A poco tempo forse da un annuncio congiunto talebano-americano sul negoziato di pace, secondo uno schema ormai abbastanza usuale nel gioco a scacchi globale del presidente americano, Donald Trump è tornato venerdi proprio sul dossier Afghanistan alla vigilia dell’ottavo round negoziale iniziato sabato a Doha tra il rappresentante americano Zalmay Khalilzad e i Talebani. Dopo che in settimana il Washington Post aveva dato notizia dell’intenzione di ridurre i 15mila soldati Usa in terra afgana di 5-6mila unità – un assist per Khalilzad – Trump è tornato a spiegare che se non fosse per motivi umanitari la guerra in Afghanistan sarebbe vinta in un paio di giorni, forse quattro. Un’affermazione che non solo indispettisce i Talebani ma il governo e tutti gli afgani. Questa volta Trump ha fatto riferimento all’atomica: potremmo uccidere, ha detto, anche 10 milioni di persone ma "molti di loro sarebbero innocenti... non voglio farlo e non sto tra l'altro parlando di nucleare"... (segue su atlanteguerre).
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domenica 4 agosto 2019
Bastone e carota tra Doha Washington e Kabul
A poco tempo forse da un annuncio congiunto talebano-americano sul negoziato di pace, secondo uno schema ormai abbastanza usuale nel gioco a scacchi globale del presidente americano, Donald Trump è tornato venerdi proprio sul dossier Afghanistan alla vigilia dell’ottavo round negoziale iniziato sabato a Doha tra il rappresentante americano Zalmay Khalilzad e i Talebani. Dopo che in settimana il Washington Post aveva dato notizia dell’intenzione di ridurre i 15mila soldati Usa in terra afgana di 5-6mila unità – un assist per Khalilzad – Trump è tornato a spiegare che se non fosse per motivi umanitari la guerra in Afghanistan sarebbe vinta in un paio di giorni, forse quattro. Un’affermazione che non solo indispettisce i Talebani ma il governo e tutti gli afgani. Questa volta Trump ha fatto riferimento all’atomica: potremmo uccidere, ha detto, anche 10 milioni di persone ma "molti di loro sarebbero innocenti... non voglio farlo e non sto tra l'altro parlando di nucleare"... (segue su atlanteguerre).
martedì 25 dicembre 2018
L'atomica e la lezione della Guerra Fredda
Nuovi documenti desecretati dai National Security Archives spiegano come l'invasione sovietica dell'Afghanistan nel dicembre 1979 abbia avuto un impatto immediato sulla politica degli Stati Uniti nei confronti del Pakistan, che preoccupava Washington per il suo programma nucleare. I colloqui del Segretario alla Difesa Brown con importanti funzionari cinesi, ispirati da Deng Xiao Ping, rivelano come vi fosse una preoccupazione, tanto cinese quanto americana, che gli aiuti incanalati attraverso Islamabad alla resistenza anti-sovietica potessero spingere Mosca a mettere sotto pressione Islamabad: e che dunque c'era un interesse americano a migliorare le relazioni con il Pakistan abbassando la guardia sulla priorità della questione nucleare.Come Brown spiegherà a Deng: "metteremo da parte [la questione nucleare] per il momento e ci concentreremo sul rafforzamento del Pakistan contro la possibile azione sovietica". In altre parole, gli obiettivi della Guerra Fredda si rivelarono prioritari rispetto ai problemi della non proliferazione nucleare. In realtà, mentre Deng sosteneva che Pechino si opponeva al programma nucleare pachistano, Cina e Pakistan avevano già sviluppato una speciale relazione nucleare che stava a cuore al generale Zia.
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sabato 28 maggio 2016
India e Pakistan. Paura della bomba.
