Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta diplomazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diplomazia. Mostra tutti i post

domenica 7 luglio 2024

L'Afghanistan e le nostre responsabilità




La presidente della Commissione Diritti umani della Camera Laura Boldrini ha reso nota lasua intenzione di presentare un'interrogazione al governo per “chiarire qual è la posizione dell'Italia nei confronti dell'Afghanistan, quali misure intenda intraprendere per sostenere la popolazione stremata e tutelarne i diritti - anche ripristinando aiuti allo sviluppo - e come intenda garantire la protezione internazionale alle afgane e agli afgani in fuga dai Talebani". Lo ha fatto dopo aver incontrato i responsabili della “Rete 26 febbraio” (strage di Cutro ndr) e quelli di 4 associazioni italiane e internazionali: Emergency, Intersos, Unitad Against Inhumanity (Uai) e Afgana. Durante un’audizione parlamentare abbiamo riassunto le condizioni in cui vive un popolo già vessato da leggi discriminatorie e dai postumi di una guerra infinita condotta con l’illusione di mettere le cose a posto e conclusasi con un fallimento. Cui è seguito un assordante silenzio. 

Riparlarne tre anni dopo la fuga del 15 agosto 2021 da Kabul, significa obbedire all’imperativo etico che obbliga un Paese che ha investito nella guerra afgana circa 10 miliardi (di cui il 90% in spesa militare) a non tradire la promessa fatta allora e che suonava più o meno così: “Non dimenticheremo l’Afghanistan”. Ma poi i soldi per l’emergenza si sono assottigliati, quelli per la ricostruzione sono scomparsi e la diplomazia europea – come quella americana - si è limitata a osservare la situazione da Doha, dove anche la nostra ambasciata è stata trasferita quell’estate, benché l’ambasciatore di allora a Kabul, Vittorio Sandalli, avesse ipotizzato che la nostra legazione in Afghanistan potesse rimanere aperta. Battaglia persa con la Farnesina e col governo.  

Ora ci si chiede se si può lasciar morire di fame la popolazione di un Paese solo perché non ne riconosciamo il regime. I numeri lo testimoniano: Emergency e Intersos – presenti sul territorio – ricordano che 23,7 milioni di afgani, oltre metà della popolazione, hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere e che oltre l’80% delle famiglie vive con meno di un dollaro al giorno. I tassi di malnutrizione materno-infantile sono fra i più alti al mondo così come l’incidenza di morti per ordigni esplosivi o da parto, conseguenza di una sanità  fragile con le carenze croniche di un sistema pubblico in cui l’accesso alle cure essenziali è un percorso a ostacoli. Uai ha ricordato il tema  della confisca delle riserve della Banca centrale afgana (Dab) da parte degli Usa e dei suoi  alleati (Italia compresa), col congelamento di 9,5 mld di dollari. Soldi del governo talebano? No, dei cittadini afgani che ora non possono metterli a garanzia per commerciare con l’estero. Tagliata fuori dal sistema bancario internazionale la Dab non è più in grado di svolgere le sue normali attività per garantire il funzionamento dell’economia. Uno scongelamento graduale con monitoraggio internazionale di quei fondi è urgente e necessario per il benessere dell’economia afgana. E non significa riconoscere il regime talebano.

Ma non c’è solo la crisi umanitaria, sanitaria ed economica, la repressione interna e la  discriminazione di genere. La società afgana sconta anche la mancanza di coraggio e creatività politica della diplomazia euro-atlantica. Di fronte all’impasse c’è bisogno di uno scarto: una diplomazia dei piccoli passi, che non sia declamatoria e basata su ultimatum ma che ricerchi l’opzione che più tutela i diritti e i bisogni della popolazione afgana e delle donne. Parlarsi non significa accettare le politiche talebane perché tra inazione e legittimazione esiste un ampio spettro di possibilità. Serve dunque un coinvolgimento attivo che comprenda anche il dialogo coi Talebani. In nome di quei diritti che da vent’anni proclamiamo di voler difendere.

