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venerdì 8 settembre 2017

Ci siamo: luce verde ai soldati Usa in Afghanistan

Un ufficiale delle forze armate americane ha detto ieri ad ABC che il ministro Mattis ha firmato ' ordine di invio in  Afghanistan per 3500 soldati, poco meno dei 4mila previsti. Mattis, il titolare della Difesa, aveva confermato la firma dell'ordine ma senza dare dettagli. Bizzarro! E pensare che qualche giorno fa, per dovere di trasparenza, il Pentagono aveva detto che i militari Usa in Afghanistan sono 11mila e non 8.400 come si era sempre detto. Cento più, cento meno, mille più mille meno, che differenza fa del resto? E la guerra bellezza e i dettagli han poca importanza.
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giovedì 24 agosto 2017

La nebulosa afgana disastro annunciato. Ora di tornare a casa

Nicholson durante la conferenza stampa.
La foto correda l'articolo sulle esternazioni del generale
Rinfrancato dal fatto che per ora non sarà mandato a casa e bypassando le più elementari categorie della diplomazia negoziale, il generale Jhon Nicholson, al comando delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, ha detto la sua dopo le esternazioni del presidente. Il generale, sicuro del fatto che ormai Trump abbia passato la mano ai McMaster (sicurezza) e Mattis (Difesa) di turno (generali come il suo capo gabinetto Jhon Kelly, pensa che ormai tocchi a lui interpretare anche politicamente la confusa idea che Trump vuole applicare in Afghanistan per vincere la guerra. E così ha definito i talebani  una “criminal organization that is more interested in profits from drugs, kidnapping and murder for hire.” Un testo che non mi pare il caso di stare a tradurre...

martedì 15 agosto 2017

Andarsene o restare? La strategia confusa di Trump sull'Afghanistan

A metà luglio la Casa Bianca
aveva promesso di rivelare
il nuovo piano per l'Afghanistan
Donald Trump sta pensando da qualche mese a cosa fare a Kabul, un luogo in cui non ha ancora messo piede anche se si è intrattenuto al telefono più volte con Ashraf Ghani che già aveva conosciuto negli States. Ci sono sul tavolo diverse opzioni che si potrebbero riassumere in due posizioni abbastanza chiare. La prima : aumentare il numero dei soldati, intensificare i raid aerei e rivedere i laccioli imposti agli Usa da un accordo militare che li vincola ad agire solo dopo aver consultato la Difesa afgana. Seconda opzione: utilizzare un esercito di mercenari e far la guerra senza perdere uomini e consensi. Ma adesso pare ce ne sia una terza di opzione: andarsene complemtamente: full withdrawal, come ha spiegato il segretario alla Difesa Mattis in una conferenza stampa mentre diceva che ormai è questione di poco e presto si saprà quanto tutti stanno aspettando di sapere da ormai un mese, data in cui Trump avrebbe dovuto rendere nota la sua scelta.

Sappiamo che la prima opzione è appoggiata dal Pentagono ma anche da potenti repubblicani come John McCain o da generali come il consigliere per la sicurezza McMaster per non parlare dei papaveri del Pentagono e del comandante in loco John Nicholson, per quanto il generale non sia esattamente nelle grazie di Trump. La seconda opzione ha qualche sostenitore, sia nella famiglia Trump, sia nella lobby dei contractor, ma la terza - full withdrawal - è un'assoluta novità. Come si vede non sono tre opzioni parallele ma tre perpendicolari che viaggiano in opposte direzioni. Tre idee assi lontane l'una dall'altra  e così differenti tra loro  da giustificare in effetti un certo tentennamento: poche idee chiare insomma in una strategia confusa. Se non fosse un dramma verrebbe da sorridere.

giovedì 13 luglio 2017

Afghanistan. E se mettessimo un Viceré con esercito privato?

Lord Mountbatten,
ultimo Viceré in India
Sarà una nuova guerra, una guerra “speciale” e forse anche “privata”, con modalità già testate dall’Irak allo stesso Afghanistan. Ma se i contractor son sempre stati un riempitivo dei conflitti per la logistica e la sicurezza, davanti a caserme e ambasciate, la nuova strategia del Pentagono, non ancora ufficiale ma inesorabilmente annunciata dalle indiscrezioni, potrebbe prevedere che la guerra per procura affidata a mercenari diventi uno dei nodi della pianificazione del nuovo “surge” afgano. La notizia filtra sulla stampa americana mentre la ministra Pinotti si trova negli Stati Uniti per un incontro con il suo omologo James Mattis che - ha spiegato la ministra - oltre alle vicende siriane è servito per “rimodulare” il contributo italiano pari oggi a poco meno di mille soldati schierati a Herat, il secondo contingente straniero dopo quello statunitense. Le indiscrezioni fanno due nomi pesanti: Erik Prince, il fondatore della famigerata Blackwater e Stephen Feinberg, un miliardario proprietario della DynCorp International, “gigante” - scrive il New York Times – del comparto militare privato. Per ora saremmo solo a suggerimenti richiesti però da due spalle importanti di Trump: Steve Bannon, responsabile delle strategie del presidente e poco favorevole e all’invio di soldati in Afghanistan, e Jared Kushner, senior adviser di Trump e marito di Ivanka. Il piano ha comunque già un nome: “Laos Option”, richiamo alle operazioni segrete scatenate nel Paese confinante col Vietnam per mettere in difficoltà i vietcong.
Lord Aucklan, governatore del Raj
amministrato dalla Compagnia delle Indie.
Invase l'Afghanistan. Sotto: Mc Arthur

