Dal Paese della guerra e della confusione infinita arrivano due notizie di segno opposto. La prima dice che funzionari del governo afgano e talebani si sono incontrati in Arabia saudita per discutere di uno scambio di prigionieri in cambio della garanzia che le elezioni previste in ottobre si possano svolgere pacificamente. La notizia è anche che sarebbe stato il fallimento, forse temporaneo, di colloqui diretti tra americani e talebani a convincere parte della guerriglia a parlamentare con i “burattini” del governo di Kabul, come i talebani definiscono l’esecutivo di Ashraf Ghani.
L’altra notizia riguarda invece la conferma dell’arrivo in Afghanistan dell’ultima generazione di F-35 della Lockheed Martin: F-35B Lightning II, un aereo da combattimento in grado di decollare e atterrare anche in condizioni estreme. Giovedi scorso, confermando le indiscrezioni del giorno prima fornite dalla Cnn, avrebbe compiuto il suo primo raid contro i talebani. Ovviamente vittorioso. Nel paese della guerra e della confusione infatti la propaganda militare ostenta i successi della nuova politica di Trump: colpire dall’aria sempre di più costringendo i talebani al tavolo negoziale. Ma se il risultato sperato è quantomeno discutibile, l’opzione aerea è già in voga da tempo. Con pessimi effetti. Alcune decine di civili sarebbero stati uccisi da recenti raid aerei congiunti afgano-americani su cui sta indagando la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) che sostiene come le vittime si debbano a errori commessi durante una caccia dal cielo dell'aviazione. I militari chiamati in causa obiettano un vecchio refrain e cioè che fanno il possibile per non colpire i civili e che le morti denunciate non risultano. Ma Unama ricorda anche che gli attacchi aerei – triplicati nell’ultimo anno – avevano già ucciso 149 persone e ferite oltre 200 nella prima metà del 2018, in crescita del 52 percento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
Incuranti degli appelli umanitari, i militari fanno arrivare gli F-35B ma non senza polemiche. Il caccia è infatti nell’occhio del ciclone non solo in Italia e il Congresso Usa aveva espresso dubbi su una macchina da guerra che continua a mostrare falle (uno di questi velivoli da 100 milioni di dollari si è appena schiantato vicino alla USMC Air Station Beaufort, South Carolina). Forse i marine, e con loro l’industria bellica, devono aver pensato che si dovrà pur testare se l'ultima generazione di F-35 finalmente funziona. Cosa è meglio di una guerra? I negoziati possono attendere.
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sabato 29 settembre 2018
giovedì 27 settembre 2018
Vittime civili: un test per gli F-35
Con due attacchi aerei separati nel corso del fine settimana 21 civili sarebbero stati uccisi in Afghanistan, tra cui 14 bambini. Lo dice la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) sostenendo che i morti si devono a errori commessi durante una caccia dal cielo dell'aviazione afgana e americana. Gli attacchi aerei hanno ucciso 149 persone e ferite oltre 200 nella prima metà del 2018, in crescita del 52 percento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Unama lo ha denunciato con preoccupazione e il bilancio rappresenta circa il sette per cento delle vittime civili totali nei primi sei mesi dell'anno.
Nei giorni a venire però, il jet da combattimento F-35B dei Fighter Marine Corps (nella foto tratta da ToloNews) potrebbe compiere la sua prima missione di combattimento in Afghanistan nonostante le raccomandazioni di Unama e i timori espressi al Congresso su questa quinta generazione di F-35 criticata per problemi di software, al motore e ai sistemi di armi che i militari dicono risolti. Ma queste armi volanti bisognerà pur provarle. Quale terreno migliore di una guerra?
martedì 16 luglio 2013
F-35 OGGI SI VOTA, E IL PD SI DIVIDE
Sospendere per sei mesi il programma e rinviare le scelte a un dibattito in sede di Consiglio europeo di difesa, a dicembre. Il voto è previsto oggi ma la maggioranza sembra poterla ottenere con facilità la mozione larghe intese che testualmente dice al governo di “non procedere a nessuna fase di ulteriore acquisizione senza che il Parlamento si sia espresso nel merito”. Conferma e rinvio. Si conclude così il dibattito al senato sul programma F-35. Si sospenderanno nuove acquisizioni ma confermando gli impegni. Nel Pd emergono, come si sapeva, due anime. Quella del no resta minoritaria.