Questo commento è apparso ieri su ilmanifesto accanto al pezzo di Giuliano Battiston

martedì 7 maggio 2019

La grigia continuità della politica estera italiana

Alleati degli Usa, fedeli alla Nato ed europeisti sempre meno convinti. Come (non è molto) cambiata la nostra strategia. Con qualche eccezione. Un articolo per il giornale "La Parola"


Sostenere, come spesso accade, che la politica estera italiana non esiste è un giudizio frettoloso e fuorviante. Anche in presenza di cambi di governo che si rifanno – o dovrebbero rifarsi - a diversi orientamenti politici, l’Italia ha una politica estera da che è una nazione e, se si esclude la parentesi fascista, ha una sua sostanziale continuità a partire soprattutto dal Dopoguerra. Come tutti i Paesi, la strategia fuori casa dipende dalla scelta delle alleanze, del modello di sviluppo e di quello di difesa. Da quando - alla fine degli anni Quaranta - la leva del comando era nelle mani del partito cattolico, all’oggi dell’attuale governo giallo verde – passando per il centrosinistra della prima Repubblica e il centrodestra della seconda - le alleanze internazionali sono rimaste le stesse e così i modelli di difesa e sviluppo. Con due grosse eccezioni, se si vuole. Forse tre.

La prima è stata determinata dalla scelta del governo Berlusconi di rompere la consueta alleanza col mondo arabo: una scelta dettata anche dal nostro maggior alleato (gli Stati Uniti) che ha messo in difficoltà l’Eni, l'altro grande attore ufficioso della nostra politica estera e il garante della nostra autosufficienza energetica. La seconda, è stata l’adesione – inizialmente molto calda anche per l’eredità intellettuale di uomini come Altiero Spinelli – all’idea di un’Europa unita che potesse dunque iniziare una nuova stagione. Un’adesione che ora sta subendo un raffreddamento il che è sicuramente uno degli elementi più sostanziali (e pericolosi) di come sta cambiando la nostra politica estera. Ma al di là di questi due fattori (e di qualche isolato episodio) l’Italia ha dimostrato una continuità notevole sia nelle alleanze sia nei modelli di sviluppo e difesa. L’allineamento con gli americani si è rafforzato, sia nelle alleanze economiche sia in quelle politiche (con l'unico strappo sulla vicenda iraniana guidato però non dall’Italia ma dai nostri maggiori partner europei) sia in quelle militari, col nostro conseguente coinvolgimento in conflitti e guerre che – all'interno della Nato – hanno portato i nostri soldati in giro per il mondo, dall’Afghanistan ai Balcani. Questa continuità non si è mai interrotta ed eventuali strappi (da Sigonella all’Iran) sono sempre rientrati poi nell’adesione piatta alle logiche del nostro alleato maggiore. Un’adesione che non ha mai tradito (sia con governi di centrodestra sia con governi di centrosinistra) la direzione di marcia indicata da Washington, dalle sanzioni alle spedizioni militari.

Un recente elemento di rottura interessante – è il terzo punto del nostro discorso – potrebbe rivelarsi il recente accordo con i cinesi per rientrare nel progetto della Via della seta, progetto molto osteggiato dagli americani e guardato ancora con sospetto dai partner europei (che hanno comunque in molti casi già stretto rapporti bilaterali coi cinesi). In questo l’attuale governo italiano, esecrabile sulle politiche migratorie, sulla gestione del dossier libico e nelle relazioni con gli alleati europei, ha dimostrato un certo coraggio sempre che se ne abbia poi altrettanto nel gestirlo con correttezza (vale a dire in accordo con gli alleati europei) e con le giuste garanzie.

Nel quadro di continuità di una politica estera per lo più afona e spesso incapace di iniziativa autonome (vedi Afghanistan e Libia) o di significative rotture quando il nostro maggior alleati non fa di fatto i nostri interessi (rapporti col mondo arabo, Iran), la carta cinese sarà forse ricordata come l’unica idea significativa e innovativa di un governo che – come tutti gli altri e seppur sbandierando di continuo la parola cambiamento – ha sostanzialmente seguito la via maestra della continuità riuscendo in molti casi a rendere solo più critiche le nostre relazioni con i Paesi europei, quelli su cui in realtà dovremmo presumibilmente contare di più.

mercoledì 30 gennaio 2013

OLTRE CENERENTOLA

Se la politica estera è sempre stata la Cenerentola d'Italia, la campagna elettorale per queste elezioni non ha ancora fatto eccezioni. Tranne una che, a sorpresa, arriva dalla lista Ingroia. Il magistrato che ha preferito l'Italia al Guatemala e che ha caratterizzato la strada di Rivoluzione civile come un percorso contro l'illegalità nazionale, decide infatti di allargare il concetto anche a Cenerentola. E ha presentato ieri a Roma il programma della lista con uno sguardo, per una volta, fuori dall'ombelico di casa.

