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domenica 7 luglio 2024

L'Afghanistan e le nostre responsabilità




La presidente della Commissione Diritti umani della Camera Laura Boldrini ha reso nota lasua intenzione di presentare un'interrogazione al governo per “chiarire qual è la posizione dell'Italia nei confronti dell'Afghanistan, quali misure intenda intraprendere per sostenere la popolazione stremata e tutelarne i diritti - anche ripristinando aiuti allo sviluppo - e come intenda garantire la protezione internazionale alle afgane e agli afgani in fuga dai Talebani". Lo ha fatto dopo aver incontrato i responsabili della “Rete 26 febbraio” (strage di Cutro ndr) e quelli di 4 associazioni italiane e internazionali: Emergency, Intersos, Unitad Against Inhumanity (Uai) e Afgana. Durante un’audizione parlamentare abbiamo riassunto le condizioni in cui vive un popolo già vessato da leggi discriminatorie e dai postumi di una guerra infinita condotta con l’illusione di mettere le cose a posto e conclusasi con un fallimento. Cui è seguito un assordante silenzio. 

Riparlarne tre anni dopo la fuga del 15 agosto 2021 da Kabul, significa obbedire all’imperativo etico che obbliga un Paese che ha investito nella guerra afgana circa 10 miliardi (di cui il 90% in spesa militare) a non tradire la promessa fatta allora e che suonava più o meno così: “Non dimenticheremo l’Afghanistan”. Ma poi i soldi per l’emergenza si sono assottigliati, quelli per la ricostruzione sono scomparsi e la diplomazia europea – come quella americana - si è limitata a osservare la situazione da Doha, dove anche la nostra ambasciata è stata trasferita quell’estate, benché l’ambasciatore di allora a Kabul, Vittorio Sandalli, avesse ipotizzato che la nostra legazione in Afghanistan potesse rimanere aperta. Battaglia persa con la Farnesina e col governo.  

Ora ci si chiede se si può lasciar morire di fame la popolazione di un Paese solo perché non ne riconosciamo il regime. I numeri lo testimoniano: Emergency e Intersos – presenti sul territorio – ricordano che 23,7 milioni di afgani, oltre metà della popolazione, hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere e che oltre l’80% delle famiglie vive con meno di un dollaro al giorno. I tassi di malnutrizione materno-infantile sono fra i più alti al mondo così come l’incidenza di morti per ordigni esplosivi o da parto, conseguenza di una sanità  fragile con le carenze croniche di un sistema pubblico in cui l’accesso alle cure essenziali è un percorso a ostacoli. Uai ha ricordato il tema  della confisca delle riserve della Banca centrale afgana (Dab) da parte degli Usa e dei suoi  alleati (Italia compresa), col congelamento di 9,5 mld di dollari. Soldi del governo talebano? No, dei cittadini afgani che ora non possono metterli a garanzia per commerciare con l’estero. Tagliata fuori dal sistema bancario internazionale la Dab non è più in grado di svolgere le sue normali attività per garantire il funzionamento dell’economia. Uno scongelamento graduale con monitoraggio internazionale di quei fondi è urgente e necessario per il benessere dell’economia afgana. E non significa riconoscere il regime talebano.

Ma non c’è solo la crisi umanitaria, sanitaria ed economica, la repressione interna e la  discriminazione di genere. La società afgana sconta anche la mancanza di coraggio e creatività politica della diplomazia euro-atlantica. Di fronte all’impasse c’è bisogno di uno scarto: una diplomazia dei piccoli passi, che non sia declamatoria e basata su ultimatum ma che ricerchi l’opzione che più tutela i diritti e i bisogni della popolazione afgana e delle donne. Parlarsi non significa accettare le politiche talebane perché tra inazione e legittimazione esiste un ampio spettro di possibilità. Serve dunque un coinvolgimento attivo che comprenda anche il dialogo coi Talebani. In nome di quei diritti che da vent’anni proclamiamo di voler difendere.

Questo commento è apparso ieri su ilmanifesto accanto al pezzo di Giuliano Battiston

sabato 29 luglio 2017

Ordinaria barbarie sulle donne

Benazir Bhutto: la prima
 premier donna in Pakistan ma pochi
cambiamenti nel Paese
Un caso di ordinaria barbarie ai danni di due donne, una delle quali minorenne, stuprate nella provincia pachistana del Punjab è stato ieri preso in carico dal Chief Justice del Pakistan, la più alta carica del sistema giudiziario del Paese dei puri. Accanto a una delle ricorrenti pessime notizie che accompagnano la violenza contro le donne ce n’è dunque almeno una positiva. Un caso che rischiava di restare confinato in ambito locale è stato assunto motu proprio da Mian Saqib Nisar, costituzionalista non certo noto per essere un progressista ma che ha deciso di voler andare a fondo in questa terribile storia avvenuta nel cuore del Punjab e che il capo della giustizia pachistana ha appreso dai giornali.

