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domenica 22 aprile 2018

I nemici delle donne nel Paese dei puri

Sana Cheema, pachistana di origine ma bresciana
d'adozione. Il Giornale di Brescia ha dato la notizia
della sua morte: delitto d'onore.
L’anno scorso, in occasione dell’8 marzo, il magazine del quotidiano Dawn – un giornale
progressista pachistano – pubblicava un’inchiesta sulla condizione femminile nel Paese che iniziava così: “Trent'anni fa non erano necessari argomenti ideologici per identificare i mali che opprimevano le donne o per sostenere che la religione le ostacolava… (ma) un'ortodossia resuscitata è stata incoraggiata a negare i loro diritti, che erano stati accettati dopo cento anni di marcia della società musulmana verso riforme liberali… Non è un caso che la prima pagina del rapporto della Commissione sullo status delle donne, cerchi di assolvere la donna dall'accusa di spingere Adamo fuori dal paradiso!...”. L’articolo dava dunque conto di due cose: la prima è che il Pakistan, nato come “paese per i musulmani” ma con una Costituzione laica, aveva riscoperto un’ortodossia che la nascita del Paese dei puri non aveva utilizzato per creare il nuovo Stato nato dalle ceneri del Raj britannico nel 1947. Il Paese aveva dunque fatto un passo indietro. La seconda però era che, nel citare la Commission on the Status of Women dell’Onu, si certificava il fatto che il Pakistan teneva ormai in conto – anche se spesso disattendendole – le nuove regole che anche in quel Paese hanno preso forma. Grazie a un vasto movimento della società civile che preme sulla politica e l’apparato legislativo e che si muove quando una donna è oggetto di violenza. Non sempre, ma assai più di prima
I nemici delle donne pachistane sono dunque la tradizione, che in tutti i Paesi del mondo è maschile, e questa rinata ortodossia religiosa il cui processo di riaffermazione, alimentato dal generale dittatore Zia ul Haq, è iniziato negli anni Ottanta del secolo scorso ed è stato in seguito utilizzato a fini politici dai diversi partiti locali, persino quelli – come il Partito popolare di Benazir Bhutto - di ispirazione laica. Allevare la pianticella dell'ortodossia significherà non solo far crescere la pianta del terrorismo jihadista, ma coccolare il mostro che vuole ancora la donna colpevole della cacciata di Adamo dal Paradiso.

domenica 19 maggio 2013

IL NO DEL PARLAMENTO ALLA LEGGE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE AFGANE

Il decreto legge che nel 2009 era stato siglato dal presidente Karzai e che stabilisce un passo avanti inequivocabile dei diritti delle donne afgane e nel campo delle pene per chi li viola non è riuscito ieri a superare il dibattito parlamentare, necessario a farne legge dello Stato a tutti gli affetti. Così com'è, il dl resta in vigore ma è pur sempre passibile di lunghe discussioni in tribunale e soprattutto di emendamenti come quelli ieri richiesti in aula e che alla fine, dopo un fuoco di sbarramento di mullah e conservatori, ha fatto decidere per un rinvio del dibattito a data da destinarsi. Rinvio che apre la strada a nuove possibili erosioni dei dritti conquistati faticosamente dalle donne afgane.



Col decreto attuale, una coppia non può decidere di dare in sposa la propria figlia prima dei 16 anni di età. Diciotto invece gli anni necessari a una donna afgana per decidere se sposarsi o meno e con chi, una novità nel Paese dove vige la pratica di matrimoni combinati di maschi e soprattutto femmine (spesso bambine) e dove è ancora in vigore la poligamia, benché limitata a “sole” due mogli. Ma gli emendamenti, denunciati dalle attiviste di Afghan Women's Network, la maggior rete di associazioni femminili, vanno ancora più in là perché vorrebbero chiudere la case rifugio faticosamente costituite per le donne in fuga da un matrimonio indesiderato e da una tradizione e pressione sociale oscurantiste, che spesso le spinge al suicidio o forza i parenti all'omicidio d'onore. Infine la legge punisce duramente lo stupro e la violenza contro le donne e da che esiste ha già fatti finire dietro le sbarre non pochi uomini, mariti e non. Un emendamento vorrebbe edulcorare le sanzioni.

In parlamento la discussione è stata aspra: da una parte i partigiani della legge, capeggiati dalla parlamentare del Badakhshan Fawzia Koofi, dall'altro mullah e conservatori le cui tesi, sostenute con il Corano alla mano, sono ben spiegate da quanto ha detto in aula Obaidullah Barekzai, un deputato dell'Uruzgan che ha citato Hazrat Abu Bakr Siddiq, un compagno di strada del Profeta che aveva dato sua figlia in moglie a soli sette anni di età. Sia detto per inciso, in Uruzgan si registra uno dei tassi più elevati di analfabetismo femminile, in Afghanistan ancora di gran lunga superiore a quello maschile.