Dopo un primo incontro sui temi del lavoro e, nei prossimi giorni, su economia/fisco e lotta alla mafia, Ingroia tiene a sottolineare che se è la Costituzione il pilastro della sua lista, l'articolo 11 sul ripudio della guerra è uno dei pilastri della Carta. La scenografia dell'incontro è preparata ad arte. Sul tavolo c'è un mappamondo pieno di soldatini, una pagnotta, un elmetto da minatore, una scatola di medicinali e un ramoscello d'olivo a significare i temi portanti di quella che dovrebbe essere l'azione dell'Italia. A fianco a lui c'è Flavio Lotti, l'animatore della Perugia Assisi, una lunga carriera (a piedi) sui temi della pace, declinati, anche in passato, sul resto del mondo, dalla Palestina all'Afghanistan. E anzi, prima della conferenza stampa, Ingroia firma l'agenda in dieci punti sui diritti umani presentata qualche giorno fa da Amnesty. Il messaggio è chiaro e anzi Ingroia e Lotti spiegano che l'agenda della loro lista è un'agenda per i diritti umani e rivendicano di essere i primi ad aver scelto di presentare, in una campagna elettorale dominata dalla politica interna o al massimo da quella europea, su quali temi all'estero si impegneranno gli ingroiani una volta in parlamento.

La piattaforma la illustra Lotti: bloccare gli F-35, non limitandosi a ridurne l'acquisto, ritiro immediato dall'Afghanistan investendo il 30% del risparmio in ricostruzione civile del Paese, rilancio della cooperazione internazionale. Poi, dopo gli slogan, Lotti approfondisce: bacchetta il governo «che ci ha fatto entrare in guerra in Mali con...un ordine del giorno» e bacchetta un'Italia rattrappita che non è in grado di aprire gli occhi sul mondo. Come svegliarla? Lotti propone un nuovo modello di diplomazia dove entrino a collaborare con i diplomatici le competenze della società civile “responsabile”: esperti e giornalisti, Ong e missionari, tutti quelli – dice – che la realtà la vedono dal terreno, un terreno che conoscono perché mettono il becco fuori dai palazzi e dagli uffici. Andando oltre gli slogan e sollecitato dalle domande, Lotti argomenta che abbiamo sfruttato poco e male i nostri istituti di cultura all'estero e, soprattutto, che il vecchio modo di far politica «sente ma non ascolta, guarda ma non vede».

Servono allora nuovi strumenti per capire, ascoltare, dialogare: capire le voci di chi vive nelle aree di crisi, ne conosce la storia intima, riesce a prevedere che piega prenderanno le cose. I soldi restano un tema: sono pochi – dice Lotti – ma è questione di impiegarli meglio e di evitare che ci accorgiamo della diversità solo quando l'estero piomba in casa nostra sotto forma di immigrazione. Perché, nella visione della Lista Ingroia, la divisione tra esteri e interni è finita da un pezzo e i diritti - «il diritto ad avere diritti» - è trasversale, travalica i confini. La politica estera del futuro è messa nel programma sotto dieci priorità. Su tutti ce n'è una: «dichiariamo illegali guerra e povertà», dicono. Oltre lo slogan c'è l'abbozzo di una visione che ambirebbe a costruire un volto dell'Italia che si possa cogliere anche da chi ci guarda fuori dall'ombelico.

martedì 10 gennaio 2012

DIPLOMAZIA TALEBANA TRA DOHA, WASHINGTON E KABUL

Se l'ultimo indirizzo conosciuto dei talebani, o quantomeno della leadership più accreditata della guerriglia in turbante, era sino a ieri la città pachistana di Quetta, nei prossimi giorni potrebbe veder la luce un loro “ufficio politico” a Doha, in Qatar. La gestazione di un passo politico così importante, anche se ancora di là da venire e che desta speranze ma anche tensioni e timori, è stata lunga e sofferta. Solo settimana scorsa, sia i talebani, sia l'ufficio di presidenza di Karzai hanno effettivamente dato luce verde a un'ipotesi per settimane oggetto soltanto di mezze dichiarazioni e indiscrezioni di stampa. Ma la strada, da una parte e dall'altra, resta ancora in salita.