Comincia a metà luglio in un campo di fieno della zona di Muzzafarabad un sobborgo della città di Multan. Una ragazzina di 12-13 anni, che i giornali locali chiamano F, viene violentata da un uomo. Due giorni dopo si riunisce il panchayat, il consiglio degli anziani della zona, che individua il colpevole e stabilisce la pena. Occhio per occhio: il fratello di F si deve vendicare con uno sturo equivalente su N, sorella diciassettenne del colpevole. Pena eseguita e, stando alla stampa locale, addirittura in presenza del primo violentatore e dei suoi parenti. Non è purtroppo una novità e i consigli degli anziani sono spesso accusati di applicare le leggi consuetudinarie in barba alle più elementari norme che regolano il pur modesto apparato difensivo pachistano nei confronti delle donne. Ma questa volta qualcuno non ci sta e viene sporta denuncia dai membri delle due famiglie agli agenti i cui uffici si trovano a Multan, nel Centro contro la violenza sulle donne. A quel punto si muove la polizia e comincia a far scattare le manette: per ora sarebbero già in carcere venti persone mentre proseguono le ricerche sugli altri componenti del panchayat (una quarantina) e mentre il caso arriva agli uffici giudiziari di Islamabad. I due violentatori sarebbero però ancora uccel di bosco.
La difficoltà di essere donna. Nell'immagine
(Dfid Uk)FID  ragazze a scuola nel  Khyber Pakhtunkhwa

martedì 17 novembre 2015

Afghanistan: insicuri, insoddisfatti, preoccupati. Il rapporto di Asia Foundation

Il rapporto sull'Afghanistan di quest'anno di Asia Foundation, rilanciato dai media locali, dice che più della metà degli afgani (57,5%) sostiene che il Paese si sta muovendo nella direzione sbagliata mentre Il numero di afgani che dicono di aver paura per la loro sicurezza personale è al più alto livello registrato (67,4%) da quando l'indagine è iniziata. Il sondaggio rivela anche la stragrande maggioranza degli afgani ritiene che le forze di sicurezza nazionali abbiamo bisogno di sostegno straniero per operare ( l'82,8% degli afgani dice che l'esercito nazionale avrebbe bisogno di sostegno esterno; l'80,1% dice che la polizia nazionale afgana ha bisogno di assistenza; il 70,4% dice che anche  la polizia locale ha bisogno di sostegno esterno). Infine  il sondaggio rileva che Daesh ha avuto un impatto sulla percezione afgani per quel che riguarda la loro sicurezza: quasi tre su quattro intervistati dicono di aver sentito parlare di Daesh e il  40,3% di tutti gli afgani sostiene che il gruppo costituisce una minaccia. Secondo i risultati dell'indagine, l'economia e la disoccupazione emergono come principali preoccupazioni, in particolare per i giovani e le donne.



Il rapporto è scaricabile qui

martedì 18 febbraio 2014

Donne e abusi: Karzai dice no al nuovo codice di procedura penale

Un uomo nella provincia di Herat ha lanciato una bomba a mano contro la moglie e i figli, li ha feriti, ed è scappato. L'incidente – riferisce ToloNews - è avvenuto nel distretto di Guzara e nell'episodio sua moglie Alima e due bambini, di uno e tre anni, sono stati feriti. Secondo la moglie, il marito è un tossicodipendente che li voleva morti perché non aveva come mantenerli ma la polizia di Herat sostiene che la causa dell'attacco è ancora poco chiara.

Foto di Romano Martinis
Per quanto poco chiare possano essere le cause dell'episodio (una crisi, un caso, l'intenzione premeditata di uccidere), la bomba c'è stata e i feriti pure, salvi per miracolo. Eppure, le norme appena votate dal parlamento afgano sul nuovo codice di procedura penale potrebbero permettere al marito di farla franca. Perché l'unica testimone che potrebbe accusare senza fallo il marito è la moglie (a meno che i vicini non abbiano visto qualcosa) ma la legge prevede che una persona sotto accusa non possa essere giudicata in base alle testimonianze dei parenti. Dunque, con un buon avvocato e codice alla mano, la povera Alina pur essendo la vittima non potrebbe accusare il marito...

