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domenica 14 ottobre 2018

Via le truppe Usa dall'Afghanistan? Se ne sarebbe parlato a Doha

E' ufficiale: il rappresentante speciale per l'Afghanistan Zalmay Khalilzad ha incontrato a Doha i rappresentanti ufficiali del movimento talebano. Ma cosa si sono detti? Un'indiscrezione di Al Jazeera sostiene che hanno iniziato a prefigurare un possibile negoziato sul ritiro delle truppe americane (quindi Nato) dal Paese. Ma come, dove, quando e in cambio di cosa? La notizia è vera o è solo l'intenzione di una delle tante fazioni del movimento?

Ieri il sito dai talebani ha scritto che: "The negotiation team of the Political Office of Islamic Emirate of Afghanistan – comprising the head of the Political Office the respected Al Haj Sher Muhammad Abbas Stanikzai, deputy of Political Office the respected Mawlawi Abdul Salam Hanafi and members of the Political Office Sheikh Shahabuddin Delawar, Qari Deen Muhammad Hanif, Al Haj Muhammad Zahid Ahmadzai and Muhammad Sohail Shaheen – met with the US negotiation team headed the US special representative for Afghanistan, Dr. Zalmay Khalilzad, on 12th October 2018 in Doha where they held a discussion about ending occupation and working towards finding a peaceful resolution to the Afghan conflict. The representatives of the Islamic Emirate identified presence of foreign forces as the greatest obstacle obstructing true peace and solving problems, adding that Afghanistan is an Islamic country and has its own Islamic values and culture. Keeping that in mind, efforts must be made towards a true and intra-Afghan solution. At the end both sides agreed to continue holding meetings in the future".

Per ora è certo solo che c'è stato  l'incontro di venerdi a Doha, riportato da diversi media e confermato dai talebani con un comunicato stampa e poi col messaggio sul sito. Ma se Al Jazeera ha ragione, si sarebbe già entrati nel vivo e non solo vagamente accordati per andare avanti con gli incontri in cerca di una soluzione. Gli americani, che hanno ormai accettato colloqui diretti con la guerriglia bypassando Kabul, avrebbero accettato di mettere in agenda il ritiro delle truppe, forse condizionato al controllo sulle basi aeree che sembra essere l'unico vero motivo della permanenza di 14mila soldati. Probabilmente se i talebani accettassero di lasciare agli Usa la base di Bagram e l'utilizzo di altre basi aeree come oggi è previsto da un accordo (il che consentirebbe loro di controllare l'Iran e i territori meridionali dell'ex pianeta sovietico) l'accordo si troverebbe. E la Nato, a cominciare dall'Italia, si accoderebbe.

Per adesso il nostro Paese ha deciso un ritiro di 100 soldati  (anziché 200 come aveva già deciso, senza metterlo in pratica, il governo Gentiloni) che è poco ma che è soprattutto poco se la notizia viene praticamente nascosta. Il pallino ce l'ha ora Donald Trump. Anche a nome di Roma

mercoledì 22 agosto 2018

Bombe e confusione a Kabul nel giorno di Eid

Figlia della grande confusione politica che regna sotto il cielo afgano, la guerra infinita si è arricchita ieri - nel giorno della celebrazione di Eid al-Adha, il sacrificio di Abramo - di un nuovo capitolo. E mentre Ashraf Ghani stava mandando al popolino il suo messaggio di “Eid Mubarak” - a due giorni dalla richiesta del presidente afgano di una nuova tregua - i miliziani dello Stato islamico hanno lanciato razzi sul palazzo presidenziale e sulla “zona verde” delle ambasciate. Arrivati in città con un paio di furgoncini si sono nascosti nell’area vicina alla grande moschea di Eidgah e hanno iniziato a sparare: una trentina di razzi, che hanno colpit la zona del palazzo e quella dove si trova il quartier generale Nato, l’ambasciata americana (e la nostra). Poi hanno ingaggiato una battaglia durata tre ore che ha visto intervenire anche gli elicotteri da combattimento dell’esercito afgano a pochi giorni dall’ennesima prova di forza nella città di Ghazni: un attacco della guerriglia talebana durato cinque giorni. Quattro dei nove miliziani sono stati uccisi. Sei i feriti. In altre zone del Paese invece la festa e la preghiera non hanno registrato incidenti.