I talebani legano l'apertura dell'ufficio a due precondizioni: il rilascio di alcuni leader guerriglieri detenuti a Guantanamo e l'abbandono della presenza militare internazionale in Afghanistan. Possibile la prima, da escludere la seconda. Ma, sebbene apparentemente, la prima precondizione sembri quella più facilmente esaudibile, si tratta di un nodo difficile da sciogliere e su cui un accordo – tra talebani, governo afgano e autorità statunitensi – appare ancora complicato. La seconda precondizione è in realtà la più facile da bypassare se si applica alla richiesta la dialettica della diplomazia politica. La consegna del Paese in mani afgane, previsto dalla Nato per il 2014, indica infatti già che un passo in quella direzione è stato compiuto rendendo quindi la precondizione, almeno in parte, superata. Per la vicenda Guantanamo le cose sono più complesse. A Kabul e a Washington.
I nomi dei possibili prigionieri da rilasciare sono più o meno noti. Il più controverso è quello di mullah Mohammed Fazl, ex “capo di stato maggiore” talebano, responsabile dell'uccisione di migliaia di hazara, la minoranza sciita. I parlamentari americani meno sedotti dall'ipotesi del rilascio, ne hanno agitato lo spettro sostenendo che non è ammissibile liberare un assassino che corre il rischio di tornare alla sua antica occupazione. Gli altri potrebbero essere maulavi Khairullah Khairkhwa, già ministro ed ex governatore di Herat, il comandante Norrullah Nuri, maulavi Wasiq e Mohammad Nabi Khosti, entrambi funzionari dell'intelligence talebana. Infine haji Wali Mohammad, molto più businessman che talebano. Per motivi tattici, prudenza interna o in attesa di definire esattamente nomi e modi del trasferimento, la Casa bianca non ha ancora avviato la procedura di notifica al Congresso. Procedura che richiede un mese di tempo e che serve forse anche a convincere che la merce di scambio non prenderà il volo come, nello scorso aprile, accadde in una prigione afgana da cui fuggirono, con un tunnel scavato dai talebani, un centinaio di prigionieri. Uno dei nodi infatti è: dove andranno una volta liberati?

Kabul ha colto al palla al balzo per far sapere che non se ne parla di una liberazione in Qatar. Lo ha fatto il giorno dopo aver anche rivendicato il diritto dell'Afghanistan di giudicare tutti i reclusi sul suo territorio, segnatamente le diverse centinaia di talebani detenuti nella nuova prigione americana a Parwan, che ha sostituito il contestatissimo carcere di Bagram, allestito in un ex hangar sovietico e sotto il fuoco incrociato di giornali e organizzazioni per i diritti umani. Gli americani, per altro, hanno già chiarito da tempo che non se ne parla di cedere il controllo del carcere sino al 2014, ma gli afgani hanno rilanciato, menzionando un agreement con la Nato che riconoscerebbe a Kabul il diritto di giudicare e custodire i nemici catturati sul suolo patrio. Ma se l'argomento è sensibile da tempo, adesso c'è un motivo in più. Negli stessi giorni infatti le autorità afgane hanno anche arrestato due contractor britannici accusati di possesso illegale di armi e Karzai ha ripreso il tema della condanna dei raid aerei notturni, a base della strategia americana antiguerriglia. Segnali chiari che cercano di ristabilire, almeno davanti all'opinione pubblica, un minimo di sovranità nazionale.