La firma del presidente Bush suggella, nel dicembre del 2006, l'accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. E’ un accordo che consente al governo indiano di acquistare reattori e combustibile nucleare e di adoperare know how americano in fatto di tecnologie avanzate. L’iter ha richiesto diversi mesi ma alla fine Delhi e Washington si dicono soddisfatte. E’ una capitolo centrale della politica asiatica in tema di armamento nucleare, in un continente dove l’atomica fa parte del patrimonio militare cinese e russo ma il nucleare “illegale”, ossia fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), conta almeno quattro Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord e Israele). Per India e Pakistan la bomba è comunque una realtà dichiarata e rivendicata in un equilibrio precario che, con l’accordo del 2006, assiste a un’accelerazione. Pechino e Islamabad hanno seguito l’iter dell’accordo con apprensione: i pachistani soprattutto. L’equilibrio del terrore, garantito dal possesso dell’atomica, è sempre stato il filo rosso sul quale si è giocata la partita tra India e Pakistan, gemelli separati nel 1947 dalla Partition dell’India britannica. E Islamabad si sente sempre un passo indietro.Le tensioni tra i due Paesi, al di là delle guerre (1947-1965-1971) o degli “incidenti” (Kargil 1999), non sono mai mancate neppure in tempo di pace. Una pace armata. Nel 1986 ad esempio, l’Operation Brasstacks, condotta dall’India in Rajastan al confine occidentale col Pakistan, mette immediatamente Islamabad in allarme: Delhi del resto, in quelle che ha annunciato come normali “esercitazioni”, ha schierato 600mila uomini e tutto il dispositivo della marina e dell'aeronautica. Una sorta di prova generale in caso di attacco al Pakistan. A Islamabad fanno i conti. Delhi può colpire le centrali pachistane in 3 minuti, i pachistani in 8. La tensione è alle stelle. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Nel 1998, sui due fronti, si assiste a una dimostrazione di forza: cinque esplosioni nucleari in India l’11 maggio seguite da altrettante in Pakistan il 28 e da una sesta il 30. Il confronto fortunatamente rientrerà, scongiurando uno scontro tra i due colossi nucleari, ma l’episodio segna indelebilmente i rapporti tra i due Paesi che, nel 2001 con l’attacco al parlamento indiano, e nel 2008, dopo gli attentati nel cuore di Bombay, tornano a farsi bollenti: la guerra, fortunatamente solo diplomatica, agita più o meno apertamente lo spauracchio del first strike nucleare. Soprattutto nel 2001 lo spettro di un conflitto con la possibilità dell’uso di testate nucleari (circa un centinaio a testa), diventerà una possibilità reale per mesi e sarà la diplomazia internazionale a raffreddare gli animi di due Paesi retti allora da governi forti (il dittatore militare Musharraf in Pakistan) e molto nazionalisti (il Bjp al governo di Delhi). Da allora la tensione si è allentata ma il processo di riconciliazione tra i due Paesi continua ad essere in alto mare mentre non rallenta la corsa agli armamenti, un pericolo che, soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Russia, vorrebbero scongiurare.
Il programma nucleare pachistano inizia nel 1972 quando al potere c’è Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir e l’uomo che il generale-dittatore Zia ul Haq farà impiccare. Bhutto è un civile, modernista e di idee socialiste, ma teme la supremazia militare dell’India, il vicino che è grande quattro volte più del Pakistan e il cui programma nucleare è iniziato nel 1967. Bhutto darà l’incarico di preparare la bomba a Munir Ahmad Khan, a capo della Pakistan Atomic Energy Commission dal 1972 al 1991 e che aveva già coperto un posto di rilievo nell’International Atomic Energy Agency (Aiea). Il premier pachistano la vuole entro quattro anni, impresa che però riuscirà solo ad Abdul Qadeer Khan – il padre del Progetto Kahuta e dell’atomica pachistana – nel 1984, due anni prima – non a caso – dell’operazione Brasstacks. Attualmente la preoccupazione pachistana è legata all’attesa che l’India sviluppi definitivamente il suo primo sottomarino nucleare il che ha già portato il Paese dei puri a lavorare su un simile progetto. Non è un mistero che la tecnologia che riguarda il nucleare provenga in buona parte dalla Cina, la principale alleata del Pakistan nel quadrante, anche se Pechino ha sempre smentito.
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