In attesa di avere un bilancio più preciso (come insegna la battaglia di Ghazni che dalle venti vittime
Ashraf Ghani: in cerca
di una tregua 
civili iniziali ha visto salire il bilancio a 200-250 di cui molti uccisi dal fuoco amico dei raid statunitensi) qualche considerazione va fatta. Quando lunedi Ghani ha lanciato l’idea di una nuova tregua che, a partire dalla vigilia di Eid, avrebbe dovuto estendersi sino al 21 novembre (capodanno del Profeta) e quindi coprire il periodo elettorale, non molti avevano scommesso sull’adesione dei talebani anche se alcune fonti la davano per possibile. L’idea del presidente è piuttosto sembrato l’atto di chi conta forse su un movimento guerrigliero disomogeneo da cui è lecito aspettarsi di tutto. Forse anche una spaccatura. Ma la decisione unilaterale, condizionata all’adesione talebana, si è rivelata alla fine una dimostrazione di debolezza: i talebani non hanno risposto, a pochi giorni dalla prova di forza di Ghazni dove hanno tenuto in scacco la città quasi una settimana. I razzi di Daesh sono stati la cigliegina sulla torta e la tregua di Eid el-Fitr di metà giugno scorso, durata tre giorni e figlia della pressione popolare pacifista che si va allargando nell’intero Paese, è rimasta una goccia nel mare quando gli americani – a sorpresa – han fatto sapere di essere pronti a colloqui diretti coi talebani.

Concordata o meno con Ghani, la mossa ha per forza spiazzato il governo di Kabul che ha sempre fatto dei negoziati interafgani un punto fermo. Gli americani han sparigliato le carte senza però prendere una posizione ufficiale chiara: con contatti più o meno segreti e aprendo un canale che non contempla la presenza del governo di Kabul né di rappresentanti pachistani. Con quale effetto? Quello di aumentare la confusione.

Lo si capisce dal messaggio per Eid al-Adha che mullah Akhundzada, il capo della shura di Quetta, ha appena scritto: “... Eid-ul-Adha si avvicina mentre il nostro jihad contro l'occupazione americana è alle soglie della vittoria grazie ad Allah… gli invasori infedeli hanno perso ogni volontà di combattere, la loro strategia è fallita… gli arroganti generali americani sono stati costretti a piegarsi...”. I talebani hanno in effetti appena ridicolizzato i militari stellestrisce, che si eran detti sicuri che la guerriglia non sarebbe più entrata nelle città. Inoltre, vorrebbero negoziare ma continuano i raid, come è successo a Ghazni, con case distrutte e famiglie decimate come denunciato dai residenti.

Se mai i talebani volessero aderire a una tregua, possono ora farlo da una posizione di forza anche se la prudenza è d’obbligo. La guerriglia non ha infatti alcun interesse a creare condizioni pacifiche per le elezioni di ottobre che si svolgeranno in questo quadro confuso e violento che già ha caratterizzato l’iscrizione alle liste elettorali. Lo stesso quadro con cui Kabul andrà a Ginevra in settembre per stabilire le priorità che la  comunità internazionale dovrà in seguto finanziare. Con documenti, dice una fonte locale, che contengono esattamente gli stessi problemi del 2001. Gli stessi di... diciotto anni fa

Articolo uscito oggi su il manifesto

martedì 14 agosto 2018

La battaglia di Ghazni

Con un bilancio di vittime che ha ormai superato quota 300 e mentre sono in arrivo altri 1000 soldati di rinforzo, la battaglia della città di Ghazni – nell’Afghanistan centrorienttale – entra oggi nel suo quinto giorno di guerra. I talebani, dicono gli ultimi aggiornamenti, sarebbero in ritirata. Sin da sabato le notizie su quella che appare come l’ennesima prove di forza delle milizie talebane, sono state confuse e intermittenti, con voci e rumori sulla situazione poco rassicuranti e con rassicurazioni governative che, dopo i toni trionfalistici dei primi due giorni, sembrano adesso più caute e realistiche. Con l’ammissione da parte del governo di essere stato colto di sorpresa.

venerdì 5 giugno 2015

Oslo, Dubai: il negoziato tra talebani e governo fa un altro passo

Fawzia Kofi
Un incontro informale che si è tenuto  in Norvegia - che ambe le parti si sono affrettate a definire solo un passo senza il crisma dell'ufficialità del negoziato - e la compilazione di un'agenda per un nuovo round di colloqui a Dubai nei prossimi giorni. Sono le due novità del difficile cammino del negoziato di pace tra Kabul e talebani che fanno però ben sperare nonostante le notizie dal fronte della guerra siano sempre più calde. All'incontro di Oslo ha partecipato una delegazione della guerriglia e alcuni membri del parlamento (tra cui due donne, le parlamentari Shukria Barakzai e Fawzia Kofi, già portavoce dell'Assemblea), entrambe assai note anche in Italia. Molto di più non si sa né molti altro si sa dell'incontro di Dubai se non che dovrebbe svolgersi questa domenica e che dovrebbe servire a delineare i punti dell'agenda di un prossimo colloquio ben più sostanzioso di quello di Oslo (anche in questo caso con la mediazione di Pugwash). Per ora dunque  solo degli scambi di vedute e una traccia sulla quale confrontarsi. Ma non è poco. I talebani hanno confermato l'incontro di Oslo non ancora quello di Dubai.

