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venerdì 9 febbraio 2024

La XII edizione dell'Atlante delle guerre è in libreria


Pensato come un vero e proprio atlante, dove ogni conflitto ha pari dignità, è un annuario aggiornato delleguerre in atto sul Pianeta col quale lavoro ormai da diversi anni, dirigendo il sito italiano e collaborando alla stesura delle schede che riguardano l'Asia.

Nell'Atlante vengono analizzate e spiegate le ragioni di tutti gli scontri armati in corso: chi combatte e perché, qual è la posta in gioco e le ragioni che muovono al conflitto. Senza prendere posizione a favore di qualcuna delle parti in causa, l'Atlante è uno strumento che ci sembra importante di informazione e di costruzione di una coscienza civile. La XII edizione dell'Atlante ha il suo focus sui conflitti tra Israele e Palestina e tra Russia e Ucraina. Contiene dossier tematici su: la recrudescenza del conflitto Israele-Palestina; gli sviluppi più recenti del conflitto Russia-Ucraina; riarmo e nuovo pericolo nucleare; il dramma dei civili in zone di guerra; Cina e nuovi equilibri; guerra e beni artistici; guerra e finanza; Peacebuilding; donne e diritti. Con schede conflitto e infografiche generali.

Se volete sostenerci cliccate qui e acquistate un volume (si trova anche in libreria)

lunedì 17 ottobre 2022

Il protagonismo dell'Asia

              

Com’è cambiata l’Asia nel 2022, l’anno segnato dalla crisi in Ucraina? Dal punto di vista bellico,
se il
Continente asiatico può festeggiare la fine della guerra afgana segnata dalla resa di Kabul nell’agosto 2021, resta la macchia del golpe militare birmano del primo febbraio 2021 e la conseguente situazione di conflitto diffuso con migliaia di vittime civili, sfollati interni, profughi nella vicina Thailandia. Quanto ai contraccolpi della guerra in Ucraina, i suoi effetti e le prese di posizione a favore o contro l’invasione russa hanno stabilito nuovi equilibri. In generale, il Continente più popoloso del Mondo ha continuato a fare i conti con i suoi conflitti, più o meno conclamati o congelati (come nelle Filippine, in India o in Pakistan con le guerriglie locali). 
È rimasta forte l’emergenza pandemica, che ha continuato a colpire dal Pakistan alla Cina, e sono salite alla ribalta della cronaca gravi crisi economiche in Sri Lanka (che ha dichiarato fallimento non arrivando più a ripagare il debito estero) o in Pakistan. Qui, un’alluvione senza precedenti ha messo in ginocchio un’economia malata e un Paese dove la crisi politica, derivata dal voto di sfiducia al premier Imran Khan, è materia quotidiana.

Dal punto di vista degli schieramenti internazionali, i due grandi dominus asiatici, India e Cina, nemici storici per questioni di frontiera e rivalità economica, han finito per trovarsi spesso dalla stessa parte della barricata. Nei Brics (acronimo per Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica) e nella Sco (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), Pechino e New Delhi si sono ritrovate più o meno d’accordo sugli effetti negativi dell’invasione dell’Ucraina da parte di un alleato importante come la Russia.  Sullo sfondo di una nuova forma che il panorama geopolitico va assumendo, con le sue variabili alleanze e un confronto sempre più aperto con gli Stati Uniti, resta la costante tensione che, dallo Stretto di Taiwan, si allunga sull’Asia meridionale e sudorientale, aree che condividono gran parte del Pacifico. È un Oceano al centro dello scontro tra cinesi e americani ma in cui pesano anche le tensioni tra Pechino e i Paesi dell’area: attratti dal colosso estremo orientale ma spaventati dalla sua potenza sul lungo periodo.

In quest’area del Mondo inoltre, la presenza di Australia e Nuova Zelanda (una sorta di blocco occidentale nel cuore dell’Asia) e di alleati storici degli Stati Uniti come Corea del Sud e Giappone (per non citare Taiwan) rappresenta un contrappeso all’espansionismo cinese. Gli interessi economici travalicano però gli schieramenti politici, come prova l’avvio del Partenariato Economico Globale Regionale (Regional Comprehensive Economic Partnership, Rcep). Si tratta di un accordo di libero scambio nella regione dell'Asia Pacifica tra i dieci stati dell'Asean (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) e Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud. I suoi 15 membri riuniscono circa il 30% della popolazione mondiale: il Rcep rappresenta il più grande blocco commerciale al Mondo e una rilevante fetta del Pil globale del Pianeta. Firmato al vertice virtuale dell’Asean in Vietnam il 15 novembre 2020, non vede invece la partecipazione dell’India che, all’ultimo momento, se n’è tirata fuori.

Bilancio? Incerto e da seguire, perché due dei più importanti e grandi imperi mondiali (Russia e Cina) occupano gran parte dello spazio geografico asiatico. Gli si affiancano l’India, con il suo miliardo e 400 milioni di abitanti, e l’Indonesia, un Paese (ora alla presidenza del G20) che in silenzio sta guadagnando uno spazio sul podio dei Grandi del Pianeta. Negli equilibri mondiali, l’Asia occupa un posto così importante che si deve tener conto di come si muovono le singole potenze regionali e la grande massa di donne e uomini che la abitano. Il prossimo summit G20 a Bali potrebbe riservarci qualche sorpresa. Speriamo positiva.

L'immagine: Abraham Ortelius, Asiae Nova Descriptio, 1595. Cartography of Asia. (2021, May 13). In Wikipedia. https://en.wikipedia.org/wiki/Cartography_of_Asia

mercoledì 19 maggio 2021

Le città asiatiche e la protesta


B
angkok, Yangon, Giacarta: tre grandi metropoli di riferimento nel Sudest asiatico.
Capitali vere, anche se non sempre formalmente dichiarate tali, del passato, del presente e probabilmente del futuro, di Paesi destinati a giocare un ruolo di primo piano nei prossimi anni.
Una conferenza di Guido Corradi ed Emanuele Giordana

Trovate la video conferenza registrata qui
Tutto il programma di Italia Asia qui


Guido Corradi
, già docente di cultura malese-indonesiana presso l’ISIAO (ex IsMEO) sez. Lombarda di Milano e docente presso istituti statali superiori per il turismo, da anni collabora a Milano con l’Università Bicocca.
E’ membro del Centro di Cultura Italia Asia e collabora con la rivista del Centro “Quaderni Asiatici
Ha pubblicato articoli e testi sull’Indonesia e condotto diversi viaggi come accompagnatore culturale per l’associazione “Viaggi di Cultura”, “FAI” e “Kel12” in Asia e America Latina.

Emanuele Giordana, asiatista e collaboratore di Italia Asia da 40 anni, è direttore del portale atlanteguerre.it.
E' stato tra i cofondatori dell'Agenzia Lettera22 e per 10 anni una delle voci di Radio3modno a RadioRai.
Attualmente è presidente di Afgana, associazione per la ricerca e il sostegno alla società civile afgana.

sabato 15 agosto 2020

Il salario sempre più basso di chi ci cuce il vestito


Un nuovo rapporto di Abiti puliti fa il punto su pandemia, tessile e salari. Sempre più bassi. E' un tratto comune dall'India al Bangladesh, dalla Thailandia al Myanmar.  Il 29 marzo scorso, quando il Covid-19 iniziava a mordere, U Myint Soe, a capo della Myanmar Garment Manufactures Association, lanciava l’allarme. La Ue, che acquista il 70% della produzione tessile birmana, aveva fermato gli ordini di acquisto: “Non so come faremo”, era stato il commento al quotidiano in lingua inglese Myanmar Times. La risposta è stata semplice: fabbriche chiuse e salari bloccati. Le magliette made in Myanmar, Sri Lanka o Bangladesh smettono di far girare i telai. Poi si vedrà.

In tutta l’Asia il tessile da esportazione è uno dei settori economici export dipendenti che ha subito, col turismo, un contraccolpo formidabile dagli stop arrivati dall’Occidente. Per quanto diversi Stati Ue abbiano sospeso i pagamenti del servizio del debito del Myanmar per il periodo maggio-dicembre 2020 (98 mln di dollari) sarà dura riprendersi. Inoltre Yangon – per via della guerra negli Stati Chin e Rakhine - rischia (come già accaduto per la Cambogia) di perdere la clausola di nazione favorita nell’export verso la Ue, cosa che dipende da una missione di valutazione della Commissione in settembre. Sarebbe un altro danno incalcolabile. Chi lo paga? E’ una domanda che si può girare a tutti i Paesi del tessile asiatico da cui ci riforniamo per le nostre magliette.

