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mercoledì 30 gennaio 2013

OLTRE CENERENTOLA

Se la politica estera è sempre stata la Cenerentola d'Italia, la campagna elettorale per queste elezioni non ha ancora fatto eccezioni. Tranne una che, a sorpresa, arriva dalla lista Ingroia. Il magistrato che ha preferito l'Italia al Guatemala e che ha caratterizzato la strada di Rivoluzione civile come un percorso contro l'illegalità nazionale, decide infatti di allargare il concetto anche a Cenerentola. E ha presentato ieri a Roma il programma della lista con uno sguardo, per una volta, fuori dall'ombelico di casa.

Dopo un primo incontro sui temi del lavoro e, nei prossimi giorni, su economia/fisco e lotta alla mafia, Ingroia tiene a sottolineare che se è la Costituzione il pilastro della sua lista, l'articolo 11 sul ripudio della guerra è uno dei pilastri della Carta. La scenografia dell'incontro è preparata ad arte. Sul tavolo c'è un mappamondo pieno di soldatini, una pagnotta, un elmetto da minatore, una scatola di medicinali e un ramoscello d'olivo a significare i temi portanti di quella che dovrebbe essere l'azione dell'Italia. A fianco a lui c'è Flavio Lotti, l'animatore della Perugia Assisi, una lunga carriera (a piedi) sui temi della pace, declinati, anche in passato, sul resto del mondo, dalla Palestina all'Afghanistan. E anzi, prima della conferenza stampa, Ingroia firma l'agenda in dieci punti sui diritti umani presentata qualche giorno fa da Amnesty. Il messaggio è chiaro e anzi Ingroia e Lotti spiegano che l'agenda della loro lista è un'agenda per i diritti umani e rivendicano di essere i primi ad aver scelto di presentare, in una campagna elettorale dominata dalla politica interna o al massimo da quella europea, su quali temi all'estero si impegneranno gli ingroiani una volta in parlamento.

La piattaforma la illustra Lotti: bloccare gli F-35, non limitandosi a ridurne l'acquisto, ritiro immediato dall'Afghanistan investendo il 30% del risparmio in ricostruzione civile del Paese, rilancio della cooperazione internazionale. Poi, dopo gli slogan, Lotti approfondisce: bacchetta il governo «che ci ha fatto entrare in guerra in Mali con...un ordine del giorno» e bacchetta un'Italia rattrappita che non è in grado di aprire gli occhi sul mondo. Come svegliarla? Lotti propone un nuovo modello di diplomazia dove entrino a collaborare con i diplomatici le competenze della società civile “responsabile”: esperti e giornalisti, Ong e missionari, tutti quelli – dice – che la realtà la vedono dal terreno, un terreno che conoscono perché mettono il becco fuori dai palazzi e dagli uffici. Andando oltre gli slogan e sollecitato dalle domande, Lotti argomenta che abbiamo sfruttato poco e male i nostri istituti di cultura all'estero e, soprattutto, che il vecchio modo di far politica «sente ma non ascolta, guarda ma non vede».

Servono allora nuovi strumenti per capire, ascoltare, dialogare: capire le voci di chi vive nelle aree di crisi, ne conosce la storia intima, riesce a prevedere che piega prenderanno le cose. I soldi restano un tema: sono pochi – dice Lotti – ma è questione di impiegarli meglio e di evitare che ci accorgiamo della diversità solo quando l'estero piomba in casa nostra sotto forma di immigrazione. Perché, nella visione della Lista Ingroia, la divisione tra esteri e interni è finita da un pezzo e i diritti - «il diritto ad avere diritti» - è trasversale, travalica i confini. La politica estera del futuro è messa nel programma sotto dieci priorità. Su tutti ce n'è una: «dichiariamo illegali guerra e povertà», dicono. Oltre lo slogan c'è l'abbozzo di una visione che ambirebbe a costruire un volto dell'Italia che si possa cogliere anche da chi ci guarda fuori dall'ombelico.

sabato 3 dicembre 2011

COSA CHIEDONO "AFGANA", TAVOLA E RETE DISARMO


Afgana”, Tavola della pace e Rete Italiana per il Disarmo per la riconversione della spesa militare e per un negoziato tra governo e società civile. Per decidere come sostenere la ricostruzione in Afghanistan


L'appuntamento di Bonn

A dieci anni dalla Conferenza di Bonn che nel 2001 varò la nascita del "nuovo Afghanistan" sotto tutela internazionale, il prossimo 5 dicembre i leader di 90 Paesi si ritroveranno in Germania a fare il punto sui risultati ottenuti in questi due lustri. Il giudizio della società civile italiana ed europea, di recente espresso in un documento comune reso pubblico a metà novembre*, non è lo stesso che presumibilmente verrà enunciato a Bonn, sede nella quale si corre il rischio di far apparire le luci assai più forti delle ombre.