Fuori dal palazzo un aereo di carta lungo cinque metri e largo tre viene prima portato a braccia da un finto ministro Mauro e poi stracciato da un gruppo di firmatari dell'appello lanciato dall'organizzazione di campagne Avaaz che in una settimana ha raccolto – un record – 400mila firme. Di chi? Il sondaggio su un campione di firmatari della petizione – dice Luca Nicotra di Avaaz - mostra che il 22% di loro sono elettori del Pd, 38% sono del M5S e 15% di Sel. 3% altri partiti di centrosinistra”. Il Pd però non ne tiene conto. Non tutto il Pd però....
Leggi la cronaca della giornata parlamentare su Lettera22
I più favorevoli sono stati i senatori di Scelta civica. Tra gli altri (i più convinti con la Lega), il sì lo dà il senatore Di Biagio che usa ragionamenti già noti (costi-opportunità) e qualche termine fuori luogo (pseudo-pacifisti). Del resto, come ha rivelato ieri il sito di Unimondo, proprio durante il governo Monti il militare l'ha fatta da padrone. E non solo per il si alla legge Di Paola: ammonta infatti a 2.7 mld di euro il bilancio delle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dall’esecutivo dei tecnici (ma il valore esatto, corretto un trucco di attribuzione, è di quasi 3 miliardi di euro). Sono inoltre cresciute le effettive consegna di sistemi militari che nel 2012 sfiorano anch'esse i 3 miliardi di euro. L'anticipazione sulla Relazione annuale sulle esportazioni di sistemi militari dà ragione A Di Biagio. Se vendiamo tanto potremo ben anche comperare.
Segui in diretta tv il dibattito di oggi che inizia alle 9.30 con l'intervento del ministro Mauro e riprende nel pomeriggio alle 16.30
Fuori dal palazzo un aereo di carta lungo cinque metri e largo tre viene prima portato a braccia da un finto ministro Mauro e poi stracciato da un gruppo di firmatari dell'appello lanciato dall'organizzazione di campagne Avaaz che in una settimana ha raccolto – un record – 400mila firme. Di chi? Il sondaggio su un campione di firmatari della petizione – dice Luca Nicotra di Avaaz - mostra che il 22% di loro sono elettori del Pd, 38% sono del M5S e 15% di Sel. 3% altri partiti di centrosinistra”. Il Pd però non ne tiene conto. Non tutto il Pd però....
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I più favorevoli sono stati i senatori di Scelta civica. Tra gli altri (i più convinti con la Lega), il sì lo dà il senatore Di Biagio che usa ragionamenti già noti (costi-opportunità) e qualche termine fuori luogo (pseudo-pacifisti). Del resto, come ha rivelato ieri il sito di Unimondo, proprio durante il governo Monti il militare l'ha fatta da padrone. E non solo per il si alla legge Di Paola: ammonta infatti a 2.7 mld di euro il bilancio delle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dall’esecutivo dei tecnici (ma il valore esatto, corretto un trucco di attribuzione, è di quasi 3 miliardi di euro). Sono inoltre cresciute le effettive consegna di sistemi militari che nel 2012 sfiorano anch'esse i 3 miliardi di euro. L'anticipazione sulla Relazione annuale sulle esportazioni di sistemi militari dà ragione A Di Biagio. Se vendiamo tanto potremo ben anche comperare.
Segui in diretta tv il dibattito di oggi che inizia alle 9.30 con l'intervento del ministro Mauro e riprende nel pomeriggio alle 16.30
lunedì 15 luglio 2013
UN F-35 DI CARTA PER DI NO A QUELLI VERI
Oggi a Roma cittadini italiani si presenteranno con un enorme aeroplano di carta di fronte al Senato per protestare contro l’acquisto degli F35, mentre all’interno alcuni senatori mostreranno le 350mila firme raccolte contro l'acquisto. La manifestazione, convocata da Avaaz, che ha raccolto su Internet le firme, è per oggi pomeriggio attorno alle 17 in Piazza delle Cinque lune a due passi da Palazzo Madama.