Per 50 milioni di lavoratori nelle industrie globali dell'abbigliamento, del tessile e delle calzature, che guadagnano in media 200 dollari - e tra questi per 20 milioni di lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento - la pandemia è stata e ancora è un disastro salariale: oltre 13 milioni di lavoratori in Asia hanno registrato un divario salariale del 38,6% il che significa una perdita di quasi 6 miliardi di dollari nei primi tre mesi della pandemia. Quanto ai lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento la cifra viene valutata in oltre 3 miliardi di dollari di perdita salariale. Lo dice un rapporto di Abiti Puliti (Stipendi negati in Pandemia) che fornisce una stima del divario retributivo di 13 milioni di lavoratori in sette paesi per tre mesi: Pakistan, Bangladesh, India (le regioni intorno a Delhi, Tirupur e Bangalore), Indonesia, Sri Lanka, Cambogia e appunto Myanmar. Il rapporto esclude la Cina dove l’industria tessile è molto forte ma ha anche migliori garanzie per i lavoratori.

Il rapporto di Abiti Puliti contiene una sintesi del dossier Under(paid) in the pandemic della Clean Clothes Campaign internazionale con Worker Rights Consortium e Solidarity Center e fornisce stime sull'entità delle perdite salariali subite dai lavoratori della filiera tessile durante i primi tre mesi di pandemia. Con i distinguo del caso, imputabili a difficoltà di raccolta dei dati, i calcoli rappresentano il divario salariale per marzo, aprile e maggio 2020. Tuttavia – scrivono i ricercatori - poiché molti lavoratori non hanno ripreso a lavorare o a lavorare regolarmente - il divario salariale ha continuato a crescere dopo questi tre mesi. Un elemento che anche la Ue dovrà considerare al momento di decidere se è meglio punire le élite colpevoli di violazioni o i lavoratori delle industrie che fabbricano le nostre magliette.

venerdì 19 giugno 2020

Asia orientale: misteri e nodi del Covid-19

L’Asia è grande e tentare una sintesi della sua risposta al virus quasi impossibile. Si possono però studiare tendenze e persino dei buoni esempi. Se escludiamo il pianeta Cina, si potrebbe tentare una divisone: Paesi alla frontiera con la Rpc, la sua “cintura” geografica meridionale: Cambogia, Laos, Vietnam, Myanmar, vicini ma tra i meno colpiti al mondo. Paesi a grandi numeri, dall’Indonesia alle popolatissime nazioni dell’Asia del Sud con relativamente “pochi casi”. Paesi ricchi, tecnologicamente avanzati ma non sempre socialmente virtuosi (Corea del Sud, Malaysia, Singapore). Infine le aree della guerra più o meno conclamata, dall’Afghanistan agli endemici conflitti birmani.

Il mistero della cintura

Se si guarda una tabella salta all’occhio che in Asia solo cinque Paesi hanno decessi zero. Escludendo Timor Est (24 casi 0 decessi) e Turkmenistan (0 casi 0 decessi), gli altri sono Vietnam, Cambogia e Laos cui si può aggiungere il Myanmar (solo 6 decessi). Sono i Paesi della “cintura” Sud della Cina, alla periferia dell’Impero dunque e i più vicini all’epicentro di Wuhan (anche l’Asia
centrale a Ovest è poco colpita ma è distante dall’epicentro). Circa 200 milioni di abitanti in quattro nazioni che ospitano comunità cinesi e dove c’è un vasto via vai di lavoratori cinesi e non da e per la Cina. Innanzi tutto han chiuso subito le frontiere con la Rpc: scelta commercialmente dura ma intelligente. Poi hanno isolato interi villaggi al primo caso (il Vietnam già da in febbraio) e allestito quarantene in luoghi come i monasteri (Myanmar) sapendo di avere strutture cliniche molto fragili. I positivi vengono subito isolati in ospedale, identificati e resi noti (senza il nome) per età, sesso e residenza. Si sa così dove non andare e chi è del posto identifica il malato e deve autodenunciarsi. Sostenere che sono regimi autoritari o dittature mascherate (Phnom Penh è l’unica capitale che desta qualche sospetto sui numeri) è riduttivo. Sembra semmai aver funzionato una logica culturale di autodisciplina di villaggio dove la salute resta un bene collettivo da preservare. In Myanmar in ogni quartiere è stato allestito un posto di blocco “civile” dove lavarsi le mani. Se non hai la mascherina ti fanno un cenno col capo. Disciplina e autodisciplina oltre alla pregressa esperienza della Sars. Più consigli e aiuti dalla Cina, interessata a non guastare i rapporti coi primi vicini della Via della Seta. “Nel caso del Vietnam – spiega Pietro Masina, dell’Orientale di Napoli – è interessante il dibattito che si è svolto nel Vietnam Studies Group, gruppo di accademici e ricercatori, che - a parte qualche polemica sulla natura autoritaria del regime - ha sostanzialmente confermato il fatto che il Paese non ha nascosto i dati. Ne abbiamo avuto esperienza diretta seguendo una ricercatrice tornata in Vietnam da Londra ammalata. Del resto, con 100 casi attivi, il Vietnam aveva messo in quarantena fino a 90mila persone”.

Un lockdown da 17mila isole

La gestione del virus in Indonesia è stata invece ondivaga, con regole incerte e litigi tra governo centrale e province e col governatore della capitale. Un’inchiesta della Reuters in aprile sosteneva che i morti fossero almeno due volte tanto i dichiarati. “Il virus è stato preso alla leggera – dice lo scrittore Goenawan Mohamad (nella foto) – ma dopo un inizio goffo, il presidente Jokowi ha preso il comando e attualmente ci sono piani per affrontare il problema.
Ma ci sono anche 250 milioni di persone sparse su 17mila isole: è un Paese decentralizzato, con governi locali eletti dal popolo e una burocrazia inaffidabile. Il lockdown alla fine è poroso e lo Stato non è finanziariamente abbastanza forte da sostenere i danni all'economia così che le persone stanno diventando irrequiete. Finora, il governo ha evitato metodi draconiani anche per via di un passato militare e autoritario, ma non credo che riceveremo buone notizie in futuro. Nemmeno credo però che l'Indonesia si stia avvicinando al Brasile”. Faisol Reza, parlamentare ed ex attivista che fu sequestrato dall’esercito nei giorni della caduta della dittatura di Suharto (1998) difende Jokowi: “Ha tre problemi: la capacità finanziaria del governo, la mancanza di fiducia dei funzionari e gli ostacoli legali. Jokowi è fiducioso su come si può affrontare il virus, ma lo è meno sull’economia. Ha diviso l’onere del governo centrale coi governi provinciali e regionali e attuato il distanziamento su larga scala ma con la possibilità di tornare ai villaggi dalle rispettive famiglie. C’è un problema con funzionari e ministri che non osano prendere decisioni a causa di esperienze passate con strascichi legali e hanno chiesto garanzie per prendere provvedimenti senza rischi. Gli ostacoli legali? La legge sull'autonomia regionale che limita l’azione del governo centrale, una legge che Jokowi vuole modificare”. Ma questo è vero allora anche per l’India o il Pakistan, con grandi numeri e difficoltà tra potere centrale e decentrato?

Molta gente molto virus?

Goenawan sostiene di no: “Rispetto all'India, dove migliaia di lavoratori migranti hanno dovuto subire il blocco, gli indonesiani sono in condizioni migliori. Non ci son state famiglie sbattute sotto i ponti o negli scantinati. Il sostegno sociale e la distribuzione di cibo per i nuovi disoccupati hanno dato sinora risultati relativamente buoni”. In India, com’è noto, il virus ha invece scatenato l’islamofobia oltre a far pagare un caro prezzo ai migranti interni. Ma i numeri? Rispetto agli abitanti, tutti i grandi Paesi dell’Asia del Sud – così come l’Indonesia - registrano pochi casi e pochi decessi in realtà sovrappopolate: l’India con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, il Pakistan con oltre 200 milioni, il Bangladesh con 160. Sono stati accusati di nascondere i dati. Vediamolo in Bangladesh: “La mia ipotesi – dice lapidariamente David Lewis, docente della London School autore tra l’altro di Bangladesh: Politics, Economy and Civil Society - è che i numeri in Bangladesh siano drammaticamente sottovalutati a causa del sistema sanitario debole e di pochissimi test”, una tesi condivisa dal suo collega bangladese Abul Hossain della Green University di Dacca: “I pochi test ci mettano in una situazione buia e pensiamo che i dati diffusi sui decessi siano la metà di quelli reali perché un gran numero di persone morte per il virus non vengono conteggiato dalle statistiche. Infine riteniamo che ci sia un numero enorme di asintomatici in un Paese dove, l'anno scorso, il budget sanitario era solo lo 0,9% del Pil”. Una frontiera pericolosa. Come in India o in Pakistan.

