In seguito alla minaccia di un possibile attentato talebano al governatorato di Farah, soldati italiani e americani si sono spostati nella provincia centroccidentale afgana che ricade sotto la responsabilità militare italiana del Regional Command West della missione Nato Resolute Support. I solerti PIO (Public Information Offfice), distaccati nei “teatri” dove è impegnato l’esercito italiano, solitamente pronti a informare di questa o quella visita e di quel corso di formazione, stavolta però la notizia non l’hanno trasmessa ai giornalisti del loro elenco. Resa nota dai media afgani, non c’è nemmeno nel sito della Difesa dove un’immagine di Gentiloni campeggia sull’approvazione della missione di sostegno alla guardia costiera libica. Bisogna dunque affidarsi alle fonti locali e al portavoce del governatore Nasir Mehri secondo cui americani e italiani sono arrivati aerotrasportati giovedi scorso nella capitale di provincia. Quanti sono non è dato sapere. Non è la prima volta che gli italiani sono a Farah da che la missione Isaf della Nato ha chiuso i battenti tramutandosi in Resolute Support, col compito di formare e assistere l’esercito afgano. Ma se dei bersaglieri dislocati a Farah all’interno di una forza di 200 uomini per lo più italiana qualche mese fa non si è saputo granché - anche allora la notizia era passata abbastanza inosservata - la differenza è che adesso il quadro è cambiato.Visualizzazioni ultimo mese
Cerca nel blog
Translate
Visualizzazione post con etichetta Resolute support. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Resolute support. Mostra tutti i post
domenica 30 luglio 2017
Italiani a Farah: assistere o combattere?
In seguito alla minaccia di un possibile attentato talebano al governatorato di Farah, soldati italiani e americani si sono spostati nella provincia centroccidentale afgana che ricade sotto la responsabilità militare italiana del Regional Command West della missione Nato Resolute Support. I solerti PIO (Public Information Offfice), distaccati nei “teatri” dove è impegnato l’esercito italiano, solitamente pronti a informare di questa o quella visita e di quel corso di formazione, stavolta però la notizia non l’hanno trasmessa ai giornalisti del loro elenco. Resa nota dai media afgani, non c’è nemmeno nel sito della Difesa dove un’immagine di Gentiloni campeggia sull’approvazione della missione di sostegno alla guardia costiera libica. Bisogna dunque affidarsi alle fonti locali e al portavoce del governatore Nasir Mehri secondo cui americani e italiani sono arrivati aerotrasportati giovedi scorso nella capitale di provincia. Quanti sono non è dato sapere. Non è la prima volta che gli italiani sono a Farah da che la missione Isaf della Nato ha chiuso i battenti tramutandosi in Resolute Support, col compito di formare e assistere l’esercito afgano. Ma se dei bersaglieri dislocati a Farah all’interno di una forza di 200 uomini per lo più italiana qualche mese fa non si è saputo granché - anche allora la notizia era passata abbastanza inosservata - la differenza è che adesso il quadro è cambiato.giovedì 4 dicembre 2014
Sostegno risoluto! Ma a cosa?
![]() |
| La firma a Kabul che ha spianato la strada a "Resolute Support" (foto Nato) |
Non sarà “risolutiva” ma solo
“risoluta” la missione “Resolute Support” che ha ormai
ottenuto anche il via libera dal parlamento afgano e che impiegherà
circa 12mila soldati con compiti di formazione delle forze armate
afgane a partire dal 2015. Almeno nel nome della missione, la Nato fa
mostra di pragmatismo, sul resto si vedrà. Ma se non è compito di
un'alleanza militare far quadrare i conti della politica (quelli
militari sono per altro pessimi) per ogni Paese che partecipa la
questione politica si impone. Tanto per cominciare con numeri e
costi. In attesa di sapere di che morte morire nella continuazione
della guerra con altri mezzi, il parlamento italiano per ora i numeri
li sa a spanne: 200, 500, 750, 1800 soldati? Una forbice che fa
lievitare i costi tra 100mila e almeno mezzo milione di euro. Ma se è
l'obiettivo politico quello che più conta, come, su cosa e con che
mezzi Roma intende impegnarsi nei prossimi anni (almeno dieci come
chiede a Londra la società civile afgana)?
A Bruxelles il ministro Gentiloni ha
appena incontrato privatamente Ashraf Ghani e, al termine dell'ultimo vertice
dell'Alleanza e alla vigilia della Conferenza di Londra, ha detto di aver ribadito al nuovo presidente
l'apprezzamento per il cammino di riforme intrapreso da Kabul e che,
dal 2015, la missione italiana cambierà segno: che il sostegno sarà
più economico che militare più dunque rivolto alla cooperazione
civile che non a quella con la divisa. Se il buon giorno si vede dal
mattino la riduzione del contingente sarà il primo vero segnale. Il
secondo sarà quello che riguarda i fondi messi a disposizione della
cooperazione civile con l'Afghanistan con risorse che potrebbero
proprio essere drenate dalla spesa militare come da anni chiede
l'associazionismo italiano impegnato in quelle terre. Presto la nuova
legge che riguarda le missioni all'estero dovrà tornare in aula e lì
si capirà se effettivamente ci sarà una svolta o una semplice
spending review.