In realtà, e senza nasconderlo dietro tatticismi diplomatici, Karzai ha dovuto approvare l'ufficio del Qatar obtorto collo, dopo aver inizialmente reagito col ritiro del suo ambasciatore a Doha. Non che fosse contrario in linea di principio all'apertura di un ufficio politico dei talebani, che comunque avrebbe preferito in Turchia o in Arabia saudita. Quel che ha infastidito Karzai è stata la gestione dei contatti coi talebani da parte degli americani (e in parte dei tedeschi), presumibilmente attraverso Sayed Tayeb Akbar Agha, ex comandante talebano perdonato da Karzai nel 2009 e uscito dal carcere nel giugno 2010. Contatti diretti senza passare da Kabul e tanto meno dall'Alto consiglio di pace afgano da poco istituito e che i talebani, dopo averlo ripetutamente ignorato, hanno umiliato uccidendone il capo, l'ex presidente Rabbani. Oppositore di Karzai, Rabbani era comunque l'uomo scelto dal presidente per guidare il negoziato di pace. La sua uccisione (imputata genericamente ai talebani) e, soprattutto, la gestione segreta e diretta di negoziati coi turbanti da parte degli alleati, significa per Karzai, agli occhi dei suoi cittadini e a quelli del mondo (oltre che di mullah Omar), che il numero uno del governo afgano non è nient'altro che il “sindaco di Kabul”, nomignolo che Karzai si porta dietro dall'inizio della sua carriera politica ma divenuto intollerabile nel momento in cui gli alleati stanno per andarsene, decidendo coi suoi nemici il futuro del Paese.
Dopo molti indugi, gli americani sembrano infatti davvero decisi a gestire direttamente il negoziato anche se dovranno fare qualche concessione a Karzai. La nuova dottrina strategica chiarisce del resto quanto già deciso a proposito della guerra afgana: meno uomini e più droni. Meno militari e più politica, compreso il riconoscimento dei talebani come controparte. Ma la nuova situazione rende più difficili i rapporti sia con Kabul, sia con Islamabad.

Di Kabul abbiamo detto. E se per ora un effetto è stato ottenuto, è che, nella capitale afgana, l'emarginazione dal processo di pace, o da quel che potrebbe essere, è stata mal digerita da tutti: il governo si è ricompattato e Karzai potrebbe trarre vantaggio politico dallo schiaffo americano anche in parlamento, dove non ha più una maggioranza amica. E tra l'opinione pubblica, nella quale le sue azioni sono in calo. E a Islamabad?

Le tensioni tra americani, Nato e Pakistan per ora non si sono raffreddate dopo il raid che in novembre ha ucciso oltre venti soldati pachistani. Da allora i due passi di Chaman e Kyber tra Pakistan e Afghanistan sono chiusi e impediscono a un terzo dei rifornimenti logistici (il resto arriva aviotrasportato o attraverso i Paesi dell'ex Urss) di raggiungere le caserme di Isaf. Anche se la Nato sostiene di avere riserve a sufficienza, il contenzioso non potrà protrarsi a lungo. E i pachistani lo utilizzeranno come leva per alzare la posta dei loro accordi con Washington. Uno riguarda gli aiuti civili e militari, sempre sotto il mirino del Congresso, e l'altro il negoziato afgano da cui anche Islamabad si sente in parte tagliata fuori. Una situazione che ha persino favorito un miglioramento dei rapporti con Kabul.

C'è infine un ultimo punto. La trattativa coi talebani chi riguarda? Apparentemente, per quel che concerne l'ufficio a Doha, si sta trattando con la shura di Quetta. Ma mullah Omar non si è ancora espresso direttamente. Con la fazione di Hekmatyar, che controlla parte dell'Est e del Nordest, qualche passo avanti c'è stato. I suoi emissari, guidati dal genero Ghairat Baheer, sono appena stati a Kabul dove hanno incontrato Karzai e funzionari americani. Sono favorevoli al negoziato e all'ufficio di Doha. Ma resta l'incognita della cosiddetta Rete Haqqani, la più qaedista e filopachistana fazione della guerriglia. Che per ora non ha ancora preso una posizione ufficiale e che resta un'altra leva in mano a Islamabad.

Le foto 1 e 4 di A. Ferrari. L'altra è di R. Martinis

domenica 3 aprile 2011

FUORI DALLA PORTA DEL GANDAMAK

Il “Gandamak”, alla fine del quartiere di Sherpur e all'inizio di Sharenaw, è il manifesto perfetto della distanza tra gli occidentali e il mondo reale in cui vivono quattro milioni di afgani a Kabul. Fondato da un famoso giornalista, è un luogo ameno un po' délabrée con un fascino d'altri tempi: vecchi fucili ad avancarica in rastrelliera, un'antica Royal Enfield monocilindrica di sapore coloniale all'ingresso e stucchi pseudo vittoriani su un ampio giardino su cui si affaccia un ristorante d'antan che serve croissant caldi e caffè fatto con la Moka. Ma questo ritrovo di contractor, giornalisti, spioni e diplomatici ha un piccolo difetto: è vietato agli afgani per via che vengono serviti gli alcolici e dunque, a parte i prezzi stratosferici, è un luogo così esclusivo da farvi venire un discreto voltastomaco.

