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venerdì 30 agosto 2019

I “non detto” dell’accordo di Doha. E Trump spariglia

Il presidente Trump ha sparigliato ieri nuovamente le carte sostenendo che dai 14mila soldati americani in Afghanistan ne dovranno rimanere almeno 8.600: una riduzione dunque e non un totale ritiro come vogliono i Talebani che a Doha negoziano con gli americani. I 4 punti principali, sui quali c’è un’intesa sin dallo scorso gennaio, spono infatti: ritiro delle truppe straniere, garanzia da parte della guerriglia di smarcarsi del tutto dal jihadismo globale, dialogo intra-afghano, cessate il fuoco. Ma le parole di Trump fanno prevedere una strada ancora in salita.

Del resto, nonostante i buoni propositi e un clima apparentemente disteso c’è da sempre qualcosa di segreto e oscuro nel negoziato in corso a Doha. A parte il governo afgano, un fantasma cui per ora non è concesso alcun ruolo, ci sono molti “non detto” sull’accordo in corso oltre a quanto sappiamo più o meno ufficialmente. Tra i tanti fantasmi c’è infatti il convitato di pietra che va sotto il nome di “basi militari”, dossier strettamente collegato al numero di soldati (oggi 14mila) che gli americani vorrebbero conservare sul suolo afgano.

Stando a rare indiscrezioni, Talebani e Americani avrebbero già concordato anche il futuro di Bagram - la grande base militare a Nord di Kabul, principale hub militare Usa nel Paese - e l’utilizzo delle basi aeree dell’esercito afgano sparse per l’Afghanistan da cui l’Us Air Force potrebbe controllare il fianco orientale iraniano e il fianco meridionale dell’Asia centrale ex sovietica, leggi il confine Sud della cintura protettiva russa. Per sorvegliare le basi e garantire il loro utilizzo serve però una forza di alcune migliaia di soldati. Dove stazionerebbero? L’ipotesi è che ci sia un vincolo su Bagram o un trasferimento dei soldati americani nella vasta area dove si trova l’ambasciata Usa e l’attuale comando Nato, vincolata a un accordo ultradecennale di affitto col governo di Kabul e vicina all’aeroporto militare afgano di Kaya dove già stazionano i caccia americani.

Tra i tanti non detto c’è anche un altro esercito con cui fare i conti. Un esercito allevato dall’intelligence americana di milizie paramilitari. Nel loro recente saggio The CIA’s “Army”, Astri Suhrke e Antonio De Lauri scrivono che “le milizie sostenute dalla Cia sono una versione particolarmente problematica di milizie locali sviluppate in Afghanistan negli anni”: un piccolo potere armato afgano sostenuto dall’esterno. Dal 2001 in avanti “le forze militari statunitensi e la Cia hanno organizzato milizie per combattere i militanti islamisti. Quasi due decenni dopo, la Cia gestisce ancora milizie locali nelle operazioni contro Talebani e altri islamisti”: gruppi armati responsabili di “gravi violazioni, tra cui numerose uccisioni extragiudiziali di civili”. Violazioni impunite grazie alla “sponsorizzazione della Cia che assicura la copertura del segreto (militare)… senza alcuna supervisione pubblica...”. La stima varia da 3 a 10mila unità. Tutte cose su cui per ora è meglio regni il silenzio.

venerdì 10 gennaio 2014

IL MEMO DELL'AMBASCIATORE E IL NERVOSISMO DI WASHINGTON

Il Washington Post ha pubblicato le notizie contenute un memo segreto scritto dall'ambasciatore americano a Kabul, nel quale il diploJames B. Cunningham dice apertamente che con ogni probabilità Karzai non firmerà il Bsa, o accordo di partenariato strategico sulla sicurezza che Washington e Kabul han messo a punto ma che Karzai si è finora rifiutato di firmare. Gli americani insistono che l'accordo debba essere firmato non “nell'arco di mesi ma di settimane”, ma il diplomatico ha reso noto he di quella firma potrebbe non parlarsi che dopo le presidenziali di aprile. Gli americani (e la Nato di conserva) hanno paventato a Kabul l'opzione zero, ossia un ritiro definivo dei soldati col 31 dicembre 2014 e l'azzeramento dell'assegno promesso per pagare stipendi e acquisto di armi nonché di quello necessario a investire in sviluppo e strutture. 

