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giovedì 3 ottobre 2019

La saga infinita del voto afgano

Bontà sua, l’ingegner Hekmatyar - meglio noto per i suoi trascorsi come il “macellaio di Kabul” - ha fatto sapere ieri che riconoscerà i voti espressi col sistema biometrico nella recente elezione del nuovo presidente afgano. Un sistema ancora imperfetto e testato per la prima volta in Afghanistan dove prosegue il conteggio dei voti che, coll’andar del tempo, ha fatto salire l’affluenza alle urne dai 1,9 milioni iniziali ai 2.595.445 e dunque – su 9,6 milioni di aventi diritto – con una percentuale che dal 20% è passata al 26. Da un quinto dei votanti a un quarto. Sempre poco comunque per una giovane democrazia che tra minacce, violenze ma anche disillusione ha visto andare alle urne meno di tre afgani su dieci. In un suo rapporto da Kabul, l’International Crisis Group sintetizza così i prossimi passaggi: “Non si prevede che i voti preliminari ufficiali vengano resi noti prima di metà ottobre. E anche in questo caso, il conteggio dei voti sarà soggetto a certificazione dopo che gli organi elettorali avranno valutato i reclami in merito al processo. Se il conteggio ufficiale non darà a nessun candidato più del 50% dei voti, sarà richiesto un secondo turno. Improbabile che possa svolgersi fino alla primavera, perché il clima invernale rende troppo difficile l'accesso degli elettori ai seggi elettorali”...

segue su atlanteguerre

sabato 26 gennaio 2019

Si tratta, si negozia, forse si decide

Dal Qatar, dove ha sede l'ufficio politico dei talebani nella capitale Doha,arrivano segnali sempre più importanti. Segnali importanti dai colloqui tra l’inviato degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad e il movime nto con cui si tratta, si negozia, si decide. Tutto bene? Fino a un certo punto:  il presidente afgano Ashraf Ghani se n’è uscito ieri  a Davos con un nuovo bilancio delle vittime tra le forze di sicurezza del suo Paese. Non lpo ha fatto a caso:  che è sembrata una risposta al nodo forse tra i più complessi del possibile processo di pace: chi deve trattare con chi.

Ghani, intervenendo al World Economic Forum, ha snocciolato cifre finora tenute nascoste: 28mila uomini uccisi nel solo 2018 e oltre 45mila da che è presidente (settembre 2014). Ma non si è fermato qui: non solo ha ricordato che le perdite tra gli internazionali ammontano a una settantina, ma ha concluso con una frase non certo sibillina. E cioè che questi numeri indicano “chi davvero sta facendo la guerra”.

Il problema del dialogo interafgano, tra ribelli in turbante nero e governo di Kabul, è uno dei nodi sensibili del negoziato con lo Special Representative del Dipartimento di Stato. Ma intanto alcuni punti forti attorno ai quali prendere una decisione sarebbero emersi e visto che i colloqui non si sono risolti in poche ore ma han preso giorni, la lunghezza della trattativa, dicono a Kabul, non è che un buon segnale. Si tratta su un’agenda di disimpegno graduale delle truppe (gli Usa hanno 14mila soldati, di cui 8.500 inquadrati nei circa 17mila della Nato), sulle garanzie per un’uscita tranquilla dal Paese, sul taglio di ogni rapporto col jihadismo sovranazionale. Il passo successivo dovrebbe essere però una tregua generale e quello ancora dopo dovrebbe finalmente riguardare la possibilità che allo stesso tavolo si siedono solo afgani, non importa quale sia il colore del turbante.

Nei giorni scorsi Khalilzad ha cercato di tenere il punto, ossia che ai colloqui di Doha avrebbe dovuto esserci anche chi rappresenta il governo di Kabul. Ma davanti al muro di gomma dei talebani, il diplomatico ha preferito tirar dritto anche senza Ghani. La cosa non è passata inosservata come prova proprio la reazione del presidente a Davos.