Dunque, mentre i senatori staranno per dibattere l’acquisto degli aerei da guerra F35, attivisti vestiti da Ministro della Difesa e leader del PD con un enorme aereo di carta di 4 metri, dimostreranno di fronte al Senato contro l’accordo. Allo stesso tempo durante il dibattito e il voto all’interno, alcuni parlamentari mostreranno la petizione da 350mila firme. Molti firmatari della petizione inoltre hanno contattato direttamente i loro rappresentanti, inviando 27933 email, 11mila tweet e facendo migliaia di chiamate ai senatori del PD per convincerli a fermare l’acquisto degli aerei da guerra F35.
L'organizzazione di campagne Avaaz fa sapere che 350mila italiani hanno aderito a una campagna online senza precedenti chiedendo al parlamento italiano di fermare l’acquisto per 13 miliardi di euro di 90 aerei da guerra F35. Luca Nicotra, attivista di Avaaz ha detto: “Gli italiani vogliono che i loro governi investano in posti di lavoro, non che spendano 13 miliardi di euro per costosi aerei da guerra. I leader del PD hanno criticato l’acquisto durante l’ultima campagna elettorale: ora devono mantenere le loro promesse e fermare questo assurdo spreco di denaro pubblico.” Un sondaggio di una campione rappresentativo dei 351.291 firmatari della petizione mostra che il 22% di loro (77mila persone) sono elettori del PD mentre 38% sono del M5S e 15% di SEL e 3% di altri partiti di centrosinistra.
La campagna online si può trovare qui
La pagina su facebook qui
Dunque, mentre i senatori staranno per dibattere l’acquisto degli aerei da guerra F35, attivisti vestiti da Ministro della Difesa e leader del PD con un enorme aereo di carta di 4 metri, dimostreranno di fronte al Senato contro l’accordo. Allo stesso tempo durante il dibattito e il voto all’interno, alcuni parlamentari mostreranno la petizione da 350mila firme. Molti firmatari della petizione inoltre hanno contattato direttamente i loro rappresentanti, inviando 27933 email, 11mila tweet e facendo migliaia di chiamate ai senatori del PD per convincerli a fermare l’acquisto degli aerei da guerra F35.
L'organizzazione di campagne Avaaz fa sapere che 350mila italiani hanno aderito a una campagna online senza precedenti chiedendo al parlamento italiano di fermare l’acquisto per 13 miliardi di euro di 90 aerei da guerra F35. Luca Nicotra, attivista di Avaaz ha detto: “Gli italiani vogliono che i loro governi investano in posti di lavoro, non che spendano 13 miliardi di euro per costosi aerei da guerra. I leader del PD hanno criticato l’acquisto durante l’ultima campagna elettorale: ora devono mantenere le loro promesse e fermare questo assurdo spreco di denaro pubblico.” Un sondaggio di una campione rappresentativo dei 351.291 firmatari della petizione mostra che il 22% di loro (77mila persone) sono elettori del PD mentre 38% sono del M5S e 15% di SEL e 3% di altri partiti di centrosinistra.
La campagna online si può trovare qui
La pagina su facebook qui
mercoledì 10 luglio 2013
CARA DIFESA

Quanto spende l'Italia per la Difesa e quanto contano in questo quadro la nuova legge voluta a fine legislatura dall'ex ministro Di Paola e gli acquisti di nuovi caccia e navi per aeronautica e marina? Risponde un dossier di Archivio Disarmo, che da anni si occupa di armamenti ma anche di come potrebbe o dovrebbe essere il nostro modello di Difesa. La ricerca (Fulvio Nibali: La spesa militare in Italia – Rapporto 2013), parte dalla considerazione che mentre ogni anno 15 milioni di persone muoiono per malattie legate a scarsità e qualità di cibo e acqua e che la Banca Mondiale ha stimato che per debellarle occorrerebbe investire annualmente 200 miliardi di dollari, un decimo di questa cifra è quel l'Italia da sola spende ogni anno per la Difesa.
L'Italia, scrive il rapporto, è in linea con un trend mondiale che anziché debellare malattie endemiche si dedica al gioco della guerra in un quadro che vede una crescita costante della spesa militare che, senza considerare quella per il mantenimento degli arsenali nucleari, ammonta a più di 1700 miliardi di dollari.