Se il caso di Alima è un po' al limite, altri lo sono molto meno e le polemiche non sono mancate da parte dei gruppi, afgani e non, di tutela dei diritti delle donne. Ha spiegato Human Rights Watch che, poiché spesso gli unici testimoni degli abusi commessi dentro le pareti domestiche sono i familiari, se non possono testimoniare a carico dei parenti non c'è modo di inchiodare i colpevoli. Una donna che è vittima di violenza domestica dunque – aveva parafrasato Hrw - non sarebbe in grado di testimoniare contro il marito, una ragazza che è stata costretta a un matrimonio contro la sua volontà non potrebbe testimoniare contro il padre e così via.
E questa è la cattiva notizia. La buona invece...

venerdì 14 febbraio 2014

One billion rising anche a Kabul

Il movimento internazionale One billion rising è  stato celebrato ierioggi anche a Kabul dove Afghan Women's Network, la maggior rete di associazioni di genere del Paese, ha chiamato in piazza le sue militanti e le altre donne afgane. La manifestazione si è conclusa davanti al ministero per gli Affari femminili.


Il richiamo alla cronaca di questi mesi è la ratifica della legge contro la violenza sule donne (Evaw - Ending violence against women), attualmente un decreto non ancora approvato dal parlamento e che 110 associazioni hanno appena chiesto con una petizione che sia approvato al più presto

mercoledì 22 gennaio 2014

HRW, IL BRUTTO 2013 DELLE DONNE AFGANE

Duro il giudizio di Human Rights Watch sull'Afghanistan che, nel suo rapporto annuale, giudica con severità la situazione nel Paese e nelle istituzioni soprattutto sotto il profilo di genere: nel 2013 è stato ridotto  il numero di  posti riservati alle donne nei 34 consigli provinciali del Paese per cui si vota in aprile (assieme al nuovo presidente). Il ministero della Giustizia ha inoltre aggiunto una disposizione al codice penale che vieta la testimonianza da parte di familiari, il che rende più difficile  perseguire i colpevoli di abuso domestico e nei casi di matrimonio precoce o altre forme di matrimonio forzato. Secondo il rapporto dunque, gli oppositori dei diritti delle donne hanno approfittato del declino dell'interesse internazionale sull'Afghanistan per iniziare a frenare i progressi compiuti dopo la fine del regime talebano nel 2001 come nel caso del decreto  per l'eliminazione della violenza contro le donne (Legge Evaw), deciso da Karzai  nel 2009 ma non ancora licenziato come legge dal parlamento. Il decreto legge rimane in vigore, ma sul piano operativo la sua forza innovativa risulta indebolita (come risulta anche da alcune sentenze).
Il rapporto denuncia infine anche una serie di aggressioni fisiche nel 2013 contro personaggi pubblici femminili, anche con omicidi mirati.

martedì 26 novembre 2013

DONNE D'AFGHANISTAN

L'Afghanistan Independent Human Rights Commission (Aihrc) ha fatto sapere ieri che i casi di violenza contro le donne nel Paese hanno fatto un balzo del 25% in più nel 2013 rispetto all'ano precedente. E questa è la cattiva notizia.

Quella buona è che forse ciò si deve ad aumento delle denunce, come la stessa Sima Samar (nell'immagine a sn) ha spiegato (le donne sono più consce dei loro diritti e li denunciano, ha detto la responsabile della Aihrc) e come fa pensare il caso di Iqbal Masoomi, che ha raccontato come la sua giovane figlia sia stata recentemente frustata pubblicamente a Jaghori, distretto della provincia di Ghazni, dopo che un religioso locale ne aveva ordinato la punizione basata sull'accusa che lei avesse avuto rapporti sessuali con un ragazzo fuori del matrimonio. Iqbal chiede che le "cose siano fatte per bene", ossia secondo la legge e non secondo l'editto di un mullah, Tra l'altro, le legge afgana non punisce quello che è un reato solo per la tradizione più oscurantista.

Come mi è stato spiegato in Afghanistan, le cose stanno cambiando. Le gente ora denuncia e molti padri si rifiutano di applicare regole vetuste e ingiustamente punitive della tradizione. Quando non ci si fida della polizia o della magistratura, c'è la Commissione o i giornali cui appellarsi e cui raccontare un altro punto di vista.