Ma c’è anche un altro segnale importante da parte della guerriglia: la nomina come mediatore di mullah Baradar. Il grande vecchio della vecchia guardia, fondatore con Omar del movimento, arrestato e poi liberato dai pachistani, è considerato una colomba oltre che un uomo forse in grado di ricucire la tante anime del movimento.

domenica 23 ottobre 2016

La pace sempre in salita tra detto e non detto (aggiornato)

A oggi sul sito ufficiale dei talebani non c'è traccia dei colloqui di pace che si sono tenuti in Qatar. Silenzio (*vedi aggiornamento fondo pagina). E silenzio anche da parte pachistana dopo la diffusione di notizie (qui un sunto del Wp)   su un viaggio di tre notabili in Pakistan (mullah Salam Hanifi e mullah Jan Mohammed, già ministri dell'emirato di Omar, con maulvi Shahabuddin Dilawar, ex ambasciatore talebano) per "informare" su quanto avvenuto a Doha.

 Sartaj Aziz dice di non saperne nulla e non si tratta dell'ultimo arrivato: il vecchio ottuagenario della politica estera pachistana - un uomo che ha cavalcato tutte le stagioni - è il consigliere numero uno del primo ministro ed è l'uomo che di solito ha l'ultima parola. Perché nega? Certo se i talebani hanno mandato una missione semi ufficiale in Pakistan il segnale dice che, nonostante Islamabad non fosse presente agli incontri di Doha, si vuole ricucire ed evitare rotture coi pachistani, finora i più stretti alleati dei talebani che hanno comunque esteso la loro rete di relazioni, dal Golfo a Pechino passando per Teheran. Le cose dunque restano confuse eppure qualcosa si muove.

giovedì 20 ottobre 2016

Cronache di Afgania: il ngoziato forse, ma più migranti e disturbi mentali. I talebani e Daesh (aggiornato)

Nonostante l'Afghanistan sia uscito dai riflettori del mainstream qualcosa continua ad accadere nel Paese della guerra infinita con un aumento continuo di vittime civili : i talebani hanno smentito che vi siano stati colloqui di pace col governo ma la notizia, data l'altro ieri dal Guardian, è stata poi confermata da Kabul anche se in forma ufficiosa. Le notizie nella notizia (due incontri a settembre e ottobre a Doha, dove ha sede l'"ambasciata" dell'emirato del movimento guidato da Haibatullah Akhundzada - nella foto a destra tratta da ToloNews) sono anche altre.

A quanto si sa a questi incontri avrebbe partecipato per il governo afgano il National Security Advisor del presidente Ghani,  Mohammad Hanif Atmar e Mohammad Masum Stanekzai, a capo del National Directorate of Security (NDS, i servizi afgani). Per i talebani vi sarebbe stato tra gli altri mullah Abdul Manan Akhund, fratello di mullah Omar e in futuro vi potrebbe partecipare anche Mohammad Yaqoob, il figlio del vecchio leader sostituito da mullah Mansur fatto fuori da un drone americano mesi fa in Pakistan: una mossa che fece fallire un inizio di negoziato sponsorizzato da Islamabad. Infine ci sarebbe stato un diplomatico americano, cosa indirettamente confermata dall'ambasciata a Kabul.*

venerdì 9 ottobre 2015

Afghanistan: un Paese quattro scenari

L'attacco alla città settentrionale di Kunduz non ha solo dimostrato che la guerra in Afghanistan non è finita e che i talebani sono tutt'altro che sconfitti. Acuisce le differenze (e le difficoltà) del governo bicefalo di Kabul. Mettendo in imbarazzo la comunità internazionale

