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martedì 21 marzo 2023

Russi e Ucraini. Bali vuole limitare ingressi e presenze


Viaggio nel Sudest 4 / Le autorità balinesi vogliono dal governo di Giacarta maggiori limitazioni per i cittadini che vengono dai due Paesi in guerra e che ormai formano una grande comunità



Alcuni giorni fa, con l’espulsione di un russo di trent’anni accusato di aver violato la legge sull’immigrazione per essersi fatto pagare durante alcune performance teatrali, entra nel vivo la “flessione muscolare” delle autorità balinesi che hanno messo in piedi una vera e propria campagna di espulsione nei confronti di cittadini russi e ucraini. Un paio di giorni prima era toccato a tre giovani russe, accusate di essersi prostituite e imbarcate su un aereo per Mosca bollate come “lavoratrici del sesso”. Ma i fatti di cronaca rientrerebbe nella normale amministrazione di un’isola dove i turisti abbondano se non fosse che il governatore di Bali Wayan Koster si è recentemente appellato al governo centrale perché vieti a russi e ucraini il Voa-Visa on arrival, procedura veloce che consente di fare il visto all’arrivo in aeroporto.... Leggi il seguito su Lettera22



domenica 16 ottobre 2022

In piazza il 5 novembre per la pace. E il cappello dei partiti

Stamattina alle 8 e mezza, il Gr del mattino di RadioPopolare - per me un appuntamento
fisso -  mi sbatte nell’orecchio come un colpo di frusta: alla manifestazione per la pace del 5 novembre, lanciata da Conte, ha aderito anche Letta, dicono nei titoli. E nel servizio
si ribadisce: un'iniziativa di Conte cui hanno aderito i movimenti della società civile e il segretario del Pd. Aderito?

Che Repubblica o il Corriere caschino nel trappolone dei partiti, che rincorrono con grande ritardo il movimento per la pace cercando di farlo proprio, non mi stupisce. Anzi, sono proprio loro ad alimentare la confusione. Ma da RP, di solito piuttosto attenta ai movimenti sociali, proprio non me lo sarei aspettato. Il movimento per la pace italiano ha cominciato a lavorare sodo dall’inizio dell’invasione russa, bersagliato dagli elmetti ben calcati in testa nelle redazioni dei giornali: sbeffeggiato, ridicolizzato, accusato di pelosa equidistanza quindi di filoputinismo. Quel lavoro è andato avanti nel silenzio assordante dei media italiani, sfidando le bombe a Odessa o Mykolaiv, organizzando carovane in Ucraina e decine di incontri nelle città e cittadine italiane. La sigla di StopTheWarNow è nota così come ora lo è quella di EuropeforPeace, il grande contenitore che ha raccolto attorno a una piattaforma non solo di NO alla guerra ma anche di proposte (Conferenza di pace Onu sul conflitto) oltre 600 associazioni e organizzazioni grandi e piccole.

Ed è qui che si è elaborata l’idea di una mobilitazione diffusa nel weekend prossimo in cento città (cento per dire tante), una fiaccolata a Roma il 21 sera e la manifestazione del 5 novembre. Lanciata dunque dal basso e su cui ora a tanti sembra una buona idea aderire. Aderire si, ma non metterci sopra il cappello. Certo, Conte ha avuto il merito – tra i partiti - di parlarne per primo ma con quell’abilità tutta politica di fiutare come va il vento. Il Pd si è accodato, come spesso accade, con ritardo (e dopo il flop di giovedi all’ambasciata russa). Altre coalizioni, come Potere al Popolo, ci saranno ma hanno evitato di rivendicarne l’idea. Che resta quella dei movimenti.

Mi auguro che quello di Rp, una redazione che stimo e per la quale ho fatto il mio primo servizio radiofonico (gratuito) nel secolo scorso (quando in Indonesia regnava Suharto!), sia stato un piccolo scivolone cui non è difficile porre rimedio. Più difficile convincere La Repubblica o Il Messaggero ma, in fondo, pazienza: con loro è una battaglia persa tanto per usare, di questi tempi maledetti, una frasario bellicista ancorché innocuo, mi pare, rispetto al fuoco incrociato (altro termine bellicista ahimè) di questi mesi contro il movimento per la pace. Ora in parte attenuato dalla consapevolezza che il movimento per la pace è l’unico soggetto (col Papa) che oltre a condannare offre altre soluzione che non la semplice scelta di mandare in Ucraina proiettili e pistole.