Dei venti miliardi circa la metà sono stipendi (in crescita) mentre il comparto investimenti subisce una leggera flessione (3,3 mld nel 2013 e 3 nel 2015). Ma quel che preoccupa i ricercatori è soprattutto dove vanno i soldi: il programma F-35 Joint Strike Fighter fa la parte del leone: “I ritardi nello sviluppo e nella consegna dei velivoli, uniti a evidenti difetti di progettazione, hanno fatto lievitare i costi fino a 127 milioni di euro stimati per unità... sollevando sempre più spesso l’ipotesi secondo cui sarebbe meglio rinunciare al programma e destinare le risorse economiche ad altri settori dell’economia”. Ma dice il rapporto “se il prezzo unitario è lievitato in maniera così esponenziale, l’esborso per 90 aerei sarebbe comunque superiore a quello previsto per i 131 originariamente ipotizzati” e la riduzione del numero di caccia “sarebbe senza effetti economici concreti”. Sotto accusa anche la famosa “creazione di 10mila posti di lavoro in Italia...che fonti sindacali assicurano non saranno più di 1.500”. Infine, aggiunge il rapporto, non essendo stato firmato il contratto definitivo “eventuali penali per il mancato acquisto non esistono”. La spesa incide parecchio: “gli stanziamenti previsti per gli anni 2012 e 2013 relativi allo sviluppo del caccia ammontano a 548,7 e a 500,3 milioni...i più consistenti dell’intero bilancio della Difesa”. Fronte mare: la Marina ha annunciato l’acquisto di dodici navi con un costo unitario di 250 milioni per un totale di 3 miliardi. Navi dual use, utilizzabili per far fronte a catastrofi naturali ma “con la possibilità di ospitare centrali di controllo e armamenti come missili e siluri”.
Difenderci da cosa? Il rapporto ragiona sulle sfide elencate dal penultimo governo (che restano la linea guida di quello odierno): terrorismo internazionale, armi di distruzione di massa, minacce all'accesso alle risorse e alla sicurezza cibernetica. La risposta italiana, commenta il dossier, è “quasi esclusivamente militare...fa aumentare le spese e la quantità di armi in circolazione...fa aumentare quindi i rischi di guerre”. Scrive il rapporto che “sarebbe più opportuno impostare modelli di difesa capaci di gestire le emergenze e i rischi con strumenti alternativi e meno pericolosi”...ma in Italia - conclude – un “serio dibattito sulla politica internazionale e su un nuovo modello di difesa manca”. Aggiungiamo noi: il modello c'è ed è stato appena riverniciato di fresco da Di Paola. Cambiando tutto perché non cambi nulla: via un po' di militari e acquisto di nuove armi.
domenica 3 febbraio 2013
F-35, COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Stasera alle 21.30 Presa diretta dedica un’intera serata alle spese militari e in particolare ai cacciabombardieri F-35. Ottimo lavoro senz'altro del prode Riccardo Iacona
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mercoledì 30 gennaio 2013
OLTRE CENERENTOLA
Se la politica estera è sempre stata la Cenerentola d'Italia, la campagna elettorale per queste elezioni non ha ancora fatto eccezioni. Tranne una che, a sorpresa, arriva dalla lista Ingroia. Il magistrato che ha preferito l'Italia al Guatemala e che ha caratterizzato la strada di Rivoluzione civile come un percorso contro l'illegalità nazionale, decide infatti di allargare il concetto anche a Cenerentola. E ha presentato ieri a Roma il programma della lista con uno sguardo, per una volta, fuori dall'ombelico di casa.
Dopo un primo incontro sui temi del lavoro e, nei prossimi giorni, su economia/fisco e lotta alla mafia, Ingroia tiene a sottolineare che se è la Costituzione il pilastro della sua lista, l'articolo 11 sul ripudio della guerra è uno dei pilastri della Carta. La scenografia dell'incontro è preparata ad arte. Sul tavolo c'è un mappamondo pieno di soldatini, una pagnotta, un elmetto da minatore, una scatola di medicinali e un ramoscello d'olivo a significare i temi portanti di quella che dovrebbe essere l'azione dell'Italia. A fianco a lui c'è Flavio Lotti, l'animatore della Perugia Assisi, una lunga carriera (a piedi) sui temi della pace, declinati, anche in passato, sul resto del mondo, dalla Palestina all'Afghanistan. E anzi, prima della conferenza stampa, Ingroia firma l'agenda in dieci punti sui diritti umani presentata qualche giorno fa da Amnesty. Il messaggio è chiaro e anzi Ingroia e Lotti spiegano che l'agenda della loro lista è un'agenda per i diritti umani e rivendicano di essere i primi ad aver scelto di presentare, in una campagna elettorale dominata dalla politica interna o al massimo da quella europea, su quali temi all'estero si impegneranno gli ingroiani una volta in parlamento.
