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domenica 4 agosto 2019

Bastone e carota tra Doha Washington e Kabul

A poco tempo forse da un annuncio congiunto talebano-americano sul negoziato di pace, secondo  uno schema ormai abbastanza usuale nel gioco a scacchi globale del presidente americano, Donald Trump è tornato venerdi proprio sul dossier Afghanistan alla vigilia dell’ottavo round negoziale iniziato sabato a Doha tra il rappresentante americano Zalmay Khalilzad e i Talebani. Dopo che in settimana il Washington Post aveva dato notizia dell’intenzione di ridurre i 15mila soldati Usa in terra afgana di 5-6mila unità – un assist per Khalilzad – Trump è tornato a spiegare che se non fosse per motivi umanitari la guerra in Afghanistan sarebbe vinta in un paio di giorni, forse quattro. Un’affermazione che non solo indispettisce i Talebani ma il governo e tutti gli afgani. Questa volta Trump ha fatto riferimento all’atomica: potremmo uccidere, ha detto, anche 10 milioni di persone ma "molti di loro sarebbero innocenti... non voglio farlo e non sto tra l'altro parlando di nucleare"... (segue su atlanteguerre).

martedì 16 agosto 2016

Asia: il continente più nucleare

Un paio di anni fa l'artista giapponese Isao Hashimoto ha fatto una mappatura visuale delle 2053 esplosioni nucleari avvenute tra il 1945 e il 1998, di quella che comunemente chiamiamo “corsa agli armamenti”, in questo caso “tecnologicamente avanzati”. Fino al 1949 sono solo gli americani poi cominciano i sovietici. Nel 1952 arriva il Regno Unito. Nel 1960 entra in campo Parigi mentre Londra ha già testato 21 esplosioni, l’Urss 83 e gli Stati Uniti 196. Solo 4 anni dopo, nel gennaio del 1964, il punteggio è: Francia 9, GB 23, Urss 221, Usa 349. Ma nel 1964 si registra anche il primo test cinese. Nel 1974 il primo indiano. Nel 1998 arriva anche il Pakistan. L’esperimento visuale di Hashimoto si conclude con questo bilancio: Stati Uniti 1032; Russia (rimasta al palo dopo la caduta del muro) 715; Francia 210; GB e Cina 45; India 4; Pakistan 2 (in realtà nel 1998 furono ben di più i test dei due Paesi asiatici). L’artista si ferma qui. I bombaroli no (il grafico visuale su può vedere su Youtube: lo riproduco qui sotto).



Continente atomico

Non solo gran parte delle esplosioni avvengono in Asia ma l’Asia è anche il continente che ospita il maggior numero di Paesi con l’arma nucleare. Se si escludono Usa, Gran Bretagna e Francia, nel Consiglio di sicurezza siedono gli altri due Paesi con la bomba “ufficiale”: Cina, che è Asia a tutti gli effetti, e Russia, la cui gran parte del territorio sta nel continente asiatico. Tutti gli altri Paesi con la bomba, più o meno nascosta, sono asiatici. Da Ovest a Est: Israele, Pakistan, India, Corea del Nord (pur se sul suo arsenale c’è un punto interrogativo). Anche molte velleità nucleari stanno in Asia, sebbene non si siano mai trasformate in una bomba: dall’Iran all’Arabia saudita. Se si escludono il Sudafrica, l’Egitto, la Libia o il Brasile in cui è serpeggiato il desiderio di aver l’arma nucleare - e se si escludono le velleità non dichiarate che devono aver attraversato un po’ tutti i Paesi - si può affermare a buon diritto che l’Asia è il continente più nucleare. Con che rischi?

martedì 14 giugno 2016

Nucleare: guerra diplomatica tra India e Pakistan per un posto nel Nsg

Il Gruppo raccoglie 51 Paesi (in rosso)  tra cui l'Italia
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C’è un nuovo conflitto, per fortuna solo diplomatico e a colpi di lettere e non di missili, che oppone per l’ennesima volta India e Pakistan. C’entra il nucleare, la bomba, i sistemi di difesa a tecnologia nucleare e, ovviamente, le grandi potenze che, a colpi di veto – chi per una parte chi per l’altra – attizzano una brace mai spenta tra le due cugine uscite dal sanguinoso parto gemellare del 1947 quando venne diviso il Raj britannico.

