobre del 2007 in circostanze davvero oscure, La Corte di  Cassazione ha confermato ieri la condanna a un anno di reclusione nei confronti di un agente della Polizia Penitenziaria, Gianluca Cantoro, accusato di omissione di soccorso per la morte dell'ebanista, arrestato per possesso di alcune piante di  marijuana e spedito in carcere con la moglie il 12 ottobre. Qualche giorno dopo era già morto. Di aneurisma secondo il tribunale. Come che si la decisione della VI Sezione penale della Cassazione ha confermato il verdetto emesso il 16 ottobre 2014 dalla Corte d'appello di Perugia e apre la porta a un processo civile per la quantificazione dei danni che spettano ai familiari di Bianzino e che dovranno essere pagati dal Ministero della Giustizia. Quel processo sarà ancora una volta l'occasione per tentare di capire cosa avvenne quella notte maledetta e se fu davvero solo omissione di soccorso.

Quanto alla terribile storia di Dacca, la Clean Clothes Campaign (In Italia Abiti Puliti) annuncia una grande vittoria: il Rana Plaza Donors Trust Fund ha finalmente raggiunto l’obiettivo di 30 milioni di dollari grazie ad una cospicua donazione anonima. Il caso Rana Plaza (aprile 2013) però non è chiuso. Benetton infatti, al centro della vicenda, si accontenterebbe invece di versare poco più di un milione di dollari contro i cinque che sono stati calcolati a suo carico.

venerdì 15 novembre 2013

SE CENTO DOLLARI VI SEMBRAN TANTI

Non si fermano gli scontri in Bangladesh che continuano a vedere cariche della polizia e manifestanti nelle strade. I lavoratori del tessile, sezione chiave dell'economia del Paese, chiedono un salario di cento dollari al mese e non si accontentano dell'accordo raggiunto tra padronato e governo per portare il minimo da 38 a 68 dollari (5.300 taka). Per gli industriali del tessile è un aumento importante (77%) ma per i lavoratori è troppo poco e l'accordo proposto dal governo e accettato dagli imprenditori non è ritenuto sufficiente. La polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per spezzare i cortei che si sono difesi con lanci di pietre. I partiti contrari all'esecutivo di Sheikh Hasina intanto soffiano sul fuoco anche perché la rivendicazione coincide con un'ondata di scioperi e cortei anti-governativi promossa dall'opposizione in vista delle prossime elezioni.

La Bangladesh Garment Manufacturers e Exporters Association (Bgmea) comunque non intende andar oltre quella cifra (il salario base in Bangladesh è 3mila taka, meno di 50 dollari) sostenendo che per i piccoli imprenditori l'accordo è già quasi insostenibile, ma forse i lavoratori si ricordano di un accordo del luglio 2010 in cui il salario minimo era stato fissato a 50 dollari per poi scendere ben al di sotto. Le proteste, con un bilancio di decine di feriti, hanno visto la chiusura di un centinaio di fabbriche nel corso della settimana e il ministro del lavoro Rajiuddin Ahmed Raju, che ha esortato i lavoratori a tornare nelle aziende, ha promesso la mano pesante contro gli organizzatori delle proteste che distruggerebbero l'industria traino del Bangladesh. Dopo l'accordo diverse aziende hanno riaperto i battenti.

In realtà persino i cento dollari richiesti son ben lontani da un salario dignitoso, come dimostra il calcolo fatto dall'Asia Floor Wage Alliance, un insieme di sindacati asiatici e gruppi internazionali impegnati nella difesa dei lavoratori. La Afwa ha elaborato una formula per definire cosa dovrebbe essere un salario dignitoso: calcolo che tiene conto di diversi fattori tra cui il numero di familiari, bisogni nutrizionali di base (3mila calorie al giorno per adulto), alloggio, cure mediche, istruzione e risparmio. Questo calcolo attribuisce al Bangaldesh un valore di 25,687 taka di stipendio mensile. Al cambio attuale si tratta di 240 euro (circa 350$, due volte e mezzo in più di quel che chiedono), una cifra che permetterebbe a un lavoratore bangladeshi di vivere degnamente con la sua famiglia. Ma la dignità resta lontana.

Cosa ne è infatti della vicenda del Rana Plaza, l'edifico che collassò alla periferia di Dacca sei mesi fa e considerata il più grande disastro della storia nell’industria dell’abbigliamento? Un rapporto uscito a fine ottobre e firmato dalla Clean Clothes Campaign (che ha anche una sezione italiana) e dall’International Labor Rights Forum sostiene che c'è stato qualche progresso sul tema dei risarcimenti ma che ancora si è lontani da un risultato concreto per evitare che i lavoratori e le lavoratrici ferite in maniera permanente precipitino in una situazione di indigenza irreversibile. C'è un accordo (predisposto dal Rana Plaza Compensation Coordination Committee, formato dai marchi internazionali, dal governo, dal Bgmea, e da sindacati e Ong locali e internazionali) per predisporre un meccanismo di calcolo e di distribuzione dei risarcimenti alle famiglie e per istituire un fondo nel quale i marchi possano versare i propri contributi. Ma l'impegno della maggior parte delle grandi firme della moda coinvolte resta nebuloso. Sicuramente anche questa vicenda ha finito per inasprire gli animi dei lavoratori del settore.