La sintesi di Aihrc sulla situazione femminile si può leggere qui

mercoledì 20 novembre 2013

AFGHANISTAN, SCAMPOLI A DUE RUOTE (video)


La regista Sarah Menzies ha girato il film documentario "Afghan Cycles" sulle afgane che usano la bicicletta, gesto irrituale in una società dove tutto passa per mani maschili, compresa la due ruote. Eccone il trailer


sabato 15 gennaio 2011

SCUOLA, DONNE E TALEBANI: IL DESTINO DEL "SESSO DEBOLE"

Sarà vero, sarà mezzo vero, sarà falso? Secondo il ministro dell'Istruzione afgano Farooq Wardak i talebani sarebbero pronti a far carta straccia dell'antico bando che caratterizzò l'emirato e cioè il divieto di far andare a scuola le donne. Un “cambio culturale” ha detto il ministro di Karzai al supplemento del Time che tratta temi scolastici e che lo ha intervistato durante l'Education World Forum di Londra.

Wardak
ha prefigurato negoziati futuri in cui si discuterà di diritti umani e diritti delle donne anche se al riguardo è stato piuttosto vago tanto che non è chiaro quanto sia solo un desiderio del governo, che spera così di mettere a tacere gli accenti critici della comunità internazionale sul possibile futuro processo di pace. Certo qualcosa si sta muovendo anche se alcune parlamentari, intervistate dala Bbc, si son dette scettiche sull'uscita del ministro, ricordando le centinaia di scuole incendiate e l'epoca talebana in cui, per una donna o una bambina, la scuola era off limits. E se qualcosa sotto traccia sta maturando, anche se quello del ministro appare per ora più un auspicio che un fatto reale, è dunque possibile che le trattative sotterranee tra governo e guerriglia stiano cominciando a produrre un abbozzo di agenda.

In realtà di un atteggiamento talebano diverso nei confronti dell'emancipazione femminile si parla già da un paio d'anni: in qualche cronaca giornalistica che aveva dato conto di una sorta di pragmatismo almeno per alcuni capi talebani, disposti ad ammettere l'istruzione anche per le donne. E per esser del tutto sinceri, anche durante i tempi bui dell'emirato si poteva assistere a qualche lezione dove il pubblico era femminile. La regola riguardava la separazione stretta tra femmine e maschi, come per altro avviene ancora nell'Afghanistan di oggi. I talebani non erano in realtà contro l'educazione femminile tout court. Ma i limiti erano ben chiari: separazione rigida dai maschi, insegnanti maschi, accesso negato agli studi superiori. Adesso l'atteggiamento starebbe cambiando.

In Afghanistan
la scuola per le donne è sempre stato un tabù. Con rare eccezioni. E ancora oggi, come testimoniava un rapporto dell'Onu uscito in dicembre, essere donna in questo Paese significa davvero essere “sesso debole”, cittadini di serie B: a parte le limitazioni sull'istruzione (non c'è controllo o sanzione applicata se una famiglia non manda le figlie a scuola), ancora esistono matrimoni combinati, donne usate come moneta di scambio nelle transazioni fondiarie, sposalizi forzati con minorenni. Tutte cose ora vietate (la legge più avanzata è dell'agosto del 2009) e sanzionate (solo sulla carta). Una legge non basta a cambiare inveterate tradizioni e un'interpretazione del Corano molto generica (visto che il Profeta vietò i matrimoni combinati e con minorenni, pratica invece ammessa dai codici tribali).
Quanto all'istruzione, Farook ha snocciolato i risultati che, in effetti, sono uno dei pochi lasciti felici della guerra: durante i talebani, ha detto, su un milione di studenti la percentuale di femmine era zero e lo stesso valeva per le insegnanti femmine mentre adesso le percentuali sono 38 e 30%.

Certo il ministro ha esagerato (durante i talebani la percentuale era più elevata) e, per altro, anche se il 38% è molto, l'analfabetismo femminile in Afghanistan è più del doppio rispetto a quello maschile e dunque anche Karzai ha qualcosa da rimproverarsi. E' pur vero che nei sondaggi il settore dell'istruzione appare come quello dove gli afgani dicono di aver visto i maggiori risultati. Ma l'emancipazione femminile passa anche per l'accesso ai servizi di base, in un Paese agli ultimi posti in classifica per quel che riguarda la sicurezza di gravidanza e parto. Temi però che si fanno strada, anche tra i talebani che, in dieci anni, sono cambiati. Da movimento oscurantista pashtun ora si propongono come movimento di liberazione nazionale trasversale tanto che molti combattenti di diversa etnia sono stati nominati capi militari. Paradossi della guerra.

mercoledì 24 giugno 2009

SE FUORI DALLA PORTA..RESTAN ANCHE LE DONNE

Ancora sul vertice di Trieste. Dopo l'Iran anche le donne...restan chiuse fuori. O quasi (la foto è di Romano Martinis, un'anziana signora in un campo profughi di Kabul)