Ma per ora la leva di questo ricatto ha sollevato solo una gran polemica e più gli americani insistono più sembrano rivelare ciò che non vorrebbero emergesse con troppa evidenza: ossia che non hanno nessuna intenzione di andarsene e che intendono controllare, con la Nato, più di una decina di basi militari nel cuore del Paese centroasiatico, a un pugno di chilometri dall'Iran, dal Pakistan, dalla Cina e dai Paesi dell'ex Urrs.

martedì 3 dicembre 2013

AFGHANISTAN, QUATTRO BASI ALLA NATO

Basi militari in Afghanistan per le forze militari straniere? Forse sarà necessario rifare i conti. Per ora infatti si tratta solo un'indiscrezione  rilasciata in forma anonima a RadioFreeEurope da un funzionario dell'Alleanza e teoricamente oggi ne dovremmo sapere di più. Ma l'indiscrezione dice che, una volta che Kabul abbia firmato il  Bilateral Security Agreement (BSA) con Washington, la Nato si preparerà a siglare con l'Afghanistan un patto strategico di lungo termine che vada oltre il 2014, data del "ritiro". Patto che prevederebbe che quattro  basi militari siano riservate ai soldati della Nato. Non è chiaro se si tratti di nuove basi o di basi già esistenti ed è facile immaginare dove saranno posizionate: nei 4 punti cardinali, già presidiati dall'Alleanza (l'Italia ha il comando della zona Ovest). Della cosa si dovrebbe discutere oggi all'incontro (due giorni) che inizia stamane a Bruxelles tra i ministri degli Esteri della Nato (questo il calendario).


Per rincarare la dose, la Nato ha esplicitamente detto a Karzai che se non firma il Bsa con gli americani, anche la Nato fa le valige, cose che - come si comprende - è l'ultima cosa che vorrebbe fare. Bastone e carota come si dice. Ricatto in altre parole.

Dunque, ce ne andiamo ma rimaniamo. Anzi facciamo in modo che sia ben evidente la nostra presenza. Per chi spera (come me)  in una  riflessione su ruolo e mandato della truppe straniere in Afghanistan e che di questo fatto si discuta apertamente, è un colpo basso. Per chi si illudeva che ce ne saremmo andati, ancora più basso. Per il cittadino comune un colpo bassissimo anche se non sembra che l'Afghanistan sia una preoccupazione molto condivisa. La Nato se n'è accorta e procede come un carroarmato. Speriamo che almeno lo faccia alla luce del sole.

sabato 23 novembre 2013

AFGHANISTAN, TUTTE LE BASI DEGLI AMERICANI

Quante basi gli americani conserveranno in Afghanistan? Il capitolato 7 del Security and Defense Cooperation agreement between the United States of America and the Islamic Republic of Afghanistan dice al titolo Use of Agreed Facilities and Areas: 


1. Afghanistan hereby provides access to and use of the agreed facilities and areas, as defined in paragraph 7 of Article 2, solely to implement the purpose and scope of this Agreement, taking into account locations of ANDSF and the local Afghan population. Access to and use of such agreed facilities and areas for other purposes shall be as mutually agreed by the Parties. (A sinistra una veduta aerea della base più importante: Bagram, a 70 km da Kabul)

Ma cosa dice esattamente il paragrafo due del capitolo 7? Ci ha pensato l'agenzia Pajhwok a farcelo sapere:

“L'accordo sulla sicurezza (BSA) bilaterale...mostra che nove basi sarebbero state concesse alle forze americane per il loro uso in otto province... l'Afghanistan – scrive l'autorevole agenzia di stampa afgana - fornirà gli Stati Uniti accesso e uso delle basi aeree di Kabul, Bagram, Mazar-i-Sharif, Herat, Kandahar, Shorab (Helmand), Gardez, Jalalabad e Shindand (vicino al confine iraniano ndr). Punti ufficiali di imbarco e sbarco sono la Bagram Airbase, l'aeroporto Internazionale di Kabul, la Kandahar Airbase, la Shindand Airbase, l'Herat International Airport (ricostruito dall'Italia ndr) e quelli di Mazar -i - Sharif e Shorab (Helmand). L'accesso via terra include Torkham nella provincia orientale di Nangarhar (passo Khyber ndr)), Spin Boldak nella provincia meridionale di Kandahar, Torghondi a Herat occidentale, Hairatan nel Nord Balkh ed Ella Khan Bandar nella provincia di Kunduz.

mercoledì 6 marzo 2013

AFGHANISTAN: RESTEREMO IN 20MILA

Quanti soldati resteranno in Afghanistan dopo il 2014? Almeno ventimila, di cui 13,600 americani e il resto in forza alla Nato.