Il fatto che la città di Kunduz sia caduta nelle mani dei talebani alla fine di settembre ha improvvisamente ricalendarizzato l'Afghanistan nella priorità della comunità internazionale che, assorbita dalle vicende mediorientali e nordafricane, aveva ormai considerato il Paese dell'Hindukush un capitolo in sostanza chiuso. In realtà l'attacco dei talebani, il più clamoroso dal punto di vista militare dal 2001, avveniva mentre a New York, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, i Paesi già impegnatisi finanziariamente e militarmente ribadivano l'impegno a non abbandonare il Paese ma si guardavano bene dal riprendere in mano il capitolo militare se non per l'impegno a continuare il finanziamento all'esercito nazionale (Ana) con un sostegno in termini anche di istruttori e consiglieri. La vicenda di Kunduz rimuove ora le acque – specie dopo il raid che ha colpito l'ospedale di Msf - in uno scenario che si può ricondurre ai quattro protagonisti principali e alla loro visione della situazione

Scenario 1/ Kabul
Il primo scenario è quello in cui è immersa la realtà afgana, segnata, oltreché da una guerra interna tutt'altro che conclusasi, da forti tensioni coi vicini (il Pakistan in particolare), da una congiuntura economica in peggioramento e, soprattutto, da una fragilità istituzionale non sanata dalle presidenziali conclusesi - dopo un lungo braccio di ferro - con la nascita di un governo bicefalo (National Unity Government): con un presidente e un capo dell'esecutivo che incarna una sorta di premierato molto sui generis e non previsto dalla Costituzione che ha permesso ad Abdullah Abdullah, il secondo più votato dopo Ashraf Ghani, di poter decidere la scelta di metà dell'esecutivo e di contare su un potere sinora concentrato solamente nelle mani del presidente. Il problema del governo bicefalo non è però solo quello di una spartizione dei poteri ma semmai quello di due visioni della realtà molto diverse che finiscono, in molti casi, per paralizzare almeno in parte l'esecutivo: dalle nomine dei singoli funzionari sino alla logica in cui si deve muovere la politica estera o il processo negoziale con la guerriglia, due elementi su cui Ghani e Abdullah hanno visoni diametralmente opposte. Il primo ha teso la mano ai pachistani e spinge per negoziare col nemico; il secondo è ferocemente anti pachistano, non perde occasione per accusare Islamabad di doppiogiochismo, è molto sospettoso sul negoziato di pace, al momento in fase di stallo totale. Su un unico punto i due primi inter pares hanno avuto una posizione concorde: hanno presentato un piano programmatico per i prossimi anni (governance, economia, sociale) che, agli occhi della comunità internazionale, ha sortito l'effetto di rinsaldare la fiducia piuttosto vacillante nei confronti del nuovo esecutivo.

mercoledì 15 luglio 2015

Mullah Omar: negoziare col nemico si può

Cieco e malato, secondo alcuni già morto,
secondo altri prigioniero dei servizi pachistani.
Mullah Omar, primula rossa dei talebani
afgani continua a però essere la voce
autorevole della guerriglia in turbante
Alla vigilia di Id-al-fitr, la festa dell'interruzione (del digiuno) che si celebra alla fine del mese lunare che conclude la purificazione ottenuta col Ramadan, mullah Omar approfitta del suo rituale messaggio di celebrazione della festività islamica per commentare i colloqui di pace col governo afgano che l'alta autorità talebane ritiene "legittimi". E' dunque il si ufficiale dopo anni di tentativi, mesi di colloqui e, alla fine, qualche giorno fa, un vero e proprio incontro ufficiale in Pakistan. Il passaggio dice:

"In concomitanza con il Jihad armato, sforzi politici e percorsi pacifici per il raggiungimento di questi obiettivi (la liberazione dallo straniero e l'istituzione dell'emirato ndt) sono principi islamici sacri e legittimi e parte integrante della politica del Profeta. Così come il nostro santo capo, l'amato Profeta (pace e benedizioni a lui), è stato attivamente impegnato nella lotta contro gli infedeli sui campi di 'Badr'  (Arabia, nel marzo del 642 ndt) e 'Khyber' (qui il riferimento sembra riportare all'espansione della conquista islamica a Oriente ndt), ha contemporaneamente partecipato ad accordi vantaggiosi per i musulmani, ha tenuto riunioni con gli inviati degli infedeli, ha inviato loro messaggi e delegazioni e, in varie occasioni, ha anche intrapreso la politica del faccia a faccia in colloqui con la controparte infedele. Se guardiamo nei nostri regolamenti religiosi, possiamo trovare che le riunioni e anche l'interazione pacifica con i nemici non sono vietati, ma ciò che è illegale è (semmai)  deviare dai nobili ideali dell'Islam e violare i decreti religiosi" (il neretto è nostro)

giovedì 9 luglio 2015

Pace in Afghanistan? Forse ci siamo. I problemi della guerriglia con Daesh

Il sacro Corano: interpretazioni diverse
e realpolitik
Pace è una parola grossa e forse è rischioso menzionarla in queste ore per l'Afghanistan. Ma l'incontro che si è svolto ieri a Murree in Pakistan è più di una promessa. E' stato il primo incontro ufficiale di un processo negoziale che, non a caso,  inizia in Pakistan. E' il primo passo ufficiale tra il governo di Kabul, che vi ha mandato i responsabili dell'Alto commissariato di pace, e i talebani che si riconoscono nella shura di Quetta di mullah Omar, la fazione più importante dei talebani afgani. Anche un uomo della  Rete Haqqani avrebbe partecipato.  Dall'incontro trapela poco se non i soliti temi di un'agenda trascinatasi per  anni ma che negli ultimi mesi, dal Qatar alla Norvegia, ha visto incontri preliminari informali sfociati adesso in un inizio ufficiale. A dopo il Ramadan il prossimo incontro. Tutti i commenti sono positivi.

C'è intanto da segnalare  la notizia che oggi campeggia un po' su tutti i siti afgani e pachistani e riguarda la morte in Afghanistan di Shahidullah Shahid, ex portavoce dei talebani pachistani (Ttp), espulso nel 2014 proprio per le sue simpatie dichiarate verso il Califfato: era ritenuto uno dei personaggi  più importanti affiliatisi a Daesh. Dire che Shahidullah  sia il capo del progetto califfale in Afghanistan è un po' forzato (in realtà a capo della formazione ci sarebbe stato - dice l'intelligence afgana - Hafiz Saeed, anche lui ucciso da poco), ma la sua morte è un duro colpo per il progetto del Grande Khorasan, regione che il Califfato vorrebbe dotto il suo dominio e che comprenderebbe Afghanistan e  Pakistan. Il fatto che siaa stato ucciso in Afghanistan la dice anche lunga sulle migrazioni del jihadismo locale (era originario del Waziristan).

martedì 23 giugno 2015

Attacco al cuore politico afgano

Si conclude con la morte di otto talebani e quella di due civili l'ennesimo attacco nel cuore di Kabul dove la
Mullah Omar: c'è chi lo vuole
già morto ma i suoi uomini
hanno rivendicato l'attacco di ieri
guerriglia ha scelto ieri mattina come obiettivo il parlamento, luogo simbolo del nuovo Paese che non piace ai fondamentalisti in turbante. I feriti sono una trentina: ci sono donne e bambini colpiti più o meno gravemente e tra questi ce ne sono in fin di vita. Quasi tutti sono stati ricoverati o curati all'ospedale Esteqlal, il secondo nosocomio statale della città che si trova a pochi passi dal parlamento, su viale Darul Aman, dove verso le 10,30 un'auto con un kamikaze a bordo è esplosa forzando l'ingresso mentre stava per iniziare l'assemblea della Camera bassa (Wolesi Jirga) nella quale avrebbe ufficialmente preso servizio il nuovo ministro della Difesa Masoom Stanikzai, da poco nominato dopo un lungo tira e molla. L'attacco è ben preparato e coordinato: di mezzo c'è anche la solita casa in costruzione – visione rituale in una città dove l'edilizia è esplosa – in cui i cecchini entrano per tenere sotto tiro il parlamento. Ma nel parlamento non riescono a entrare: la battaglia si ferma fuori e dura almeno un'ora buona. Il ministro non era ancora arrivato e i parlamentari sono usciti tutti illesi. A far le spese dell'attentato solo civili e auto parcheggiate che bruciano come torce. Mediaticamente l'azione fa colpo ma militarmente è un fallimento per i guerriglieri. La paura invece resta tanta in una città dove da aprile gli attentati si susseguono e che mostra l'aspetto più evidente di una guerra infinita che continua a uccidere.