Di cosa si parlerà a Trieste alla Riunione dei Ministri degli Esteri del G8 dedicata all'AfPak visto che uno degli argomenti topici – la presenza dell'Iran e il suo ruolo chiave nella regione – verrà a mancare per l'assenza ormai certa di Teheran? Ieri, recuperando sulla chiusura manifesta dell'Italia alla delegazione iraniana (che comunque non ha nemmeno risposto all'invito) il ministro Frattini ha spiegato che però la “mano resta tesa”, in omaggio alle aperture americane. Tant'è, si parlerà di molte altre cose tranne una: il ruolo delle donne e la loro condizione nei due paesi – Afghanistan e Pakistan - dove la questione di genere è molto spesso liquidata sotto un velo a grate e relegata nelle stanze di casa dove solo gli uomini di famiglia hanno accesso.

Questo almeno a scorrere l'agenda del vertice in calendario da giovedi a sabato in Friuli sull'“iniziativa di stabilizzazione dell’Afghanistan nel quadro della dimensione regionale, con la partecipazione degli attori regionali e internazionali e dei vertici delle organizzazioni internazionali competenti”, come si legge sul sito della Farnesina. In effetti si parlerà di molte cose: proliferazione nucleare, terrorismo, crimine organizzato trans-nazionale e, ovviamente, sicurezza, un mantra ormai ineludibile in ogni summit che si rispetti. Ma non mancheranno l'economia, lo sviluppo, la cooperazione, i rifugiati, la sicurezza alimentare. Persino la pirateria. Tutto fuorché le donne.

La lettura dell'agenda di Trieste ha finito così per farne infuriare parecchie, sia nelle organizzazioni della società civile, sia tra deputate e senatrici del centro sinistra. I maligni dicono infatti che le donne del centrodestra, dentro e fuori il parlamento, hanno avuto l'ordine di scuderia – come si evince da una mozione Pdl-Lega - di tenere la guardia bassa perché di genere e diritti femminili si parlerà solo nel vertice “minore” di settembre – una “coda” del G8 maiuscolo di luglio - in cui farà gli onori di casa il ministro Mara Carfagna. Perché dunque indignarsi tanto adesso se le donne scompaiono tra Trieste e L'Aquila?
Ma nel centro sinistra la lettura dell'agenda friulana e di quella abruzzese ha fatto imbufalire molte parlamentari. Prima fra tutte Rosa Calipari, una delle promotrici della mozione sui diritti di genere, approvata agli inizi dell'anno in parlamento, che impegnava il governo italiano a farne un cavallo di battaglia (si discuteva allora del decreto missioni). A leggere l'agenda, in effetti, di quell'impegno non c'è traccia anche se, in realtà, gli sherpa del ministero hanno lavorato sul tema che però non appare a chiare lettere. A quanto pare infatti, il draft della dichiarazione finale prevede proprio un punto specifico sulle questioni di genere con un impegno, sempre che il suggerimento sia approvato, verso le donne afgane e quelle pachistane. Ma resta da capire perché l'agenda ufficiale non preveda neppure un panel, una sessione, una colazione di lavoro dedicata al tema.

Se a pensar male si fa peccato ma spesso non si sbaglia, verrebbe da credere che il Ministero delle Pari Opportunità abbia fatto pressione per far sparire le donne dal tavolo friuloabruzzese per farle riapparire per magia solo a settembre. Quando l'intero mini summit (A Roma) sarà dedicato a loro. Una volta che il G8 “vero” però sarà già concluso.

giovedì 14 maggio 2009

DONNE AFGANE


Quando un paio di giorni fa alla scuola Aftab Bachi di Mahmud Raqi, nella provincia di Kapisa, 84 studentesse si sono sentite male accusando i tipici sintomi dell'avvelenamento, il direttore scolastico, Abdul Gani Hedayat, le ha mandate subito a casa. Non solo i sintomi erano denunciati anche da undici maestri e tre inservienti dell'istituto, ma la direzione della scuola temeva che si trattasse di un avvelenamento da gas tossico per intimidire se non uccidere le giovani allieve: Abdul Gani Hedayat ha detto a un inviato del Guardian che dietro al fattaccio “ci sono i nemici dell'Afghanistan” e che era sicuro si trattasse di avvelenamento al cento per cento. In effetti è il secondo episodio di questo tipo nel giro di pochi giorni: è già successo a Parwan, la provincia vicina. E, sempre a Parwan, era accaduto anche a fine aprile quando alcune decine si studentesse erano state portate all'ospedale locale con la stessa sindrome.