lunedì 29 agosto 2022

Riparte per Mykolaiv la terza carovana di StoptheWarNow


Riparte oggi dall’Italia la terza carovana organizzata da StoptheWarNow, l’estesa coalizione italiana contro la guerra in Ucraina che oltre al pensiero ci mette anche il corpo fisico: Gianpiero Cofano, uno dei responsabili, la racconta cosi: “Stopthewarnow, questa volta ha risposto a un invito diretto delle organizzazioni della società civile di Mykolaiv che ci hanno chiesto aiuti ma ci hanno invitato a passare dei giorni anche nei rifugi, proprio per condividere la paura dei continui bombardamenti che ormai avvengono ogni 3/4 ore. Il tutto per non restare da soli. Ovviamente è una scelta molto più rischiosa rispetto alle passate edizioni (in aprile a Leopoli e in giugno a Odessa Mykolaiv ndr) e sinceramente non pensavo che ben 50 persone aderissero vista la situazione. Invece la nostra società civile sembra volersi davvero impegnate nella costruzione dei corpi civili di pace, corpi umani che si vogliono spendere e rischiare per la pace”.

“Stopthewarnow continua a ribadire con la sua modalità che vuole stare vicino a chi subisce, a chi non sa se rivedrà intera la sua casa, se avrà da magiare e da bere, se non sarà vittima delle bombe a grappolo….Scegliamo nuovamente il fronte – aggiunge Cofano –  e non i caffè in centro a Kiev per la passerella. E gridiamo ancora più forte nonostante le autorità italiane sconsiglino di andare in Ucraina perché chiediamo con forza l’apertura di trattative di pace. L’inverno sarà ancora più duro dell’estate per chi vive sul fronte senza acqua e servizi. Lo sforzo di negoziazione dobbiamo lasciarlo solo alla Turchia e ai suoi interessi?”.... (segue su atlanteguerre)

giovedì 7 luglio 2022

Il pacifismo italiano e la guerra ucraina

In Italia in questo momento ci sono almeno quattro fronti del movimento per la pace che guarda all’Ucraina. Danno il segno di una vitalità eccezionale così come, purtroppo e in onore a un vecchio mantra che sembra una condanna, del fatto che il movimento fatica a trovare una voce sola nonostante la strada sia comune. Tutti la pensano infatti e a grandi linee allo stesso modo: dialogo, no alle armi, non violenza, pressione sui governi, società civile. Ma ognuno va un po’ per la sua strada. Proveremo a darne conto pur con tutti i limiti di una conoscenza, tanto è vasto questo movimento assai poco raccontato, per forza di cose limitata e forse anche lacunosa.

L’aspetto forse più interessante sembra quello che riguarda la coalizione StoptheWarNow, nata grazie soprattutto alla spinta dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, nota anche per il suo impegno all’estero come “Operazione Colomba”. In pochissimo tempo la sigla ha agglutinato formazioni assai diverse: grandi e piccole, prettamente umanitarie, sindacali, laiche e cattoliche. La coalizione ha già organizzato due carovane a Leopoli e a Odessa trasportando tonnellate di generi di prima necessità e spesso riportando in Italia persone (nell’ordine delle centinaia) con fragilità. Ha aperto una base a Odessa e pianifica di aprirne altre due fisse a Kiev e Leopoli in modo da strutturare un lavoro di costruzione di relazioni al momento ai suoi inizi. Una terza carovana è prevista per fine agosto. Al suo interno si muovono progetti diversi come, per esempio, quello che Un ponte per sta costruendo con le realtà associative ucraine di Kiev o l’adesione alla manifestazione nazionale indetta da Europe for Peace per il 23 luglio per una conferenza internazionale di Pace .