Il video di Euronews

martedì 10 giugno 2014

Strage a Karachi

A 24 ore dall'ultima strage pachistana avvenuta poco dopo la mezzanotte di domenica all'aeroporto internazionale di Karachi, le vittime sono salite a 29 e i feriti si contano a decine. Ma non è l'unica cattiva notizia che arriva dal Pakistan, anche se la rilevanza dell'obiettivo focalizza l'attenzione sull'attacco armato allo scalo intitolato ad Ali Jinnah, il fondatore del Paese dei puri: altre 24 persone sono state infatti uccise, sempre domenica, in un ristorante a Taftan, città al confine con l'Iran, dove un kamikaze si è fatto esplodere all'interno del locale e altri tre hanno sparato a raffica sui passeggeri di un autobus, aggiungendo nuove vittime alle ripetute stragi consumate ai danni di pellegrini sciiti, minoranza nel Pakistan sunnita oggetto di una vera e propria persecuzione settaria.

Un Paese sbigottito davanti a tanta furia omicida si interroga, per strada o dalle colonne dei giornali, sul senso di un negoziato con gli islamisti radicali del Tehrek-e-Taleban Pakistan (Ttp) iniziato da oltre quattro mesi ma costellato di violenze di cui l'attacco all'aeroporto non sembra certo l'ultimo capitolo. Per gli scettici è anzi la conferma che con i miliziani di Dio non si può trattare. I bombardamenti nelle aree tribali per altro non sono mai cessati: l'ultimo è di stamane nella zona di Khyber. 

La ricostruzione della dinamica è ricca come sempre di notizie a volte molto diverse tra loro, ma quella che appare come la più attendibile racconta di una messa in scena con abiti delle guardie di sicurezza, indossate dai talebani per entrare nell'aeroporto accompagnati da passi falsificati. I terroristi erano una decina e hanno attaccato in due punti allo scopo, come ha poi spiegato un messaggio del Ttp, di distruggere un certo numero di aerei per vendicare la morte del loro capo Hakimullah, ucciso mesi fa da un drone, e per rispondere ai raid aerei e di terra messi a segno dall'esercito del Pakistan nelle ultime settimane. Impadronitosi di due aree, tra cui un vecchia zona dell'aeroporto adibita all'accoglienza dei Vip e a operazioni logistiche per i cargo, il commando avrebbe iniziato a far fuoco cercando di mettere in atto il piano per cui era stato preparato un vero arsenale di bombe. Tre di loro si sono fatti esplodere, gli altri sette sono stati uccisi dalla sicurezza che ha però pagato un prezzo altissimo per isolare (in sei ore) il commando. Quel che è certo, secondo tutti gli osservatori, la polizia e l'intelligence, è che il piano era tanto organizzato quanto complesso e,secondo alcune fonti, sarebbe stato preparato, con l'aiuto di esperti stranieri, addirittura prima dell'inizio del negoziato di pace che risale, tra continui “stop and go”, a fine gennaio.