Se si guarda una cartina dell'Afghanistan, Parwan e Kapisa sono a un pugno di chilometri a Nord di Kabul, non nelle aree tipiche del conflitto. Non di meno, si tratta di località ad alta infiltrazioni talebana. E se non sempre la guerriglia può combattere con le armi, ecco allora che utilizzerebbe altri sistemi per colpire le scuole femminili, una realtà che non piace agli islamisti. La casistica medica avverte (lo stesso Guardian riportava alcuni episodi accaduti negli Usa) che può trattarsi spesso di effetti psicologici: mal di testa, vomito – anche come fenomeno collettivo – causati da forte stress psicologico. Per dirla in altre parole, si sia trattato di gas tossici liberati ad hoc, o semplicemente di stress, tutto riconduce a una sola questione: la condizione delle donne in Afghanistan.

A sette anni dall'occupazione militare del paese e dalla cacciata dal regime oscurantista dei talebani, la condizione femminile continua a essere di una sofferenza endemica. Non dappertutto e non dovunque e, anzi, il settore scolastico, come rivelano i dati dell'Unicef, è l'unico ad aver fatto, in termini di accesso al servizio, grossi passi avanti e sarebbe anche l'unico, rivelano i sondaggi, in cui gli afgani stessi riconoscono una delle poche vittorie della cooperazione internazionale. Tutti, in effetti, costruiscono scuole in Afghanistan. Ma il problema non sta li...

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domenica 5 aprile 2009

LA LEGGE SULLE DONNE E LA SVEGLIA AFGANA


Penso che tutti abbiano letto la notizia, data in Europa dal Guardian, sulla legge che riguarda il diritto di famiglia degli sciiti afgani, e firmata da Karzai. Legge indegna indegnissima che avalla la piega peggiore della tradizione e che consente ai mariti di esser i padri padroni delle proprie femmine. Ma nelle reazioni indignate indignatissime a questa legge mi pare siano sfuggiti almeno un paio di elementi.

Il primo è che questa non è una legge talebana o voluta dai talebani. Ma nessuno è sembrato stupirsi del fatto che i “cattivi” stanno dentro al parlamento dell'Afghanistan, eletti coi voti del popolo nell'istituzione da noi ad hoc creata in laboratorio. Sveglia ragazzi: nel parlamento afgano i talebani ci sono già e i signori della guerra dell'Alleanza del Nord sono spesso addirittura peggio dei sodali di mullah Omar. Uno dei futuri candidati alla presidenza, il signore Abdullah Abdullah, è sponsorizzato da Rabbani, a capo di una variegato fronte che si oppone a Karzai, e che è stato il fondatore del primo partito islamista afgano. Quando lui era al potere, i mujaheddin non impiccavano i televisori ma velavano e battevano le loro donne e impiccavano gli oppositori, i comunisti, i laici e quelli che appartenevano ad un'altra etnia. Discende da ciò che se è accettabile che in parlamento ci stia questa bella feccia non si vede perché non si possa negoziare coi talebani. Sveglia due, cari ragazzi: adesso lo ha detto anche Obama che si può negoziare coi “cattivi”. E ci voleva molto visto che l'altra metà dei cattivi bivacca i suoi manipoli nel parlamento di Kabul?

Il secondo elemento. La notizia non è stata scoperta dal Guardian, che ha solo riportato gli appunti mossi al testo di legge dall'Onu: le Nazioni unite, quell'ente inutile che a tutti appare una foglia di fico della sacrosanta operazione militare (e in parte lo è). Sveglia tre ragazzi: le Nazioni unite, le vituperate Ong internazionali e locali e qualche commissione governativa (come quella sui diritti umani) sono l'unico vero baluardo contro l'avanzata dell'aspetto più deteriore della società afgana. Vi immaginate la Nato che vi racconta delle leggi sulle donne? Ma le nazioni Unite le abbiamo abbandonate, le Ong cerchiamo di cacciarle, le commissioni per i diritti umani importano assai poco a Banca mondiale e Fondo monetario, i veri strateghi che comandano lo sviluppo dell'Afghanistan improntato a un liberismo sfrenato e dove l'aspetto di genere sembra più una necessità di politicamente corretto che non l'applicazione tout court della Dichiarazione dei diritti dell'uomo. E infatti la legge in oggetto, non è un problema di donne, ma di genere umano, esseri viventi. Ma di questi ultimi, poco importanti ai signori della guerra alle linee guida del piano nazionale di sviluppo.
La legge, datemi retta, non passerà. Quello di Kabul è un governo sotto schiaffo e se gli tagli gli stipendi tutti piegano la testa. Ma, anche senza legge, chi picchia la sua donna continuerà a farlo perché la testa degli afgani non si cambia a colpi di leggi e leggine. Trasformazioni profonde richiedono tempi lunghi e soprattutto pacifici.