Ricchi, democratici, tecnologici e spietati

Nei Paesi ricchi (Tokio è appena uscita dall’emergenza) spiccano i casi di Corea, Malaysia e Singapore, nonostante siano avanguardie tecnologiche con la patente di democrazie, un benessere diffuso e buoni ospedali. Si sono distinti per dei vistosi buchi neri sociali. Quando Seul ha visto una ripresa del contagio iniziato a maggio con un focolaio nei club Lgbtq, si è diffusa una reazione razzista nei confronti del diverso, identificato come untore per le sue pratiche sessuali fuori norma. Singapore e Malaysia hanno fatto altrettanto, se non peggio, coi migranti. La città-stato li ha rinchiusi in grandi dormitori dove sono scoppiati focolai di Covid-19. La Malaysia ha messo molti migranti in prigione e perseguito i giornalisti che hanno raccontato la svolta autoritaria contro i più deboli: una forza lavoro immigrata cui Kuala Lumpur, come Singapore, non può rinunciare ma che ha cercato di nascondere sotto il tappeto.

Virus e conflitti

Se il Covid-19 abbia aiutato il governo di Kabul a fare un accordo interno dopo mesi di stallo e contestazioni del risultato elettorale e se la tregua ora stipulata tra l’esecutivo di Ghani e i Talebani sia solo merito del virus resta da dimostrare. Certo sembra aver aiutato i vari protagonisti a un po’ di sano pragmatismo: a nessuno piace, già in crisi di consenso, perderne altro per colpa di una malattia. Ma la richiesta di tregua dell’Onu a marzo, riecheggiata dal Papa, non ha funzionato: né in India, né in Thailandia. Solo in parte nelle Filippine e nel Myanmar dove però il cessate il fuoco, decretato a Yangoon il 10 maggio, ha escluso le aree… dove si combatte. Non sarebbe sbagliato dire che il Covid ha spinto l’Asia verso una svolta autoritaria. Sperando che non diventi virale.

Questo articolo è uscito ieri su ilmanifesto

venerdì 1 maggio 2020

Primo maggio col Covid-19 in Asia

Nel Myanmar dell’emergenza Covid-19 il governo sta facendo tornare a casa i suoi emigrati all’estero. Alcuni sono “ufficiali”, altri lavoravano più o meno clandestinamente in Cina nelle piantagioni di canna o banane e mille, scriveva qualche giorno fa il Myanmar Times, sono tornati a casa per vie altrettanto clandestine. Ma secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sarebbero oltre 3 milioni i birmani che lavorano all'estero. Secondo Ong locali e straniere, i birmani più o meno stagionali sono nella sola Thailandia più di 2 milioni. Numeri impressionanti che l’emergenza ha portato alla ribalta e che dicono molto su cosa succede in caso di pandemia. Alla perdita del lavoro si accompagna l’espulsione e un futuro incerto nel proprio Paese da cui non si è certo partiti per turismo. Per quelli che restano - perché non vogliono o non possono tornare a casa – va anche peggio, perché all’estero non c’è la protezione della cittadinanza e men che meno la rete sociale dei villaggi.

Nella sola Malaysia, circa un milione di lavoratori migranti indonesiani soffrono la fame a causa del parziale lockdown in atto nel Paese, come hanno denunciato in aprile i volontari della Nahdlatul Ulama, la più grande organizzazione islamica d'Indonesia. Un inchiesta del South China Morning Post ha rivelato le condizioni drammatiche dei migranti nella ricca Malaysia che ne ospita temporaneamente 5,5 milioni, “dei quali - circa 3,3 milioni - privi di documenti”. Provengono principalmente da Indonesia, Bangladesh e Nepal.

Se gli indocumentati e i migranti stanno male, non se la passa bene nemmeno chi aveva un lavoro “sicuro” in qualche fabbrica. Nel tessile ad esempio che in Asia occupa decine di milioni di lavoranti. Cento nella sola India, oltre 3 e mezzo in Bangladesh. Nel continente il tessile calzaturiero su commissione è un architrave dell’export di molti Paesi. Un export che fa fare profitti soprattutto a chi utilizza la filiera del lavoro asiatico per abbassare i prezzi. Fabbriche in Thailandia, Cambogia, Vietnam, Myanmar. Sedi e negozi a Parigi, New York, Milano. Del resto quasi mezzo miliardo di persone nel mondo lavora oggi meno ore retribuite di quanto vorrebbe o non ha accesso a un lavoro a un salario equo, dice il rapporto Ilo World Employment and Social Outlook – Trends 2020: e nonostante l’Asia sia un continente che se la cava meglio di altri “la scarsa qualità del lavoro e gli alti tassi di informalità rimangono la sfida... Nel 2019 nonostante il progresso economico degli ultimi decenni, 79,1 milioni di lavoratori -il 4,2% - sono rimasti in estrema povertà e 277 milioni - il 14,6% - vive ancora in moderata povertà”. Il virus ha peggiorato le cose.

Quanto all’industria della moda, la pandemia l’ha travolta, minando le lotte per la protezione sociale e la sicurezza, i salari equi, la libertà sindacale. Anche perché molte “firme” non pagano ordini già eseguiti o ritirano quelli in produzione. Da sapere quando ci compriamo un vestitino o le scarpette. La situazione è così grave (alcune fabbriche riaprono ma lasciano a casa molti lavoranti) che a Dacca, domenica scorsa, ci sono state manifestazioni pubbliche per il salario nonostante il lockdown. Rischioso. Pagare il giusto le avrebbe evitate.

Una dichiarazione congiunta dell’Organizzazione Internazionale delle Imprese (IOE) e dei Sindacati Internazionali (GUF) lancia un appello per mitigare la perdita massiccia di vite, posti di lavoro e reddito. Si chiede ai marchi di sottoscriverlo ma finora in molti fan orecchie – è il caso di dirlo – da mercante: Arcadia, ASOS, Bestseller, C&A, EWM/Peacocks, Gap, JCPenney, Kohl’s, Mothercare, Next, Primark, Tesco, Under Armour, Urban Outfitters e Walmart/Asda non hanno ancora preso alcun impegno. In Italia la Campagna Abiti Puliti ha chiesto trasparenza a importanti firme della moda come Armani, Benetton, Calzedonia, Ferragamo, Geox, Gucci, Miroglio, Moncler, OVS, Prada, Salewa, Versace, Zegna. Al momento solo Prada e Salewa hanno fornito rassicurazioni sul fatto che rispetteranno gli impegni assunti prima del virus con i fornitori. Il network della Clean Clothes Campaign monitorerà gli impegni dichiarati dalle aziende e ne renderà conto pubblicamente. Nei giorni scorsi Abiti Puliti ha scritto a Conte e ai ministri responsabili del “Cura Italia”: “Riteniamo – dice Deborah Lucchetti responsabile della Campagna - che solo le aziende che dimostrino di saper proteggere sia i propri lavoratori sia quelli che appartengono all'intera catena di fornitura debbano poter contare su misure pubbliche di sostegno”.

lunedì 20 aprile 2020

La crisi fa paura. In Asia un po' meno

Sui giornali birmani si sprecano le fotografie della distribuzione gratuita di riso. La crisi fa paura e la Banca asiatica di sviluppo ha già stimato che il Pil rallenterà significativamente al 4,2 rispetto al 6,8 dell’anno prima. Il ministero del Commercio ha ridotto la tassa di licenza per le imprese di importazione di quasi la metà e ha invece sospeso il rilascio dei permessi di esportazione del riso per mantenere la stabilità del prezzo di un bene esportato per oltre 20 milioni di tonnellate l’anno. Se il Myanmar ha ancora pochi casi di Covid-19, in Indonesia, il Paese più a rischio dell’Asia con l’India e che viene paragonato all’Italia, il governo stima che quasi 4 milioni di indonesiani potrebbero finire in povertà e oltre 5 milioni perdere il lavoro. Giacarta ha stanziato oltre 26 miliardi di dollari per pacchetti di stimolo incentrati su spesa sanitaria, protezione sociale e ripresa economica. L’orizzonte è cupo.