La rivendicazione talebana arrivata ieri non chiarisce comunque le dinamiche interne alla vasta galassia jihadista. Tanto per cominciare il consiglio (shura) talebano del Nord Waziristan che fa capo ad Hafiz Gul Bahadur (clan waziri dei Madda) ha esteso la tregua col governo di altri venti giorni. E' una fazione “talebana” che non sempre si riconosce nelle scelte del Ttp (ombrello di formazioni locali non del tutto omogenee) e che è più favorevole alla trattativa. Di fatto nel Ttp le faide stanno aumentando: mullah Fazlullah, il capo eletto dopo la morte di Hakimullah, ultimo leader meshud (una tribù molto importante del Waziristan), ha dovuto recentemente affrontare una scissione: un gruppo capitanato da Khan Said Sajna (un meshud) ha accusato Fazlullah di aver tradito la causa ma, a quanto si dice, il dissidio riguarderebbe proprio la strategia nei confronti della trattativa col governo cui Sajna sarebbe più favorevole (il suo gruppo si chiama Tehrek Taleban Sud Waziristan). Ma lo stesso capo meshud ha i suoi guai con un parente, Sheryar Mehsud, con cui proprio recentemente è scoppiata una faida armata. L'effetto delle prese di distanza avrebbe portato Fazlullah (anche noto come mullah Radio per le sue trasmissioni radiofoniche e famoso per la conquista della valle di Swat poi ripresa dal governo) a stingere i ranghi. L'attentato allo scalo potrebbe essere un segnale del fallimento del negoziato ma anche di contraddizioni in seno ai talebani che sembrano produrre una cesura che, a colpi di kalashnikov, potrebbe essersi approfondita proprio con l'inizio del negoziato. 

giovedì 10 aprile 2014

Il giorno dopo la strage al mercato. Islamabad respinge l'ipotesi beluci

Il ministro dell'Interno Nisar.
 E' il fautore della linea dura
Il ministero dell'Interno non crede alla rivendicazione beluci dell'attentato di ieri al mercato di Islamabad. E' l'ultimo aggiornamento su una vicenda nella quale era già salito a 24 ieri sera il numero delle vittime dell'ennesima strage in Pakistan. Oltre cento i feriti Una strage che non ha eguali, nella capitale, dai tempi di quella avvenuta all'Hotel Marriot di Islamabad nel 2008. Ma l'episodio non si può ascrivere alla routine cui le vicende del Paese dei puri ci hanno abituato. La strage di ieri mattina, particolarmente odiosa perché avvenuta in un affollato mercato nella zona di Sabzi Mandi, tra Islamabad e Rawalpindi, avviene infatti mentre è in corso un faticoso negoziato di pace tra il governo e il Ttp, la sigla dei talebani pachistani, entrati in guerra con gli empi governi di Islamabad nel 2007 sulle orme e su ispirazione dei confratelli afgani. E' una guerra civile che esce dai confini delle aree tribali e dilaga nelle altre province e che, in soli sei anni, uccide 50mila persone. Poi, con l'arrivo del premier Nawaz Sharif al governo, la svolta. Seppur faticosamente inizia un negoziato, già prima tentato e più volte fallito. E' la volta buona?

domenica 23 febbraio 2014

Pakistan, l'offensiva continua

In rosso le Federally Administered Tribal Areas:
le sette agenzie Bajaur, Mohmand, Khyber, Orakzai, Kurram,
 Nord Waziristan e Sud Waziristan
L'operazione che prima dell'alba di giovedi 30 febbraio ha colpito i santuari talebani in Pakistan con un bilancio ufficiale (del governo) di 35 guerriglieri uccisi tra cui due importanti comandanti del Tehereek-e-Taleban Pakistan (Ttp), ha dato di fatto luce verde alla guerra con il Tttp e suonato la campana a morte del processo negoziale. Non si è trattato di un mordi e fuggi e  le cose vanno avanti. Stamattina i caccia dell'esercito pachistano avrebbero ucciso 35 sospetti islamisti nella valle di Tirah, nell'agenzia di Khyber (Fata), una delle sette semiautonome realtà amministrative tribali al confine con l'Afghanistan. Ma anche ieri non è stato un giorno qualunque. In scena sono entrati elicotteri con mitraglieri che hanno colpito e ucciso nove militanti nel distretto di  Hangu, nelle zone di Tora Wari e Dar Samand del villaggio di Thal. Hangu non è nelle aree tribali ma quasi al confine con tre delle sette agenzie: Orakazai, Kurram e Wziristan settentrionale. Il bilancio ufficiale dice che gli islamisti uccisi sono finora 79 ma secondo alcune fonti il bilancio è più alto. Decine i feriti.