Una seconda iniziativa si chiama Mean e Angelo Moretti e Marco Bentivogli l’hanno spiegata così su Repubblica: “è nato un ponte di dialogo straordinario ed inedito tra la cittadinanza attiva italiana e quella ucraina” da cui è nato il progetto di un “Movimento Europeo di Azione nonviolenta” con l’obiettivo di collegare le società civili europee, ucraine e russe. L’idea è di un’azione “corale e civica” che si trasformerà l’11 luglio in un’andata “in massa a Kiev” così che “i leader della società civile italiana ed ucraina prenderanno parola insieme per parlare della pace possibile”. E ancora: “La costruzione della pace è un valore da coltivare ogni giorno… La pace non è una bandiera di posizionamento. Non può essere strumentale”. Discorsi sacrosanti - forse un po’ enfatici - anche se il numero dei marciatori previsto si è realisticamente ridotto dai 5mila iniziali a un più saggio “limite di 150 attivisti, come la legge marziale prevede” (e anche la capienza dei rifugi anti aerei). Quel che stupisce è che non si sia stabilito un legame con StoptheWarNow, se non altro per essere stata la prima iniziativa e soprattutto per aver raccolto nella sua variegata coalizione, a oggi, 176 associazioni. Hai ormai un'esperienza importante di cui far tesoro. C’è stato uno scambio di lettere ma alla fine nessun accordo.

C’è un’altra assenza molto rilevante nella coalizione StoptheWarNow ed è quella della Tavola della Pace o, per dirla in altri termini, del coordinamento della Marcia Perugia Assisi, di cui tutti conosciamo numeri e importanza. Assenza pesante e forse difficile da capire per chi marcia tutti gli anni da Perugia ad Assisi. Ed è proprio a questo popolo di “cani sciolti”, che non fanno parte di nessuna associazione, organizzazione, chiesa o sindacato, che resta da dedicare il finale di questa breve sintesi. Nel seguire le carovane e in diversi incontri in giro per l’Italia sulla guerra, non solo abbiamo registrato un desiderio (specie tra giovani e giovanissimi) di partecipare “fisicamente” ad azioni concrete, ma abbiamo toccato con mano più di una realtà, fatta magari di quattro ragazzi che, affittato un pulmino e riempitolo di pasta e pelati, son partiti per Kiev. Con grande entusiasmo (come ai tempi della guerra nei Balcani) e racimolando fondi qui e là e spesso anche mettendosi in rete con i propri Comuni. Ma senza guida o un’agenda che vada oltre la solidarietà umanitaria. Senza, insomma, un percorso politico che richiede tempo, ricerca, organizzazione. Facciamo nostro il commento di una grande testimone del pacifismo italiano: “Il movimento per la pace è la parte migliore della società italiana – dice Lisa Clark - ma se non si parte assieme, non si costruisce nulla”.

Questa analisi è uscita stamattina su ilmanifesto in edicola

sabato 25 giugno 2022

Al via per Odessa una nuova Carovana per la pace


Parte oggi una nuova marcia per la pace contro la guerra in Ucraina.Questa volta ci saranno meno
mezzi e meno persone nel convoglio che sabato mattina partirà da Gorizia alla volta di Odessa, in una nuova Carovana di pace il cui senso è continuare il percorso iniziato a Leopoli nell’aprile scorso. Allora furono 60 mezzi e diverse tonnellate di aiuti umanitari a raggiungere la città occidentale dell’Ucraina. Ma questa volta le associazioni aderenti al cartello StoptheWarNow – oltre 170 – hanno dovuto fare i conti con la guerra guerreggiata così che percorsi e date hanno subìto più che una variazione. Andare a Odessa è una scelta forte perché significa entrare nella fornace del conflitto col rischio di diventarne un target. Le cose sono state preparate con cura, riunioni virtuali, chat, punti di raccolta, dettagliate informazioni logistiche, avvisi alle autorità. A Odessa c’è un’antenna della coalizione che fa capo a StoptheWarNow che aggiorna di continuo la segreteria organizzativa.

Il senso politico è molto chiaro: portare aiuti umanitari e riportare in Italia che ne ha bisogno (anziani, bambini, disabili, mamme), ma anche affermare un principio – pacifista e non violento – di simbolica interposizione – anche di corpi – tra la logica della guerra e quella della pace. Le sensibilità diverse delle sfaccettate anime del movimento per la pace italiano scommettono su questo cartello unitario dove ci sono associazioni laiche, religiose, non violente. I cattolici – presenti con decine di sigle e forse i più numerosi – incassano anche il placet della Conferenza episcopale italiana dove, non a caso, è da poco presidente un cardinale, Matteo Zuppi, che oltre ad aver fama di “prete di strada”, ha un passato da mediatore nelle file di Sant’Egidio. Di più, la Cei assicura anche una presenza pesante: quella del vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, Vice Presidente dell’istituzione. Parteciperà alla carovana in carne ed ossa accompagnato da alcuni volontari della Caritas. Le organizzazioni laiche ci saranno comunque con una vasta rappresentanza, testimoni anche di battaglie sull’obiezione di coscienza, sindacali o di attenzione alle minoranze Lgbtq+.