Per saperne di più in generale sulle lotte per condizioni di lavoro sicure in Asia si può leggere il rapporto della Clean Clothes Campaign (Urgent Appeal Annual Rewiew / www.cleanclothes.org), un documento interattivo che mostra anche il modo in cui la campagna internazionale sostiene chi combatte per un lavoro più sicuro, per il salario dignitoso e per la libertà di associazione sindacale. Tra le cose più eclatanti, il fatto che l'85% dei lavoratori nel tessile sono donne e una mappa degli incidenti e delle violazioni più gravi dell'anno scorso. Una trentina

mercoledì 11 settembre 2013

RANA PLAZA: CHI VUOL PAGARE E CHI NO

Per due giorni, tra oggi e domani nella città svizzera di Ginevra, gli industriali del settore tessile internazionale e i sindacati, convocati dal sindacato internazionale IndustriALL e sostenuti dall’Ufficio internazionale del Lavoro dell'Onu, cercheranno un accordo sui risarcimenti alle famiglie dei lavoratori del Rana Plaza e della società Tazreen che nei mesi scorsi, tra crolli e incendi, uccisero più di mille persone in Bangladesh. La buona notizia però si accompagna a una cattiva: se dodici marchi hanno accettato di partecipare alle riunioni di Ginevra, più di venti diserteranno l'incontro. Tra questi anche firme italiane come la Benetton o colossi come la spagnola Mango e la statunitense Walmart. Una decisione che la Clean Clothes Campaign” (la Campagna internazionale che in Italia si chiama “Abiti puliti”) ha definito “sconcertante”.

Secondo il Daily Star, quotidiano bangladeshi, l'organizzazione non profit Solidarity Centre ha stimato che il governo di Dacca abbia sinora pagato un risarcimento alle famiglie delle vittime per 777 dei 1.131 morti accertati nel disastro del Rana Plaza in quantità che variano da 1.250 a 5mila dollari. Altri 36 lavoratori tessili rimasti mutilati o paralizzati nel crollo del palazzo alla periferia della capitale hanno ricevuto tra 15 e 18.750 dollari ciascuno. Un po' di quattrini sono arrivati dall'estero (dalla catena britannica Primark ad esempio) o dall'associazione locale degli industriali tessili (Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association,), che rappresenta un settore che in questi anni è stato in forte espansione, arrivando a fatturare 20 miliardi dollari l'anno. Finora comunque nessuna delle 4mila famiglie colpite dal disastro Rana Plaza – dice il Bangladesh Institute of Labour Studies - è stata interamente risarcita come era stato ovviamente promesso. Gli incontri di Ginevra dovrebbero chiarire appunto il contributo dei gruppi occidentali che operano in Bangladesh e fare il punto sulla situazione dei risarcimenti anche da parte di governo e industriali del Paese asiatico....(SEGUE) Leggi tutto su Lettera22

venerdì 10 maggio 2013

UN MILIONE DI FIRME SULLE MACERIE DEL RANA PLAZA


Il crollo del Rana Plaza (oltre 1000 morti!) ha prodotto almeno un risultato: un milione di firme in calce alle petizioni che chiedono ai marchi che si riforniscono in Bangladesh di sottoscrivere immediatamente il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un accordo che vincola al controllo della sicurezza nelle aree del lavoro tessile, una moderna forma di schiavitù più volte venuta alla luce ma mai in maniera così eclatante. A renderlo noto è la Campagna italiana “Abiti puliti”, quella che ha denunciato, tra l'altro, il coinvolgimento di molti clienti italiani e sbugiardato la firma più importante: il colosso multinazionale Benetton. L’accordo messo a punto insieme ai sindacati internazionali – spiegano alla Campagna - pone le basi strutturali per evitare la perdita di altre vite. Firmarlo entro il 15 maggio, aggiungono gli attivisti di “Abiti puliti”, è questione di “vita o di morte”.

L'Italia però sembra molto in ritardo. A parte qualche piccola manifestazione a Padova e qualche sdegnato commento sui giornali, l'opinione pubblica e i grandi marchi sono rimasti silenti. Anche il governo si è speso poco. Lo stesso i sindacati. Sembra non contar molto che in quella vicenda siamo coinvolti e che dal 2005 a oggi più di 1700 lavoratori tessili sono morti in quel Paese a causa della scarsa sicurezza degli edifici. La firma di quell'accordo sarebbe una buona scelta: prevede ispezioni indipendenti nelle fabbriche, formazione dei lavoratori sui loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza.