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lunedì 17 ottobre 2022

Il protagonismo dell'Asia

              

Com’è cambiata l’Asia nel 2022, l’anno segnato dalla crisi in Ucraina? Dal punto di vista bellico,
se il
Continente asiatico può festeggiare la fine della guerra afgana segnata dalla resa di Kabul nell’agosto 2021, resta la macchia del golpe militare birmano del primo febbraio 2021 e la conseguente situazione di conflitto diffuso con migliaia di vittime civili, sfollati interni, profughi nella vicina Thailandia. Quanto ai contraccolpi della guerra in Ucraina, i suoi effetti e le prese di posizione a favore o contro l’invasione russa hanno stabilito nuovi equilibri. In generale, il Continente più popoloso del Mondo ha continuato a fare i conti con i suoi conflitti, più o meno conclamati o congelati (come nelle Filippine, in India o in Pakistan con le guerriglie locali). 
È rimasta forte l’emergenza pandemica, che ha continuato a colpire dal Pakistan alla Cina, e sono salite alla ribalta della cronaca gravi crisi economiche in Sri Lanka (che ha dichiarato fallimento non arrivando più a ripagare il debito estero) o in Pakistan. Qui, un’alluvione senza precedenti ha messo in ginocchio un’economia malata e un Paese dove la crisi politica, derivata dal voto di sfiducia al premier Imran Khan, è materia quotidiana.

Dal punto di vista degli schieramenti internazionali, i due grandi dominus asiatici, India e Cina, nemici storici per questioni di frontiera e rivalità economica, han finito per trovarsi spesso dalla stessa parte della barricata. Nei Brics (acronimo per Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica) e nella Sco (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), Pechino e New Delhi si sono ritrovate più o meno d’accordo sugli effetti negativi dell’invasione dell’Ucraina da parte di un alleato importante come la Russia.  Sullo sfondo di una nuova forma che il panorama geopolitico va assumendo, con le sue variabili alleanze e un confronto sempre più aperto con gli Stati Uniti, resta la costante tensione che, dallo Stretto di Taiwan, si allunga sull’Asia meridionale e sudorientale, aree che condividono gran parte del Pacifico. È un Oceano al centro dello scontro tra cinesi e americani ma in cui pesano anche le tensioni tra Pechino e i Paesi dell’area: attratti dal colosso estremo orientale ma spaventati dalla sua potenza sul lungo periodo.

In quest’area del Mondo inoltre, la presenza di Australia e Nuova Zelanda (una sorta di blocco occidentale nel cuore dell’Asia) e di alleati storici degli Stati Uniti come Corea del Sud e Giappone (per non citare Taiwan) rappresenta un contrappeso all’espansionismo cinese. Gli interessi economici travalicano però gli schieramenti politici, come prova l’avvio del Partenariato Economico Globale Regionale (Regional Comprehensive Economic Partnership, Rcep). Si tratta di un accordo di libero scambio nella regione dell'Asia Pacifica tra i dieci stati dell'Asean (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) e Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud. I suoi 15 membri riuniscono circa il 30% della popolazione mondiale: il Rcep rappresenta il più grande blocco commerciale al Mondo e una rilevante fetta del Pil globale del Pianeta. Firmato al vertice virtuale dell’Asean in Vietnam il 15 novembre 2020, non vede invece la partecipazione dell’India che, all’ultimo momento, se n’è tirata fuori.

Bilancio? Incerto e da seguire, perché due dei più importanti e grandi imperi mondiali (Russia e Cina) occupano gran parte dello spazio geografico asiatico. Gli si affiancano l’India, con il suo miliardo e 400 milioni di abitanti, e l’Indonesia, un Paese (ora alla presidenza del G20) che in silenzio sta guadagnando uno spazio sul podio dei Grandi del Pianeta. Negli equilibri mondiali, l’Asia occupa un posto così importante che si deve tener conto di come si muovono le singole potenze regionali e la grande massa di donne e uomini che la abitano. Il prossimo summit G20 a Bali potrebbe riservarci qualche sorpresa. Speriamo positiva.

L'immagine: Abraham Ortelius, Asiae Nova Descriptio, 1595. Cartography of Asia. (2021, May 13). In Wikipedia. https://en.wikipedia.org/wiki/Cartography_of_Asia

mercoledì 6 aprile 2022

La marcia della pace a Leopoli. Un bilancio


  (di ritorno da Leopoli) – La giornata di sabato scorso a Leopoli ha concluso, con una brevemarcia dalla stazione al centro città, l’iniziativa che, partita dall’associazione papa Giovanni XXIII, ha raccolto un fiume di adesioni e fatto partire per l’Ucraina 221 persone. Giornata intensa con l’intento di portare una ventata pacifista in una guerra guerreggiata in Ucraina ma che sembra aver contagiato il mondo intero. Facendolo schierare da una parte o dall’altra in un’escalation di toni che contribuisce, coi missili, a mettere in difficoltà il già fragile processo negoziale.

Ma se venerdi era stato stato il giorno dell’entusiasmo, a marcia finita la riflessione è d’obbligo. Se questa eterogenea congerie di intelligenze e passioni non si interrogasse, avrebbe infatti ragione chi, dal salotto di casa, ha già definito i marciatori di pace degli idioti utili solo al meschino disegno di un nuovo Zar. Così, quel bicchiere coi colori della pace ha i suoi lati oscuri, le domande inevase e il rifiuto di risposte troppo semplici. Giudicata nell’ottica di un bicchiere mezzo vuoto, la marcia è stata utile soprattutto a chi vi ha partecipato. E ha un po’, inevitabilmente, coinvolto più gli italiani – e, chissà, qualche europeo – che non gli ucraini, che guardavano a quel bizzarro corteo di un centinaio di giovani e vecchi attivisti pacifisti senza capire bene cosa rappresentasse.

Nell’incrociare il corteo, il cronista incontra una sola persona che fa il segno della V vedendo i manifestanti. Ma quella V è apprezzamento per la scritta No War – in un Paese dove l’inglese è semi sconosciuto – o è il simbolo della vittoria, parola risuonata più di una volta nei discorsi di rito degli amici ucraini – sacerdoti cattolici in maggioranza – che qui hanno accolto i partecipanti alla marcia StopTheWar?

In quei discorsi, in una riunione del primo pomeriggio, paradossalmente, nessuno degli ucraini che hanno parlato ha nominato la parola pace: mir (o meglio мир), parola che i duecento erano venuti a suggerire. Anche queste sono lezioni. Che possono far male, se anche il sindaco di Leopoli ha preferito glissare e mandare un segretario che ha imbastito un discorso di rito: non bellicista ma non certo pacifista. Unica presenza istituzionale di rilievo (e molto apprezzata), l’ambasciatore italiano Francesco Zazo ma che alla fine ha solo sottolineato un eccesso di italianità.

Bisogna però andare a vedere anche nel bicchiere mezzo pieno: se la laica Carla si dispiace di “questa mancanza di un legame forte col pacifismo ucraino che pur ci dev’essere” e si chiede come altri “che senso ha una marcia di cento italiani?”, il religioso arcivescovo di Bari, Giuseppe Satriano, sottolinea che “intanto ci si è ritrovati, laici e cattolici”, uniti da un obiettivo comune che è il ripudio della guerra: lo dice papa Francesco ma anche la suprema Carta. E se dunque Leopoli – scelta organizzata in due settimane da Apg23 – ha avuto questa forza di coesione (le adesioni su stopthewarnow.eu continuano a crescere) significa che da un primo passo ne può maturare anche un secondo.

Per creare un movimento solidale e a contenuti forti ci vuole tempo, impegno e discussioni perché il secondo passo superi il primo. Significa che, ora, chi ha aderito deve fare la sua parte e portare il suo granello di sapienza nel mare sempre in tempesta dei movimenti della società civile che, proprio perché civile, non ama prendere decisioni a cuor leggero. Il passo di Leopoli dunque – almeno nella testa dei più – andava fatto. Andava, come dice il presule di Bari, “toccato il dolore”: andando alla stazione di Leopoli e dimostrando quella solidarietà che è l’unica empatia da cui partire per combattere un conflitto con altri mezzi che non quelli ormai stantii dell’arte della guerra. Strada in salita ma che vale la pena di percorrere.


lunedì 22 novembre 2021

Vent'anni di guerra afgana

Un articolo scritto per la Fondazione Feltrinelli con altri testi di Bidussa, Mannocchi e Marotta
ricordando Maria Grazia Cutuli

Un bilancio degli ultimi vent’anni di guerra afgana, conclusasi a sorpresa il 15 agosto 2021, andrebbe tentato da almeno due angoli visuali. Uno posto ad Ovest, con gli occhi della coalizione occidentale che ha investito nel conflitto – tra Europa e Stati Uniti – le maggiori risorse sia finanziarie sia nel comparto militare sia nel sostegno agli esecutivi Karzai e Ghani. L’altro posto a Est, come se osservassimo la fine della guerra dalla catena dei monti Suleiman, che segnano il confine col Pakistan, dalle pianure desertiche dell’Afghanistan o da quelle alluvionali dell’India e del Paese dei puri....(continua su Fondazione Feltrinelli)

giovedì 18 luglio 2013

IL "MAGGIO" DI KABUL

Cosa resta in Afghanistan dopo oltre trent'anni di conflitto un terzo dei quali combattuto sotto la bandiera della Nato. La sudditanza della politica e la scelta di privilegiare l'opzione militare. Il ruolo giocato dall'Italia. Cosa ci si può aspettare dal futuro. Un bilancio di dodici anni di guerra e il campanello d'allarme della primavera 2006

Verso la fine di maggio del 2006, a cinque anni dalla fuga dei talebani e mentre si va stabilizzando l'occupazione militare dell'Afghanistan, suona a Kabul un campanello d'allarme. Non riguarda il ritorno in scena della guerriglia in turbante o qualche attentato di Al Qaeda, il mantra su cui si concentra l'attenzione occidentale, ma la popolazione della capitale. Una scintilla provoca una vera e propria sommossa popolare che si scatena, improvvisamente e imprevedibilmente, prendendo di mira tutto quel che trova sul suo percorso. All'origine di una rivolta di massa spontanea e assolutamente non organizzata, di cui fanno le spese tutti gli obiettivi riconducibili all'Occidente o al governo di Karzai, c'è un “banale” incidente stradale tra mezzi militari americani, che allora usavano scorrazzare in città ad alta velocità, e una dozzina di auto di residenti della capitale. Nell'incidente ci sono almeno cinque morti e un conseguente sussulto d'orgoglio che si trasforma in protesta diffusa. Il 30 maggio il bilancio ufficiale supera la dozzina di vittime, tra cui un poliziotto, e più di 130 feriti. Paradossalmente alcuni giornali puntano l'indice su balordi di periferia e gang criminali(1) anche se gli stessi soldati americani fanno almeno una parziale ammenda. Benché qualche più avveduto notista(2) commenti quella vicenda fornendo ben altri elementi, il fatto passa abbastanza inosservato. In un certo senso invece, proprio quell'episodio segna la prima vera occasione per comprendere che, giusta o sbagliata che si ritenesse quell'invasione da Occidente, giustificata o meno che si considerasse l'occupazione dell'Afghanistan, qualcosa stava andando storto.

Il maggio del 2006 segnò forse il punto di non ritorno: la dimostrazione che l'armata dei liberatori, come effettivamente la truppa straniera era stata accolta dopo l'uscita di scena dell'odioso regime talebano, si stava inevitabilmente trasformando in una truppa d'occupazione. Distante e arrogante come tutte le truppe d'occupazione e incapace, per sua stessa natura, di costruire un rapporto con gli afgani che mirasse davvero alla ricostruzione del Paese. Qualsiasi militare di buon senso ammetterebbe del resto che il suo mestiere è la guerra, non la pace. Le cartucciere, non le matite da disegno. Le caserme, non le scuole(3).
Uno dei problemi maggiori di quel conflitto sta proprio nel fatto che, per oltre dieci anni, si è cercato di dimostrare il contrario: che eravamo lì per ricostruire una nuova democratica nazione e che, per farlo, bisognava però puntare sull'elemento militare cui è stato sacrificato il 90% del budget impiegato dai Paesi della coalizione nel Paese dell'Hindukush. Se ne vedono ora i risultati. Che a ben vedere erano già visibili nel maggio del 2006.

1) New York Times, 30 maggio 2012, After Riots End, Kabul's Residents Begin to Point Fingers
2) Si veda il sito www.historycommons.org Context of 'May 29, 2006: Kabul Riots Suggest Discontent over Development and Governance'. Interessante la ricostruzione, da testimone oculare, che ne fa Pietro De Carli nel suo recente Afghanistan nella tempesta (Albatros, 2012)
3) Siveda confusione dei ruoli tra militari e umanitari è stata oggetto di un grande dibattito esteso anche al ruolo dei Prt (Provincial Reconstruction Team). Si veda, per citarne uno soltanto tra l'altro già del 2006: L. Olson, Fighting for humanitarian space: Ngos in Afghanistan, Journal of Military and Strategic Studies, Fall 2006, Vol. 9, Issue 1


Estratto dell'articolo 2001-2013. Bilancio di dodici anni di guerra afgana uscito sul numero di maggio della rivista di storia contemporanea "I sentieri della ricerca", diretta da Angelo Del Boca (n 16 della rivista della Edizioni Centro studi "P. Gnocchi" che può essere richiestaqui).
Vedi anche Lettera22

mercoledì 10 luglio 2013

CARA DIFESA




Quanto spende l'Italia per la Difesa e quanto contano in questo quadro la nuova legge voluta a fine legislatura dall'ex ministro Di Paola e gli acquisti di nuovi caccia e navi per aeronautica e marina? Risponde un dossier di Archivio Disarmo, che da anni si occupa di armamenti ma anche di come potrebbe o dovrebbe essere il nostro modello di Difesa. La ricerca (Fulvio Nibali: La spesa militare in Italia – Rapporto 2013), parte dalla considerazione che mentre ogni anno 15 milioni di persone muoiono per malattie legate a scarsità e qualità di cibo e acqua e che la Banca Mondiale ha stimato che per debellarle occorrerebbe investire annualmente 200 miliardi di dollari, un decimo di questa cifra è quel l'Italia da sola spende ogni anno per la Difesa.

L'Italia, scrive il rapporto, è in linea con un trend mondiale che anziché debellare malattie endemiche si dedica al gioco della guerra in un quadro che vede una crescita costante della spesa militare che, senza considerare quella per il mantenimento degli arsenali nucleari, ammonta a più di 1700 miliardi di dollari.

Dei venti miliardi circa la metà sono stipendi (in crescita) mentre il comparto investimenti subisce una leggera flessione (3,3 mld nel 2013 e 3 nel 2015). Ma quel che preoccupa i ricercatori è soprattutto dove vanno i soldi: il programma F-35 Joint Strike Fighter fa la parte del leone: “I ritardi nello sviluppo e nella consegna dei velivoli, uniti a evidenti difetti di progettazione, hanno fatto lievitare i costi fino a 127 milioni di euro stimati per unità... sollevando sempre più spesso l’ipotesi secondo cui sarebbe meglio rinunciare al programma e destinare le risorse economiche ad altri settori dell’economia”. Ma dice il rapporto “se il prezzo unitario è lievitato in maniera così esponenziale, l’esborso per 90 aerei sarebbe comunque superiore a quello previsto per i 131 originariamente ipotizzati” e la riduzione del numero di caccia “sarebbe senza effetti economici concreti”. Sotto accusa anche la famosa “creazione di 10mila posti di lavoro in Italia...che fonti sindacali assicurano non saranno più di 1.500”. Infine, aggiunge il rapporto, non essendo stato firmato il contratto definitivo “eventuali penali per il mancato acquisto non esistono”. La spesa incide parecchio: “gli stanziamenti previsti per gli anni 2012 e 2013 relativi allo sviluppo del caccia ammontano a 548,7 e a 500,3 milioni...i più consistenti dell’intero bilancio della Difesa”. Fronte mare: la Marina ha annunciato l’acquisto di dodici navi con un costo unitario di 250 milioni per un totale di 3 miliardi. Navi dual use, utilizzabili per far fronte a catastrofi naturali ma “con la possibilità di ospitare centrali di controllo e armamenti come missili e siluri”.

Difenderci da cosa?
Il rapporto ragiona sulle sfide elencate dal penultimo governo (che restano la linea guida di quello odierno): terrorismo internazionale, armi di distruzione di massa, minacce all'accesso alle risorse e alla sicurezza cibernetica. La risposta italiana, commenta il dossier, è “quasi esclusivamente militare...fa aumentare le spese e la quantità di armi in circolazione...fa aumentare quindi i rischi di guerre”. Scrive il rapporto che “sarebbe più opportuno impostare modelli di difesa capaci di gestire le emergenze e i rischi con strumenti alternativi e meno pericolosi”...ma in Italia - conclude – un “serio dibattito sulla politica internazionale e su un nuovo modello di difesa manca”. Aggiungiamo noi: il modello c'è ed è stato appena riverniciato di fresco da Di Paola. Cambiando tutto perché non cambi nulla: via un po' di militari e acquisto di nuove armi.