Ma se il mondo occidentale, trasferitosi in Afghanistan con cinquemila funzionari e centomila soldati, è distante dagli afgani quasi per default per via dell'inevitabile differenza tra ricchi e poveri, sviluppati e sottosviluppati, potenti e disperati, anche nella stessa società afgana c'è una profonda cesura. Quella che si crea tra un governo e un parlamento usciti da elezioni a dir poco controverse e il mondo reale di trenta milioni di afgani molti dei quali, senza auto con la scorta e amicizie che contano, non sanno come conciliare il pranzo con la cena. Non di meno nella società di questo paese che soffre le evidenti ferite di trent'anni di guerra, il mormorio che sale dal basso si va facendo sempre più impetuoso: attraverso l'associazionismo di base – siano sindacati, Ong, fondazioni culturali, club delle nuove figure emergenti come avvocati o giornalisti – che comincia non solo a parlar chiaro per far valere i suoi diritti ma anche a parlare con una voce sola.

Se “società civile” rischia di essere una parola abusata, buona per tutte le stagioni e tutte le perifrasi che completano analisi sofisticate e intellettuali, in Afghanistan la società organizzata nelle sue forme più diverse e variegate, non solo esiste ma è tutt'altro che un piccolo segmento del paese: è un mondo che, a volerlo vedere, esiste e si fa sentire. Oltre i talebani e la Nato.
Sembra essere questo il risultato principale della Conferenza (“Rafforzare il ruolo della società civile nel processo decisionale”) che ha visto riuniti a Kabul 150 delegati, la metà dei quali donne, provenienti da tutte le province afgane ed espressione di piccole realtà di base o di grossi network che vanno dai disabili ai lavoratori della scuola, dalle Ong che fanno lobby sui diritti umani, ai centri di ricerca dove giovani neolaureati cominciano a produrre analisi più sensate di quelle che si fanno a Londra o a Washington. Se non altro perché sanno bene di che paese stanno parlando.

Dalla conferenza della società civile afgana il messaggio uscito per il governo è stato forte e chiaro, come si direbbe in gergo militare, l'unico che fino ad ora l'ha fatta da padrone: le organizzazioni di base vogliono entrare a far parte del dibattito nazionale, monitorare quel che fa il governo, spingere verso un processo di giustizia sociale che faccia i conti col passato, chiedere conto di come si spende il denaro pubblico. Ma il messaggio è stato forte e chiaro anche per la comunità internazionale che, da un anno a questa parte, ha scoperto la locuzione “società civile” (da unire alle varie declinazioni dell'exit strategy) non sapendo però bene come conciliare la parola con la realtà.

A donatori e cancellerie occidentali gli afgani chiedono più coerenza e investimenti di lungo periodo: non “progetti” ma la valorizzazione del pensiero locale e dunque di chi nel paese vive e forse sa davvero di cosa si avrebbe bisogno. Con realismo. Nella dichiarazione finale si fa cenno all'importanza della “formazione”, perché l'analfabetismo è ancora diffuso, all'università accedono ancora troppo poche persone e perché il diritto alla salute, all'istruzione o alla giustizia si pratica anche sapendo come chiederlo.

Il governo ha in parte snobbato la conferenza. La maggior parte delle cancellerie ha fatto lo stesso, anche se Karzai ha mandato un portavoce presidenziale a leggere un messaggio di augurio (e pare che a breve voglia incontrare il comitato organizzatore) e alcune ambasciate (Giappone, Germania, Canada e naturalmente Italia, la cui cooperazione ha fornito i fondi per organizzare l'incontro di Kabul) hanno prestato orecchio. Qualcosa si muove. Qualcuno inizia ad ascoltare. Forse qualcuno inizierà anche a muoversi.