mercoledì 19 febbraio 2014

Spiragli negoziali: l'incontro segreto di Dubai tra governo e talebani

Il reggente di Dubai (Uae)
lo sceicco Mohammed bib Rashed
Secondo l'Alto consiglio di pace afgano (Hpc, voluto da Karzai per condurre il negoziato di pace coi talebani) non c'è nessuna delegazione partita per Dubai per incontrarsi coi talebani. La smentita di una notizia della Reuters di due giorni fa è di questa mattina (sia da parte dell'Hpc sia da parte talebana) ma di per sé non significa molto. E' comprensibile che si cerchi di calmare possibili clamori per quello che sarebbe il primo storico incontro più o meno ufficiale tra emissari del governo in carica e guerriglia in turbante. Infine nessuna smentita è arrivata per ora dal palazzo presidenziale né la notizia campeggia sulle pagine del sito dei talebani (per altro informaticamente molto lenti). Stiamo a vedere cosa salta fuori alla fine anche se un fatto è certo: qualcosa bolle in pentola.

Secondo un lancio dell'agenzia Reuters del 17 febbraio, una missione dell'Hpc capeggiata da Mohammad Masoom Stanekzai, personaggio importante dell'entourage del presidente, è partita domenica per la capitale del Golfo per incontrare emissari talebani. Non è stata scelta Doha, sede del cosiddetto ufficio politico dei talebani nato sotto gli auspici di Washington e molto osteggiato da Karzai, ma la città considerata il forziere dell'Afghanistan e la capitale prescelta per traffici, negoziati e tutto quanto gira attorno al mondo afgano (è collegata a Kabul da una miriade di voli giornalieri sempre pieni). La notizia della Reuters potrebbe dunque non essere vera o non essere quello l'obiettivo della missione, ma ci sono un paio di tasselli che invece rafforzano l'ipotesi di questo primo passo negoziale.

lunedì 17 febbraio 2014

Il negoziato vacilla e tornano a soffiare venti di guerra

I Frontier Corps del Pakistan sono un'antica branca ausiliaria militare dell'esercito pachistano, creata dai britannici nel 1907 e incaricata del delicato compito di monitorare le frontiere occidentali (oggi Belucistan, Fata e Khyber Pakhtunkhwa) di quello che poi diventare il Paese dei puri e che allora era il confine Ovest del Raj di Sua maestà.

Alcuni militi dei FC sono stati sequestrati dai talebani del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp) nel giugno 2010. La sezione dell'agenzia di  Mohmand del Ttp ha però deciso, per vendicarsi a suo dire delle operazioni militari nella regione, che era il momento di regolare i conti con i prigionieri e ne ha fatti fuori 23. Semplicemente uccisi? No, decapitati, come si fa con gli agnelli. In un panorama segnato da continui attacchi della filiera talebana, il processo di pace appena nato tra governo e Ttp, appare così, se non già defunto, gravemente malato. Il team negoziale governativo ha sospeso i colloqui in agenda e lo stesso team protalebano (alcuni mullah e teologi vicini al movimento) si sono detti in difficoltà proprio per via di un accanimento che, anziché mollare la presa in vista del negoziato, sembra semmai aver alzato i toni e l'ampiezza dello scontro. Cosa succederà adesso?