venerdì 27 marzo 2015

La guerra nel giardino di casa: prima ti bastono poi (semmai) parliamo

Infografica di Al Jazeera: anche
 la tv del Qatar  in queste ore è
 un pezzo di propaganda probellica
L'attacco deciso dall'Arabia saudita - cui partecipano i Paesi del Golfo con l'appoggio giordano, egiziano, marocchino e pachistano con l'avallo di Stati uniti e Gran Bretagna, costituisce un pericolosissimo precedente. Non che sia la prima volta che un Paese decide di intervenire nel giardino di casa (gli Usa a Panama ad esempio nel 1989 ) ma è forse la prima volta che, in tempi rapidissimi, una coalizione di volenterosi si mette assieme e manda cento caccia a bombardare senza nemmeno tentare né un passaggio negoziale, né il coinvolgimento – almeno di facciata – delle Nazioni unite. Avallo delle grandi potenze da una parte, silenzio degli altri grandi attori dall'altro (con l'esclusione di Cina e Russia e ovviamente dell'Iran) sono il corollario perfetto che ammette le soluzioni di fatto nelle aree di rispetto delle proprie zone di interesse. Da lì alla guerra permanente e diffusa in cui ciascuno decide il destino della sua aerea di influenza con le armi grazie al silenzio assenso degli alleati, il passo è così breve che è forse già stato fatto. Se almeno prima c'era una sorta di passaggio negoziale che teneva conto almeno simbolicamente del parere altrui, adesso va bene così. Certo, Israele ha fatto altrettanto a Gaza, ma lo Yemen, a differenza di Gaza, è uno Stato sovrano riconosciuto a livello internazionale. Dal punto di vista del diritto (da quello umano è la stesa cosa), siamo di fronte a un passaggio radicale più preoccupante, del resto già avvenuto nel 2009 quando Riad attaccò il Bahrein nel silenzio assenso generale. 

martedì 20 maggio 2014

Faida nel Ttp blocca in Pakistan il processo di pace

Una rara immagine di Fazlullah
Comanda davvero lui i talebani pachistani?
Sulla carta mullah Fazlullah è il capo dei talebani pachistani, eletto dalla shura del Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp) dopo la morte (per drone nel novembre scorso) di Hakimullah Mehsud, l'uomo che ha rappresentato negli anni la continuità del comando nel gruppo e la supremazia della tribù dei meshud – luogo di nascita del Ttp - originaria del Waziristan del Sud. Ma oggi il disomogeneo pianeta del Ttp è in movimento e tutt'altro che unito.

 Dopo che in febbraio le stesso Fazlullah aveva dato via libera al negoziato tra Ttp e governo, i conciliaboli sono andati avanti a strappi anche perché diversi sottogruppi e comandanti locali, o altre formazioni della galassia jihadista, si sono opposte ai colloqui e non hanno rispettato la tregua decisa dal vertice del Ttp.

lunedì 10 febbraio 2014

Ttp vs Islamabad: 15 punti per cercare l'accordo

Dovrebbero riprendere domani i colloqui tra il quartetto autorizzato dal governo di Islamabad e la delegazione che ha la luce verde dal Tehreek-e-Taleban, i talebani del Pakistan. La stampa locale ha pubblicato ieri una sorta di manifesto in 15 punti che la shura talebana del Ttp ha messo a punto e consegnato ai negoziatori (la conformazione del team subisce continui cambiamenti). Alcuni dei facilitatori del team che fa capo al Ttp, tutti islamisti di razza, si sono infatti recati nel Waziristan dove sabato sono stati ricevuti da sheikh Khalid Haqqani, il vice del capo del Ttp, mullah Fazlullah, che si troverebbe in Afghanistan.

Ecco i punti dell'accordo che il Ttp vuole mettere in agenda:

• La fine degli attacchi con aerei senza pilota

• L'introduzione della sharia nei tribunali

• L'introduzione del sistema islamico di istruzione nelle istituzioni educative pubbliche e private

• La liberazione dei talebani (pachistani e stranieri) in carcere

• Ricostruzione e compensazioni per danni alle cose durante gli attacchi dei droni

• La consegnare del controllo delle aree tribali (Fata) alle forze locali

• Il ritiro dell'esercito dalle Fata e la chiusra dei check point

• La rimozione delle accuse ai detenuti talebani

• Rilascio congiunto dei prigionieri

• Pari diritti per tutti

• Posti di lavoro alle famiglie delle vittime dei droni

• Fine del sistema bancario basato sull'interesse

• Fine del sostegno agli Stati Uniti sulla guerra al terrore

• Sostituire il sistema attuale di governo con un sistema islamico

• Rompere tutti i rapporti con gli Washington

mercoledì 5 febbraio 2014

DI MALE IN PEGGIO, NUOVE NUBI SUL DIALOGO ISLAMABAD - TTP

Sembrano andare di male in peggio i negoziati tra il governo pachistano e gli emissari del Ttp (personaggi non direttamente legati alla guerriglia talebana ma simpatizzanti di una riforma islamista del Paese) che ancora non sono iniziati e che, per ora, sono soltanto in agenda. Per domani o venerdi, dopo che il primo incontro, fissato per ieri, è saltato.