Lo ha sostenuto davanti al Senato del suo Paese il generale americano James Mattis, capo del Centcom (o United States Central Command-UsCentcom), il comando unificato che controlla i teatri di combattimento in Medio oriente, Asia centrale e Nord Africa e dunque anche la guerra in Afghanistan. La sua è una “raccomandazione”, una previsione che fa per la prima volta una cifra abbastanza chiara e che supera le previsioni degli ultimi mesi. Affiancheranno i circa 352mila soldati e poliziotti afgani e saranno quindi circa il 25% delle truppe al momento impiegate sul terreno (circa 90mila).

Se le cifre verranno confermate lo vedremo ma ci sono un paio di domande da farsi. A cosa serviranno tanti sodlati? Per il training dell'esercito afgano son fin troppi. Per far la guardia alle basi che gli americani (e dunque forse la Nato) vogliono conservare invece andrebbero bene. Ma la seconda domanda è se si tratta di una buona scelta. Io la considero pessima. La cifra è comunque così alta da irrigidire i talebani. E soprattutto non supera il grande ostacolo, peccato originale – a mio avviso – del confitto. Il fatto cioè che l'occupazione rimane. E si tratta di un'occupazione univoca, targata Stati uniti e Alleanza atlantica.

Gli afgani hanno a mio giudizio bisogno di truppe di interposizione con mandato di intervento che svolgano un lavoro di polizia internazionale come forza terza di interposizione e peacekeeping. Ciò rassicurerebbe chi teme l'uscita di scena della Nato ma potrebbe anche esser accettata dalla guerriglia. A un patto però: che questa forza sia terza davvero. E le Nazioni unite da sole, per intenderci, non basterebbero. Ci vorrebbe la Lega araba, la Conferenza islamica, la Sco e insomma tutta una serie di camere di compensazione che diano a questa forza un mandato politico chiaro ma davvero autonomo da una sola superpotenza e dai suoi alleati. Impossibile? Forse, chissà. Ma nessuno ci ha mai davvero provato. Anzi, nessuno si vuole sforzare per andare in questa direzione. Mentre la guerra – 90mila o 20mila – continua e a pagare restano gli afgani.

giovedì 14 febbraio 2013

IL MONDO PER OBAMA E LE SPINE AFGANE

Ridurre l'arsenale nucleare nel mondo, rispondere alle provocazioni nordcoreane, ritirare altri 30mila soldati dall'Afghanistan. La politica estera entra nel discorso di Obama sullo Stato dell'Unione su tre punti il primo dei quali rilancia una strategia di contrazione dell'arma nucleare mentre l'ultimo affronta il tema più scottante per chi vuole passare per il presidente che avrà chiuso il capitolo guerre aperto dal predecessore. I passaggi sono stati brevi tranne quello dedicato al rapporto con Kabul, il più lungo e il più anticipato dalle indiscrezioni circolate prima del discorso del presidente.

Si becca due salve di applausi Barack Obama quando affronta il nodo afgano: «Già, abbiamo portato a casa 33mila dei nostri coraggiosi militari, uomini e donne. In primavera – dice Obama - le nostre forze avranno solo un ruolo di sostegno mentre le forze di sicurezza afgane prenderanno l'iniziativa. Stanotte posso annunciare che il prossimo anno altri 34mila soldati americani torneranno a casa... ed entro la fine del prossimo anno, la nostra guerra in Afghanistan sarà finita». Gli applausi coprono le sue parole (e, dopo alcune ore, l'applauso gli arriva anche da Karzai in persona). Obama in effetti ha voluto rassicurare anche Kabul: «Dopo il 2014, il nostro impegno per un Afghanistan unito e sovrano durerà, ma cambierà la natura del nostro impegno. Stiamo negoziando un accordo con il governo afgano – aggiunge - che si concentra sulla formazione e l'equipaggiamento delle forze afgane in modo che il Paese non scivoli di nuovo nel caos, e sugli sforzi antiterrorismo che ci permettono la caccia ai resti di al Qaeda e affiliati». E se, dice Obama, l'organizzazione che ci ha attaccato l'11 settembre è «l'ombra di se stessa» (applausi) è pur vero che la minaccia si sposta in Africa. Ma, aggiunge, «per rispondere a questa minaccia, non abbiamo bisogno di inviare decine di migliaia di nostri figli e figlie all'estero o occupare altre nazioni». Il messaggio ai francesi è chiaro. Agli americani anche. Tutti a casa. Ma ci sono anche le ombre su cui il presidente, ovviamente, sorvola.