Le stime del Fondo monetario internazionale – che prevede la peggiore recessione globale dalla crisi del ‘29 – stima che la crescita in Asia nel 2020 sarà dello zero%, “la peggiore performance di crescita in quasi 60 anni”. Detto questo – scrive nella sua analisi più recente - l'Asia sembra “far meglio” di altre regioni del pianeta. “Le revisioni al ribasso – sostiene il Fmi - sono sostanziali e vanno dal 3,5% nel caso della Corea a oltre 9 punti percentuali nel caso di Australia, Thailandia e Nuova Zelanda”, colpiti dal rallentamento del turismo globale e - nel caso dell'Australia - da prezzi delle materie prime più bassi. Quanto alla Cina, la crescita dovrebbe diminuire dal 6,1% nel 2019 all'1,2 nel 2020, un elemento che non consentirà alla Rpc di “aiutare la crescita dell'Asia” come in passato. C’è però un po’ di luce in fondo al tunnel: “Se le misure di contenimento funzionano, con uno stimolo politico sostanziale per ridurre le "cicatrici", la crescita in Asia dovrebbe riprendersi con forza” mentre l'economia cinese sta “iniziando a tornare al lavoro” (anche se i dati del primo trimestre mostrano una contrazione dell'economia del 6,8%).

Nel suo rapporto sull’economia mondiale, di qualche giorno precedente, il Fondo monetario - di solito piuttosto freddo ai richiami delle esigenze popolari – si è sbilanciato a dire che la fase di recupero dopo un eventuale allentamento del Lockdown globale potrebbe rendere necessaria una proroga della “moratoria sui rimborsi del debito e la ristrutturazione del debito” e che la “cooperazione multilaterale è vitale per la salute della ripresa globale”. Parole certo, ma in un momento difficile per l’Oms, minacciata dalla furia di Trump, Kristalina Georgieva, amministratore delegato dell'Fmi, ha dato il suo appoggio al direttore dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus con una conferenza stampa congiunta in cui ha fatto appello ai leader politici affinché riconoscano che “la protezione della salute pubblica, la protezione dell'economia e il reinserimento lavorativo vanno di pari passo”. Rischia ora di sentirsi dare della filocinese.

Intanto, anche sul fronte del coordinamento e della cooperazione, l’Asia orientale sembra un passo avanti ad altre regioni del pianeta. Mercoledi scorso i leader del cosiddetto Asean Plus Three – un forum che riunisce i dieci Paesi del Sudest asiatico più Corea, Giappone e Cina - hanno tenuto una conferenza virtuale per affrontare il tema Covid-19. Non è la prima, mentre la Cina ha prestato competenze e medici per favorire i vicini e soprattutto non guastare le relazioni coi suoi futuri partner della Via della seta. Che si son ben guardati sinora dal chiamare il Covid-19 “virus di Wuhan”.

Articolo uscito ieri su ilmanifesto

venerdì 27 marzo 2020

Lettere dall’esilio: l’Ovest visto da Est

Riflessioni personali di un giornalista “fuori luogo”. Sul virus del secolo e su un Secolo dell’Asia proclamato almeno dal secolo scorso ma che continua a restare in sala d’attesa. Il Covid-19 ci insegnerà ad essere più umili e meno provinciali?

Il colmo per un cronista? Abitare nel luogo che di li a poco sarà l’epicentro di una delle notizie più importanti del secolo ed essere partito verso un sito per il quale l’interesse è zero perché l’argomento del giorno, il virus globale, lì ancora non c’è. Son sempre cauto nell'esprimere opinioni ma questa volta ho preso una licenza anche se del virus non so nulla (come molti per altro). E' solo perché mi trovo nella posizione di cui ho detto sopra: sono in un Paese, il Myanmar, ignorato perché fino a tre giorni fa non c’era un solo caso conclamato di Covid-19 (oggi sono cinque e tutti importati). Benché proprio questo fatto meritasse e meriterebbe un’analisi (se ne occupa forse un po' allarmisticamente il Lat), la cosa non interessa a nessuno. Posso anche capirlo. Nel mio Paese, l’Italia, e nel mio comune, Crema (15km da Lodi e 20 da Codogno), c’è altro cui pensare. Ma l’esilio più o meno forzato in questa terra struggente (di cui posto una foto in copertina), mi ha obbligato ad alcune riflessioni. Nulla più che qualche idea personale. Che mi piace condividere di questi tempi in cui ognuno dice la sua. E sfugge il bandolo della matassa.

Da lontano si vedono le cose con maggior distacco. E visto da Oriente il Vecchio Continente (stendiamo un velo pietoso sugli Stati Uniti) mi è sembrato superficiale, leggero, incoerente (paradossalmente l’Italia è un’eccezione in positivo). Qui in Myanmar, non certo uno Stato modello di efficienza, appena arrivata a gennaio la notizia del virus, le frontiere di terra con la Cina sono state chiuse. E i cinesi in giro per il capodanno di metà gennaio sono immediatamente spariti. Tornati a casa. E persino ora, con soli 3 casi, la gente sta a casa con autodisciplina e si lava le mani ogni due per tre, Come sapete in Oriente si è messa in moto una macchina che grosso modo prevede due tendenze: il lockdown o la tracciatura dei malati. In Europa si è scelto il primo metodo. In Corea del Sud e Taiwan – ma non solo - il secondo. In Cina – o in Vietnam - una miscela di entrambi ma senza rinchiudere tutta la nazione. La cosa ha funzionato e i risultati si vedevano già almeno 15 giorni fa. Ne abbiamo fatto tesoro?

La tracciatura funziona pressapoco così, come bene riassume - nel caso coreano - Fabio Tana, un asiatista per anni al desk Asia dell’Ansa: “Chi va in quarantena deve notificare l’indirizzo, dare il numero del cellulare e inserirvi una app che consente a un sistema centralizzato il controllo dei suoi spostamenti e del suo stato di salute. Continuano ad essere in vigore le misure di prevenzione che comunque si limitano a raccomandare la mascherina, la distanza di sicurezza ed evitare gli assembramenti”. Si è detto che questo da noi non si potrebbe fare per minaccia della privacy e della democrazia (forse anche per indisciplina). Ma, mi chiedo, essere chiusi in casa non è un po’ come essere agli arresti? E l’esercito in strada e la polizia che strattona i vecchietti non sono una pericolosa apertura a norme autoritarie di sapore ...orientale?

Si dice: quelle asiatiche son dittature. Vero. Ma solo in parte. Nella maggior parte dei Paesi asiatici si tengono libere elezioni, esiste un parlamento e la libertà di stampa. Liquidare l’Asia come un insieme di sistemi autoritari e totalitari tollerando al massimo il mito della “più popolosa democrazia del mondo” (ossia l’India, attualmente l’ultimo dei modelli democratici asiatici) è superficiale e
fuorviante. Ammettere che la Cina sta sconfiggendo il virus,che in Laos ci sono solo un paio di casi, che in Vietnam il fenomeno è contenuto e che persino il Myanmar è per ora esente, forse brucia. Tranne qualche voce fuori dal coro, si parte dall’idea che da queste parti ci sia un peccato originale che, aihmé, impedisce agli asiatici oggi e agli africani domani, di essere come noi. L'Occidente visto da Oriente risulta sempre autoreferenziale, ammalato di un provincialismo culturale per cui – lo vogliamo ammettere o no – o gli altri seguono i nostri modelli o sbagliano. E se in parte avessero ragione “gli altri”? Questo caso sembrerebbe in parte dimostrarlo.

Credo che sia necessario tenere la guardia alta. Sempre. Lockdown e tracciabilità vanno bene sinché non erodono i nostri diritti fondamentali. E vi si può rinunciare nell’emergenza ma a patto che esistano meccanismi di controllo (vedi scandali delle liste telefoniche) che non abbiamo messo in piedi nemmeno quando l’emergenza non c’era. Se avete avuto a che fare con una compagnia telefonica lo sapete. E lo si sa anche tutte le volte che, cercato un volo su Internet, si viene poi bombardati dalle compagnie aeree per due settimane. L'individuo è libero o di libero c'è solo il mercato?

Dobbiamo – noi giornalisti - tenere la guardia alta ovunque, anche qui in Asia ovviamente. Democrazie fragili o sotto schiaffo (Myanmar, Thailandia per non parlare della Cambogia) possono utilizzare lo stato di emergenza per tornare allo status quo ante e cioè al pieno potere delle forze armate. Dobbiamo vigilare sul “modello cinese” che traccia persino i brufoli sulla faccia e “rieduca” i dissidenti. Dobbiamo tener d’occhio Kim Jong-un e fare le pulci alla statuaria democrazia giapponese che fa ancora fatica a riconoscere le sue colpe storiche. O quella afgana, così ammalata di occidentalismo che non obbedisce più al suo ammaestratore. Guardia alta ma senza salire in cattedra. Con un po’ di umiltà. Con l’umiltà di dire: “Scusateci del coronavirus non capiamo ancora niente. Abbiate pazienza”. Alle ricette giuste penseremo dopo. Anche a quelle in salsa di soia.

L’analisi interessante sul virus di Roberto Buffagni

Qui l’articolo di Fabio Tana

domenica 5 novembre 2017

Avviso di reato

Fatou Bensouda. Sotto, Donald Trump
«La situazione nella Repubblica Islamica d'Afghanistan è stata assegnata a una Camera preliminare della Corte Penale Internazionale (Icc) a seguito della mia decisione di chiedere l'autorizzazione ad avviare un'inchiesta sui reati che si suppone siano stati commessi in relazione al conflitto armato». La dichiarazione della procuratrice capo del Tribunale penale internazionale Fatou Bensouda rimbalza nelle agenzie di stampa nella notte di venerdi, giorno della partenza di Trump per il suo viaggio in Asia, il più lungo – recita la velina della Casa Bianca – che un presidente americano abbia fatto nell’ultima quarto di secolo. Ma Trump non andrà in Afghanistan e del resto la tegola era attesa da circa un anno: da quando, a metà novembre 2016, la giurista del Gambia a capo della Corte dal 2012, aveva annunciato nel suo Rapporto preliminare di attività (quel che in sostanza si intendeva fare) che il dito era puntato anche contro gli Stati Uniti per i quali c’erano «ragionevoli basi» per procedere contro soldati e agenti americani che in Afghanistan avrebbero commesso «torture» e altri «crimini di guerra». Con loro, sotto la lente, polizia e 007 afgani e parte dei talebani. Ma adesso il passo è diventato formale e dunque esecutivo, con una richiesta di autorizzazione a procedere per le accuse di crimini di guerra in Afghanistan dopo l'invasione guidata dagli Usa 17 anni fa.

domenica 2 ottobre 2016

Vedo dunque so, la parabola di Asiatica

Si conclude oggi a Roma uno dei Festival sull'Asia più importanti d'Italia. Un
festival di cinema sul continente più popoloso del pianeta che si deve alla caparbietà di un signore romano, e al suo variegato gruppo di amici, che da 17 anni a questa parte si danno da fare per farci raccontare dagli autoctoni come sono, cosa vivono, quel che sognano. Operazione rara in un Paese abituato a guardarsi l'ombelico e rara in un continente- l'Europa - così conscio della sua missione di civiltà da ignorare o quasi tutte le altre. Così che non c'è da stupirsi se la stampa - mainstream e non - gli dedica troppo poca attenzione e se altrettanto fanno i fondi pubblici, buoni per  lo Stretto sul canale ma sviati da quel che, anziché farci andare  più in fretta da una parte all'altra, ci invita a fermarci per esercitare l'arte della ragione.

martedì 16 agosto 2016

Asia: il continente più nucleare

Un paio di anni fa l'artista giapponese Isao Hashimoto ha fatto una mappatura visuale delle 2053 esplosioni nucleari avvenute tra il 1945 e il 1998, di quella che comunemente chiamiamo “corsa agli armamenti”, in questo caso “tecnologicamente avanzati”. Fino al 1949 sono solo gli americani poi cominciano i sovietici. Nel 1952 arriva il Regno Unito. Nel 1960 entra in campo Parigi mentre Londra ha già testato 21 esplosioni, l’Urss 83 e gli Stati Uniti 196. Solo 4 anni dopo, nel gennaio del 1964, il punteggio è: Francia 9, GB 23, Urss 221, Usa 349. Ma nel 1964 si registra anche il primo test cinese. Nel 1974 il primo indiano. Nel 1998 arriva anche il Pakistan. L’esperimento visuale di Hashimoto si conclude con questo bilancio: Stati Uniti 1032; Russia (rimasta al palo dopo la caduta del muro) 715; Francia 210; GB e Cina 45; India 4; Pakistan 2 (in realtà nel 1998 furono ben di più i test dei due Paesi asiatici). L’artista si ferma qui. I bombaroli no (il grafico visuale su può vedere su Youtube: lo riproduco qui sotto).



Continente atomico

Non solo gran parte delle esplosioni avvengono in Asia ma l’Asia è anche il continente che ospita il maggior numero di Paesi con l’arma nucleare. Se si escludono Usa, Gran Bretagna e Francia, nel Consiglio di sicurezza siedono gli altri due Paesi con la bomba “ufficiale”: Cina, che è Asia a tutti gli effetti, e Russia, la cui gran parte del territorio sta nel continente asiatico. Tutti gli altri Paesi con la bomba, più o meno nascosta, sono asiatici. Da Ovest a Est: Israele, Pakistan, India, Corea del Nord (pur se sul suo arsenale c’è un punto interrogativo). Anche molte velleità nucleari stanno in Asia, sebbene non si siano mai trasformate in una bomba: dall’Iran all’Arabia saudita. Se si escludono il Sudafrica, l’Egitto, la Libia o il Brasile in cui è serpeggiato il desiderio di aver l’arma nucleare - e se si escludono le velleità non dichiarate che devono aver attraversato un po’ tutti i Paesi - si può affermare a buon diritto che l’Asia è il continente più nucleare. Con che rischi?

lunedì 8 agosto 2016

L'Asia e lo sport. Una palla di cervo a 140 all’ora tra gioco e politica

Pazzi per la palla di cervo. Dopo il calcio
il gioco del cricket è lo sport più giocato al mondo

Da Sarajevo a Kabul. Da Lahore a Calcutta, la parabola del gioco e della politica visti da un osservatore che odia guardare qualsiasi  partita. Persino le Olimpiadi. Un raccontone scritto per il manifesto. Con qualche eccezione

Conclusi nel 1995 gli accordi di Dayton, che avevano decretato la fine della guerra in Bosnia, eravamo partiti per Sarajevo ancora un volta. L’occasione ghiotta era la partita di calcio allo stadio Koshevo che doveva sancire la ripresa della normalità nella capitale del Paese più devastato da quel conflitto alle porte di casa. Ricordo che la radiocronaca Rai era affidata nientemeno che a Bruno Pizzul – voce inconfondibile, piglio deciso, conoscenza dettagliatissima di squadre e giocatori – e i giornalisti erano tantissimi, assiepati con me alle spalle di Pizzul per far la cronaca di quell’incontro che si giocava sul prato da poco ricostruito dello stadio. Io non avevo alcun interesse per la partita in sé: odio lo sport e il calcio in particolare da che quattordicenne, convinto da un manipolo di amici tifosi, ero andato controvoglia a San Siro per una partita Milan Verona conclusasi 2 a 0 ma soprattutto col furto del mio motorino nuovo di zecca. Se odiavo lo sport, in quell’occasione gliela avevo proprio giurata. Mi siedo dunque col fedele taccuino e comincio a chiedere ai colleghi più esperti la provenienza etnica dei calciatori: «… quello è un serbo che ha giocato là e quello forse un croato che faceva l’ala destra... ». Forse? Bene non sapevano: conoscevano la provenienza dalle varie squadre ma i miei colleghi, Pizzul in testa, sembravano ignorare che la forza di quella partita stava nel metter assieme serbi, croati e musulmani o, come li chiaman adesso, bosgnacchi. A loro importava poco l’etichetta politica: guardavano al dribbling, al contropiede, alle azioni in area di rigore. Ne venni a casa sconcertato e mentre scrivevo in albergo il mio pezzo, mi domandavo che razza di giornalisti fossero quelli sportivi. Ma forse avevano ragione. Quella partita era la normalità e forse era giusto passar sopra alle connotazioni etniche che avevano costituito il terreno prediletto dei nazionalisti e fatto da corollario alle stragi. E l’incontro era solo il segno che era finita una stagione e ne iniziava un’altra. Io rivangavo, loro ignoravano. Forse il torto era mio.

domenica 3 luglio 2016

Dietro la strage al bar di Dacca

Scrivi Bangladesh e dici povertà, ingiustizia, sovrappopolazione (150 milioni su un territorio grande
la metà dell’Italia), alluvioni e inondazioni marine devastanti. Dici Bangladesh e racconti una storia di risentimento sedimentato che diventa spesso violenza politica. Dici Bangladesh e pensi che la politica di quel Paese è iperpolarizzata da quasi trent’anni e modellata su due partiti e, soprattutto, da due leader ormai ottuagenarie ma saldamente al potere. A turno: Sheikh Hasina dell’Awami League, un partito laico e nazionalista, e Khaleda Zia del Bangladesh Nationalist Party, organizzazzione nazionalista e conservatrice. Dici Bangladesh e vedi nella forza delle organizzazioni islamiste, a cominciare dalla Jamaat-e-Islami – formazione con status parlamentare – la capacità di raccogliere un consenso che nasce dalla frustrazione legata a un cambiamento che non si avvera e dove l’islam rappresenta una promessa di purezza e riscatto in una nazione che ha a lungo detenuto la palma del Paese più corrotto al mondo. C’è tutto quel che ci vuole per preparare il terreno e il brodo di coltura dove far crescere la trasformazione del risentimento in odio e violenza. Dove è facile insomma reclutare e, per un pugno di rupie, armare mani assassine. La strage del bar è un salto di qualità ma purtroppo non stupisce. La violenza politica è stata una costante in questo Paese e negli ultimi anni, benché il governo di Hasina si ostini a negarlo, il brand di Daesh ha fatto parlare di sé molte volte con assassini mirati individuali e addirittura una lista di proscrizione di blogger, attivisti, intellettuali e insegnanti laici da far fuori.