Secondo i negoziatori che parlano a nome del Tehreek-e-Taleban Pakistan - riferisce il Dawn-  ci sono due punti non discutibili: la sharia come legge nazionale e l'uscita di scena dei militari stranieri dall'Afghanistan. Maulana Sami ul-Haq,  capo negoziatore noto col nomignolo di “Padre dei talebani” - considerato l'ispiratore del movimento in Pakistan e un ammiratore di quello diretto da mullah Omar in Afghanistan - ha detto che non ci può essere pace nella regione con gli americani oltre confine, mentre il Maulana Abdul Aziz, già a capo della gestione della Lal Masjid di Islamabad, ha detto che è fuori discussione l'imposizione della sharia nel Paese. 

venerdì 6 dicembre 2013

LETTURE CONSIGLIATE: L'IRAN DI ARCHIVIO DISARMO

Tra le pubblicazioni di Archivio Disarmo (l'istituto di ricerca fondato da Luigi Anderlini  che studia i problemi del controllo degli armamenti, della pace e della sicurezza internazionale) è uscito da poco L’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano del 24 novembre 2013 di Roberta Daveri, una ricercatrice che fa il punto sul negoziato, sul dietro le quinte dell'accordo esui suoi fautori e detrattori, fuori e dentro i Paesi che l'anno siglato.


L'abstract:
Al termine di due mesi di intenso negoziato, nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2013, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (P5 +1) hanno siglato con l’Iran il primo elemento di un accordo quadro in grado di portare nel corso dei prossimi sei mesi alla negoziazione di un “accordo complessivo” sul tema del nucleare. In cambio, il gruppo P5 +1 hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro Teheran. L’accordo siglato a Ginevra può giustamente essere visto come prodromico a una fase di “limbo” in cui l’Iran e gli Stati Uniti valuteranno l’affidabilità delle intenzioni e delle azioni della controparte. Tutto ciò allo scopo di individuare concretamente i termini e le modalità di una graduale ripresa delle relazioni per la normalizzazione dei rapporti diplomatici. Nell’entusiasmo generale, tuttavia, non mancano già gli ostacoli causati dalla presenza di diversi interessi in gioco.


(in inglese)
After two months of intense negotiation, during the night between 23 and 24 November 2013, the five permanent members of the UN Security Council plus Germany (P5 +1) have signed with Iran the first element of a framework agreement that can lead, in the next six months, to parley a comprehensive agreement about the Iranian nuclear issue. In return, the P5 +1 have decided to remove part of the sanctions against Teheran. This ultimate agreement signed in Geneva, moreover, can rightly be seen as forerunner to a limbo phase in which Iran and the United States will assess each other the reliability of their intentions and actions, in order to identify concretely terms and conditions for a gradual resumption of diplomatic relations. In the general enthusiasm for this first result, however, there are already obstacles caused by the existence of different interests at stake.

domenica 10 marzo 2013

KARZAI A MUSO DURO2

I talebani negoziano con americani ed europei in Qatar senza gli afgani. Parola di Hamid Karzai che oggi ne ha avute per tutti. Per Washington, mentre il capo del Pentagono Chuck Hagel è in visita ufficiale a Kabul, e per i talebani, accusati di favorire la presenza straniera con gli attentati che anche ieri hanno ucciso: 9 civili a Kabul e otto a Khost. Gli americani e i talebani smentiscono ma certo l'uscita del presidente, che da qualche mese a questa parte sta alzando i toni, è l'ennesimo strappo con gli Usa. Karzai vuole che le forze speciali americane lascino la provincia di Wardak, dove avrebbero commesso stragi, vuole che tutti i detenuto sotto tutela Usa passino sotto giurisdizione afgana e infine fa il muso duro sulle basi. Trattativa? Ricerca del consenso? Abile negoziato? E a favore di chi? Il gioco si fa duro nel suo ultimo spicchio di governo del Paese prima delle elezioni presidenziali del 2014.

lunedì 28 gennaio 2013

AFGHANISTAN/NEGOZIATI, EPPUR SI MUOVE

Sul fronte negoziale tra talebani e governo le notizie non sono molte ma qualcosa c'è. Secondo il Gulf Times ripreso da ToloNews, una serie di personaggi di primo piano della guerriglia in turbante sono arrivati a Doha in vista dell'apertura del famoso “ufficio” politico dei talebani in Qatar. Se ne parla da mesi (si veda questo articolo del Nyt del gennaio scorso) e pare che la cosa adesso si stia per fare. Finora il processo sembrava arenato, ora sembra riavviato. Forse i colloqui di Parigi sono serviti a qualcosa o qualcosa si muove con gli americani (assai meno sembra con l'Alto consiglio di pace del governo che continua ad aprire ma che i talebani non prendono molto sul serio).