In realtà sull'Afghanistan resta da sciogliere il nodo più grosso, anzi due: il primo si chiama basi militari e il secondo talebani. Il primo sembra per ora una palude coperta di nubi, il secondo resta viziato dalla richiesta Usa di immunità per le truppe che resteranno nel Paese dopo il 2014. Kabul per adesso tiene il punto e rifiuta. Poi c'è anche l'interrogativo su quanti militari resteranno dopo il 2014. Obama non lo scioglie ma, secondo il Post, 8mila unità potrebbe essere la mediazione tra le richieste del Pentagono (almeno 10mila) e le riduzioni imposte dalla presidenza. E' comunque stato più chiaro del nostro governo e del nostro ministero della Difesa, visto che non sappiamo bene se i mille soldati italiani che rientrano a casa sono già partiti, stanno partendo, partiranno.

venerdì 18 gennaio 2013

OBAMA, KARZAI E IL DOPO 2014

E' stato necessario aspettare che Hamid Karzai facesse ritorno da Washington per vederci un po' più chiaro sui colloqui che venerdi 11 gennaio si sono tenuti nella capitale statunitense tra il capo di Stato afgano e il presidente degli Stati uniti Barack Obama. La missione era molto complicata: da una parte Karzai cercava rassicurazioni per sé, il suo governo e il suo Paese per quanto riguarda l'aspetto militare. Dall'altro, il presidente afgano aveva bisogno di dimostrare di non essere un pupazzo nelle mani di Washington, una debolezza che non gli viene rimproverata solo dai talebani. Doveva insomma fare il muso duro tendendo il cappello; fare l'amico e il solido alleato senza però far figurare tutto ciò – e non solo davanti alla sua platea nazionale – come una svendita di sovranità. C'è riuscito? Qualche segnale dice di si.

Lunedi scorso, al suo rientro dagli Stati uniti, ha affrontato di petto il tema delle elezioni che si devono tenere il 5 aprile del 2014 e che riguardano, innanzitutto, la presidenza della repubblica cui Karzai ha già detto di voler rinunciare (vi è peraltro costretto dalle regole). Le questioni in ballo sono tante, a cominciare dalla decisione del suo governo di tener buone le vecchie schede di registrazione degli aventi diritto che invece (più saggiamente) la Commissione elettorale indipendente (Iec) vorrebbe cancellare ricominciando da zero. Karzai però si è preoccupato di mettere soprattutto in chiaro una cosa. E cioè che gli americani “non interferiranno” nel processo elettorale e che si faranno avanti per dare una mano “solo se invitati”. Una netta affermazione di indipendenza... Segue su Lettera22

In voce su Oltreradio

lunedì 23 aprile 2012

ACCORDO AFG/USA, CI SIAMO

Un'anticipazione dell'agenzia afgana Pajhwok di ieri sera, dice che l'accordo tra Washington e Kabul - il famoso patto di partnership strategica - è ormai pronto per la firma di Karzai e di Obama. Fatto salvo il fatto che l'accordo deve andare prima ai rispettivi parlamenti.

Di molte cose ancora non sappiamo: conclusi gli accordi sui punti nodali dei raid notturni e del trasferimento dei detenuti dalla giurisdizione Usa a quella afgana, l'accordo deve anche dire del futuro della basi americane e dello statuis dei soldati stellestrisce in Afghanistan. Punti oscuri insomma ce ne sono ancora parecchi ma dovrebbero essere risolti prima del vertice Nato di Chicago o rimanere abbastanza vaghi da rendere soddisfatti entrambi. Indiscrezioni dicono che gli americani (ma Pentagono e Dipartimento di Stato non sono della stessa idea) stanno pensando a mantenere 20mila soldati nel Paese: troppo òpochi per fare una guierra ma abbastanza per proteggere le basi e, al contempo, non perdere la faccia.