La carovana – oltre a raccogliere cibo e medicinali – si è nutrita infatti anche delle molte riunioni, incontri, festival (come l’Eirene Festival di maggio a Roma) in cui si è cercato di declinare la parola guerra nelle mille forme che purtroppo conosciamo: dalle fibrillazioni governative – triste spettacolo a fronte di un Paese che i sondaggi dipingono come fortemente contrario all’invio delle armi – al problema dell’accoglienza, in cui non mancano le discriminazioni verso comunità che hanno la sfortuna di non essere ucraine. Declinazioni complesse - dove appare evidente l’interesse dell’apparato militar industriale - ma in cui si muove , ragionando, un movimento che è una delle migliori espressioni della società civile italiana (come si può leggere nelle adesioni alla coalizione su stopthewarnow,eu).

Nella logica della carovana c’è anche l’evidente spinta dal basso a fare di più che non limitarsi a secretare la lista degli armamenti per l’esercito ucraino: una mancanza di diplomazia, un’assenza dell’Onu, un’incapacità europea di formulare proposte francamente imbarazzanti. Tant’è, nessuno si illude che marce e convogli possano fermare le guerre. Ma questa sfilata di corpi ha il senso di esserci. Con la propria presenza fisica oltreché con i pensieri, i medicinali e gli slogan. Non finirà a Odessa. A luglio si partirà di nuovo come a garantire un flusso virtuoso senza interruzioni. L’idea di fondo è quella di creare dei luoghi fisici fissi in almeno tre città ucraine: Leopoli, Kiev e Odessa, garantiti dalla presenza a rotazione di decine di volontari.

A Odessa sono previsti diversi incontri con autorità civili, religiose e associative. Ma l’agenda resta incerta come lo sono possibili spostamenti in altri luoghi fuori dalla grande città portuale. E forse non ci sarà la possibilità di una marcia simbolica, come avvenuto a Leopoli in aprile, perché le condizioni sul campo potrebbero non permetterlo. Ci sarà però la possibilità di far sapere agli Ucraini che c’è una solidarietà italiana che sembra ricalcare la grande mobilitazione che abbiamo visto durante la guerra nei Balcani dove all’aspetto umanitario, anche di singoli cittadini partiti da soli alla volta di Sarajevo, si accompagnava il ripudio netto della guerra. Espresso fisicamente da chi si espose come target sui ponti di Belgrado.


mercoledì 27 aprile 2022

Cosa fa la "neutralità attiva" dei pacifisti

Il giorno dopo la Marcia straordinaria Perugia Assisi si può trarre un primo bilancio della vitalità di un movimento che non crede alla logica della guerra. Ma se quel movimento si limitasse a marciare, per quanto significativa sia stata la giornata di domenica con decine di migliaia di marciatori di ogni età ed estrazione, sarebbe facile per i detrattori dire che qualche chilometro a piedi non serve a nulla. Bisognerebbe dunque spiegare a chi deride coloro che si danno da fare per uscire dalla logica che impone di rispondere guerra a guerra che quel movimento continua muoversi. Andrà oltre una marcia - che è stato dopo anni di difficoltà anche un forte momento di unità del movimento per la pace - proprio perché l’anima di quei marciatori non si ferma ad Assisi, solo uno dei tanti momenti che cercano di costruire un’altra logica.

StoptheWarNow è una sigla che i lettori conoscono dalla marcia di Leopoli di un mese fa, quando un convoglio di oltre 60 mezzi si è recato nella città più occidentale dell’Ucraina con un messaggio di pace, aiuti umanitari e la capacità di raccogliere e portare in Italia 300 persone in grave difficoltà che non avevano altri mezzi per mettersi al sicuro. Una marcia a cui non è stata dedicata molta attenzione. Questa sigla, che raccoglie circa 150 diverse associazioni religiose e laiche, e che si deve soprattutto all’iniziativa dell'Associazione cattolica papa Giovanni XXIIImo, è però andata avanti e nei giorni scorsi si è incontrata per formulare un nuovo piano di iniziative. Il programma lo spiega Gianpiero Cofano di APG23 al telefono da Zagabria... (continua. Leggi tutto su atlanteguerre)

Questo articolo è uscito anche su ilmanifesto e Lettera22


giovedì 7 aprile 2022

La logica della guerra gli strumenti della pace. La lezione afgana


L’esperienza della marcia in Ucraina, che si è svolta sabato scorso a Leopoli,non è stata solo il tentativo di portare in quel Paese martoriato la parola pace. E’ stata l’occasione di una riflessione più profonda sulla difficoltà di affermare un principio: quello della superiorità della logica della pace su quella della guerra, l’unica che sembra in queste ore guadagnare sempre più terreno.