L’oggetto del contendere si chiama Nuclear Suppliers Group (Nsg), che è un gruppo di Paesi che hanno a che vedere con materiali e tecnologie legate al nucleare (ne fa parte anche l’Italia) che cercano di impedirne la proliferazione controllando l'esportazione di materiali, attrezzature e tecnologie che possano essere utilizzate per fabbricare armi letali. Il Nsg è stato fondato in risposta al test nucleare indiano del maggio 1974 e il primo incontro del gruppo è avvenuto nel mese di novembre del 1975. Ora, a distanza di quarant’anni, gli Stati Uniti, che con l’India hanno da dieci anni un accordo sul nucleare civile che fece all’epoca imbestialire i pachistani, appoggiano la candidatura di Delhi che vuole entrare a far parte del consesso formato da 51 Paesi. Islamabad si è inalberata chiedendo a Washington, con cui è alleata nella guerra al terrore, di appoggiare anche la sua di candidatura: la guerra in conto terzi ha visto gli Usa fare melina e i cinesi, sponsor del Pakistan, porre il veto sulla candidatura indiana.

Bocce ferme? Si, ma tensione alta e non si vede perché entrambi i Paesi non possano entrare nel gruppo, un modo per favorire la distensione. Il Pakistan, che di solito fa la parte del paria o dello Stato semi fallito, questa volta sembra aver tutte le ragioni. E, a ben vedere, il Paese dei puri – reo di aver sviluppato, come l’India, l’atomica a scopi bellici e fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) – avance distensive ne ha già fatte: in passato Islamabad ha mandato a Delhi sei proposte per un accordo bilaterale di non proliferazione – dall'adesione di entrambe le nazioni al Npt alla formazione di una South Asia Zero-Missile Zone – che gli indiani hanno finora sempre rigettato. Sarebbe interessante sapere quel è la poszione dell’Italia se la vicenda marò (siamo buoni amici di entrambi i Paesi) non ostacola. L’ingresso di entrambi nel Nsg sarebbe infatti una buona notizia per tutti.

sabato 28 maggio 2016

India e Pakistan. Paura della bomba.

La firma del presidente Bush suggella, nel dicembre del 2006, l'accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. E’ un accordo che consente al governo indiano di acquistare reattori e combustibile nucleare e di adoperare know how americano in fatto di tecnologie avanzate. L’iter ha richiesto diversi mesi ma alla fine Delhi e Washington si dicono soddisfatte. E’ una capitolo centrale della politica asiatica in tema di armamento nucleare, in un continente dove l’atomica fa parte del patrimonio militare cinese e russo ma il nucleare “illegale”, ossia fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), conta almeno quattro Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord e Israele). Per India e Pakistan la bomba è comunque una realtà dichiarata e rivendicata in un equilibrio precario che, con l’accordo del 2006, assiste a un’accelerazione. Pechino e Islamabad hanno seguito l’iter dell’accordo con apprensione: i pachistani soprattutto. L’equilibrio del terrore, garantito dal possesso dell’atomica, è sempre stato il filo rosso sul quale si è giocata la partita tra India e Pakistan, gemelli separati nel 1947 dalla Partition dell’India britannica. E Islamabad si sente sempre un passo indietro.

