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martedì 7 maggio 2019

La grigia continuità della politica estera italiana

Alleati degli Usa, fedeli alla Nato ed europeisti sempre meno convinti. Come (non è molto) cambiata la nostra strategia. Con qualche eccezione. Un articolo per il giornale "La Parola"


Sostenere, come spesso accade, che la politica estera italiana non esiste è un giudizio frettoloso e fuorviante. Anche in presenza di cambi di governo che si rifanno – o dovrebbero rifarsi - a diversi orientamenti politici, l’Italia ha una politica estera da che è una nazione e, se si esclude la parentesi fascista, ha una sua sostanziale continuità a partire soprattutto dal Dopoguerra. Come tutti i Paesi, la strategia fuori casa dipende dalla scelta delle alleanze, del modello di sviluppo e di quello di difesa. Da quando - alla fine degli anni Quaranta - la leva del comando era nelle mani del partito cattolico, all’oggi dell’attuale governo giallo verde – passando per il centrosinistra della prima Repubblica e il centrodestra della seconda - le alleanze internazionali sono rimaste le stesse e così i modelli di difesa e sviluppo. Con due grosse eccezioni, se si vuole. Forse tre.

La prima è stata determinata dalla scelta del governo Berlusconi di rompere la consueta alleanza col mondo arabo: una scelta dettata anche dal nostro maggior alleato (gli Stati Uniti) che ha messo in difficoltà l’Eni, l'altro grande attore ufficioso della nostra politica estera e il garante della nostra autosufficienza energetica. La seconda, è stata l’adesione – inizialmente molto calda anche per l’eredità intellettuale di uomini come Altiero Spinelli – all’idea di un’Europa unita che potesse dunque iniziare una nuova stagione. Un’adesione che ora sta subendo un raffreddamento il che è sicuramente uno degli elementi più sostanziali (e pericolosi) di come sta cambiando la nostra politica estera. Ma al di là di questi due fattori (e di qualche isolato episodio) l’Italia ha dimostrato una continuità notevole sia nelle alleanze sia nei modelli di sviluppo e difesa. L’allineamento con gli americani si è rafforzato, sia nelle alleanze economiche sia in quelle politiche (con l'unico strappo sulla vicenda iraniana guidato però non dall’Italia ma dai nostri maggiori partner europei) sia in quelle militari, col nostro conseguente coinvolgimento in conflitti e guerre che – all'interno della Nato – hanno portato i nostri soldati in giro per il mondo, dall’Afghanistan ai Balcani. Questa continuità non si è mai interrotta ed eventuali strappi (da Sigonella all’Iran) sono sempre rientrati poi nell’adesione piatta alle logiche del nostro alleato maggiore. Un’adesione che non ha mai tradito (sia con governi di centrodestra sia con governi di centrosinistra) la direzione di marcia indicata da Washington, dalle sanzioni alle spedizioni militari.

Un recente elemento di rottura interessante – è il terzo punto del nostro discorso – potrebbe rivelarsi il recente accordo con i cinesi per rientrare nel progetto della Via della seta, progetto molto osteggiato dagli americani e guardato ancora con sospetto dai partner europei (che hanno comunque in molti casi già stretto rapporti bilaterali coi cinesi). In questo l’attuale governo italiano, esecrabile sulle politiche migratorie, sulla gestione del dossier libico e nelle relazioni con gli alleati europei, ha dimostrato un certo coraggio sempre che se ne abbia poi altrettanto nel gestirlo con correttezza (vale a dire in accordo con gli alleati europei) e con le giuste garanzie.

Nel quadro di continuità di una politica estera per lo più afona e spesso incapace di iniziativa autonome (vedi Afghanistan e Libia) o di significative rotture quando il nostro maggior alleati non fa di fatto i nostri interessi (rapporti col mondo arabo, Iran), la carta cinese sarà forse ricordata come l’unica idea significativa e innovativa di un governo che – come tutti gli altri e seppur sbandierando di continuo la parola cambiamento – ha sostanzialmente seguito la via maestra della continuità riuscendo in molti casi a rendere solo più critiche le nostre relazioni con i Paesi europei, quelli su cui in realtà dovremmo presumibilmente contare di più.

martedì 26 marzo 2019

Perché resto filocinese

In questa riflessione per DinamoPress - un po' disarmato dalla ridda di voci che ci mettono in guardia dal pericolo giallo - mi chiedo se deve farci davvero paura la Nuova Via della Seta?