La piattaforma la illustra Lotti: bloccare gli F-35, non limitandosi a ridurne l'acquisto, ritiro immediato dall'Afghanistan investendo il 30% del risparmio in ricostruzione civile del Paese, rilancio della cooperazione internazionale. Poi, dopo gli slogan, Lotti approfondisce: bacchetta il governo «che ci ha fatto entrare in guerra in Mali con...un ordine del giorno» e bacchetta un'Italia rattrappita che non è in grado di aprire gli occhi sul mondo. Come svegliarla? Lotti propone un nuovo modello di diplomazia dove entrino a collaborare con i diplomatici le competenze della società civile “responsabile”: esperti e giornalisti, Ong e missionari, tutti quelli – dice – che la realtà la vedono dal terreno, un terreno che conoscono perché mettono il becco fuori dai palazzi e dagli uffici. Andando oltre gli slogan e sollecitato dalle domande, Lotti argomenta che abbiamo sfruttato poco e male i nostri istituti di cultura all'estero e, soprattutto, che il vecchio modo di far politica «sente ma non ascolta, guarda ma non vede».
Servono allora nuovi strumenti per capire, ascoltare, dialogare: capire le voci di chi vive nelle aree di crisi, ne conosce la storia intima, riesce a prevedere che piega prenderanno le cose. I soldi restano un tema: sono pochi – dice Lotti – ma è questione di impiegarli meglio e di evitare che ci accorgiamo della diversità solo quando l'estero piomba in casa nostra sotto forma di immigrazione. Perché, nella visione della Lista Ingroia, la divisione tra esteri e interni è finita da un pezzo e i diritti - «il diritto ad avere diritti» - è trasversale, travalica i confini. La politica estera del futuro è messa nel programma sotto dieci priorità. Su tutti ce n'è una: «dichiariamo illegali guerra e povertà», dicono. Oltre lo slogan c'è l'abbozzo di una visione che ambirebbe a costruire un volto dell'Italia che si possa cogliere anche da chi ci guarda fuori dall'ombelico.
Dopo un primo incontro sui temi del lavoro e, nei prossimi giorni, su economia/fisco e lotta alla mafia, Ingroia tiene a sottolineare che se è la Costituzione il pilastro della sua lista, l'articolo 11 sul ripudio della guerra è uno dei pilastri della Carta. La scenografia dell'incontro è preparata ad arte. Sul tavolo c'è un mappamondo pieno di soldatini, una pagnotta, un elmetto da minatore, una scatola di medicinali e un ramoscello d'olivo a significare i temi portanti di quella che dovrebbe essere l'azione dell'Italia. A fianco a lui c'è Flavio Lotti, l'animatore della Perugia Assisi, una lunga carriera (a piedi) sui temi della pace, declinati, anche in passato, sul resto del mondo, dalla Palestina all'Afghanistan. E anzi, prima della conferenza stampa, Ingroia firma l'agenda in dieci punti sui diritti umani presentata qualche giorno fa da Amnesty. Il messaggio è chiaro e anzi Ingroia e Lotti spiegano che l'agenda della loro lista è un'agenda per i diritti umani e rivendicano di essere i primi ad aver scelto di presentare, in una campagna elettorale dominata dalla politica interna o al massimo da quella europea, su quali temi all'estero si impegneranno gli ingroiani una volta in parlamento.
La piattaforma la illustra Lotti: bloccare gli F-35, non limitandosi a ridurne l'acquisto, ritiro immediato dall'Afghanistan investendo il 30% del risparmio in ricostruzione civile del Paese, rilancio della cooperazione internazionale. Poi, dopo gli slogan, Lotti approfondisce: bacchetta il governo «che ci ha fatto entrare in guerra in Mali con...un ordine del giorno» e bacchetta un'Italia rattrappita che non è in grado di aprire gli occhi sul mondo. Come svegliarla? Lotti propone un nuovo modello di diplomazia dove entrino a collaborare con i diplomatici le competenze della società civile “responsabile”: esperti e giornalisti, Ong e missionari, tutti quelli – dice – che la realtà la vedono dal terreno, un terreno che conoscono perché mettono il becco fuori dai palazzi e dagli uffici. Andando oltre gli slogan e sollecitato dalle domande, Lotti argomenta che abbiamo sfruttato poco e male i nostri istituti di cultura all'estero e, soprattutto, che il vecchio modo di far politica «sente ma non ascolta, guarda ma non vede».