martedì 11 febbraio 2014

Ttp/governo, sangue sul negoziato

In verde la provincia di Khyber Pakhtunkhwa.
 In blu le Federally Administered Tribal Areas,
 regione  che gode di una larga autonomia.
E' anche  la zona più povera e arretrata del Paese 
 Mentre un uomo ieri si è fatto esplodere a Peshawar, capitale della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, uccidendo quattro donne, sabato, nella provincia meridionale del Belucistan (entrambe al confine con l'Afghanistan), veniva appiccato fuco al luogo sacro dedicato a un poeta sufi, Mast Twakali. E' un personaggio la cui memoria, che travalica i confini del Pakistan, viene onorata quotidianamente con pellegrinaggi che non piacciono ai puristi di scuola deobandi che vorrebbero il Pakistan governato dalla sharia e dal Corano al posto della Costituzione. Il giorno dopo, a Karachi, capitale del Sindh, alcune granate sono state lanciate contro un assembramento di sufi. Poi è stato aperto il fuoco: otto morti e altrettanti feriti. Il sufismo non è una dottrina o una corrente settaria dell'Islam ma la sua forma spirituale mistica per eccellenza. Un vero antidoto al settarsimo radicale e infatti, secondo i puristi del Teheerk-e Taleban Pakistan (Ttp), è una deviazione che va punita. Con la morte


Non sono gli unici episodi di violenza (tre insegnanti sono state uccise ieri nel distretto di Hangu) che delineano la complessità del quadro in cui si stanno svolgendo i primi colloqui di pace tra governo e talebani pachistani. Dopo una prima riunione per stendere i punti essenziali dell'agenda negoziale, i due team (uno di quattro per il governo, l'altro di tre autorizzato dal Ttp) si rivedranno oggi quando forse i colloqui entreranno nel vivo. Ma chi ha voluto vedere una conferma dei primi frutti positivi del dialogo nei recenti successi della campagna anti polio (500mila bambini vaccinati nel Khyber Pakhtunkhwa), proprio ieri nella stessa provincia un team sanitario è stato preso di mira molto probabilmente da qualche zelota che segue le fatwa emesse dal Ttp contro le vaccinazioni.

venerdì 7 febbraio 2014

ISLAMABAD TTP, COMINCIA IL GREAT GAME

Accordo o braccio di ferro? Concluso ieri il primo incontro
tra emissari del Ttp e incaricati del governo di Islamabad
Quel che sapevamo sino a ieri sera, quando dopo 4 ore di colloqui si è concluso il primo round negoziale tra la delegazione formata dal governo di Islamabad e quella autorizzata dal Tehereek-e-Taleban Pakistan, non era molto di più che l'affermazione di un primo piccolo ma significativo successo: i due team si erano incontrati nella Khyber Pakhtunkhwa House della capitale, nella zona Est a ridosso del quartiere diplomatico, e non si erano scontrati subito mandando all'aria il tavolo. Ma oggi, stando alle indiscrezioni delDawn, sappiamo anche che i negoziatori del ttp sarebbero stati autorizzati – il condizionale è d'obbligo, come si usa dire – a discutere di un possibile cessate il fuoco. Condizionale messo subito in discussione da una serie di distinguo dei negoziatori pro talebani, prima ancora del cessate il fuoco, sul dialogo stesso. Ma anche questo può fra parte del gioco.


Conclusasi con una conferenza stampa senza domande, la maratona di ieri sembrava non esser stata molto di più di un primo fruttuoso scambio di convenevoli. La parte governativa aveva ribadito che i colloqui si sarebbero svolti nel quadro della Costituzione pachistana e la parte in rappresentanza dei talebani (la formazione dei team si può leggere qui) aveva manifestato l'intenzione di incontrare sia Nawaz Sharif sia altri importanti personaggi dell'establishment, come il capo dell'esercito dell'Isi, i servizi segreti del Paese. Il governo sarebbe propenso ad accettare.