La discussione in parlamento ha anche creato polemiche nel mondo femminile: molte attiviste avrebbero preferito cercare di bypassare gli emendamenti ed evitare il dibattito in aula, passo per altro inevitabile visto che i decreti presidenziali richiedono alla fine la luce verde del parlamento. Un parlamento tra l'altro che, in questo momento, è sfavorevole e ostile al presidente. La Koofi ha anche spiegato che un nuovo presidente potrebbe cambiare per decreto la legge attuale (Elimination of Violence Against Women Law o Evaw) introducendo de facto gli emendamenti richiesti dai conservatori. Per strizzare l'occhio ai talebani.

giovedì 17 febbraio 2011

UNA NUOVA MINACCIA PER LE DONNE AFGANE

Il governo vuole mettere le mani sui rifugi per le donne afgane tutelati sinora dalle organizzazioni della società civile. Ma queste ultime non ci stanno e denuncian o governo e inanità della comunità internazionale

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sabato 15 gennaio 2011

SCUOLA, DONNE E TALEBANI: IL DESTINO DEL "SESSO DEBOLE"

Sarà vero, sarà mezzo vero, sarà falso? Secondo il ministro dell'Istruzione afgano Farooq Wardak i talebani sarebbero pronti a far carta straccia dell'antico bando che caratterizzò l'emirato e cioè il divieto di far andare a scuola le donne. Un “cambio culturale” ha detto il ministro di Karzai al supplemento del Time che tratta temi scolastici e che lo ha intervistato durante l'Education World Forum di Londra.

Wardak
ha prefigurato negoziati futuri in cui si discuterà di diritti umani e diritti delle donne anche se al riguardo è stato piuttosto vago tanto che non è chiaro quanto sia solo un desiderio del governo, che spera così di mettere a tacere gli accenti critici della comunità internazionale sul possibile futuro processo di pace. Certo qualcosa si sta muovendo anche se alcune parlamentari, intervistate dala Bbc, si son dette scettiche sull'uscita del ministro, ricordando le centinaia di scuole incendiate e l'epoca talebana in cui, per una donna o una bambina, la scuola era off limits. E se qualcosa sotto traccia sta maturando, anche se quello del ministro appare per ora più un auspicio che un fatto reale, è dunque possibile che le trattative sotterranee tra governo e guerriglia stiano cominciando a produrre un abbozzo di agenda.

In realtà di un atteggiamento talebano diverso nei confronti dell'emancipazione femminile si parla già da un paio d'anni: in qualche cronaca giornalistica che aveva dato conto di una sorta di pragmatismo almeno per alcuni capi talebani, disposti ad ammettere l'istruzione anche per le donne. E per esser del tutto sinceri, anche durante i tempi bui dell'emirato si poteva assistere a qualche lezione dove il pubblico era femminile. La regola riguardava la separazione stretta tra femmine e maschi, come per altro avviene ancora nell'Afghanistan di oggi. I talebani non erano in realtà contro l'educazione femminile tout court. Ma i limiti erano ben chiari: separazione rigida dai maschi, insegnanti maschi, accesso negato agli studi superiori. Adesso l'atteggiamento starebbe cambiando.

In Afghanistan
la scuola per le donne è sempre stato un tabù. Con rare eccezioni. E ancora oggi, come testimoniava un rapporto dell'Onu uscito in dicembre, essere donna in questo Paese significa davvero essere “sesso debole”, cittadini di serie B: a parte le limitazioni sull'istruzione (non c'è controllo o sanzione applicata se una famiglia non manda le figlie a scuola), ancora esistono matrimoni combinati, donne usate come moneta di scambio nelle transazioni fondiarie, sposalizi forzati con minorenni. Tutte cose ora vietate (la legge più avanzata è dell'agosto del 2009) e sanzionate (solo sulla carta). Una legge non basta a cambiare inveterate tradizioni e un'interpretazione del Corano molto generica (visto che il Profeta vietò i matrimoni combinati e con minorenni, pratica invece ammessa dai codici tribali).
Quanto all'istruzione, Farook ha snocciolato i risultati che, in effetti, sono uno dei pochi lasciti felici della guerra: durante i talebani, ha detto, su un milione di studenti la percentuale di femmine era zero e lo stesso valeva per le insegnanti femmine mentre adesso le percentuali sono 38 e 30%.

Certo il ministro ha esagerato (durante i talebani la percentuale era più elevata) e, per altro, anche se il 38% è molto, l'analfabetismo femminile in Afghanistan è più del doppio rispetto a quello maschile e dunque anche Karzai ha qualcosa da rimproverarsi. E' pur vero che nei sondaggi il settore dell'istruzione appare come quello dove gli afgani dicono di aver visto i maggiori risultati. Ma l'emancipazione femminile passa anche per l'accesso ai servizi di base, in un Paese agli ultimi posti in classifica per quel che riguarda la sicurezza di gravidanza e parto. Temi però che si fanno strada, anche tra i talebani che, in dieci anni, sono cambiati. Da movimento oscurantista pashtun ora si propongono come movimento di liberazione nazionale trasversale tanto che molti combattenti di diversa etnia sono stati nominati capi militari. Paradossi della guerra.