Servono allora nuovi strumenti per capire, ascoltare, dialogare: capire le voci di chi vive nelle aree di crisi, ne conosce la storia intima, riesce a prevedere che piega prenderanno le cose. I soldi restano un tema: sono pochi – dice Lotti – ma è questione di impiegarli meglio e di evitare che ci accorgiamo della diversità solo quando l'estero piomba in casa nostra sotto forma di immigrazione. Perché, nella visione della Lista Ingroia, la divisione tra esteri e interni è finita da un pezzo e i diritti - «il diritto ad avere diritti» - è trasversale, travalica i confini. La politica estera del futuro è messa nel programma sotto dieci priorità. Su tutti ce n'è una: «dichiariamo illegali guerra e povertà», dicono. Oltre lo slogan c'è l'abbozzo di una visione che ambirebbe a costruire un volto dell'Italia che si possa cogliere anche da chi ci guarda fuori dall'ombelico.
lunedì 30 gennaio 2012
TORNA LA POLEMICA SU ARMARE I CACCIA IN AFGHANISTAN
"In un momento così difficile di crisi economica e sociale - scrive in un comunicato di stamattina Pax Christi Italia - riteniamo grave e incomprensibile che il ministro-ammiraglio Di Paola continui a difendere il progetto dei cacciabombardieri F-35 e dichiari che il governo vuole intensificare la presenza militare italiana in Afghanistan dotando i nostri AMX di capacità di attacco al suolo".
La polemica sugli F-35 è nota. Meno la presa di posizione di Di Paola, riferita un paio di giorni fa su Repubblica da Giampaolo Cadalanu. Pax Christi prosegue: "Siamo dentro una logica distruttiva. Da un lato si sta progettando un accordo tra Italia e Afghanistan per la ricostruzione del paese. Dall'altro si pensa di sperimentare una più forte capacità di attacco, utile solo a rilanciare una politica di riarmo che comprenderebbe anche l'acquisto e l'uso degli F-35". Davvero difficile non essere d'accordo con loro. E comunque, almeno per ora, sembra soltanto un'idea di Di Paola.
La polemica sugli F-35 è nota. Meno la presa di posizione di Di Paola, riferita un paio di giorni fa su Repubblica da Giampaolo Cadalanu. Pax Christi prosegue: "Siamo dentro una logica distruttiva. Da un lato si sta progettando un accordo tra Italia e Afghanistan per la ricostruzione del paese. Dall'altro si pensa di sperimentare una più forte capacità di attacco, utile solo a rilanciare una politica di riarmo che comprenderebbe anche l'acquisto e l'uso degli F-35". Davvero difficile non essere d'accordo con loro. E comunque, almeno per ora, sembra soltanto un'idea di Di Paola.
martedì 10 gennaio 2012
ADDIO ALLE ARMI?
“Nel panorama drammatico di una crisi economica che esige sacrifici e tagli per il bene e il futuro del paese anche le spese militari devono essere drasticamente tagliate”, ha dichiarato monsignor Giudici presidente di Pax Christi. A parlare in questi termini non sono piu’ solo le organizzazioni che da sempre promuovono il disarmo, ma anche una parte del mondo politico. Il dito e' puntato sul costo dei 131 cacciabombardieri F35, aerei di attacco che costano quasi 150 milioni di euro ciascuno, per un investimento di oltre 15 miliardi. Rivedere le spese del settore militare, ripensare una politica delle difesa in senso piu’ europeo, seguire l’esempio dell’amministrazione Obama che ha operato “storici” tagli del 15%: come rispondera’ e a quali soluzioni guardera’ il governo Monti? Domani mercoledi’ 11 gennaio 2012, dalle 11.30 alle 12.00, Emanuele Giordana ne parla con monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente di Pax Christi e Radio3mondo
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