martedì 31 dicembre 2013
BUON ANNO AFGHANISTAN
La
Nato ricatta gli afgani: niente patto militare niente soldi per lo
sviluppo. Governo e parlamento come si schierano? Cosa bolle in pentola per l'inizio dell'anno. A Roma e a Kabul
Il
9 dicembre la Gazzetta ufficiale ha sancito la conversione in legge
del “decreto missioni” che regola la
proroga della partecipazione a queste ultime delle nostre Forze
armate. Il capitolo che riguarda l'Afghanistan vale 124 milioni di
euro per un periodo di copertura di pochi mesi poiché sistema la
legge precedente che non arrivava a coprire l'intero 2013. In poche
parole, da gennaio il parlamento dovrà ridiscutere e approvare un
nuovo decreto e definire, cosa al momento ancora opaca, l'esatto
impegno numerico di soldati e carabinieri per la nuova missione Nato
“Resolute support”, che dal 2014 dovrebbe sostituire “Isaf”.
Il condizionale è d'obbligo perché la missione dell'Alleanza –
missione “non combattente” ma di solo sostegno alla formazione di
esercito e polizia afgani – è in forse.
Tutta
la vicenda è legata alla firma del presidente Karzai sull'accordo di
partenariato strategico con gli Stati uniti (Bsa), negoziato tra
Washington e Kabul e approvato in via preliminare dalla Loya Jirga,
l'assemblea tradizionale riunita dallo stesso Karzai il mese scorso.
Il presidente però si è impuntato su alcuni capitoli molto
controversi che riguardano l'immunità delle truppe americane sul
suolo afgano e, soprattutto, la libertà d'azione di queste ultime
che, legittimamente, Karzai vuole sia sempre sottoposta a veto afgano
se si tratta di compiere raid a danni di privati cittadini. Detto in
altre parole, gli Stati Uniti non potrebbero entrare, perquisire,
arrestare afgani (tanto meno bombardarli) senza la luce verde
dell'autorità militare o di polizia nazionale. Obama ha concesso
quest'ultimo punto ma lo ha vincolato alla possibilità che in “casi
eccezionali” le forze armate americane possano comunque agire.
sabato 8 giugno 2013
AFGHANISTAN, LA LEZIONE DEL PRINCIPE DI SALINA
Cambiare tutto perché nulla cambi. La sentenza del principe di Salina è valida ancora oggi per mille situazioni e l'Afghanistan non fa difetto. Perché? Posto qui di seguito una sintesi di Giuliano Battiston uscita sul manifesto di ieri e su Lettera22 che riguarda la “nuova” missione della Nato Dopo il vertice interministeriale che si è tenuto il 4 e 5 giugno a Bruxelles (50 ministri della Difesa, provenienti dai 28 paesi membri della Nato e dai 22 paesi “non-Nato” che attualmente contribuiscono alla missione “Isaf” in Afghanistan):
...gli Stati Uniti continueranno a essere il paese che più contribuisce in termini militari alla missione Nato in Afghanistan. Ma ha voluto (Hagel ndr) sottolineare il sostegno ricevuto dall’Italia e della Germania: “apprezziamo gli impegni che altre nazioni stanno assumendo – ha dichiarato -, inclusi gli annunci fatti dalla Germania e dall’Italia secondo i quali assumeranno il compito di nazioni-guida per le aree settentrionali e occidentali”. Il “Concept of Operations” della missione “Resolute Support” adottato due giorni fa a Bruxelles prevede infatti la divisione dell’Afghanistan in diverse aree geografiche di competenza: agli Stati Uniti spetterà la responsabilità delle attività nelle aree meridionali e orientali (le più insicure); alla Germania l’area settentrionale, dove è attiva da anni; all’Italia la parte occidentale, dove attualmente ha la responsabilità del comando-ovest della missione Isaf (il comando comprende le province di Herat, Farah, Badghis e Ghor). Secondo il capo del Pentagono, la Turchia starebbe “considerando favorevolmente” l’ipotesi di gestire le attività nell’area centrale attorno a Kabul (sarebbero cinque i punti nevralgici della provincia di Kabul interessati dalla nuova missione).
Come ben si vede tutto cambia ma in realtà non cambia nulla. L'Italia è già al comando nell'Ovest e la Germania nel Nord. Gli Stati uniti (e la Gran Bretagna qui non menzionata) già lo sono al Sud e nell'Oriente afgano. L'unica novità sono i turchi per ora ancora cauti e che potrebbero anche cambiare idea dopo che, da quella decisione in avanti, son diventati anch'essi un target dei talebani. Il topolino partorito dalla montagna della Nato è che ci saranno meno soldati e che non saranno “combat” ma solo addestratori (il nome della missione è Resolute Support). Ma dal punto di vista politico non c'è assolutamente nulla. La Nato e i ministri e governi dei Paesi che compongono l'Alleanza non ne vogliono sapere di ammettere due cose: che dal punto di vista militare la missione ha fallito e che dal punto di vista politico 12 anni di guerra non hanno fatto fare un passo avanti. La Nato vuole continuare a stare in sella da sola, a presidiare - a 5mila chilometri da casa - territori che appartengono a un altro continente. Nel violare la sua stessa carta, la Nato non vuole ammettere che il suo tempo politico è finito in Afghanistan (per me già da tempo senza contare che considero la scelta Nato un peccato originale che andava evitato).