Balle di iuta: ricchezza nazionale
Raccontata così però sarebbe una storia a metà, di quelle che si liquidano in fretta perché il Paese è povero, sovrappopolato e per di più ingiusto e musulmano: abbastanza per derubricare il caso a vicenda di ordinaria povertà. Ma il Bangladesh è anche il luogo delle responsabilità nascoste che ancora una volta rimandano le radici dell’ingiustizia sociale a scelte prima coloniali e poi industriali. Quel Paese inizia la sua Storia “indipendente” nel 1947 quando la follia britannica, sostenuta da quella della Muslim League del subcontinente indiano, divide il nascente Pakistan in due Stati che distano tra loro... 10 ore di volo. Il Pakistan orientale, abitato da bengalesi musulmani, con l’aiuto dell’India, si stacca dal Pakistan nel 1971 con una guerra sanguinosa le cui ferite non si sono ancora cicatrizzate (sono stati giustiziati di recente molti capi della resistenza pro pachistana accusati di crimini contro l’umanità). Il Paese ha una solo vera ricchezza, la iuta, il cotone e una rinomata tradizione manufatturiera, che fanno di questo Paese un enorme cantiere tessile. Ed è in Bangladesh che in tempi recenti sbarcano le multinazionali del tessile che hanno scelto la delocalizzazione in Paesi che lavorano in conto terzi: salari minimi, materia prima di buona qualità a prezzi bassi, scarsa capacità sindacale, governi col pugno duro quando si rivendica un diritto.

Ci sono un nome, un luogo e una data che raccontano bene questa storia: Rana Plaza a Dacca, il 24 aprile del 2013. Un edificio commerciale di otto piani, figlio di abusi speculativi locali, crolla a Savar, un sub-distretto della capitale. Il bilancio è gravissimo e le operazioni di soccorso richiedono quasi un mese e si concludono il 13 maggio con un bilancio di oltre mille vittime e oltre duemila feriti, molti dei quali ormai menomati e inabili al lavoro. Quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile e anche il più letale cedimento strutturale accidentale della Storia contemporanea, scoperchia anche le responsabilità di marchi europei, americani, italiani. Scoperchia il tema della sicurezza, dei diritti, dei risarcimenti che non arrivano. Farà aumentare il salario base ma lascerà anche intere famiglie sul lastrico. Eccolo un altro humus pieno di risentimento. Nel Rana Plaza avevano i loro laboratori fabbrichette locali che lavoravano per grandi marchi internazionali. Loro a fare il lavoro sporco, gli altri a esibire t-shirt a basso prezzo con la griffe. Se non ci fossero state campagne internazionali di attenzione (in Italia la Ong “Abiti puliti”), se non si fosse mosso l’Ufficio internazionale del lavoro dell’Onu, la storia si sarebbe dimenticata in fretta. E, in queste ore, pochi la mettono in relazione alla strage di due giorni fa nella capitale. Eppure…

sabato 2 luglio 2016

Brexit: cosa ne pensano nel Commonwealth

Certo, c’è anche il parlamentare del Partito liberale conservatore che, dalle colonne di un quotidiano dell’Australia – ancora virtualmente governata dalla Regina Elisabetta – plaude alla Brexit, orgoglio che par d’altri tempi e ispirato a un passato coloniale cui forse nemmeno nel Regno Unito si sognano di pensare. E forse c’è anche qualche indiano ottuagenario dell’11mo Sikh Regiment della British Indian Army – nato negli anni Venti - che prende la pensione da Londra e pensa che la vecchia Inghilterra abbia fatto bene. Ma son voci fuori dal coro in un panorama che abbraccia il vecchio mondo coloniale britannico che si riconosce nel Commonwealth – che raccoglie 53 nazioni e 2,2 miliardi persone – il cui cuore pulsa soprattutto in Asia, fino a lambire il Quinto continente. Sarà perché sei abitanti su dieci del Commonwealth hanno meno di trent’anni, sarà perché il mondo è davvero cambiato – l’ultima bandiera adottata a Ottawa nel 1976 non ha più l’Union Jack - a plaudire alla Brexit son davvero pochini. Il resto son toni allarmati e solo in parte per l’economia. A volo d’uccello par di capire che la preoccupazione maggiore sia la piega nazional populista e isolazionista che non piace soprattutto nei Paesi di tradizionale immigrazione, come India o Pakistan, ma che fa storcer bocca e naso anche a intellettuali australiani o canadesi.

La bandiera del Commonwealth senza
l'Unione Jack. Sopra, una foto
d'epoca del reggimento sikh nella Vritish India Army 
Scrive Michael Pascoe, editorialista economico di Business Day, inserto economico del Sidney Mornig Herald: «In realtà non me la prendo con la Gran Bretagna. Non è un gran danno per l'Australia e vale solo un paio di punti percentuali delle nostre esportazioni. Se i Poms (nickname per britannici ndr) si vogliono sparare sui piedi ritirandosi da un potente blocco commerciale, non mi interessa. Mi preoccupa invece la meschinità isolazionista che sembra aver guidato Brexit; la contrazione di cuori e menti di quella che fu una grande nazione rivolta verso l'esterno. Il pericolo, come molti hanno commentato, è che dà forza a tipi xenofobi e anti-globalizzazione. Le stesse forze populiste che demonizzano i migranti e, in particolare, i rifugiati, e che spingono verso il mito di un futuro protezionista. Forze che sono al lavoro ovunque nel mondo. Questa è la preoccupazione». Sempre sul Smh, Brexit fa paragonare il Regno Unito alla Svizzera che, nel 1992, rifiutò l’ingresso in Europa con un referendum. Ma, scrive il quotidiano «Qual è l’unico problema? E difficile che la Gran Bretagna (o qualsiasi altro Paese europeo) sia in grado di replicare, abbandonando l'Unione Europea, ciò che è noto come il "miracolo svizzero"», ossia un altissimo reddito procapite e una bassa disoccupazione. Illusioni. E paura di una virata xenofoba. Mohammad Zia Adnan, un giovane che scrive per il pachistano The Dawn e che in Gran Bretagna ha diritto di voto ma non è andato alle urne nel giorno del Brexit perché aveva dimenticato di registrarsi, scrive ora, «Me ne sono pentito». Gli fa eco un titolo di The Times of India, uno dei più autorevoli giornali indiani: «Brexit wins, everybody loses». Più chiaro di così. Naturalmente c’è anche ci si sfrega le mani. Ancora lo stesso giornale pachistano rivela che c’è chi si muove per comprare immobili approfittando della caduta della sterlina e di una possibile discesa del prezzo degli appartamenti. Che però potrebbero anche scendere troppo e dunque rivelarsi un cattivo affare. Incertezze che rimbalzano sui giornali africani: un articolo del keniano The Star riferisce che una delle più grandi aziende di trasferimento di denaro in Africa, la Dahabshiil, ha spiegato che Brexit potrebbe deprimere il ricco giro d’affari legato alle rimesse degli emigrati e influenzare negativamente gli investimenti nella regione. Preoccupazioni.


sabato 2 aprile 2016

Tutti i libri dell'Asia

Sabato 2 aprile alle ore 12.00, la curatrice del progetto “Asia” di add editore Ilaria Benini è ospite insieme ad Andrea Berrini (Metropoli d'Asia), Maurizio Gatti (editore di O barra O edizioni) de Emanuele Giordana (Lettera 22) a BOOKPRIDE 2016 per la conferenza Asia: l’editoria per accorciare le distanze.
Di cosa parliamo quando parliamo di Asia? Quanti mondi e quante realtà letterarie ne fanno parte? Perché l’editoria dedicata all’Asia è debole e qual è il suo potenziale? Un incontro a cura di add editore, per professionisti del settore e appassionati, per cercare risposte e costruire le basi per iniziative.
L'appuntamento è a Milano all'ex Ansaldo in via Bergognone 34

domenica 10 gennaio 2016

A Oriente del Califfo: l'Asia nella strategia di Daesh/1

«Amirul-Mu'minin ha detto: "O musulmani...alzate la testa che oggi - per grazia di Allah – disponete di un Califfato che restituirà la vostra dignità, i vostri diritti e che vi dà una leadership. E' uno Stato in cui sono fratelli l'arabo e il non arabo, il bianco e il nero, l'orientale e l'occidentale. Un Califfato per il caucasico, l'indiano, il cinese, il siriano, l'iracheno, lo yemenita, l'egiziano, il magrebino, l'americano, il francese, il tedesco e l'australiano».