Il primo problema di quel paese non sono le leggi contro le donne ma la guerra che da trent'anni annichilisce le coscienze e vita agli esseri viventi – le donne, gli uomini, i minori, gli anziani – e impedisce loro, ostaggio del conflitto e dei suoi signori, di condurre una vita dignitosa.

lunedì 30 marzo 2009

BULBUL PRIGIONIERE A KABUL



La drammatica storia di Parwin Mushthal a cui gli islalmisti hanno ucciso il marito. La sua colpa? Essere l'usignolo (Bulbul, dal titolo del serial televisivo in cui appare in Tv) di una nuova stagione afgana. Che resta vietata alle donne

“Ho visto mio marito in terra, con il volto pieno di sangue. Non mi hanno lasciato avvicinare al suo corpo ma si poteva vedere che gli avevano sparato più colpi. Non ho potuto che piangere e gridare...”. in Parwin Mushthal, attrice afgana originaria di Khost, volto noto della Tv nazionale, parla nel microfono del BBC World Service's Outlook, uno dei tanti contenitori dell'emittente britannica che ha anche servizi in dari e pashto, le due lingue principali dell'Afghanistan. Racconta alla radio la sua storia tragica, purtroppo non molto dissimile da molte altre storie di donne afgane. La sua è solo l'ultima in ordine di tempo ma non sarà probabilmente l'ultima in assoluto.
Parwin è una delle poche, pochissime donne afgane che appare in televisione, al cinema, in teatro. Una sfida all'intransigenza di un paese libero solo sulla carta ma dove il peso della tradizione e della consuetudine più retriva continua a pesare. Anche nella capitale. A lei il suo lavoro è costato minacce e avvertimenti ma, soprattutto, la morte del giovane marito di 39 anni, che faceva il taxista a Kabul dove aveva seguito la moglie e la sua carriera. Le donne come Parwin non piacciono ai talebani ma nemmeno agli integralisti religiosi che siedono in parlamento. E nonostante proprio il parlamento abbia adottato nel 2002 una Costituzione che garantisce a tutti uguali diritti, la presenza di donne in Tv, nei notiziari o nei musical, ha avuto a che fare con sentenze dell'alta corte, proteste di parlamentari e minacce degli islamisti. Non solo talebani...Leggi tutto su Lettera22

domenica 8 marzo 2009

DONNE, MIMOSE O SOTTILI MISTERI?

L'8 marzo è la festa delle donne. Mistero glorioso nella vita dei maschietti. Dovessi dire che l'ho capito mentirei. L'unica certezza è che l'altra metà del cielo costituisce in genere l'altra metà che ci manca ma di cui molto spesso possiamo fare a meno. E dev'essere reciproco. I mondi sono paralleli e spesso inconciliabili, parlano il più delle volte altri linguaggi ma, come accade per gli opposti, restano irresistibilmente attratti. Poi c'è una chimica del tutto insindacabile che si mette in moto in alcuni casi e che rende questa attrazione un'urgenza. E qui cominciano i misteri.

Naturalmente c'è un'infinità di modi di festeggiare l'8 marzo. E quello dei diritti è il più sacrosanto oltreché il più politicamente corretto. Ma io resto attratto dalla cornice di mistero che circonda l'universo femminile, una magia che non viene celebrata dai mazzi di mimose, fiori francamente orribili quando vengono svelti dai prati nei quali campeggiano austeri e gioiosi con quel colore forte che annuncia la fine dell'inverno. La bellezza di questo mistero è che dura tutta la vita e che, restando incomprensibile, conserva intatto il suo fascino nonostante tutte le difficoltà e le fatiche di una relazione. Difficoltà e fatiche che finiscono per sfinirvi e, soprattutto, per farvi dimenticare il mistero e il fascino. Arti sottili e per forza innate e che nessun belletto rende più esotiche di quanto già di per se non siano nella loro forma naturale.

E' solo stando un po' lontano dalle donne che si ritorna ad apprezzarle. A farsi ammaliare da quel mistero che avevamo dimenticato e irretire da quel fascino che non sappiamo descrivere. Voglia di tenerezza, prepotente desiderio, semplicemente sogno... incantesimo che fa bello un mondo popolato da uomini e donne. Dal sole e dalla luna

Il quadro: Paul Gauguin. Donne Tahitiane - 1899

domenica 4 gennaio 2009

ESSERE DONNE IN AFGHANISTAN



In una trascrizione da una Tv privata afgana, l'Ariana Tv, vengono riportate le dichiarazioni dell' Afghanistan Independent Human Rights Commission - una commissione molto seria e apprezzata e che lavora con non poche difficoltà - che ha registrato nel 2008 almeno 3mila casi di violenza contro le donne nel paese. Nel servizio televisivo, tra l'altro, si fa menzione del fatto che il 57 per cento delle minorenni sono obbligate a sposarsi dalle famiglie in una situazione in cui il 99 per cento dei casi di violenze contro le donne in Afghanistan non arriva all'autorita' giudiziaria per via di inveterate abitudini tradizionali e non islamiche...