A proposito dei colloqui di Parigi val la pena di segnalare l'analisi The outcomes of the ‘Taliban/Paris Meeting on Afghanistan’ scritta dalla giornalista pachistana Saba Imtiaz per l'Al Jazeera Centre for Studies (è un breve report di 7 pagine). Infine sul fronte Hekmatyar è da segnalare l'intervista a una rete televisiva afgana (citata da Pajhwok) nella quale il vecchio signore della guerra fissa due regole per partecipare alle elezioni presidenziali (avance già fatta qualche tempo fa) alle quali l'Hezb andrebbe con un suo candidato: elezioni trasparenti e uscita di scena degli stranieri dall'Afghanistan. Hekmatyar ha anche aggiunto che esclude qualsiasi negoziato col governo di Karzai se questo dovesse garantire l'immunità alle truppe statunitensi dopo il 2014, il nodo più grosso da risolvere tra Washington e Kabul (detto fra noi se secondo lui le truppe se ne devono essere già ndate cade anche l'immunità).

martedì 17 aprile 2012

PASTICCIACCIO TALEBANO

Si può chiamare “offensiva di primavera” questa ennesima battaglia nella capitale e in altre zone del Paese. Ma vista da vicino, ha solo l'immagine devastante del sangue che sembra segnare come una cifra indelebile le pagine degli ultimi trent'anni di storia afgana. La distanza che separa la nostra residenza dalla realtà, dall'area cioè dove si è svolta l'azione più eclatante e dove sono entrati in scena gli elicotteri in una zona illuminata a giorno dai riflettori nell'alba ancora acerba di ieri, è la stessa che si registra nelle ipotesi. Più ti avvicini alla rotonda tra Wazir Akbar Khan e Sharenaw, quando ormai la battaglia è finita, e più ti rendi conto di quanto approssimativo era il primo resoconto, basato su testimonianze imperfette, sulle immagini discontinue della tv, sulla mappa anch'essa discontinua di una città che è come una fungaia: basta un'acquazzone e nasce un palazzo.

Allo stesso modo più ti avvicini alla ragioni che dovrebbero comporre un'analisi dignitosa per tradurre quanto succede, più ti rendi conto che si basa su fonti imperfette e sulla potenza della propaganda: della Nato, del governo, della guerriglia, dei vari servizi segreti. Che le immagini, chiare nella tua stanza d'albergo, si confondono appena esci per sentire un'altra campana.

Così anche andare sul luogo del delitto aiuta sino a un certo punto. Capisci in effetti la dinamica, ma ti chiedi se è vero che gli afgani, come si dice qui, han fatto tutto da soli. Se è vero che tra i terroristi c'erano dei pachistani, se hanno in effetti usato i burqa per coprirsi la faccia...
Il quadro politico è confuso come le ragioni di una strategia che pur qualche mira deve avere ma che, nel caso specifico, ha segnato punti solo per la squadra di Karzai. La tattica della casa in costruzione ormai è consolidata e permette di armare un mini esercito con bracciate di Rpg nascosti nei sacchi di sabbia e di cemento. Ma per fare cosa? I commando sono composti da “martiri” che non molleranno fino alla fine, il che dà la possibilità alle forze di sicurezza di uccidere senza farsi problemi. La gente plaude contenta: “lo meritano quei bastardi”. E nessuno nasconde l'orgoglio che siano stati solo afgani a fare pulizia. Si, una dozzina di shahid tiene in scacco la città per 18 ore, ma tutti sanno ormai che non si spiana subito l'edificio solo per evitare vittime civili: che si aspetta che salgano ai piani alti per smitragliare con gli elicotteri. Sale il consenso verso la polizia, diminuisce per i talebani. Perché allora?

Le tesi più accreditate sono due: la prima dice che è un modo di mullah Omar per alzare il prezzo, per condizionare il negoziato sotto traccia malamente gestito dagli americani. Per “farsi sentire”, come recita il mantra più gettonato. La seconda, più approfondita ma anche quella favorita dagli afgani e soprattutto dall'intelligence locale, è che sia opera degli Haqqani, fazione radicale più vicina all'Isi, i servizi segreti del Pakistan, oltreché ad Al Qaeda, da cui (contrariamente a Omar) gli Haqqani, una vecchia famiglia di mujaheddin fondamentalisti e fiolopachistani, non ha mai preso le distanze. Sarebbe insomma il modo per Islamabad di mettere i piedi nel piatto di un negoziato che ha escluso il Pakistan e che Omar si gestirebbe in autonomia con gli inviati di Washington. Ma c'è anche una terza tesi non priva di seduzione.