Il messaggio è chiaro e affidato a Dabiq, il magazine mensile di Daesh che non è solo un foglio di propaganda patinata ma anche la summa teoretica dello Stato islamico. Uno Stato i cui confini non sono chiari ma che, stando a queste parole, coinvolge tutti i bravi musulmani ovunque abitino, da Tunisi a Dacca, da Parigi a Giacarta. Non di meno il suo progetto di espansione territoriale non è molto chiaro. Il cuore del califfato sta a Raqqa, nello “Sham”, e i territori amministrati sono per ora solo tra Irak e Siria. Spiega però ancora Dabiq: «Lo Stato islamico è qui per restare. In Sham e in Iraq. Nel Khorasan e in Al Qawqaz (parti dell'Asia centrale e del Caucaso)... dalla Tunisia fino al Bengala, anche se i murtaddin (eretici) lo disprezzano. Il Khilafah (Califfato) continuerà ad espandersi ulteriormente fino a quando la sua ombra si estenderà... su tutte le terre raggiunte dal giorno e dalla notte»*. Il riferimento è appena un po' più chiaro e comprende aree già conquistate e altre più lontane: il Magreb, il Bengala (quindi il Bangladesh?) e il Khorasan, i cui confini non sono granché delineati.

Espansione a Est
La rivista teorica di Daesh: non solo
propaganda. Sopra Al Bagdadi

Quel che è certo è che c'è un piano di espansione a Est e a Ovest di Raqqa. E' facile immaginare che i luoghi dove già è in corso un conflitto e dove la tensione è molto alta (il confine afgano pachistano, la Libia, il Sinai o le regioni dominate da Boko Haram in Africa) siano i luoghi prescelti dove accendere la miccia di un nuovo jihad, spodestando quel che resta di Al Qaeda e infiltrando i vari movimenti jihadisti. Ma la scintilla deve accendersi anche altrove: dove esistono conflitti più o meno dormienti, come nel Caucaso, e dove sono attivi gruppi jihadsiti storici, come nelle Filippine. Ed forse proprio in quest'area – a Oriente del califfo – che vale la pena di guardare: lì dove ci sono le tre aree musulmane più popolose del pianeta (l'Indonesia, l'India e il Pakistan), dove può esser facile reclutare e dove i foreign fighter, una volta tornati a casa, possono diffondere il verbo di Al Bagdadi. Del resto, scrive Katy Oh Hassig nell'introduzione all'Asian Conflict Report 2015 dedicato all'Isis dal Centro per le politiche della sicurezza di Ginevra (Gcsp): «... la minaccia dell'estremismo violento è ovunque. I confini politici e regionali, che una volta fornivano la barriera naturale e istituzionale alla diffusione di ideologie estremiste, sono ormai storia. E' la globalizzazione del crimine e del terrorismo». Del terrore senza frontiere.

Il Grande Khorasan: Afghanistan, Pakistan, Asia centrale

Una veccia mappa della Durand Line tra Afghanistan
e  Pakistan: luogo di  elezione
In realtà il califfato dell'antichità non è mai arrivato tanto lontano quanto vorrebbe Al Bagdadi: non c'erano bengalesi o indonesiani nelle mappe delle regioni orientali che la Storia identifica col “Grande Khorasan”, una regione storica (quella geografica sta oggi nell'odierno Iran) che si sarebbe spinta sin nella valle dell'Indo e nel Sind, oggi provincia pachistana. Dal Khorasan partirebbe la conquista asiatica del califfo di Raqqa che vorrebbe però andar oltre quella vasta area che si estendeva dall'odierno Iran alle terre dei Pashtun e, a Nord, in alcune ex repubbliche sovietiche oggi indipendenti e alla riscoperta dell'islam delle origini. Da lì a unire la lotta di liberazione nel Caucaso dall'ateismo del regime di Putin il passo sarebbe breve. E' una zona sotto osservazione ovviamente e dove Daesh comincia a essere presente sopratutto in Pakistan e Afghanistan. Ma nonostante una presenza che ha già rivendicato attentati e piccole azioni dimostrative, Daesh ha anche molti nemici. Innanzi tutto i talebani afgani, decisamente contrari ai piani espansivi di Daesh che recluta soprattutto tra i guerriglieri che il movimento ha cacciato per devianza criminale più che ideologica. Bacino di reclutamento sono anche i combattenti centroasiatici, caucasici e cinesi rifugiatisi in Pakistan ma adesso sotto schiaffo da un operativo militare di Islamabad il cui obiettivo è, da un anno e mezzo, quello di smantellare gli insediamenti della guerriglia straniera. Quanto ai gruppi jihadisti pachistani, Daesh è riuscito a spaccare i talebani del Tehrek e Taleban Pakistan (Ttp) ma per ora i consensi sono pochi. Secondo il ricercatore asiatico Abdul Basit, in Pakistan ci sono tre categorie di militanti: chi apertamente è contrario a Daesh (Al Qaeda nel subcontinente indiano e la leadership del Ttp); chi lo abbraccia (come i fuoriusciti dal Ttp Jamaatul Ahrar e Jundullah Pakistan); e quelli che per ora stanno a guardare, come alcuni gruppi attivi anche in Kashmir: Lashkar e Taiba e Jaish e Muhammad. Più, aggiungiamo noi, i gruppi settari anti sciiti, molto ricettivi al messaggio di Daesh.

India e Bangladesh

Il grande colosso asiatico, patria di 180 milioni di musulmani, si è svegliato quando nell'agosto del
2014 si è saputo che quattro abitanti del Maharashtra, lo Stato di Mumbay, avevano raggiunto la Siria. Ma visto che nemmeno Al Qaeda aveva fatto molti proseliti, il califfato non è sembrata una preoccupazione. Semmai, dice qualche analista, un altro modo per accusare il Pakistan che ne sarebbe il vero incubatore. Stando ai giornali indiani, non sarebbero infatti che un paio di dozzine i foreign fighter dell'Unione che combattono in Siria anche se, nonostante il numero esiguo, avrebbero già contabilizzato molte vittime: una notizia che caldeggia l'ipotesi che gli arabi di Raqqa si servano dei non arabi per le operazioni più rischiose, considerandoli – alla fine – dei musulmani di serie B. Qualche simpatia per Daesh comunque potrebbe serpeggiare tra i membri di organizzazioni filo pachistane come gli Indian Mujahedin o tra gli attivisti dello Students Islamic Movement of India. Ma Daesh più che una minaccia – anche se documenti del califfato dimostrerebbero l'intenzione di investire molto in India – sembra solo una remota possibilità. Diverse le cose in Bangladesh, dove Daesh ha rivendicato l'assassinio dell'italiano Cesare Tavella e del giapponese Kunio Hoshi, anche se non è chiaro quanto il califfato, che si è attribuito anche l'attentato al sacerdote italiano Piero Parolari, abbia un legame reale tra i movimenti jihadisti o se qualcuno fra loro si sia soltanto appropriato del brand. Dabiq ha dedicato un luno articolo al Bengala in cui sottolinea la distanza tra i veri mujahedin e la Jamaat e islami, partito islamista istituzionale. Alcuni gruppi al bando (Ansarullah Bangla Team e Jamaat ul Mujahidden Bangladesh) potrebbero esserne i referenti. Ma Dabiq non li menziona.

