Dal Qatar, dove ha sede l'ufficio politico dei talebani nella capitale Doha,arrivano segnali sempre più importanti. Segnali importanti dai colloqui tra l’inviato degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad e il movime nto con cui si tratta, si negozia, si decide. Tutto bene? Fino a un certo punto: il presidente afgano Ashraf Ghani se n’è uscito ieri a Davos con un nuovo bilancio delle vittime tra le forze di sicurezza del suo Paese. Non lpo ha fatto a caso: che è sembrata una risposta al nodo forse tra i più complessi del possibile processo di pace: chi deve trattare con chi.
Ghani, intervenendo al World Economic Forum, ha snocciolato cifre finora tenute nascoste: 28mila uomini uccisi nel solo 2018 e oltre 45mila da che è presidente (settembre 2014). Ma non si è fermato qui: non solo ha ricordato che le perdite tra gli internazionali ammontano a una settantina, ma ha concluso con una frase non certo sibillina. E cioè che questi numeri indicano “chi davvero sta facendo la guerra”.
Il problema del dialogo interafgano, tra ribelli in turbante nero e governo di Kabul, è uno dei nodi sensibili del negoziato con lo Special Representative del Dipartimento di Stato. Ma intanto alcuni punti forti attorno ai quali prendere una decisione sarebbero emersi e visto che i colloqui non si sono risolti in poche ore ma han preso giorni, la lunghezza della trattativa, dicono a Kabul, non è che un buon segnale. Si tratta su un’agenda di disimpegno graduale delle truppe (gli Usa hanno 14mila soldati, di cui 8.500 inquadrati nei circa 17mila della Nato), sulle garanzie per un’uscita tranquilla dal Paese, sul taglio di ogni rapporto col jihadismo sovranazionale. Il passo successivo dovrebbe essere però una tregua generale e quello ancora dopo dovrebbe finalmente riguardare la possibilità che allo stesso tavolo si siedono solo afgani, non importa quale sia il colore del turbante.
Nei giorni scorsi Khalilzad ha cercato di tenere il punto, ossia che ai colloqui di Doha avrebbe dovuto esserci anche chi rappresenta il governo di Kabul. Ma davanti al muro di gomma dei talebani, il diplomatico ha preferito tirar dritto anche senza Ghani. La cosa non è passata inosservata come prova proprio la reazione del presidente a Davos.
Ma c’è anche un altro segnale importante da parte della guerriglia: la nomina come mediatore di mullah Baradar. Il grande vecchio della vecchia guardia, fondatore con Omar del movimento, arrestato e poi liberato dai pachistani, è considerato una colomba oltre che un uomo forse in grado di ricucire la tante anime del movimento.
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sabato 26 gennaio 2019
domenica 14 ottobre 2018
Via le truppe Usa dall'Afghanistan? Se ne sarebbe parlato a Doha
E' ufficiale: il rappresentante speciale per l'Afghanistan Zalmay Khalilzad ha incontrato a Doha i rappresentanti ufficiali del movimento talebano. Ma cosa si sono detti? Un'indiscrezione di Al Jazeera sostiene che hanno iniziato a prefigurare un possibile negoziato sul ritiro delle truppe americane (quindi Nato) dal Paese. Ma come, dove, quando e in cambio di cosa? La notizia è vera o è solo l'intenzione di una delle tante fazioni del movimento?Ieri il sito dai talebani ha scritto che: "The negotiation team of the Political Office of Islamic Emirate of Afghanistan – comprising the head of the Political Office the respected Al Haj Sher Muhammad Abbas Stanikzai, deputy of Political Office the respected Mawlawi Abdul Salam Hanafi and members of the Political Office Sheikh Shahabuddin Delawar, Qari Deen Muhammad Hanif, Al Haj Muhammad Zahid Ahmadzai and Muhammad Sohail Shaheen – met with the US negotiation team headed the US special representative for Afghanistan, Dr. Zalmay Khalilzad, on 12th October 2018 in Doha where they held a discussion about ending occupation and working towards finding a peaceful resolution to the Afghan conflict. The representatives of the Islamic Emirate identified presence of foreign forces as the greatest obstacle obstructing true peace and solving problems, adding that Afghanistan is an Islamic country and has its own Islamic values and culture. Keeping that in mind, efforts must be made towards a true and intra-Afghan solution. At the end both sides agreed to continue holding meetings in the future".
Per ora è certo solo che c'è stato l'incontro di venerdi a Doha, riportato da diversi media e confermato dai talebani con un comunicato stampa e poi col messaggio sul sito. Ma se Al Jazeera ha ragione, si sarebbe già entrati nel vivo e non solo vagamente accordati per andare avanti con gli incontri in cerca di una soluzione. Gli americani, che hanno ormai accettato colloqui diretti con la guerriglia bypassando Kabul, avrebbero accettato di mettere in agenda il ritiro delle truppe, forse condizionato al controllo sulle basi aeree che sembra essere l'unico vero motivo della permanenza di 14mila soldati. Probabilmente se i talebani accettassero di lasciare agli Usa la base di Bagram e l'utilizzo di altre basi aeree come oggi è previsto da un accordo (il che consentirebbe loro di controllare l'Iran e i territori meridionali dell'ex pianeta sovietico) l'accordo si troverebbe. E la Nato, a cominciare dall'Italia, si accoderebbe.
Per adesso il nostro Paese ha deciso un ritiro di 100 soldati (anziché 200 come aveva già deciso, senza metterlo in pratica, il governo Gentiloni) che è poco ma che è soprattutto poco se la notizia viene praticamente nascosta. Il pallino ce l'ha ora Donald Trump. Anche a nome di Roma
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