Negli anni Settanta un’intera generazione fu abbagliata dal maoismo. Ero tra quelli: filocinese allo spasimo con una copia del libretto rosso e un abbonamento al Pekin Information, disponibile in varie lingue. Pensavamo ai meriti della rivoluzione cinese ma preferivamo non sapere o non vedere il dramma della rivoluzione culturale. Sapevamo che in quel grande Paese era finita l’era della borghesia compradora – il tramite locale del commercio coloniale – e che finalmente tutti potevano mangiare. Ma ci illudevamo che il modello fosse definitivo ed esente dalle pecche insite nella traduzione cinese del leninismo: centralista, autoritaria, univoca.

Poi sull’Impero di mezzo calò un silenzio durato mezzo secolo fino alla scoperta che il modello aveva trasformato il socialismo in capitalismo di Stato la cui applicazione egualitaria risiedeva nello slogan “arricchirsi è giusto”. Libertà per tutti di far soldi purché all’interno delle linee visionarie partorite dal Comitato centrale. Un po’ di anni fa i cinesi hanno cominciato ad allargare la visione al di là dei confini come un Impero che si rispetti deve fare. E adesso siamo qui a fare i conti con una scelta di campo: restare con gli americani, di cui conosciamo pregi e pecche, o affidarci alla Nuova Via della Seta indicata da Pechino? O ancora trovare un equilibrio tra i due imperi oppure rifiutare in toto l’avanzata dei musi gialli restando ancorati alle antiche sicurezze e ai loro difetti senza correre il rischio di sperimentarne di nuovi?

Se devo dirla tutta, son rimasto filocinese. Ma col tempo ho ovviamente imparato l’arte del dubbio e a soppesare i pro e i contro da mettere sul piatto della bilancia. Oggi nel mondo ci sono grosso modo tre imperi: quello americano, quello russo e quello cinese. Bisogna farci i conti anche se obtorto collo. Posto che siamo molto vincolati al primo e che, purtroppo, nessuno dei tre si distingue nel tentativo di superare un modello di sviluppo incentrato sul consumo dei beni naturali del pianeta e sul consumo del surplus di beni prodotti dall’industria, da che parte dobbiamo stare? O meglio, visto che difficilmente possiamo liberarci dall’abbraccio americano – ci piaccia o no - e che non siamo molto interessati a quello post sovietico-zarista - cosa dobbiamo temere dai Grandi Timonieri?...

segue su Dinamopress


PS
Una lettura equilibrata tra potenzialità e rischi dell’abbraccio l’ha scritta Andrea Pira per Sbilanciamoci

giovedì 10 marzo 2016

Oggi a Milano, due viaggi a Oriente

Il primo al Pime (alle 18, via mosè bianchi 94) è un viaggio dentro la guerra in Afghanistan
all'interno del ciclo sulla Via della seta. Un modo un po' anomalo di raccontare  di quella lunga strada che lungo 8mila chilometri di carovaniere ci portava fino in Cina e viceversa. Passava per Herat (una delle tante Alexandria) e Kabul, che i cinesi chiamavano Kophen. Ma oggi ci passa altro sulla via della seta. Ci passano le pallottole e le trame del nuovo Grande gioco che proveremo a raccontare.

La sera alle 21 invece, allo spazio  Oberdan, di viaggio ce n'è un'altro: quello che Felice Pesoli ha fatto con la cinepresa nella generazione che al piombo preferì i sogni e alle pallottole preferì un altro viaggio: il viaggio all'Eden. Sono contento di aver partecipato al suo lavoro che ha un bel titolo: Prima che la vita cambi noi. Una scommessa che, per quanto mi riguarda, resta ancora aperta.