Malaysia e Singapore

Da un anno e mezzo Daesh avrebbe istituito in Siria un'unità malese-indonesiana chiamata Khatibah Nusantara e una scuola di formazione per ragazzi che parlano malese. I materiali in questa lingua sul web si sprecano e i governi han preso contro misure. In Malaysia (i foreign fighter malesi sarebbero un centinaio e secondo l'intelligence nel Paese ci sarebbero 50mila simpatizzanti di Daesh) il governo è corso ai ripari col pugno duro: decine di arresti per supposti legami con Daesh, la denuncia di un attentato sventato a Kuala Lumpur ma soprattutto una nuova legge mirata che permette arresti indiscriminati, la Prevention of Terrorism Act (Pota), criticata perché fotocopia di una vecchia altrettanto severa e appena abolita nel 2012. Un'altra legge consente la revoca del passaporto. La tensione è salita dopo il sequestro e l'uccisione di un uomo d'affari malaysiano giustiziato dal gruppo filippino Abu Sayyaf. La preoccupazione è forte.
Quanto alla piccola città Stato di Singapore, i numeri sono piccolissimi: due famiglie soltanto sarebbero state “coinvolte” da Daesh.

Isole nella corrente: Filippine, Indonesia, Maldive

Il Califfato omayyde nel 750 dc. Ispirazione, ma il progetto
di Daesh va ben oltre, a Ovest e a Est
Dei 30mila non arabi che pare combattano per Daesh, quelli del Sudest asiatico non sono tanti e in molti casi i Paesi di provenienza ritenevano che le stagioni qaediste (vedi la bomba a Bali nel 2002) fossero acqua passata. Il Council for Asian Terrorism Research (Catr), fondato nel 2005 con aiuto americano e contributi da diversi Paesi asiatici, non è stato più rifinanziato; il caso tailandese (vedi articolo a fianco) sembrava rientrato e nelle Filippine si era finalmente avviato un processo di pace. Ma i 5 o 600 combattenti indonesiani che avrebbero raggiunto Raqqa, lo stallo del processo negoziale a Manila e la ripresa dei sequestri nel Sud delle Filippine, i numeri della violenza in Thailandia e gli attentati sventati in Malaysia, hanno fatto riemergere la paura di un contagio. Da alcuni sfruttato politicamente (è il caso dei nazionalisti birmani), da altri temuto come le scintilla di una nuova minaccia che potrebbe tornare col rientro dei foreign fighter dal campo di battaglia. Gli indonesiani ad esempio han scelto la linea dura: chi va in Siria non potrà più tornare a casa e i maldiviani si apprestano a fare altrettanto. Per ora però nel Paese delle 13mila isole non si è andati più in là di manifestazioni pubbliche di sostegno a Daesh - come quella organizzata a Giacarta dal gruppo Islamic Sharia Activists Forum (Faksi) - o dell'adesione di vecchi maestri di jihadismo che hanno sposato ufficialmente Daesh: è il caso di Abu Bakar Bashir, l'ex leader – in prigione - della Jemaah Islamiyah. Una scelta che non è piaciuta a tutti i membri del vecchio gruppo qaedista. Ad occuparsi di questi problemi c'è comunque Densus 88, un gruppo d'élite anti terrorismo con la mano pesante e che in passato è stato accusato di gravi violazioni. Ma non c'è solo repressione. L'Indonesia ha una tradizione di islam moderato che vede i gruppi più importanti del Paese condannare Daesh e venir coinvolti dal governo per evitare che il contagio degeneri.

Nelle Filippine le cose son più complicate: nelle isole meridionali, dove è forte il sentimento indipendentista, lo stallo nel negoziato tra governo e separatisti islamici finisce per lasciar spazio ai gruppi islamisti più marginali e agguerriti che spesso sconfinano nel banditismo, come Abu Sayyaf o il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters, che in un video hanno dichiarato l'adesione a Daesh. Quanto i legami siano forti e reali resta da dimostrare, ma certo l'area dove sono attivi si presta a nascondigli e campi di addestramento, Un centinaio gli “expat” verso il Medio oriente.

Australia

L'Australia infine, per niente musulmana ma terra d'immigrazione. Oltre un centinaio i reclutati da Daesh, alcune decine dei quali rimasti sul terreno. Oggi, se si è legati a gruppi terroristici, si perde la doppia nazionalità e l'eccesso di zelo non manca. Quando il governo ha messo nel mirino il gruppo islamista non violento Hizb ut Tahir, c'è chi l'ha tacciato di paranoia ingiustificata. Mettere tutti nello stesso sacco non serve. Specie se gruppi come Hizb ut Tahir, sotto accusa anche in Asia centrale dov'è molto attiva, possono essere uno degli antidoti a Daesh, perlomeno sul piano della dottrina.
(segue:  domani Daesh e il Paese dei Thai)

* Le parentesi sono nel testo originale

Questo articolo è usciato anche su Pagina99



mercoledì 2 dicembre 2015

Daesh alla conquista del Khorasan

La guerra in Afghanistan gli equilibri regionali e il congelamento del processo di pace: protagonisti e comprimari. Movimenti jihadisti e l'ombra di Daesh. Repressione e confusione*
In Afghanistan l'unica cosa che non è in fase di stallo è la guerra. L'economia langue, è in difficoltà e in calo costante di consensi il nuovo esecutivo – frutto di un accordo perverso che accanto al presidente ha istituito una specie di pari grado con ampi poteri –, la diplomazia nazionale è gravemente ammalata di una sindrome anti pachistana che sfiora l'isteria collettiva. La guerra è invece in piena forma. E su più fronti. Il fronte classico che oppone la disomogenea galassia talebana al governo di Ashraf Ghani (si veda la presa di Kunduz tra novembre e ottobre) e un campo di battaglia interno alla guerriglia: che oppone i talebani – divisi dopo l'annuncio della morte di mullah Omar in luglio – a Daesh, per ora forse rappresentato solo da un manipolo di uomini ma in grado già di controllare, seppur a macchia di leopardo, alcune realtà del territorio.

 Gli attori internazionali – Pakistan e Iran prima di tutto, ma anche Stati uniti, India, Cina e Paesi della Nato, non sembrano avere per ora né una posizione univoca né forse una vera e propria posizione. La Nato e gli americani sono indecisi sulla qualità e quantità dell'impegno futuro e non sembrano aver deciso con esattezza se appoggiare con forza l'ipotesi pachistana (quella cioè di un negoziato interafgano purché in qualche modo si tenga sotto l'egida di Islamabad) o ritentare un'ipotesi di colloqui diretti con la guerriglia, bypassando – come già in passato – gli emissari di Kabul. Teheran è forse meno preoccupata, dopo gli accordi di Vienna, del suo fronte orientale, impegnata com'è a guerreggiare sul fronte occidentale e a difendersi da una politica aggressiva dei sauditi che in Afghanistan però non sembra passare dai talebani ma semmai da Daesh e che per ora si è limitata solo ad alcune esecuzioni eclatanti1. Quanto a Islamabad, i suoi sforzi per avviare il negoziato sono in stallo totale (una prima riunione si è tenuta nell'estate in Pakistan ma poi il processo si è fermato). Dopo le bombe seguite al primo round negoziale2 anche la faticosa costruzione di una fiducia bilaterale con Kabul – messa in opera con l'appoggio di Ghani - è completamente crollata dopo l'ondata di stragi estive e l'Afghanistan è per ora completamente schierato contro il Pakistan, un'opzione alimentata soprattutto dal capo dell'esecutivo Abdullah e dai circoli vicini all'ex presidente Karzai. Gli unici Paesi in cui si nota una certa vitalità diplomatico militare sono a Nord di Kabul, lungo il confine con l'ex Urss dove proprio in questi giorni – avverte un reportage dell'emittente afgana Tolo3 - i russi stanno rafforzando il loro sistema di sorveglianza sui suoi ex confini meridionali e avrebbero sostenuto i tajiki nella decisione di chiudere i passaggi transfrontalieri con l'Afghanistan. In fin dei conti la Russia non ha mai perso la speranza di tornare ad avere un controllo seppur indiretto su questo crocevia interasiatico, sul traffico di droga e sui travasi jihadisti che da lì provengono, con un controllo dunque sulle frontiere delle tre ex repubbliche sovietiche (Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan) che confinano con l'Afghanistan e che non sono meno preoccupate di Mosca dalla continua ebollizione di un Paese che, col Pakistan, ospita cellule terroristiche e combattenti che provengono dai loro territori e a cui i due Paesi garantiscono, oltre confine, santuari e protezione nonché la possibilità di organizzarsi per progettare azioni di disturbo nelle patrie di origine. Putin si è mosso con prudenza in questi anni ma si è mosso. Probabilmente resta preoccupato dalla permanenza dei soldati americani e della Nato (che a fine anno avrebbero dovuto sensibilmente diminuire e che invece resteranno) e la vicenda di Kunduz (dista 250 km da Dushambe e 200 dalla frontiera uzbeka) non ha che rafforzato le preoccupazioni e fornito il destro per offrire collaborazione alle ex repubbliche sorelle.