E' quella della concorrenza tra i tre gruppi principali in cui è divisa la resistenza a Karzai: con Omar stanno i talebani doc, nazionalisti e fondamentalisti ma non jihadisti, né per il trionfo della rivoluzione qaedista. E' il gruppo dove alligna un dibattito interno anche duro tra “modernisti” (se si può passare il termine) e tradizionalisti, comunque orientati a trattare, ancorché da una posizione di forza: quindi pronti a rivendicare come “talebana” ogni azione d'avanguardia. Poi ci sono appunto gli Haqqani ma che se la devono vedere con la supremazia della shura di Quetta (il consiglio diretto da Omar) e soprattutto con la rete di Gulbuddin Hekmatyar, uomo militarmente potente, in grado anche di influenzare il parlamento e il più consapevole di come funziona la macchina del potere a Kabul.

Ora, la shura di Omar tratta con Washington direttamente e Gulbuddin ha mandato una delegazione a Kabul. Gli Haqqani, bestia nera, sembran tagliati fuori ma forse fan comodo anche gli altri due gruppi. Questa “concorrenza” funzionale (una volta si sarebbe detto “convergenze parallele”) non sarebbe comunque una lettura tagliata col coltello. I vasi sarebbero pur sempre comunicanti e, in quanto tali, confusi. Nel rompicapo afgano è forse l'ipotesi più politica e la più convincente: una geometria variabile dove l'interesse di fazione è, ma non sempre, subordinato a un obiettivo comune. Cacciare gli stranieri e mettere in difficoltà Karzai. Poi si vedrà.

lunedì 21 marzo 2011

AFGHANISTAN, NEGOZIATO SOTTO TRACCIA

Nonostante le vicende afgane siano state inevitabilmente oscurate dal nuovo scenario imposto dal Nordafrica e dalle rivoluzioni nel mondo arabo musulmano, qualcosa si fa strada nell'intricata matassa della guerra infinita. Presto per dire se si tratta dell'ennesimo ballon d'essai per spingere anche i più riottosi verso un negoziato che si profila inevitabile o effettivamente di una svolta reale. Qualcosa però si sta muovendo.

Le danze le ha aperte a fine febbraio il New Yorker con un articolo di Steve Coll, un giornalista che ha vinto il Pulitzer e dunque non proprio solo un cronista d'assalto. Secondo Coll, che riferiva di quanto gli hanno detto alcuni funzionari dell'Amministrazione americana, alcuni inviati statunitensi sono entrati in contatto diretto con i talebani avviando un primo segreto contatto con la guerriglia. La Casa bianca non ha smentito, limitandosi a ricordare i paletti che gli americani hanno sempre messo davanti a qualsiasi negoziato (riconoscimento della Costituzione afgana e abbandono della lotta armata e dei legami con Al Qaeda), ma sottolineando che proprio Richard Holbrooke era sceso a patti col diavolo – Slobodan Milosevic – col risultato di fermare la guerra. In febbraio i paletti sono stati reiterati dalla signora Clinton ma la chiusura totale a un confronto diretto coi talebani sembra essersi dissolta. I paletti restano ma la porta rimane aperta.

Se a Coll sia stata raccontata la verità o un pio desiderio non sappiamo dire. Certo l'atteggiamento è cambiato così come sembra essersi ammorbidito quello assai muscolare di David Petraeus, il generale tutt'ora in comando alle forze alleate della coalizione che fa capo alla Nato. Nell'ammettere davanti al Congresso, qualche giorno fa, che nonostante “significativi progressi” la situazione resta “fragile e reversibile”, il marmoreo comandante americano sembra aver aperto lui pure uno spiraglio. Anche perché alcuni elementi lo consentono e altri lo consigliano.

Sul piano militare la Nato non ha in realtà fatto progressi sostanziali ma è pur vero che anche la marea montante talebana sembra aver subito una battuta d'arresto. L'aumento consistente di azioni terroristiche a danno di civili (come a Kunduz e a Jalalabad alcuni giorni fa dove kamikaze hanno ucciso quasi cento cittadini inermi) e la crescita degli attacchi con Ied (bombe sporche poste al ciglio delle strade), anch'esse con un bilancio enorme di civili uccisi, segnala due elementi: il primo è che il ricorso massiccio ai kamikaze e agli Ied evidenzia una tattica militare che cerca di evitare lo scontro in campo aperto ed è dunque segnale di debolezza. Il secondo è che l'aumento consistente di civili uccisi sta creando una danno ai talebani così elevato che nei ranghi della guerriglia in turbante si sarebbe aperto un vero e proprio processo alle frange che utilizzano sistemi il cui costo sociale è enorme e la cui ricaduta sul consenso alla guerriglia è del tutto negativa.