Nell'Afghanistan di oggi, soltanto il settore dell'istruzione ha fatto passi avanti significativi. Sul fronte della sicurezza per gli afgani la situazione è peggiorata, a fronte di un processo negoziale che non sembra procedere e che manca di mediatori credibili (una figura terza tra governo e  talebani che sia garanzia di una mediazione autonoma). Ogni anno il conflitto produce quasi tremila  vittime civili (2777 nel 2010 con un aumento del 15% e con 1500 persone uccise nei primi sei mesi del 2011) e la politica dei bombardamenti indiscriminati (altrimenti tradotti come "mirati") sembra ancora essere la scelta preferita da Isaf/Nato, nonostante i ripetuti richiami dello stesso governo Karzai. Benché sia infatti diminuito l'uso della guerra dall'aria, il numero dei civili uccisi dalle forze pro-governative (esercito afgano e NATO) è diminuito solo del 9% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. E, sebbene le persone che rimangono uccise da azioni ed attentati delle forze anti-governative rappresentino l'80% dei morti, le donne, gli uomini e i bambini uccisi in raid della NATO e in azioni delle forze afgane sono ancora il 14% del totale: i circa 300 raid notturni condotti ogni mese continuano inoltre a seminare paura, distruzione, morte, sfiducia e rabbia nella popolazione. 

La situazione

Sul fronte dei diritti di base, l'accesso all'acqua potabile e all'elettricità resta, specie nella campagne, ancora a livelli minimi e la possibilità di accedere a servizi di sanità pubblica, in un Paese che si sta pericolosamente avviando verso la privatizzazione del servizio e che il rapporto sullo Sviluppo umano dell'Onu ha classificato al 147 posto tra i Paesi con le performances peggiori, resta privilegio di pochi (un bambino su cinque continua a morire prima del compimento del quinto anno di età). Quanto alla condizione della donna, sbandierata come uno dei grandi successi assieme alla diffusione dei media e di una nuova indubitabile crescita della coscienza dei propri diritti, meno del 15% delle donne afgane sono alfabetizzate mentre l'87% fra loro è oggetto di diversi tipi di abuso (matrimoni combinati, violenza sessuale etc) tra le pareti domestiche.

Proprio questa condizione del Paese impone dunque un vasto ripensamento del mondo in cui finora sono state utilizzate le risorse impegnate dalla comunità internazionale in Afghanistan. Mediamente il 90% di queste risorse sono andate a sostenere l'intervento militare e solo il 10% (per l'Italia anche meno) è stato impiegato in progetti di cooperazione civile; di questa somma inoltre, oltre un terzo è stato speso per garantire la "sicurezza" al progetto stesso. Infine il completamento del ritiro della forza militare entro il 2014, come Bonn dovrebbe definitivamente sancire, corrisponde alla percezione generale, largamente diffusa tra gli afgani e tra le agenzie umanitarie, che la transizione possa trasformarsi nell'abbandono di un Paese che invece richiede ancora sforzi per la ricostruzione e il rafforzamento delle conquiste sul piano dei diritti umani e  sociali.

La proposta

Per questo motivo la rete italiana di Afgana, la Tavola della pace e la Rete Italiana per il Disarmo, chiedono al parlamento italiano che, a partire dall'inizio del ritiro del contingente italiano, per ogni euro risparmiato per le spese della missione militare, 30 centesimi vengano stanziati per interventi di cooperazione civile. Che in sostanza, una volta avviato il ritiro del contingente militare nel 2012, sia destinato il 30% di quanto risparmiato nella spesa militare a investimenti di cooperazione civile. Chiediamo infine che anche le modalità di intervento e di spesa siano concordate in un forum tra il titolare dei fondi civili (il ministero degli Esteri) e la società civile e che il parlamento si impegni a rendersi garante delle scelte operative che ne emergeranno.


Si veda il dossier: Bonn conference: joint position paper of European Ngo's and Civil Society. International Afghanistan Conference, December 2011, Bonn: 
Priorities for Action

venerdì 2 dicembre 2011

AFGHANISTAN, IL 30% DELLA SPESA MILITARE IN COOPERAZIONE CIVILE


“Afgana”, Tavola della pace e Rete Disarmo per la riconversione del risparmio che deriverà dal ritiro delle truppe italiane

La rete della società civile italiana « Afgana», col sostegno della Tavola della pace e della Rete Disarmo, chiede al parlamento italiano che, una volta avviato il ritiro del contingente militare, sia trasferito il 30% di quanto risparmiato nella spesa militare a investimenti di cooperazione civile. Chiede infine che anche le modalità di intervento e di spesa siano concordate in un forum tra il titolare dei fondi civili (il ministero degli Esteri) e la società civile e che il parlamento si impegni a rendersi garante delle scelte operative che ne emergeranno
Conferenza stampa
Venerdi 2 dicembre ore 12 Bibliothe, via Celsa 4/5 (Pza del Gesù)

Emanuele Giordana, Soraya Malek, Rete Afgana
Renato Sacco, Tavola della pace, Rete Disarmo

Sono stati invitati i parlamentari che maggiormente seguono l'Afghanistan

Bibliothe offrirà gentilmente un rinfresco a base di afghan palau e tè

Afgana
Tavola della pace
Rete Disarmo