giovedì 15 giugno 2017

La luce verde del guerrafondaio riluttante ai generali

Tre generali: Mattis, attuale capo del Pentagono.
 Sotto a sn Nicholson. A dx McMaster
Alla fine la luce verde del presidente è arrivata. E benché si tratti ancora una volta di indiscrezioni giornalistiche, anche se ben verificate, Donald Trump, l’uomo che aveva promesso il disimpegno dai fronti di guerra, ha  dato l’autorità al titolare della Difesa James Mattis di decidere come e quanti soldati americani andranno a ingrossare le fila degli 8.400 militari stellestrisce che operano in Afghanistan.

In un’audizione al Senate Armed Services Committee, Mattis - un generale dei marine, già a capo dell’US Central Command, responsabile del teatro afgano e mediorientale – numeri non ne ha fatti. Ma a detto che a metà luglio renderà conto della nuova strategia per battere la guerriglia talebana. Un “nemico barbaro”, come Mattis l’ha definito in altra occasione, in perfetta sintonia con le recenti aperture del governo di Kabul a quelli che Karzai chiamò persino “fratelli”. Mattis però, così come il consigliere per la sicurezza di Trump generale McMaster, alla via pacifica crede poco. E in questo è davvero in sintonia con John Nicholson, il capo delle forze Usa e Nato sul terreno (altri 5mila uomini tra cui mille italiani): è lui il principale fautore di “più stivali” in teatro, come si dice in gergo.

mercoledì 6 marzo 2013

AFGHANISTAN: RESTEREMO IN 20MILA

Quanti soldati resteranno in Afghanistan dopo il 2014? Almeno ventimila, di cui 13,600 americani e il resto in forza alla Nato.

Lo ha sostenuto davanti al Senato del suo Paese il generale americano James Mattis, capo del Centcom (o United States Central Command-UsCentcom), il comando unificato che controlla i teatri di combattimento in Medio oriente, Asia centrale e Nord Africa e dunque anche la guerra in Afghanistan. La sua è una “raccomandazione”, una previsione che fa per la prima volta una cifra abbastanza chiara e che supera le previsioni degli ultimi mesi. Affiancheranno i circa 352mila soldati e poliziotti afgani e saranno quindi circa il 25% delle truppe al momento impiegate sul terreno (circa 90mila).

Se le cifre verranno confermate lo vedremo ma ci sono un paio di domande da farsi. A cosa serviranno tanti sodlati? Per il training dell'esercito afgano son fin troppi. Per far la guardia alle basi che gli americani (e dunque forse la Nato) vogliono conservare invece andrebbero bene. Ma la seconda domanda è se si tratta di una buona scelta. Io la considero pessima. La cifra è comunque così alta da irrigidire i talebani. E soprattutto non supera il grande ostacolo, peccato originale – a mio avviso – del confitto. Il fatto cioè che l'occupazione rimane. E si tratta di un'occupazione univoca, targata Stati uniti e Alleanza atlantica.

Gli afgani hanno a mio giudizio bisogno di truppe di interposizione con mandato di intervento che svolgano un lavoro di polizia internazionale come forza terza di interposizione e peacekeeping. Ciò rassicurerebbe chi teme l'uscita di scena della Nato ma potrebbe anche esser accettata dalla guerriglia. A un patto però: che questa forza sia terza davvero. E le Nazioni unite da sole, per intenderci, non basterebbero. Ci vorrebbe la Lega araba, la Conferenza islamica, la Sco e insomma tutta una serie di camere di compensazione che diano a questa forza un mandato politico chiaro ma davvero autonomo da una sola superpotenza e dai suoi alleati. Impossibile? Forse, chissà. Ma nessuno ci ha mai davvero provato. Anzi, nessuno si vuole sforzare per andare in questa direzione. Mentre la guerra – 90mila o 20mila – continua e a pagare restano gli afgani.