La fotografia è di Romano Martinis

venerdì 1 aprile 2011

LA CAPACITA' DI PRESTARE ORECCHIO

La Conferenza della società civile afgana conclusasi ieri a Kabul, di cui l'Italia ha qualche merito, può sembrare ai più poca cosa. Belle parole al vento su un termine usato e abusato che spesso non vuol dir nulla, al più una seccatura imposta dal buon cuore. Questo è quello che deve aver pensato, e con lui molti governi occidentali, anche il governo afgano, il cui ministro dell'Economia, che aveva promesso un intervento, non si è fatto vedere senza neppure preavvertire. Ma 150 delegati da 34 province, la metà dei quali donne - anche piuttosto agguerrite - dovrebbero far riflettere. E non solo sull'atto di cortesia e di rispetto che si deve a chi fa, con qualche difficoltà, una marcia dalla periferia alla capitale sfidando bombe e talebani, tagliagole e mine al ciglio della strada.

Ascoltare le voci che provengono dal basso dovrebbe forse diventare uno dei nuovi strumenti della diplomazia moderna soprattutto se, com'è successo a Kabul, tra quei 150 delegati non c'erano soltanto le solite tre o quattro Ong che parlano il dialetto convenzionale dei summit ma i rappresentanti di associazioni e sindacati (ebbene si, ci sono anche in Afghanistan), fondazioni culturali e think tank nazionali (ebbene si, ci sono anche quelli), club di poeti e leghe di avvocati e giornalisti. Se dunque per società civile si intende non una semplice accozzaglia di sigle ma un insieme di idee e di vivacità che, sorprendentemente, animano anche un panorama sociale devastato da trent'anni di guerra, forse è bene prestare orecchio.

Questo genere di presenze, questo tipo di attori, questa razza disomogenea e vivace è qualcosa in più della semplice “generazione facebook” con cui abbiamo derubricato le rivoluzioni del Maghreb e del mondo arabo, che non solo non abbiamo visto arrivare ma che stentiamo a capire. La nostra diplomazia, i nostri governi, buona parte dei media, abituati al fatto che “ormai tutto si decide a quattr'occhi nei G20 o nei G2”, a questo mormorio non prestano orecchio col risultato che quando accade qualcosa non conosciamo gli interlocutori, ci sfuggono i motivi, non sappiamo nulla di quel mondo sommerso che ci pare sia comparso sul web come d'incanto.

L'istruzione sempre più diffusa, masse di neo laureati che entrano in mercati del lavoro asfittici, cittadini che malsopportano regimi autocratici o falsamente democratici, fanno di questo mormorio una lenta marea montante che, apparentemente in modo improvviso, fa saltare pentole e coperchi di fronte alle facce stupite di ambasciatori e analisti, ministri e sottosegretari, algidi funzionari delle più svariate commissioni. Eppure il mormorio, nelle strade del Cairo o di Kabul, nei vicoli di Avenue Bourghiba o dietro ai centri commerciali di Manama, si sarà pur sentito. E' difficile prevedere una rivoluzione e sarebbe anzi più augurabile che le turbolenze pre rivoluzionarie fossero percepite da un ascolto attento che le trasformi in un dialogo aperto anziché in movimento antagonista. E spesso è solo questione di ascoltare. Ma per farlo bisogna scendere in strada. Ai piani alti certi mormorii proprio non arrivano.

mercoledì 2 marzo 2011

LEZIONE MEDITERRANEA

Del senno di poi son piene le fosse e sarebbe dunque un esercizio inutile dar colpa alle diplomazie occidentali e americane di non aver previsto la “vague méditerranéenne” che ha colto tutti impreparati. Né è stato molto generoso Bill Emmott che, sulle pagine de La Stampa, ha ricordato come, sin dal 2009, l'Economist avesse previsto il “risveglio dal sonno” del mondo arabo. Per noi giornalisti gettare lo strale è facile e non c'è Paese al mondo del quale non potreste dire “succederà qualcosa”, per poi rivendicarlo qualche anno dopo con la caduta della borsa, una sommossa di piazza, la fine del partito di maggioranza. “Io l'avevo detto...”. La questione è un'altra.