A Leopoli non è stato facile. Come si fa a spiegare a un aggredito che per combattere il suo aggressore non è con la logica delle armi che l’Europa può aiutare l’Ucraina? Non soltanto perché regalare armi significa gettare benzina sul fuoco, ma soprattutto perché non è con la guerra che la guerra si può fermare. Concetto difficile da digerire per un aggredito che certo preferirebbe cannoni e non fiori da infilare negli obici. E Concetto difficile da spiegare anche agli italiani che hanno sottoscritto l’invio di armi, apparentemente la cosa più logica da fare e che risponde a una reazione di pancia: ti mando i proiettili così ti potrai difendere. Ma abbandonarsi a questa logica significa rinunciare ad altro e ignorare le lezioni della Storia recente, dai Balcani all’Afghanistan. Una Storia nella quale non abbiamo sempre chiamato le cose con il loro nome e ci siamo, nel caso afgano, abbandonati a figure retoriche come “Enduring Freedom” o “Operazione Nibbio”, anziché usare il termine che ora usiamo per l’Ucraina: invasione, parola in Russia ovviamente vietata come lo era – anche se non con un diktat - per noi. Con la sola differenza che chi l’avesse usata non si sarebbe preso 15 anni di carcere.

Sul piano formale e sostanziale l’Afghanistan fu un’invasione. Con l’obiettivo di difendere la sicurezza nazionale e di cambiare un regime. La ammantammo degli stessi principi con cui un’invasione precedente, quella sovietica del 1979, aveva ammantato la sua: diritti delle donne, distribuzione della ricchezza, istruzione, sviluppo. I sovietici se ne andarono dopo dieci anni con oltre 14mila soldati e circa 800mila mujahedin uccisi e con un bilancio di vittime civili tra gli 800mila e i 2 milioni. Noi ce ne andammo il 15 agosto scorso con un bilancio di oltre 200mila morti: 4mila soldati Usa e alleati, 70mila soldati afgani, 52mila guerriglieri e - tra Afghanistan e Pakistan - almeno 70mila vittime civili, una cifra probabilmente per difetto. Lasciammo inoltre un Paese, è bene ricordarlo, dove sette afgani su dieci vivevano ancora sotto la soglia di povertà proprio a causa del conflitto. Il costo totale di vent’anni di War on terror (Afghanistan, Iraq, Siria) è stato valutato in 900mila morti e 8 trilioni di dollari. Logica (e risultati) della guerra.

Il paradosso è che su questi anni di guerra la riflessione è stata ed è completamente assente e sembra non se ne sia tratta nessuna lezione. Rispondemmo alle crisi investendo in armi e lasciando che i conflitti si propagassero come metastasi. Chi chiamava allora le cose col loro nome e cercava di dimostrare quanto nefasta fosse la logica della guerra, restava una voce nel deserto, sbeffeggiata come si fa ora con chi alza la bandiera della pace.

Il problema è che i governi del pianeta hanno abbandonato la ricerca di strumenti per contenere le guerre ed evitare i conflitti. Non esiste una diplomazia preventiva e l’unico vero strumento che avevamo, l’Onu, è stato svuotato e annichilito, confinato al massimo nel ruolo umanitario di infermiere. L’Europa infine, incapace di darsi una Costituzione condivisa, è andata al seguito di decisioni altrui rinunciando a parlare con una voce sola e in grado tutt’al più di imporre sanzioni ma mai soluzioni. Non lo ha fatto in Iraq né in Afghanistan e non riesce a farlo ora nella guerra ucraina.