Benché i talebani abbiano contestato le cifre fornite dall'Onu e dalla Commissione nazionale afgana per i diritti umani, secondo cui la guerriglia sarebbe responsabile del 75% delle morti di civili nel 2010, l'aumento della responsabilità talebana nelle uccisioni di donne, uomini e bambini innocenti comincia a pesare sulla strategia di lungo termine soprattutto della shura di Quetta. Secondo l'Afghanistan Analysts Network (Aan), un autorevole think tank afgano che ha condotto un inchiesta sul codice di comportamento talebano, le recenti stragi di civili a Kunduz, Jalalabad e in altre zone del Paese hanno aperto un vero e proprio contenzioso tra il vertice e alcuni comandanti che, secondo un portavoce talebano, verranno punti se ritenuti colpevoli di aver violato i comandamenti emessi da mullah Omar nel 2009 sul rispetto e la protezione dei civili. E' noto infine che la distanza tra la shura di Quetta – che fa riferimento diretto alle decisioni del mullah Omar – e la filiera della famiglia Haqqani, che controlla parte del settore orientale al confine col Pakistan, sta notevolmente aumentando, figlia di un contenzioso antico di almeno cinque anni sul modo di condurre la guerra agli stranieri: azioni d'avanguardia kamikaze contro la più tradizionale teoria della lenta ma inesorabile conquista territoriale. Lo stesso si può dire dei rapporti con Gulbuddin Hekmatyar, leader del “terzo fronte” guerrigliero e in grado cdi controllare, almeno in parte, proprio la zona di Kunduz. Il primo vero segnale è di sei mesi fa quando, agli inizi di agosto, sei cittadini americani, un britannico, un tedesco e due afgani afgani appartenenti a una organizzazione non governativa cristiana vennero trucidati brutalmente tra il Nuristan e il Badakshan. Dopo la rituale rivendicazione talebana, una caparbia analista di Aan aveva deciso di andare a fondo. E dopo essere entrata in contatto con un portavoce talebano le era stato detto che la shura di Quetta aveva condannato l'episodio: che stava anzi cercandone i responsabili e che, una volta trovati, sarebbero stati puniti. L'ipotesi che circolò allora era quella di di gruppi salafiti infiltrati nel Badakshan e nel Nuristan che avevano messo a segno l'agguato senza un mandato dai vertici. Anche perché – e questo è il guaio della guerra e dei talebani - un unico vertice guerrigliero non c'è.

Tutti questi elementi uniti allo stallo inevitabile della guerra (i talebani ripetono di aver dalla loro il tempo ma sanno che non potranno mai prendere le città e che le stragi di civili continuano a minare un già magro consenso popolare anche nelle regioni che controllano), potrebbero aver portato la leadership (o per meglio dire, una parte della leadership) a più miti consigli. Lo stesso vale per gli americani, pressati dalla consegna dell'inizio del ritiro (luglio 2011) e da una guerra sempre più impopolare. In tutto questo ci sono almeno due problemi.

Una trattativa diretta tra americani e talebani è possibile e forse persino auspicabile ma si scontra quantomeno con l'ostacolo rappresentato dal detentore legittimo del piano di riconciliazione nazionale, e cioè il presidente Karzai e il suo Consiglio supremo di pace che non può essere, almeno formalmente, bypassato tout court da un negoziato diretto tra guerriglia e alleati. Il secondo ostacolo è rappresentato dal Pakistan che non ha fatto mistero di voler giocare la carta negoziale purché sia Islamabad a guidare il gioco e non certo Washington con cui il Pakistan è ai ferri corti. Anche per questo motivo, qualche mese fa, era maturata l'ipotesi, concretizzatasi in alcuni incontri di alto profilo a Kabul e a Islamabad, di un patto pachistano-afgano nel quale Karzai riconosceva una sorta di diritto di prelazione ai pachistani e il Pakistan garantiva i suoi buoni auspici sulla leadership talebana. Ma nella realtà dei fatti, alla shura di Quetta questa prelazione pachistana va un po' stretta. Ecco perché l'opzione del colloquio diretto col nemico avrebbe preso piede.

A conti fatti quello che sembra ancora mancare è un mediatore terzo e super partes: non l'Arabia saudita o i paesi del Golfo, troppo schiacciati su Washington, non l'Onu, percepita come troppo filo occidentale, anche se possibile anfitrione di un soggetto terzo, che qualcuno ha individuato nella Turchia: abbastanza vicina all'Occidente, essendo un partner Nato, ma abbastanza digeribile dai talebani, in quanto Paese musulmano e sufficientemente affidabile da garantire forse anche un ufficio di rappresentanza dei talebani ad Ankara. La strada resta in salita ma i tempi sembrano maturare e qualcosa potrebbe accadere. Ad esempio la cancellazione, più volte richiesta, dei capi talebani dalla lista nera dell'Onu. E garanzie sicure che l'inizio del negoziato non sia seguito da arresti di massa. Potrebbe persino essere che la scarsa attenzione internazionale alle vicende afgane, distolta dagli aventi africani e mediorientali, si riveli un'occasione importante per poter lavorare sotto traccia senza troppi occhi indiscreti e senza inopinate levate di scudi.