Quando una situazione, per quanto imperscrutabile e imprevedibile, precipita, la diplomazia si mette al lavoro. E' nelle crisi che si vede la stoffa, la preparazione e di quanti e quali strumenti è in possesso. La rivolta del Mediterraneo, dall'Egitto alla Tunisia passando per la Libia, ci ha visto solidamente impreparati, con qualche gaffe notevole (come indicare durante la crisi a Tunisi il modello Gheddafi), un esagerato prendere tempo (non disturbiamo il colonnello) e poi, improvvisamente, un'esibizione muscolare che ci vorrebbe fautori della “no fly zone”, opzione su cui in queste ore si esercitano analisti e generali, osservatori e opinionisti. Non è il caso di dilungarsi sui rischi insiti in questa scelta, ben presenti in primis all'Amministrazione Obama e ai vertici delle Nazioni unite, sulla quale conviene invitare, questa volta sì, alla prudenza, se non si ha troppa fretta di innescare l'ennesimo conflitto dagli esiti incerti: un altro Afghanistan dietro l'angolo nel quale sperimentare nuovi sistemi d'arma mettendo in conto, nel centrare gli aerei del rais, qualche quotidiano bilancio di effetti collaterali civili.

Ma il vero punto, come in particolare segnalano bene le difficoltà della diplomazia francese e italiana, è come attrezzarsi nell'epoca in cui, con eccessiva semplicità, abbiamo liquidato schiere di funzionari pubblici con la feluca in nome del fatto che la “politica estera adesso la fanno presidenti e primi ministri” e in una fase in cui la società civile, assai più di ministri e cancellieri, tiene banco sulla scena politica come la vague méditerranéenne sembra indicarci.

Sul primo punto è chiaro che la semplificazione è quantomeno superficiale: se premier e capi di stato decidono nei vari G declinati numericamente (G2, G8, G10, G20 e via moltiplicando), sono ambasciatori e consiglieri, segretari e consoli a tessere una tela diventata sempre più intricata. La diplomazia ha assai meno bisogno di cene ufficiali e cerimoniali ma assai più necessità di orecchie e occhi attenti. In una crisi come quella libica sarebbero i rapporti con gli ex ministri di Gheddafi, quelli antichi col rais, quelli nuovi con gli emergenti capi popolo a salvare il salvabile. Altro che fly zone. Per un Paese la cui Costituzione impone il ripudio della guerra “come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la diplomazia è un'arte sacra, un'opzione irrinunciabile, la spina dorsale stessa del Dna del nostro Paese. E qui si viene al secondo punto.

Quanto siamo attrezzati oggi (noi, i francesi, i tedeschi, gli americani) a comprendere il mondo in cui viviamo? Quanto siamo in grado di capire, non tanto quando un regime dittatoriale cadrà, ma quali saranno i suoi becchini? Quanti contatti abbiamo, in una parola, con la società reale dei Paesi in cui operiamo? Quanto conosciamo le sue associazioni, i suoi centri culturali, le sue espressioni nascoste di dissenso, i circoli, i ritrovi, i luoghi dove il malessere si esprime e dove nascono, maturano, si fanno strada i nuovi leader? Una salda diplomazia coltiva empirei e bassifondi, il “Circolo della caccia” e le associazioni di quartiere, i salotti dei notabili e i luoghi di ritrovo al parco pubblico dove si diffonde il pensiero antagonista che non trapela sui giornali di regime, nelle discussioni dei politici ammaestrati, nei finti reportage delle tv di Stato.

Questa conoscenza, che si fa metodo e strategia, ha naturalmente bisogno di una direzione e di un ripensamento dei vecchi strumenti diplomatici che il mondo moderno ha messo in crisi: un ripensamento che guidi i giovani studenti della scienza diplomatica nei meandri di facebook tanto quanto nell'abile capacità di stendere un valido “trattato di amicizia”. La Libia è un buon banco di prova. Ma non per mostrare muscoli tardivi, velleitarie opzioni sull'uso della forza, lo stantio ricorso all'ingerenza umanitaria che trasforma le missioni di pace in guerre senza fine. Su questo banco di prova si può misurare la statura di un Paese, la sua capacità di mediare, di proporre soluzioni, di individuare referenti e protagonisti. Un esercizio che ben fatto ci salverebbe dall'ennesimo pericoloso slancio militare e da una retorica che rischia di far male a noi quanto al povero popolo libico. Che vorremmo salvare dalle mani insanguinate del colonnello a costo di cacciarlo in una nuova guerra.