Il rischio di scivolare nell’ennesima “guerra giusta” è così vicino che bisogna tentare il tutto per tutto per dichiarare le guerre sempre e comunque illegittime anche se ciò non significa affatto negare agli aggrediti il diritto di difendersi dagli aggressori. Non è questo il punto. Il punto è la necessità di uscire per sempre dalla logica della guerra: una strada in salita fatta di accordi, negoziati, messa al bando di armi distruttive (atomica in primis) ristabilendo la credibilità di forze di interposizione internazionali. Passi che richiedono una riforma dell’Onu, la fine del diritto di veto, l’allargamento del Consiglio di sicurezza. Una strada di saggezza che l’Italia aveva imboccato e che ha poi accantonato.

Senza partire dal ripudio delle guerre, senza costruire gli strumenti per prevenirle e senza esaminare con onestà gli errori del passato, resta solo un’autostrada dove al casello si paga col 2% della nostra ricchezza l'ennesima corsa agli armamenti: l’asfalto per il prossimo conflitto.

Oggi anche su ilmanifesto

mercoledì 6 aprile 2022

La marcia della pace a Leopoli. Un bilancio


  (di ritorno da Leopoli) – La giornata di sabato scorso a Leopoli ha concluso, con una brevemarcia dalla stazione al centro città, l’iniziativa che, partita dall’associazione papa Giovanni XXIII, ha raccolto un fiume di adesioni e fatto partire per l’Ucraina 221 persone. Giornata intensa con l’intento di portare una ventata pacifista in una guerra guerreggiata in Ucraina ma che sembra aver contagiato il mondo intero. Facendolo schierare da una parte o dall’altra in un’escalation di toni che contribuisce, coi missili, a mettere in difficoltà il già fragile processo negoziale.

Ma se venerdi era stato stato il giorno dell’entusiasmo, a marcia finita la riflessione è d’obbligo. Se questa eterogenea congerie di intelligenze e passioni non si interrogasse, avrebbe infatti ragione chi, dal salotto di casa, ha già definito i marciatori di pace degli idioti utili solo al meschino disegno di un nuovo Zar. Così, quel bicchiere coi colori della pace ha i suoi lati oscuri, le domande inevase e il rifiuto di risposte troppo semplici. Giudicata nell’ottica di un bicchiere mezzo vuoto, la marcia è stata utile soprattutto a chi vi ha partecipato. E ha un po’, inevitabilmente, coinvolto più gli italiani – e, chissà, qualche europeo – che non gli ucraini, che guardavano a quel bizzarro corteo di un centinaio di giovani e vecchi attivisti pacifisti senza capire bene cosa rappresentasse.

Nell’incrociare il corteo, il cronista incontra una sola persona che fa il segno della V vedendo i manifestanti. Ma quella V è apprezzamento per la scritta No War – in un Paese dove l’inglese è semi sconosciuto – o è il simbolo della vittoria, parola risuonata più di una volta nei discorsi di rito degli amici ucraini – sacerdoti cattolici in maggioranza – che qui hanno accolto i partecipanti alla marcia StopTheWar?

In quei discorsi, in una riunione del primo pomeriggio, paradossalmente, nessuno degli ucraini che hanno parlato ha nominato la parola pace: mir (o meglio мир), parola che i duecento erano venuti a suggerire. Anche queste sono lezioni. Che possono far male, se anche il sindaco di Leopoli ha preferito glissare e mandare un segretario che ha imbastito un discorso di rito: non bellicista ma non certo pacifista. Unica presenza istituzionale di rilievo (e molto apprezzata), l’ambasciatore italiano Francesco Zazo ma che alla fine ha solo sottolineato un eccesso di italianità.

Bisogna però andare a vedere anche nel bicchiere mezzo pieno: se la laica Carla si dispiace di “questa mancanza di un legame forte col pacifismo ucraino che pur ci dev’essere” e si chiede come altri “che senso ha una marcia di cento italiani?”, il religioso arcivescovo di Bari, Giuseppe Satriano, sottolinea che “intanto ci si è ritrovati, laici e cattolici”, uniti da un obiettivo comune che è il ripudio della guerra: lo dice papa Francesco ma anche la suprema Carta. E se dunque Leopoli – scelta organizzata in due settimane da Apg23 – ha avuto questa forza di coesione (le adesioni su stopthewarnow.eu continuano a crescere) significa che da un primo passo ne può maturare anche un secondo.