Le tensioni tra i due Paesi, al di là delle guerre (1947-1965-1971) o degli “incidenti” (Kargil 1999), non sono mai mancate neppure in tempo di pace. Una pace armata. Nel 1986 ad esempio, l’Operation Brasstacks, condotta dall’India in Rajastan al confine occidentale col Pakistan, mette immediatamente Islamabad in allarme: Delhi del resto, in quelle che ha annunciato come normali “esercitazioni”, ha schierato 600mila uomini e tutto il dispositivo della marina e dell'aeronautica. Una sorta di prova generale in caso di attacco al Pakistan. A Islamabad fanno i conti. Delhi può colpire le centrali pachistane in 3 minuti, i pachistani in 8. La tensione è alle stelle. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Nel 1998, sui due fronti, si assiste a una dimostrazione di forza: cinque esplosioni nucleari in India l’11 maggio seguite da altrettante in Pakistan il 28 e da una sesta il 30. Il confronto fortunatamente rientrerà, scongiurando uno scontro tra i due colossi nucleari, ma l’episodio segna indelebilmente i rapporti tra i due Paesi che, nel 2001 con l’attacco al parlamento indiano, e nel 2008, dopo gli attentati nel cuore di Bombay, tornano a farsi bollenti: la guerra, fortunatamente solo diplomatica, agita più o meno apertamente lo spauracchio del first strike nucleare. Soprattutto nel 2001 lo spettro di un conflitto con la possibilità dell’uso di testate nucleari (circa un centinaio a testa), diventerà una possibilità reale per mesi e sarà la diplomazia internazionale a raffreddare gli animi di due Paesi retti allora da governi forti (il dittatore militare Musharraf in Pakistan) e molto nazionalisti (il Bjp al governo di Delhi). Da allora la tensione si è allentata ma il processo di riconciliazione tra i due Paesi continua ad essere in alto mare mentre non rallenta la corsa agli armamenti, un pericolo che, soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Russia, vorrebbero scongiurare.

Il programma nucleare pachistano inizia nel 1972 quando al potere c’è Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir e l’uomo che il generale-dittatore Zia ul Haq farà impiccare. Bhutto è un civile, modernista e di idee socialiste, ma teme la supremazia militare dell’India, il vicino che è grande quattro volte più del Pakistan e il cui programma nucleare è iniziato nel 1967. Bhutto darà l’incarico di preparare la bomba a Munir Ahmad Khan, a capo della Pakistan Atomic Energy Commission dal 1972 al 1991 e che aveva già coperto un posto di rilievo nell’International Atomic Energy Agency (Aiea). Il premier pachistano la vuole entro quattro anni, impresa che però riuscirà solo ad Abdul Qadeer Khan – il padre del Progetto Kahuta e dell’atomica pachistana – nel 1984, due anni prima – non a caso – dell’operazione Brasstacks. Attualmente la preoccupazione pachistana è legata all’attesa che l’India sviluppi definitivamente il suo primo sottomarino nucleare il che ha già portato il Paese dei puri a lavorare su un simile progetto. Non è un mistero che la tecnologia che riguarda il nucleare provenga in buona parte dalla Cina, la principale alleata del Pakistan nel quadrante, anche se Pechino ha sempre smentito.

mercoledì 23 luglio 2008

NUCLEARE, IL GOVERNO INDIANO OTTIENE LA FIDUCIA



Alla fine il governo indiano ha ottenuto la fiducia del parlamento. Il voto era stato promosso dai partiti dell'opposizione ostili all'accordo sul nucleare con gli Stati Uniti che consente a Delhi l'accesso alla tecnologia civile americana e all'energia necessaria al funzionamento delle centrali. Un accordo entrato nel mirino di detrattori internazionali e locali: i primi perché l'India non aderisce al Trattato di non proliferazione presidiato dall'Aiea, l'organismo internazionale di supervisione del nucleare, i secondi perché vedono nell'accordo un atto di servilismo politico nei confronti degli Usa, che comprometterebbe lo sviluppo dell'India come protagonista politico internazionale.
Dopo che le sinistre hanno levato l'appoggio al governo di Manmohan Singh, il primo ministro del Partito del Congresso, la sfida del voto in parlamento significava dunque correre un enorme rischio: quello della caduta del governo. Ma la buriana è passata perché i deputati che hanno votato ieri a favore della fiducia sono stati 275 contro 256...

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