martedì 23 marzo 2010

IL RITORNO DEL GUERRIERO, SI RIVEDE GULBUDDIN

Una schiarita e una complicazione l'arrivo a Kabul di una delegazione che fa capo al potente gruppo guerrigliero dell'ex comandante mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. Se infatti l'incontro dei suoi emissari col presidente Karzai sembra indicare che si sta effettivamente lavorando a un piano di riconciliazione nazionale, dunque a una tregua e a una trattativa con le forze insurrezionali, questo preludio negoziale segnala anche una difficoltà. Quella della trattativa con i talebani di mullah Omar, il signore riconosciuto della guerriglia in turbante. Se Hekmatyar non è mai stato un talebano e si è solo tatticamente alleato con i guerriglieri di Quetta (la probabile sede del Gran consiglio talebano), la sua è una fazione importante della guerriglia anti Karzai. E una frattura nel fronte guerrigliero può essere propizia ma anche nefasta per un allargamento del negoziato.

La notizia comunque è che, annunciato da un video fatto girare prima dell'incontro e in cui Hekmatyar apriva la strada della trattativa (non nuova per lui), una delegazione dell'ex capo mujaheddin, già primo ministro del governo insediatosi dopo la cacciata dell'ultimo governo filosovietico da Kabul, è venuta nella capitale per trattare direttamente con Karzai. Guidata da un altro ex primo ministro afgano, Qutbuddin Helal considerato il vice di Gulbuddin, la delegazione ha posto le sue condizioni al presidente: l'uscita di scena delle forze occidentali entro l'estate (un anno prima del possibile inizio di un'exit strategy come indicato dal presidente Obama), nuove elezioni e una nuova Costituzione. Ma prima di tutto la chiarezza sul ruolo di Karzai come negoziatore: uomo che rappresenta gli interessi di parte degli afgani e non burattino in mano alle potenze occupanti. Tutti gli osservatori concordano nel ritenere più che interessante il passo di Hekmatyar. La sua agenda non coincide certo con quella della comunità internazionale o dello stesso Karzai, ma, come in tutte le trattative, è una buona base per negoziare né Hekmatyar certo si aspetta che sia accettata in toto. Uomo rotto alle più diverse alleanze e a salti della quaglia tattici di ogni tipo, il personaggio risponde a una sola strategia: quella che lo vede come protagonista. Ma è forte e influente: non solo nella zona Est dell'Afghanistan o nell'area pachistana di Peshawar dove ha probabilmente il suo quartier generale. Originario di Kunduz, nel Nord, controlla anche diverse aree afgane settentrionali, come quella di Baghlan dove si sarebbe appena scontrato proprio con i talebani per una questione di “tasse” sui villaggi sotto controllo della guerriglia (60 morti il bilancio degli incidenti).

Hekmatyar gode anche di un appoggio, teoricamente indiretto, in parlamento. Il partito da lui fondato negli anni Settanta, l'Hezb-e-Islami, ha una rappresentanza parlamentare di 19 seggi (su 246) e uno dei ministri di Karzai, il nuovo titolare dell'Economia, ne fa parte (anche se ufficialmente tra il partito “legale” e quello “clandestino” non ci sarebbero legami).

La domanda vera è cosa succederà adesso con i talebani, dopo l'aperta presa di distanza di Hekmatyar dal movimento e dopo le nubi che si vanno addensando sulla cattura di mullah Baradar, il braccio destro di Omar arrestato il mese scorso da Islamabad. Per Kai Eide, l'ex capo dell'Onu a Kabul, l'arresto è un ostacolo ai contatti negoziali già avviati. Per altri, il prigioniero è la chiave con cui leggere il desiderio dei pachistani di prenotarsi un posto al tavolo negoziale con Kabul, per ritagliarsi un potere indiretto sulla transizione futura. Il quadro insomma è tutt'altro che sereno e se la trattativa con Hekmatyar sembra comunque una buona notizia, sotto un altro profilo potrebbe minacciare i già fragili tentativi di espandere gli informali colloqui già avviati con la cupola talebana, cosa di cui in realtà si sa molto poco.

Quel che appare evidente è che Karzai ha fretta anche perché vuole dimostrare di non essere semplicemente una marionetta in mano agli americani. Che hanno messo Hekmatyar sulla lista nera e che vorrebbero comunque negoziare solo dopo il completamento dell'intero dispiegamento di nuovi soldati appena deciso dagli Stati uniti (in totale tra 130 e 150mila uomini entro il 2010), come vuole la nuova strategia del generale McChrystal. Per poter trattare da una posizione di forza. E solo a quel punto iniziare a pensare seriamente a trattative ed exit strategy.