Per creare un movimento solidale e a contenuti forti ci vuole tempo, impegno e discussioni perché il secondo passo superi il primo. Significa che, ora, chi ha aderito deve fare la sua parte e portare il suo granello di sapienza nel mare sempre in tempesta dei movimenti della società civile che, proprio perché civile, non ama prendere decisioni a cuor leggero. Il passo di Leopoli dunque – almeno nella testa dei più – andava fatto. Andava, come dice il presule di Bari, “toccato il dolore”: andando alla stazione di Leopoli e dimostrando quella solidarietà che è l’unica empatia da cui partire per combattere un conflitto con altri mezzi che non quelli ormai stantii dell’arte della guerra. Strada in salita ma che vale la pena di percorrere.


giovedì 3 marzo 2022

Armi agli ucriani? Perché sono contrario

Gettare acqua sul fuoco non serve a spegnerlo. Ci vuole un estintore o, in mancanza di meglio, una coperta per soffocarlo. Se però ci si aggiunge benzina, il fuoco non solo non si spegna ma aumenta sino ad andare fuori controllo. Questo paragone poco elegante serve a spiegare perché ritengo che dare armi alla guerra, giusto o sbagliato il motivo, buono o cattivo il recettore, sia un grave errore. Combattere la guerra con altra guerra la rinfocola, non la spegne. Sorgono due domande: e allora che si fa mentre qualcuno in un altro Paese è sottomesso alla forza bruta di un invasore? La seconda: se non vuoi mandar armi agli Ucraini come spegnerai il fuoco di quel conflitto?


Alla prima domanda rispondo con sanzioni, pressioni, negoziato e diplomazia. Quella in Ucraina è una guerra simmetrica e convenzionale. Alimentare false speranze mandando due mitraglie e qualche missile significa illudere gli ucraini e allungare la loro agonia. Se Putin non ha ancora raso al suolo Kiev non è perché non può ma solo perché deve tener conto delle sanzioni, della diplomazia e della piazza: dei nostri e soprattutto dei suoi pacifisti. A chi se la rideva chiedendosi dove sono i pacifisti rispondo: eccoli, ci sono sempre stati ma spesso non li si vuole vedere. Se non gli dai voce (lo dico ai nostri giornali) i pacifisti non esistono.


Per spegnere completamente un incendio però ci vuole ben altro che pacifisti, diplomazia, negoziati e sanzioni. Se basteranno – come spero - la brace coverà comunque sotto la cenere. Il fuoco va previsto e, soprattutto, se bisogna attrezzarsi con le coperte e gli estintori, bisogna prima levare dal quadro tutti gli elementi incendiari. Non solo non lo abbiamo fatto in Ucraina, lasciando che la piaga Donbass diventasse purulenta. Non lo facciamo mai. C’è stato forse un dibattito pubblico sulla fine della guerra in Afghanistan? Esiste un ministero della Pace? Abbiamo ripensato al ruolo di Onu e caschi blu? Abbiamo creato strumenti che coinvolgano o continuiamo a fabbricare sistemi che estromettono? La pace non si crea facilmente dopo. Si deve preparare prima. Se vuoi la pace, non preparare la guerra: prepara semmai la pace.

C’è altro: aggirare una legge che ci vieta di vendere armi a un Paese in guerra, sia pure per supposta buona causa, crea un precedente e cozza con l’articolo della Costituzione che ripudia la guerra come strumento per risolvere i contenziosi fuori dai nostri confini. Creare precedenti è sempre pericoloso. Lo fu il Kosovo che fu creato con un’invasione che smembrò un Paese per crearne un altro nuovo che doveva proteggere la comunità albanese. Sappiamo come è andata. E’ un elemento che pochi hanno rilevato ma è un precedente che consente a Putin di bypassare la prima regola della convivenza internazionale, ossia la modifica unilaterale di un confine. Non lo giustifica ovviamente ma è purtroppo una delle tante premesse che lo hanno facilitato come l’allargamento della Nato sino ai confini con la Russia. Ma questo è il prima. Adesso bisogna pensare a come fare pressione, a come strangolare la finanza russa e anche a come organizzare la nostra solidarietà con gli Ucraini. Siamo disposti a rinunciare al 30% dei nostri riscaldamenti per fare a meno del gas di Mosca? Forse è più facile lavarsi la coscienza con qualche arma che arriverà tra settimane per combattere le truppe russe. Guarda caso trasportate anche su blindati Lince italiani.