Che fare? Non mi stanco di proporre una soluzione politica allargata che includa le maggiori alleanze regionali (come la Conferenza di Shangai o Sco) e musulmane (la Organizzazione per la Conferenza islamica o Oic e forse anche al Lega araba) che sotto cappello Onu garantiscano forze di interposizione per salvaguardare la transizione. Occorrerebbe un meccanismo più forte del cosiddetto processo di Istanbul guidato dalla Turchia e che dia mandato per una presenza di peacekeepeer internazionali. La Nato ci potrebbe stare, anzi dovrebbe, ma solo come una delle componenti e non certo la “leading”. Ciò la renderebbe digeribile e le farebbe fare un passo avanti politico. Ma ciò si scontra non solo con le resistenze particolari dell'Alleanza, ma coi voleri degli americani e l'inerzia degli europei: con la mancanza di una visione globale di servizio all'Afghanistan e non la mera conservazione di un interesse strategico da nuova edizione del Great Game. Una miopia che riguarda senza mezzi termini anche il mio Paese.
...gli Stati Uniti continueranno a essere il paese che più contribuisce in termini militari alla missione Nato in Afghanistan. Ma ha voluto (Hagel ndr) sottolineare il sostegno ricevuto dall’Italia e della Germania: “apprezziamo gli impegni che altre nazioni stanno assumendo – ha dichiarato -, inclusi gli annunci fatti dalla Germania e dall’Italia secondo i quali assumeranno il compito di nazioni-guida per le aree settentrionali e occidentali”. Il “Concept of Operations” della missione “Resolute Support” adottato due giorni fa a Bruxelles prevede infatti la divisione dell’Afghanistan in diverse aree geografiche di competenza: agli Stati Uniti spetterà la responsabilità delle attività nelle aree meridionali e orientali (le più insicure); alla Germania l’area settentrionale, dove è attiva da anni; all’Italia la parte occidentale, dove attualmente ha la responsabilità del comando-ovest della missione Isaf (il comando comprende le province di Herat, Farah, Badghis e Ghor). Secondo il capo del Pentagono, la Turchia starebbe “considerando favorevolmente” l’ipotesi di gestire le attività nell’area centrale attorno a Kabul (sarebbero cinque i punti nevralgici della provincia di Kabul interessati dalla nuova missione).
Come ben si vede tutto cambia ma in realtà non cambia nulla. L'Italia è già al comando nell'Ovest e la Germania nel Nord. Gli Stati uniti (e la Gran Bretagna qui non menzionata) già lo sono al Sud e nell'Oriente afgano. L'unica novità sono i turchi per ora ancora cauti e che potrebbero anche cambiare idea dopo che, da quella decisione in avanti, son diventati anch'essi un target dei talebani. Il topolino partorito dalla montagna della Nato è che ci saranno meno soldati e che non saranno “combat” ma solo addestratori (il nome della missione è Resolute Support). Ma dal punto di vista politico non c'è assolutamente nulla. La Nato e i ministri e governi dei Paesi che compongono l'Alleanza non ne vogliono sapere di ammettere due cose: che dal punto di vista militare la missione ha fallito e che dal punto di vista politico 12 anni di guerra non hanno fatto fare un passo avanti. La Nato vuole continuare a stare in sella da sola, a presidiare - a 5mila chilometri da casa - territori che appartengono a un altro continente. Nel violare la sua stessa carta, la Nato non vuole ammettere che il suo tempo politico è finito in Afghanistan (per me già da tempo senza contare che considero la scelta Nato un peccato originale che andava evitato).
Che fare? Non mi stanco di proporre una soluzione politica allargata che includa le maggiori alleanze regionali (come la Conferenza di Shangai o Sco) e musulmane (la Organizzazione per la Conferenza islamica o Oic e forse anche al Lega araba) che sotto cappello Onu garantiscano forze di interposizione per salvaguardare la transizione. Occorrerebbe un meccanismo più forte del cosiddetto processo di Istanbul guidato dalla Turchia e che dia mandato per una presenza di peacekeepeer internazionali. La Nato ci potrebbe stare, anzi dovrebbe, ma solo come una delle componenti e non certo la “leading”. Ciò la renderebbe digeribile e le farebbe fare un passo avanti politico. Ma ciò si scontra non solo con le resistenze particolari dell'Alleanza, ma coi voleri degli americani e l'inerzia degli europei: con la mancanza di una visione globale di servizio all'Afghanistan e non la mera conservazione di un interesse strategico da nuova edizione del Great Game. Una miopia che riguarda senza mezzi termini anche il mio Paese.
Iscriviti a:
Post (Atom)