Per saperne di più vai a AsiaMaiorSpecialeAfghanistan

La foto è di Romano Martinis (Baghlan, Afghansitan del Nord 2007)

martedì 18 novembre 2008

IL DRAMMA DELLE DONNE AFGANE



Ha fatto il giro del mondo la storia terribile della giovanissima Shamsia, una ragazza di Kandahar che, come ogni giorno con le sue compagne, stava andando a scuola - al liceo femminile Mirwais Nika della sua città. Due fanatici, armati di pistola ad acqua carica di acido solforico, l'hanno sfigurata.
L'indignazione che ha attraversato il mondo, e presumibilmente larga parte dell'Afghanistan, racconta non solo una brutalità senza giustificazioni ma anche un modo di pensare duro a morire: le ragazze a casa, sempre e comunque, sottomesse al bastone del comando di un impero maschile. E se sgarrano, punizione esemplare. Quanto c'entra l'islam, la tradizione, un conflitto che è ormai quotidiano come la povertà, è difficile da decifrare in un paese che ormai quasi trent'anni di conflitto hanno ricacciato in un medioevo che ottunde il sentimento e fa sconfinare la guerra nella barbarie. Una barbarie che si innesta comunque su un tessuto sociale in cui il ruolo della tradizione si è ormai radicato su un degrado sociale che difficilmente consente aperture. In un mondo dominato dalla paura e da un risveglio, ogni mattina, che non sa mai se, quel giorno, sarà accompagnato anche dalla vista del tramonto.
La vicenda di Shamsia ha radici lontane. Un dramma nascosto, eppur così vicino alla vicenda della nostra giovane studentessa, viene infatti vissuto ogni giorno della loro vita di donne da molte ragazze afgane. La guerra o i talebani c'entrano poco se non per il fatto di aver inasprito il clima e aver radicalizzato comportamenti in una stagione che, per gli afgani, è ormai attraversata, da sei lustri, dal vento gelido della guerra e dunque dalla mancanza di una speranza.
Ce ne siamo resi conto un giorno visitando l'ospedale Esteqlal di Kabul, il secondo della capitale, dov'è attiva la Cooperazione italiana. E' li, un po' appartato, che si trova il centro per ustioni forse migliore del paese. In quelle stanzette, su piccoli letti di metallo, riparate da una mussola leggera che ne nasconde la tragedia fisica, i giovani corpi delle ragazze ustionate nascondono agli occhi di chi viene a visitare i pazienti la “vergogna”. Eppure quelle ustioni, è questo il paradosso, sono per evitarne un'altra: quella di aver scelto di rompere con la morte (che fortunatamente in molti casi non arriva, lasciando però sfigurati i corpi di queste giovani disgraziate) il sacro pegno del matrimonio. Un matrimonio imposto che però non funziona e a cui ci si cerca di sottrarre distruggendo il proprio corpo.
“E' una storia che riguarda ragazze tra i 17 e i 18 anni, a volte anche meno” ci spiega il dottor Ali Eshan, direttore sanitario dell'ospedale. “A molte di queste giovani – racconta - non viene chiesto chi vogliono sposare. Si combina il matrimonio e basta”. Ma chi non accetta di vivere con un uomo che non ha scelto, decide di darsi fuoco. “E' l'unico modo – spiega - per far passare il rifiuto come un incidente domestico. In questo modo, l'onore della famiglia è salvo”. L'ultimo pensiero è dunque per la famiglia, per evitare lo scandalo. Ma, racconta ancora il dottore, “può succedere anche dopo il matrimonio se ci sono problemi con la suocera o con i fratelli del marito. Anche qui conta l'onore”. E ancora: “può accadere anche per altri motivi e ben prima del matrimonio: magari la causa è l'esclusione dalla scuola oppure semplicemente ribellione perché si nega loro di vedere la tv, sentire la radio o di uscire di casa”.
Una protesta generazionale, uno scontro tra consuetudine e modernità, tra tradizione e desideri. Una guerra nascosta che si consuma dietro i fornelli della cucina. Senza bisogno dei talebani.